El Greco e il profondo significato della IV domenica di Quaresima
di Michele Brambilla
Il Ciclo A del Lezionario Romano pone al centro della IV domenica di Quaresima, la domenica Laetare, l’episodio evangelico del cieco nato (Gv 9,1-41), creando una particolare consonanza con il rito ambrosiano, che prevede ogni anno questa lettura data la sua particolare valenza battesimale. Per lo stesso motivo la liturgia romana consente di ripeterla anche nelle domeniche degli anni B e C, specialmente se la comunità locale sta preparando dei catecumeni per la Veglia pasquale.
In quella pagina giovannea, infatti, si vede Gesù guarire un uomo cieco dalla nascita, che chiedeva la carità presso il Tempio di Gerusalemme. Il miracolato viene poi interrogato in maniera molto ostile dal Sinedrio, che non vuole arrendersi di fronte all’evidenza. Il cieco, gettato fuori dal Tempio, incontra di nuovo Gesù e, di fronte a lui, pronuncia una delle più belle professioni di fede.
La cecità del cieco nato viene quindi correlata al buio interiore dell’uomo che non conosce Cristo. La disabilità non è una maledizione, mentre è assolutamente vero che tutti, avendo ereditato il peccato di Adamo, abbiamo bisogno di essere riconciliati con il Signore. Lo sottolinea fin da subito la colletta prevista per l’Anno A nel Messale Romano: «O Dio, ricco di misericordia, che nel tuo Figlio, innalzato sulla croce, ci guarisci dalle ferite del male, donaci la luce della tua grazia, perché, rinnovati nello spirito, possiamo corrispondere al tuo amore di Padre».
Tra i pittori che si sono cimentati con la guarigione del cieco nato abbiamo Dominikos Theotokopoulos, detto El Greco (1541-1614). La sua versione si trova appesa, oggi, nella Galleria nazionale di Parma, cioè al Palazzo della Pilotta.
Per questo quadro, realizzato nel 1573 ed entrato quasi subito nelle collezioni dei Farnese, El Greco sceglie colori molto sobri e sfondi architettonici ben delineati. Si sente, in questo, il peso dei modelli veneziani (Veronese, Tintoretto, a cui in passato tanti hanno attribuito il quadro in oggetto). Le origini greche dell’autore si intuiscono perfettamente nel volto di Cristo, consonante all’iconografia bizantina, ma in questo caso posto su un corpo in azione con fisicità tipicamente occidentale.
Il linguaggio del corpo è fondamentale. Gesù prende per mano e sostiene il cieco nell’atto di spalmargli il fango che, una volta lavato nella piscina di Siloe, ridarà la vista al povero mendicante. Il cieco depone sulla pavimentazione lastricata il suo bastone: non ne ha più bisogno, perché è Cristo stesso a sorreggerlo.
Si è davanti alla scalinata del Tempio, di cui si intravede il portico. Un uomo, disegnato con la schiena nuda, lo sta proprio indicando: in effetti è là che il cieco dovrà recarsi per subire l’umiliante processo intentato dal Sinedrio. Il cielo è nuvoloso, annuncia tempesta. Non solo per il cieco: non mancano, infatti, molti giorni allo scontro diretto tra i farisei e lo stesso Gesù.
Se Cristo e il cieco occupano la posizione centrale, a lato si notano due gruppi umani. Quello sulla sinistra mette bene in mostra la meraviglia e l’agitazione degli astanti comuni e comprende il succitato additatore del luogo sacro, mentre l’altro gruppo non si capisce se identifichi gli Apostoli (l’uomo a capo chino, con la barba bianca, è Pietro?) o lo stesso Sinedrio (sono tutti vestiti allo stesso modo e dai tratti comuni sembrano appartenere alla stessa classe sociale), a cui viene indicata con scandalo la guarigione, avvenuta in giorno di sabato. Il pittore rimane volutamente sul vago, quasi a chiedere di porci personalmente la domanda.
Èinvece ben definito il porticato mezzo scoperchiato che si nota in fondo alla scena: come nei presepi, è il simbolo del mondo pagano che crolla di fronte al sopraggiungere della Verità di Cristo. In alcune versioni posteriori il portico è trasformato in un arco trionfale, segno del trionfo pasquale di Gesù, e vengono aggiunti altri personaggi e persino animali, ma la sostanza non cambia.
Sabato, 14 marzo 2026

