Dionigi Tettamanzi, Eutanasia. L’illusione della buona morte, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1985, pp. 88, L. 8.000

Mauro Ronco 35 anni fa
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Mauro RoncoCristianità n. 124-125 (1985)

 

Dionigi Tettamanzi, Eutanasia. L’illusione della buona morte, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1985, pp. 88, L. 8.000

 

Il 19 dicembre 1984 alcuni parlamentari appartenenti al partito che esprime il capo del governo – primo firmatario l’on. Loris Fortuna -, presentavano una proposta di legge, intitolata Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina della eutanasia passiva, volta a togliere il carattere di assolutezza alla tutela giuridica della vita e a «legittimare» la cosiddetta eutanasia, cioè l’uccisione volontaria di una persona a pretesi fini di «pietà». 

Dionigi Tettamanzi – sacerdote della diocesi di Milano, docente di teologia morale e pastorale al Seminario di Milano e all’Istituto Regionale Lombardo di Pastorale, consultore del Pontificium Consilium pro Familia e autore di numerose pubblicazioni sui temi morali collegati con lo sviluppo delle tecniche mediche – ribadisce nel volume Eutanasia. L’illusione della buona morte i termini essenziali della dottrina cattolica in ordine ai problemi che spesso sono compresi, non senza una certa confusione, sotto la parola «eutanasia», e stigmatizza l’ingiustizia radicale di ogni contegno diretto ad affievolire la tutela giuridica della vita.

L’opera, suddivisa in cinque capitoli, è arricchita da una appendice in cui sono contenuti due testi fondamentali del recente Magistero della Chiesa: l’allocuzione di S.S. Giovanni Paolo II ai partecipanti al 54º Corso di aggiornamento dell’Università Cattolica, del 6 settembre 1984, e la dichiarazione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede sull’eutanasia emanata il 5 maggio 1980.

Nel primo capitolo (pp. 11-21) l’autore, dopo avere brevemente rievocato i momenti più significativi della strategia rivoluzionaria volta a rendere «legittima» l’eutanasia, descrive i mutamenti di costume e di mentalità che spiegano il diffondersi della cultura e della pratica della morte procurata per pretesi fini di «pietà». In siffatta prospettiva, don Dionigi Tettamanzi individua nel processo di secolarizzazione, che accompagna e condiziona lo sviluppo della moderna società industrializzata, la causa essenziale dell’abdicazione al principio fondamentale dell’assoluta indisponibilità e inviolabilità della vita umana innocente.

Nel secondo capitolo (pp. 23-33), premessa l’opportuna chiarificazione dei concetti e la definizione dell’eutanasia alla luce della dichiarazione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede del 5 maggio 1980 – situante tale fenomeno nel contesto dell’uccisione della vita, del tutto distinto rispetto al contesto della cura della vita e, pertanto, della lotta contro la malattia e la morte -, l’autore dedica la sua attenzione dapprima al tema della responsabilità soggettiva di coloro che danno un contributo causalmente rilevante all’uccisione, e poi al tema oggettivo, concernente la radicale ingiustizia dell’eutanasia, tanto come violazione della legge divina, quanto come offesa della dignità dell’uomo, come crimine contro la vita e come attentato contro l’umanità (cfr. Dichiarazione sull’eutanasia della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, 2).

La dimostrazione è rigorosamente condotta sia in relazione ai presupposti razionali e di fede, che dicono l’uomo creato da Dio e quindi da Lui dipendente, sia in relazione alle conseguenze assurde e aberranti che si dispiegherebbero nella vita individuale, familiare e sociale ove venisse affievolita o relativizzata la tutela giuridica del bene della vita.

Nel terzo capitolo (pp. 35-44) l’autore smaschera anzitutto la insidiosa menzogna inerente alla proclamazione di un preteso «diritto di morire con dignità», con cui i fautori della morte volontariamente procurata ammantano lo scopo di liberalizzare l’eutanasia, giacché non esiste alcun «diritto» laddove l’uomo «non è né padrone né arbitro» (p. 36). Don Dionigi Tettamanzi espone poi il grande valore e il vero senso del «morire con dignità», come vicenda del morire in tutta serenità, nella consapevolezza che la morte è «parte integrante della vita dell’uomo» (p. 37) e che essa costituisce il passaggio verso il disvelamento pieno della verità del suo essere. L’autore chiarisce, infine, i due problemi morali – l’«uso degli analgesici» e il cosiddetto «accanimento terapeutico» -, che meritano approfondimenti e precisazioni nel contesto del rispetto assoluto della vita, della persona e della sua dignità come ente libero e consapevole.

Il quarto capitolo (pp. 45-59) mostra, in generale, l’ingiustizia della «legalizzazione» dell’eutanasia sotto il profilo giuridico, giacché «ciò che non è lecito al singolo, non è lecito neppure allo Stato» (p. 49), e, in particolare, l’insidiosità della proposta di legge Fortuna, che, sotto l’apparente programma di disciplinare la «eutanasia passiva» apre la via alla uccisione volontariamente praticata.

Il quinto capitolo, intitolato Radici antropologiche e impegni culturali (pp. 61-74) è dedicato a due temi fondamentali. In primo luogo l’autore dimostra chiaramente che le radici del sì o del no all’eutanasia «s’impiantano e si alimentano nell’antropologia» (p. 61), sicché il vero scontro è tra l’«antropologia dell’immanenza», per cui l’uomo si interpreta e si vuole come «assoluto», al di fuori e contro ogni «dipendenza» e «relazione» (p. 62), e l’«antropologia della trascendenza», per cui l’uomo è un essere essenzialmente «relativo» all’Assoluto, a Dio (p. 64).

In secondo luogo don Dionigi Tettamanzi, così delineata la prospettiva dello scontro, richiama i cattolici e gli uomini di buona volontà ai doveri dell’ora presente, consistenti tanto nel rammentare a tutti la verità dell’essere uomo come essere la cui identità-finalità-significatività è «dono» e «donazione», in vita e in morte (p. 67), quanto nel testimoniare con impegni e azioni precise che la vita va spesa nel dono di sé agli altri e nella assicurazione di solidarietà ai bisognosi, ai deboli, agli anziani, ai malati, al fine di comprendere, per sé e per gli altri, il vero significato della sofferenza e della morte, come partecipazione cosciente alle sofferenze di Cristo crocifisso (cfr. Mt. 27, 34).

Mauro Ronco

 

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