Dottrina e pratica del terrore nella ideologia della Rivoluzione

Alleanza Cattolica 38 anni fa
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Romeo Pellegrini Palmieri, Cristianità n. 91 (1982)

 

Un articolato contributo su un tema che minaccia la sicurezza e la serenità di ogni uomo, ma del quale normalmente non viene data una spiegazione significativa ed esauriente. Il terrore come strumento al servizio della Rivoluzione per demoralizzare il corpo sociale, per paralizzare la sua capacità di reazione di fronte alla violenza e alla ingiustizia e per conseguire, infine, un dominio totale e definitivo sulla società. La costante presenza della pratica del terrore nei singoli episodi del processo rivoluzionario in ogni parte del mondo. I profeti e i maestri del terrorismo, concepito come indispensabile per raggiungere gli obiettivi della Rivoluzione. La doverosità di una reazione urgente e organica da parte della società.

 

Per meglio comprendere il fenomeno del terrorismo

Dottrina e pratica del terrore nella ideologia della Rivoluzione

 

Il terrorismo rappresenta attualmente uno dei temi più discussi, ai quali, tuttavia, la pubblicistica non sa o non vuole dare connotazioni precise. Lo scopo di questo lavoro non è, dunque, quello di fornire «rivelazioni» sulla intricata «trama del terrore», ma quello di puntualizzare alcuni elementi concettuali per una lettura corretta e adeguata del fenomeno. Dalle definizioni correnti si ricava come unico dato comune il fatto che la pratica terroristica consiste in un uso tattico o strategico del terrore per fini di natura politica, ossia nella scelta di mezzi violenti di lotta per rovesciare una situazione di ordine locale o di livello globale, come nel caso del terrorismo internazionale. Vedremo che una tale impostazione pecca di superficialità e rischia di condurre a pericolose confusioni.

In realtà l’aspetto terminologico, per primo, ci permette di inquadrare più correttamente il problema. Importa innanzitutto rilevare che: «I termini “terrorismo” e “terrorista” sono apparsi in data relativamente recente: il supplemento del 1798 del Dictionnaire della Académie Française dava il significato del termine “terrorismo” come système, régime de la terreur, cioè sistema o regime del terrore. Secondo un dizionario francese dato alle stampe nel 1796, i Giacobini avevano usato occasionalmente questo termine in senso positivo riferendolo a stessi nella lingua parlata e scritta» (1). A tale proposito Laurent Dispot fa rilevare che ogni lingua europea ha mutuato nel proprio lessico la parola «terrorismo» dal francese terrorisme. Persino la lingua tedesca, che possiede termini propri per indicare paura e terrore, non crea un vocabolo, ma lo accetta dal francese: «Così, è nell’ambito francese che bisogna cercare, perché la parola si è diffusa dalla Francia e la “cosa” è denunciata dalle varie lingue come francese. Ormai è chiaro, si tratta del Terrore della rivoluzione francese tra il 1793 e il 1794» (2).

E ancora: «i dizionari etimologici ci insegnano che terroriser non è attestato prima del 1796, come pure terrorisme e terroriste. La parola è stata creata proprio dalla rivoluzione francese […]. Lenin, questo terrorista riuscito, questo nuovo Robespierre, realizza la sintesi tra due forme di terrorismo che oggi ci sembrano così, a prima vista, antagonistiche: il “terrorismo di stato” e un terrorismo dal tono minoritario e disperato. Non esiste “baaderrismo” o “meinhoffismo”. Baader e Meinhof dimostravano solo disprezzo per gli anarchici. Loro si proclamavano comunisti, leninisti. Sono stati chiamati “i terroristi”. Erano invece […] la coda di Robespierre» (3).

Ho così fornito alla parola «terrorismo» una chiara paternità e una dimensione storica definita. Senza porre in essere la connessione tra Rivoluzione e terrorismo, si corre infatti il rischio di sfumare la portata del concetto, che possiede matrici ideologiche e storiche ben reperibili, in semplice esercizio di atti violenti, i quali hanno sempre trovato posto nella storia umana, pur con valenze totalmente diverse. Scrive molto puntualmente Walter Laqueur: «Per trovare un punto di partenza per lo studio del terrorismo politico moderno, bisogna chiaramente guardare in un’altra direzione […]. Gli assassinii di esponenti politici di primo piano diventarono relativamente rari durante l’età dell’assolutismo […]. Tra i monarchi c’era, indipendentemente dai loro contrasti personali e dai loro conflitti di interesse, una certa solidarietà […]. Questo cambiò soltanto dopo la Rivoluzione Francese e il sorgere del nazionalismo in Europa […]. Osservate da una prospettiva storica, le varie manifestazioni del terrorismo, malgrado scopi e contesti politici diversi, mostravano una origine comune; erano legate all’ascesa della democrazia e del nazionalismo. Tutte le ingiustizie erano esistite anche prima […] ma quando si diffusero le idee illuministiche e il richiamo del nazionalismo acquistò maggior attrattiva, idee che erano state tollerate per secoli diventarono all’improvviso insopportabili […]. Data la debolezza della memoria umana, forse non è sorprendente che la rinascita del terrorismo doveva essere guardata negli ultimi anni come fenomeno completamente nuovo e che le sue cause e il modo in cui lo si affrontava dovevano essere discussi come se non fosse mai successo niente del genere» (4).

Questa lunga citazione di uno dei massimi studiosi contemporanei del terrorismo esalta i punti basilari del problema:

a. il terrorismo non è un fenomeno nuovo e senza precedenti; la pratica terroristica trova una prima applicazione «scientifica» di massa nella Rivoluzione francese e si accompagna poi, come esito costante sempre più specializzato, a tutte le successive manifestazioni del processo rivoluzionario;

b. il terrorismo non è la logica risposta alla ingiustizia, quasi che se vi fosse giustizia politica e sociale esso non sorgerebbe;

c. i terroristi non sono fanatici spinti alla disperazione da condizioni di vita intollerabili: il terrorismo discende, al contrario, da prospettive di natura ideologica;

d. la risposta al terrorismo non consiste in un riformismo che riduce il «malcontento popolare» o le tensioni sociali.

 

Terrore e terrorismo

La parola latina terror indica la situazione psicologica di un soggetto, nel quale il timore di un male, reale o supposto, assume tali valenze da produrre effetti psicosomatici, quali l’impallidire e il bloccarsi delle normali capacità reattive. L’uomo in preda al terrore è incapace di reagire adeguatamente allo stimolo, non può più coordinare le proprie azioni; analogamente accade nel corpo sociale, nel quale il terrore produce profondi cambiamenti di tono psichico, che causano la rottura della coordinazione delle sue membra, la fine della solidarietà sociale. La funzione psicologica del terrore sugli aggregati umani è assai nota agli stati maggiori degli eserciti per quanto riguarda la guerra moderna. Gaston Bouthoul, noto polemologo, ha descritto mirabilmente i tratti della «sociologia del timor panico» in guerra, con accenti perfettamente adeguabili agli effetti sociali del terrorismo in pace: «[…] un brusco capovolgimento del tono psichico […] si accompagna alla rapida disgregazione dei legami sociali […]. Tutt’a un tratto […] si vede prodursi una disgregazione rapida (e talvolta, nel caso del timore panico, quasi istantanea) di tutti questi legami sociali. Una specie di strana indifferenza si impossessa dei soldati, […] non c’è più, ai loro occhi, né gerarchia né prestigio né disciplina né valori […]. Quali sono i fattori di questa demoralizzazione? Il principale è la constatazione delle perdite. La vista di numerosi morti, delle ferite, del sangue […] fanno sì che il soldato irresistibilmente pensi alla propria morte […] pensa, sente e reagisce come uno che è ormai al di fuori e al di là del nostro mondo. Non ha più niente in comune con i vivi […] sentendosi virtualmente morto, si sente anche improvvisamente liberato da tutti gli obblighi sociali» (5).

Vi è da aggiungere che la abnorme stimolazione dell’istinto di conservazione suscitata dal terrorismo è di natura ancora più profonda di quanto descritto, poiché sfrutta la paura di un male incombente ma non determinato, che colpisce nello stesso tempo in maniera occulta e indiscriminata. La minaccia costante ma non identificabile pienamente genera angoscia: il soldato personifica il nemico e ne prevede i mezzi di distruzione; l’uomo comune di fronte al terrorismo è privo di riferimenti e nutre un terrore più ancestrale, anche se meno attuale. La mitizzazione dei terroristi trova una sua radice anche in questa dimensione psicologica, nella paura di un ignoto che assume i caratteri di una terribile divinità vendicatrice, che, seppure odiata, si riveste di un fascino inequivocabile.

Le proclamazioni di lucida, criminale follia dei terroristi, oltre a essere semplici espressioni di personalità paranoiche, costituiscono la tecnica sottile per suscitare le forze emotive del terrore, che, dall’assurdo delirante, sa sempre tradursi praticamente in una ferocia fredda e tecnicamente perfetta.

 

Per una definizione di «terrorismo»

Si definisce «terrorismo» non il semplice impiego della violenza nel corso della lotta politica, né, tantomeno, l’uso della forza (6), ma l’impiego deliberato e sistematico del terrore sociale per il conseguimento del dominio totale su un gruppo sociale o una nazione. Il semplice impiego della violenza non basta a definire il terrorismo: si apre in tale modo la strada alle generalizzazioni sociologistiche tese a de-colpevolizzare il fenomeno. Il terrore sociale è la presenza significativa e condizionante di uno stato di costrizione, realizzato attraverso i mezzi adatti a terrorizzare i singoli e i gruppi sociali, tanto da impedire ogni reazione, organizzata o meno, contro l’azione rivoluzionaria. Da questo punto di vista, è irrilevante che il terrorismo sia esercitato da una forza rivoluzionaria che possiede il potere, come i giacobini nel 1793-94, oppure lo Stato comunista, o da una forza rivoluzionaria che lotta per esso.

Due elementi concorrono, dunque, alla definizione di terrorismo: la sua finalizzazione alla instaurazione o al mantenimento di uno stato di cose contrario alla natura dell’uomo e della società; la sua azione deliberata e organizzata in base a principi costanti, che denotano la conoscenza, da parte rivoluzionaria, dei meccanismi di distruzione del tessuto sociale.

Innanzitutto, quindi, il terrore è finalizzato alla instaurazione o al mantenimento di uno stato innaturale. L’azione secondo natura non richiede, infatti, costrizione, ma l’azione contro natura la esige, e la costrizione si può ottenere, nel campo delle relazioni fra gli uomini, solo con la generalizzazione del controllo sociale, con la prontezza e la brutalità della repressione.

Ecco perché la seconda caratteristica costante del terrore può essere definita come la pratica organizzata di una tecnica modellata sulla conoscenza approfondita della natura sociale, e altamente specializzata nel meccanismo del suo controllo. È intrinsecamente connessa alla natura del terrorismo la ricerca della massima efficacia.

Quando intraprende la strada del terrore, la Rivoluzione sa perfettamente che deve essere sempre più onnipresente, sempre più feroce, pena la sua assoluta inutilità.

Gli elementi fondamentali di questa tecnica sono l’isolamento sociale e la paralisi del gruppo umano interessato (7). Assieme alla miseria, il terrore sociale è il maggiore fattore di lisi del tessuto di una società: l’attacco terroristico è condotto, infatti, mirando al più individuale degli istinti, quello di autoconservazione, e consiste essenzialmente in un continuo ricatto, in cui, a favore delle mire rivoluzionarie, gioca la forza istintuale più potente che il vivente possiede, l’istinto di conservazione nella sua forma più fondamentale e tenace: quella passiva, consistente non nel «procurarsi un bene», ma nel «salvarsi da un male». Per questo motivo il suo effetto è, entro certi limiti, sicuro e automatico. Esso si congiunge strettamente con il vizio morale su cui si appoggia e che vuole incentivare, la viltà. L’incremento della viltà nel singolo e nella società costituisce l’oggetto formale della azione terroristica (8).

Accanto all’isolamento sociale, il terrore produce nel corpo sociale effetti analoghi a quelli che il predatore induce nella preda nel regno animale: la paralisi. Sembra, questa, quasi una risposta ancorata nella struttura istintuale del vivente: il messaggio – sempre inutile – che la preda lancia al predatore con la immobilità è in sostanza questo: «non minacciarmi, io non esisto». Simulando la propria morte, la preda sociale, al pari di quella animale, spera di indurre l’aggressore a desistere dalla sua minaccia. Il corpo sociale tenta di sottrarsi al terrore fingendosi già morto. 

I risultati dell’impiego di questa tecnica sono, dunque, la disintegrazione e la morte della società in quanto tale. In virtù dell’effetto di isolamento la società è ridotta a congerie di individui tesi parossisticamente alla autoconservazione a ogni costo, e, quindi, formalmente nemici gli uni degli altri. Il risultato è di eccezionale importanza: la setta rivoluzionaria non avrà più un corpo sociale contro di sé, ma avrà sotto di sé, soggiacente alla sua azione e iniziativa, solo individui almeno tendenzialmente ostili fra loro. Questo effetto è il più importante, e se ne amplificano le conseguenze con la pratica della delazione, fondamentale in tutti i procedimenti terroristici; quella della selezione degli obiettivi, colpendo gli elementi capaci di coagulare attorno a sé eventuali volontà di resistenza, e quella della decimazione, facendo ricadere su persone estranee le conseguenze di un gesto di reazione.

In virtù, poi, dell’effetto di paralisi, la società vittima del terrore cessa di vivere e di operare, e concentra tutte le sue energie residuali sull’obiettivo di sopravvivere. Essa non oppone più, dunque, la resistenza di un corpo vivo, ma solo quella puramente inerziale di un corpo morto: diviene così oggetto passivo delle azioni terroristiche, e giunge rapidamente a considerare pericolose e negative tutte le proposte di rianimazione e reazione attiva al terrorismo.

La grande efficacia del meccanismo terroristico consiste quindi, alla luce di quello che si è detto, nell’amplificare le forze di cui dispone la Rivoluzione, che è per definizione minoritaria, rendendo la società carnefice e guardiana di sé stessa.

 

Modi di applicazione delle tecniche terroristiche

Questi principi generali valgono per ogni tipo di terrorismo, e si esercitano, più o meno costantemente, in ogni circostanza, sia che il terrore venga applicato da una setta rivoluzionaria al potere, che da una setta che lotta per conseguirlo. Una certa differenziazione sussiste nei modi di applicazione di tali tecniche, commisurati, evidentemente, ai mezzi a disposizione. Esaminiamo brevemente questi mezzi, al solo scopo di notare nei dettagli l’aderenza ai criteri generali più sopra esposti.

Le due direttrici della azione terroristica, «isolare/paralizzare», vengono applicate in tutta la loro estensione quando la Rivoluzione è al potere. Lo sterminio degli oppositori organizzati e la ricerca degli oppositori potenziali, tramite operazioni di polizia e delazione; la instaurazione dello stato di assedio, con le sue circostanze limitanti e isolanti, come coprifuoco e divieto di riunioni; la istituzione di tecniche di controllo capillare della popolazione, come la coccarda nella Rivoluzione francese, il «passaporto di lavoro» nella Rivoluzione sovietica; l’avvio del meccanismo della «rivoluzione culturale», che instaura una perenne dialettica nella società, sono altrettanti metodi costantemente usati per distruggere il corpo sociale e isolarne i componenti.

Parallelamente a questi, per paralizzare la società vittima della Rivoluzione, essa si adopera per comunicare una impressione di onnipresenza e di onnipotenza dell’apparato statale; impiega il deterrente «fame» («chi non ubbidisce, non mangia,) e il deterrente «famiglia» («i nemici del popolo non sono esseri umani»); giunge ai più raffinati dettagli nella scelta delle situazioni in cui la vittima è più indifesa (per esempio, gli arresti notturni).

L’uso coordinato di tutti questi mezzi costituisce la tecnica del terrore, passibile di illimitati perfezionamenti nella storia rivoluzionaria – come hanno dimostrato recentemente le efferatezze comuniste in Cambogia e in Afghanistan -, ma costantemente uguale a sé stessa nella sostanza. 

Le due direttrici della azione terroristica vengono mantenute infatti – con gli ovvi limiti oggettivi – anche quando, a esercitarla, non è un apparato statale, ma una organizzazione rivoluzionaria che lotta per il potere.

In questo caso, i principali mezzi per isolare consistono nello schedare, minacciare e colpire tutti gli elementi attorno a cui il corpo sociale può eventualmente coagularsi contro l’azione rivoluzionaria; più ancora, nell’innescare il meccanismo del controllo sociale, per cui chi si mette in mostra «entra nel mirino delle Brigate Rosse».

I principali mezzi per paralizzare consistono nell’estendere il terrore, in modo indiscriminato, a tutti gli appartenenti a una data categoria, di modo che tutti e nessuno si sentano minacciati; nel favorire la impressione della propria onnipotenza e onniscienza, colpendo in modo vasto e generico.

 

Terrorismo e Rivoluzione

Dopo avere sommariamente descritto la natura del fenomeno terroristico, entriamo nel merito del rapporto tra terrore e Rivoluzione. In primo luogo mostrerò come il terrore non costituisca un episodio marginale nel corso della storia rivoluzionaria; in secondo luogo, come questa costanza storica non si fondi su ragioni contingenti, ma su precise e cogenti implicazioni dottrinali, individuate dagli stessi teorici rivoluzionari.

 

Costanza del fenomeno «terrore» nel corso delle rivoluzioni

Da quando la Rivoluzione assume una certa consistenza sociologica, il terrore la accompagna invariabilmente. 

Nell’ambito della rivolta protestantica, assieme alla figura dell’agitatore politico compare anche la strategia del terrore. La città che sarà sede dell’«esperimento paracletico-luciferino» – come l’ideologo marxista Ernst Bloch definisce il «comunismo degli spiriti» anabattistico (9) -, Münster, diviene il modello di tutti i successivi esempi di «comune» rivoluzionaria. Nel periodo del dominio anabattistico, la «nuova Sion» pone in incubazione tutti i germi delle rivoluzioni future: tra questi, i germi del terrorismo. Si noti, innanzitutto, la radicale novità dell’ordinamento anabattistico. Tutte le vecchie istituzioni devono decadere, i vecchi contratti ricevere nuova legittimazione, i vecchi matrimoni essere sciolti. La nuova struttura sociale si edificherà sulla base di un comunismo assoluto: la pena di morte è immediatamente applicata a chiunque sottragga qualcosa alla requisizione. Essa si applica anche alle donne che si sottraggono alla poligamia, divenuta rapidamente obbligatoria. Di conseguenza, sarà cura del governo «ispirato» conseguire la uniformità sociale più completa. Gruppi di giovanissimi, precursori delle Guardie Rosse cinesi, percorrono la città strappando di dosso a chiunque ancora se ne rivesta i «segni del lusso», cioè ogni abito che non sia nero e dimesso (10).

La follia collettiva assume un ruolo catartico, e al contempo dimostra, nel modo più tangibile, il potere assoluto di cui gode la setta anabattistica. Le profanazioni di chiese sono soltanto l’inizio: presto tutti i campanili vengono abbattuti, a simboleggiare la raggiunta uguaglianza; nel corso di pubbliche «messe nere» la gente offre sull’altare topi e teste di gatto putrefatte, che poi mangia (11).

Si sbaglierebbe a sottovalutare la connessione di questi fenomeni – peraltro costanti nella storia della Rivoluzione – con la pratica del terrorismo: essi rientrano, accanto al loro indubbio significato satanistico, nel programma di manifestare la propria onnipotenza, che costituisce uno dei passaggi obbligati per instaurare il clima del terrore.

Queste caratteristiche ricompaiono, infatti, con singolare puntualità nel terrore giacobino. Il massacro degli oppositori politici sulla base della elegge dei sospetti, raggiunge dimensioni significative: il numero delle vittime e l’arbitrarietà assoluta delle condanne troverà l’uguale solo nella rivoluzione comunista. La radicale novità di tutti gli ordinamenti si esprime, anche qui, con il cambiamento assoluto di tutto il regime di vita: riforme del calendario, delle misure, del linguaggio, dell’abbigliamento, richiedono e generano la conformità sociale, che è compito di appositi corpi armati fare rispettare.

Compare il tema del «complotto aristocratico», che verrà trasmesso al comunismo e si rivelerà una fecondissima invenzione nella pratica terroristica: a esso si improntano, per esempio, le «purghe» staliniane.

La ricerca dei «colpevoli» degli insuccessi rivoluzionari – carestia, crollo della produzione …- assolverà il duplice compito di canalizzare le eventuali volontà reattive, impedendo loro di elevarsi alla consapevolezza della malvagità della Rivoluzione, e di fornire mezzi e pretesti alla pratica del controllo poliziesco. La follia collettiva della plebaglia, sapientemente istigata e condotta dai quadri politici dei club giacobini, terrà paralizzate le città e manterrà un clima favorevole a ogni abuso. Le cerimonie sacrileghe di cui la Rivoluzione francese offre un così ampio ventaglio (12) riproducono il cliché inaugurato a Münster e preludono ad analoghe esplosioni all’interno della rivoluzione comunista. Esse costituiscono, assieme ai tumulti di piazza, alle sfilate con le teste degli aristocratici issate sulle picche, alle pubbliche esecuzioni, altrettante occasioni di esercizio della pratica sociale del terrore.

Fa il suo ingresso trionfale la delazione, strumento principe del terrorismo al potere. La caratteristica essenzialmente ideologica della Rivoluzione francese rende assai agevole il controllo e la delazione dei reati di opinione, ma anche il modo di vita, le abitudini quotidiane, lo stesso linguaggio, sono occasioni di delazione e di terrore. Anche il silenzio fa la sua comparsa. Al culmine del Terrore, quando la gravissima crisi alimentare e la ferocia delle esecuzioni sommarie, sulla base della «legge dei sospetti», non possono passare inosservate, non si trova un solo deputato alla Convenzione, un solo uomo politico che ne faccia parola. Dice Cochin: «Mai, sotto nessun regime, si è arrivati a questo punto. Si conoscono le leggi, ma non gli atti. L’arresto dei 132 cittadini di Nantes risale a nove mesi prima, l’affogamento di Pierre-Moine a dieci mesi prima. Non si pubblica, non si scrive, non si dice più niente, sotto pena di denuncia e di morte, senza il visto dei “patrioti”: cioè dei giacobini. E anche tra gli stessi giacobini questi fatti vengono eliminati meccanicamente dal gioco della corrispondenza» (13).

Un ulteriore elemento significativo, che si trasferirà in seguito nel comunismo, è la caratteristica anonimità degli operatori della macchina del terrore. Ancora Cochin: «Di qui il disprezzo del diritto delle genti, i massacri di parlamentari e di prigionieri di guerra. Di qui, soprattutto, le distruzioni di uomini, di donne, persino di bambini, come i bambini di Bicêtre nel settembre 1792, o i 300 piccoli sventurati di Nantes. L’orrore ci impedisce in genere di avvertirne la stranezza. Si erano viste nel passato sommosse di contadini, massacri perpetrati nel fuoco dell’assalto, crudeltà di proconsoli. Solo allora si vedono piccoli gruppi di uomini, come le autorità repubblicane e i clubs patriottici, tanto abituati all’assassinio da praticarlo a freddo per mesi, all’ingrosso e al dettaglio, come un’operazione. Eppure, non si tratta di folli né di bruti. Almeno non in tutti i casi. Si tratta spesso di piccoli borghesi terribilmente simili agli altri. Ma il loro addestramento li ha trasformati in modo incredibile» (14).

Nel corso della rivoluzione comunista tutti questi elementi raggiungono un grado di concentrazione e di diffusione altissimo. La tecnica del terrore produce corpi specializzati nella sua applicazione: la polizia politica, che ne raffina i procedimenti, li amplifica, li capillarizza, non abbandona niente al caso. Il terrore diviene una scienza, i suoi operatori dei professionisti.

L’anonimità dell’apparato terroristico è assoluta, in via di fatto e di principio: è il «proletariato» che instaura la sua dittatura, è il «proletariato» che colpisce e annienta i suoi nemici, i «nemici del popolo». La delazione raggiunge il suo culmine. Essa è tanto più efficace quanto più è anonima, inverosimile, generica; costituisce l’innesco del meccanismo, la sua occasione, e garantisce l’automaticità assoluta del procedimento. L’isolamento del mondo soggetto a terrore, determinato empiricamente da circostanze storiche nel protestantesimo e nella Rivoluzione francese, diviene qui un fatto programmato. 

L’«universo concentrazionario», l’arcipelago GULag, realizza scientificamente le prerogative necessarie per il doloroso esperimento della nascita dell’«uomo nuovo». Isolamento, impossibilità di fuga, impotenza assoluta – altrettante caratteristiche necessarie per il pieno funzionamento della macchina del terrore – sono qui garantite al massimo grado. Gli abitanti dell’arcipelago sono cavie perfette: nessuna influenza esterna, nessuna speranza di fuga, nessuna possibilità di resistenza, vengono a inquinare o a compromettere l’esperimento.

La plasticità sociale che si ottiene nell’arcipelago è completa: in queste condizioni si può ottenere tutto, o quasi, dall’uomo. La lettura di Arcipelago GULag, di Solzenicyn (15), non sarà mai abbastanza raccomandata per la conoscenza di questo fondamentale aspetto. La tecnica del «complotto aristocratico», inaugurata dalla Rivoluzione francese, assume qui una estensione generale. Le «purghe», le «epurazioni» – che non sono affatto ristrette al solo periodo staliniano, ma sono in funzione in tutti i regimi comunisti anche contemporanei -, servono a mantenere tutti i livelli della società in uno stato di permanente convulsione. In ogni momento ogni cittadino deve interrogarsi se «tocca a lui»: alla sua categoria – la epurazione dei medici, 1936-37; quella degli ingegneri, 1938 -, giudicata in quel momento reazionaria; alla sua vera o presunta «corrente» di appartenenza – la ecatombe di trotskisti reali o immaginari; al suo gruppo etnico. Questa preoccupazione diviene ossessiva, impedisce ogni altro pensiero o attività. I singoli e i gruppi sociali concentrano tutta la loro energia sull’obiettivo di individuare la prossima vittima designata per la epurazione e allontanarsene in tempo.

L’effetto «paralisi/isolamento» raggiunge il massimo livello di efficacia (16). Lo sterminio si estende su scala continentale.

Interi popoli vengono deportati e annientati. Descrivendo a Churchill lo sterminio dei kulaki, Stalin si espresse così: «Dieci milioni, rispose alzando entrambe le mani. Fu una lotta terribile, che durò ben quattro anni» (17). Il «rapporto Conquest al Senato americano» stima in 100 milioni le vittime del comunismo in Unione Sovietica. In Cina la stima di minima è di 34 milioni, quella di massima di 63 milioni di vittime (18). La pratica dello sterminio etnico è costante in tutti i tempi e in tutti i continenti: Cambogia, America Centrale, Africa … Tali stermini costituiscono la riprova più evidente, per i sopravvissuti, che non vi è limite alla onnipotenza e alla malvagità del potere. L’effetto «paralisi» è enorme. Capillarità ed estensione estreme dello sterminio riducono il corpo sociale a una bestia braccata, che si sa in completo potere di un aggressore che non conosce limiti. La caratteristica ideologica del terrore raggiunge il suo vertice: il delitto di opinione è il più proprio dei delitti. Per usare le parole del teorico marxista Adam Schaff, «avversario non è solo chi spara, ma anche chi mobilita contro di noi i cervelli degli uomini» (19). Così la vittima dell’azione terroristica – singolo o società – si concentrerà nell’evitare non solo gli atti pericolosi, ma anche i pensieri pericolosi e le parole pericolose. La plasticità sociale così ottenuta è teoricamente illimitata.

 

Ideologia e terrore

Una diffusa tesi erronea sul terrorismo consiste nel considerare il terrore come un fraintendimento degli ideali rivoluzionari. Alcune frange di estremisti, nel corso delle varie rivoluzioni sociali, avrebbero – per eccesso di entusiasmo o per puro fanatismo – inteso affrettare i tempi della «maturazione sociale» e impiegato a tale scopo un mezzo riprovevole, la violenza, a servizio di un giusto ideale, la Rivoluzione. 

Questo giudizio si perpetua anche nei confronti dei fenomeni contemporanei di terrorismo: quello che è costantemente condannato è il ricorso alla violenza, non mai il fine radicalmente malvagio del terrore e della Rivoluzione.

Al contrario, dimostrerò ora che il fine rivoluzionario esige l’uso del mezzo «terrore», e che, appunto per questo, il terrore non solo è stato costantemente applicato dalla Rivoluzione, ma anche costantemente teorizzato. Si può anzi dire che la teorizzazione del terrore è ancora più frequente della sua applicazione, perché la Rivoluzione non sempre ha avuto la forza di tradurre in pratica le proprie aspirazioni. Essa, tuttavia, ha sempre teorizzato l’uso della costrizione e della violenza per piegare il corpo sociale ai suoi disegni.

 

Genesi ideologica del terrore

Sin dal suo apparire, nella forma utopica che l’ideologia rivoluzionaria assume nel suo debutto storico, il «mito del mondo nuovo» (20) si caratterizza come una totale rinascita dell’uomo e della società.

Tutte le descrizioni delle varie «città del sole» sottolineano questo carattere di radicale palingenesi, e prevedono la esistenza di resistenze alla instaurazione del «paradiso terrestre».

In corrispondenza con il suo fondo gnostico, la Rivoluzione considera malvagio tutto il «vecchio mondo», opera del Dio crudele e oppressore della Genesi, e vi contrappone l’opera ribelle e salvifica di Lucifero. La connessione tra la rivolta sociale contro tutte le istituzioni – in particolare contro la proprietà e la famiglia – e la lotta contro il Dio del cristianesimo appare molto presto, nelle prime sette rivoluzionarie – è a questo proposito esemplare il catarismo -, e si trasmette quasi inalterata lungo i secoli. I difensori del vecchio ordinamento, letteralmente, «non sono esseri umani»: essi sono, per definizione, folli e malvagi. Questa difesa è, altresì, inutile: è destinata a essere sconfitta dalla «storia» – laicizzazione della prospettiva gnostica della finale vittoria di Lucifero su Dio -; e, dunque, i gesti storici con i quali essa viene spazzata via non sono altro che inevitabili tappe di un moto oggettivo, inarrestabile, svincolato dal giudizio morale.

Il terrore non ha nulla a che vedere con violenze private, da uomo a uomo. Esso è un giudizio storico che il futuro decreta sul passato, e poiché il futuro è per definizione migliore e vittorioso, le sue operazioni, anche crudeli, ricevono una essenziale legittimazione dal «senso della storia». Dice con insuperabile chiarezza Cochin: «Questa è l’opera del patriottismo umanitario. Queste orge di sangue ci rivoltano perché le giudichiamo come dei comuni patrioti. E abbiamo torto. Un umanitario potrebbe risponderci che sono legittime. La guerra umanitaria è la sola che uccida per uccidere, essa ne ha il diritto ed è proprio in ciò che essa si distingue dalla guerra nazionale. “Colpisci senza pietà, cittadino,” dice a un giovane soldato il presidente dei giacobini, “colpisci tutto ciò che ha a che fare con la monarchia. Non deporre il tuo fucile se non sulla tomba di tutti i nostri nemici, è il consiglio dell’umanità”. È per umanità che Marat reclama 260.000 teste. “Che m’importa essere chiamato bevitore di sangue!” grida Danton, “ebbene, beviamo il sangue dei nemici dell’umanità, se è necessario!” Carrier scrive alla Convenzione che “la disfatta dei briganti è così completa che essi arrivano a centinaia ai nostri avamposti. Ho deciso di farli fucilare. Ne vengono altrettanti da Angers, gli assegno la stessa sorte e invito Francastel a fare altrettanto …” Non è orribile? Immaginiamo le grida di Jaurés alla lettura di una simile lettera del generale d’Amade. Eppure la Convezione applaude e fa stampare la lettera. E Jaurés non grida di indignazione, che io sappia, nella sua Storia socialista. La conclusione di Carrier ci dice perché: È per principio di umanità che io purgo la terra della libertà da questi mostri.” Ecco la risposta. La Convenzione, Carrier e Jaurés hanno ragione: il generale d’Amade non può fare nulla di simile, giacché si batte soltanto per la Francia. Carrier è un umanitario, ghigliottina, fucila e annega per il genere umano, per la virtù, per la felicità universale, per il popolo in sé» (21).

«Il marchese de Sade, nei suoi trattati e romanzi, prospetta le tre vie del “perseguimento della felicità”: il perseguimento della felicità nell’isola socialista; la felicità raggiunta attraverso il terrorismo del “grande ordinamento”: l’illimitata sete di felicità dell’io che vuol pagare qualsiasi prezzo (anche l’autodistruzione) per essere “felice”. Le sinistre possibilità dell’uomo; de Sade le ha annunciate. La rinascita sadiana, la prima edizione dei suoi scritti dopo la seconda guerra mondiale in Francia, America, Inghilterra, corrisponde al fascino che oggi esercita su di noi questo esploratore d’uomini del 1790 e del 1800» (22).

Già Rousseau, d’altra parte, scriveva: «Se sventuratamente non può essere trovata [una forma di governo che ponga la legge al di sopra degli uomini] […]; il mio parere è che bisogna passare all’altro estremo […] e stabilire il dispotismo più arbitrario possibile: vorrei che il despota potesse essere Dio» (23).

L’orrore della Rivoluzione per tutto ciò che è personale si esprime, nel Terrore, al suo massimo livello. È appunto la deplorevole distinzione degli uomini in tante persone concrete e differenziate che occorre abolire, e quanto più l’autorità incaricata di ciò sarà impersonale e arbitraria, tanto meglio incarnerà lo «spirito della storia». Ai soldati incaricati di rastrellare i «nemici del popolo», dopo l’attentato a Lenin del 20 luglio 1918, Zinoviev dice: «La borghesia uccide singoli individui: ma noi uccidiamo intere classi» (24). Nel corso del XII Congresso, nel 1923, Lenin dichiara: «Quando ci accusano di avere instaurato la dittatura di un solo partito, noi rispondiamo: sì, la dittatura di un solo partito! Ci fondiamo su questo, e non possiamo in alcun modo discostarcene. […] Il concetto scientifico della dittatura significa un potere basato direttamente sulla violenza, non limitato da nulla, non impedito da nessuna legge e da nessuna regola di nessun genere» (25).

Appunto per questo motivo, il Terrore è irrinunciabile. «In linea di principio, noi non abbiamo mai rinunciato e non possiamo rinunciare al terrorismo» (26). Poiché la realtà, impastata dai residui del vecchio eone, opera del Dio nemico, si presenta sempre più refrattaria al mutamento epocale, il terrore è sempre inevitabile. Già l’enciclopedista Morelly, nel suo Code de la Nature, affermava: «L’instaurazione dei nuovi principi sociali deve essere affidata a una autorità severa, che soffochi i primi disgusti, (27). È connessa con la natura del potere rivoluzionario la sistematica illegalità in questa azione di «soffocamento»: l’aveva visto bene Marx: «Innanzi tutto gli operai debbono, durante il conflitto e immediatamente dopo la lotta, fin quando è possibile, opporsi ai tentativi della borghesia di mantenere la calma, e costringere i democratici a tradurre in atto le loro attuali frasi terroristiche. Essi debbono adoperarsi affinché la eccitazione rivoluzionaria immediata non venga di nuovo soffocata subito dopo la vittoria. Al contrario, essi debbono sforzarsi di mantenerla viva quanto più possibile. Ben lungi dall’opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quali esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione. (28). La Rivoluzione proletaria, che, al dire di Gramsci, «è imposta e non proposta» (29), rappresenta infatti un avvenire storico certo, e tutti i mezzi per affrettarne l’avvento non sono facoltativi, ma obbligatori. Il terrore avrà unicamente bisogno di artefici, di strumenti disposti a incarnarne l’opera di ostetrico della storia. «Kautsky, con l’erudizione di un dottissimo imbecille da tavolino o con il candore di una bambina di dieci anni domanda perché mai occorre la dittatura, quando si ha la maggioranza. E Marx ed Engels rispondono: per schiacciare la resistenza della borghesia per ispirare terrore ai reazionari per assicurare l’autorità del popolo armato in faccia alla borghesia -per dare al proletariato la possibilità di schiacciare con la violenza i suoi avversari» (30). «Non abbiamo soltanto bisogno di terrorizzare i capitalisti, di fare cioè in modo che essi sentano l’onnipotenza dello stato proletario e non possano pensare alla resistenza attiva contro di esso, ma anche di spezzare la loro resistenza passiva, incontestabilmente più pericolosa e dannosa dell’altra» (31).

Essendo una operazione chirurgica di portata storica, il metro del terrore è dunque solo la efficacia, e ogni altra considerazione è fuori luogo: «Ma esiste una morale comunista? Esiste un’etica comunista? Certo, esiste. […]. Per noi la moralità dipende dagli interessi della lotta di classe proletaria» (32). E quindi, coerentemente, «il costo elevato di una Rivoluzione in beni e vite umane non costituisce affatto un argomento contro di essa» (33).

 

Il terrore, anima della Rivoluzione

Questi elementi, sommariamente esaminati, permettono di concludere che:

a. il terrore ha ricevuto, nel corso della storia rivoluzionaria, una costante teorizzazione. Esso è sempre stato giudicato necessario alla evoluzione storica, che i rivoluzionari si sono proposti di realizzare;

b. il terrore è intrinsecamente richiesto, contenuto e implicato nella ideologia della Rivoluzione, prevede la distruzione della realtà e la sua sostituzione con la ideologia, che la Rivoluzione stessa dichiara alternativa, nemica e sostitutiva della natura;

c. il terrore non costituisce un «incidente di lavorazione» nella produzione di un mondo più giusto, ma esprime, nel modo più essenziale, la natura intrinsecamente perversa della Rivoluzione, di cui denuncia l’anima più vera e l’odio radicale per l’uomo, il mondo e Dio.

Romeo Pellegrini Palmieri

 

Note:

(1) WALTER LAQUEUR, Storia del terrorismo, trad.it., Rizzoli, Milano 1978, p. 15.

(2) LAURENT DISPOT, La macchina del terrore. Genealogia del terrorismo, trad. it., Marsilio, Padova 1978, pp. 12-22.

(3) Ibidem.

(4) W. LAQUEUR, op. cit., pp. 20-21 e 32.

(5) GASTON BOUTHOUL, Le guerre, trad. it., Longanesi, Milano 1982, pp. 167 ss.

(6) Sulla liceità dell’uso della forza, cfr. SAN TOMMASO, Summa theologiae, IIª IIae, q. 40, a.1; q. 123, a.1 e 5.

(7) Per una descrizione dettagliata delle tecniche del terrore, cfr. DOUGLAS PIKE, La terreur, instrument du pouvoir revolutionnaire, estratto da L’Ordre Française, aprile-maggio 1971.

(8) Sulla natura peccaminosa della viltà, cfr. SAN TOMMASO, Summa theologiae, IIª IIae, q. 125, a.1, 2 e 3.

(9) ERNST BLOCH, Thomas Münzer teologo della Rivoluzione, trad. it., Feltrinelli, Milano 1980, p. 103.

(10) Cfr. FRIEDRICH RECK-MALLECZEWEN, Il re degli Anabattisti, trad.it., Rusconi, Milano 1971, p. 130.

(11) Cfr. ibid., pp. 189 ss.

(12) Cfr. FERNANDO MASTROPASQUA, Le feste della Rivoluzione Francese, 1790-1794, Mursia, Milano 1976.

(13) AUGUSTIN COCHIN, Lo spirito del giacobinismo, trad. it., Bompiani, Milano 1981, p. 151.

(14) Ibid., p. 190.

(15) Cfr. ALEKSANDR SOLZENICYN, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, trad. it., Mondadori, Milano 3 voll., 1974- 1978.

(16) Cfr. ROBERT CONQUEST, Il grande terrore. Storia documentaria delle purghe staliniane degli anni ‘30, trad. it., Mondadori, Milano 1970.

(17) WINSTON CHURCHILL, La seconda guerra mondiale, trad.it., Longanesi, Milano 1971, p. 107.

(18) Cfr. RICHARD WALKER, The human Cost of Communism in China, US Governement Printing Office, Washington 1971.

(19) ADAM SCHAFF, Il marxismo e la persona umana, trad. it., Feltrinelli, Milano 1973, p. 163.

(20) Sulle radici gnostiche dell’ideologia rivoluzionaria, cfr.: PAUL KÄGI, Biografia intellettuale di Marx, trad. it., Vallecchi, Firenze 1968; ERIC VOEGELIN, La nuova scienza politica, trad.it., Borla, Torino 1968; IDEM, Il mito del mondo nuovo, trad. it., Rusconi, Milano 1970; JULES MONNEROT, Sociologia del comunismo, trad.it., Giuffé, Milano 1970; AA.VV., Il pensiero utopico, a cura di MASSIMO BALDINI, Città Nuova, Roma 1974; LUCIANO PELLICANI, I rivoluzionari di professione, Vallecchi, Firenze 1974; ERNST TOPITSCH, Per una critica del marxismo, trad.it., Bulzoni, Roma 1977; ALAIN BESANÇON, Le origini intellettuali del leninismo, trad.it., Sansoni, Firenze 1978; EMANUELE SAMEK LODOVICI, Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano 1979.

(21) A. COCHIN, op. cit., p. 191.

(22) FRIEDRICH HEER, Europa madre delle rivoluzioni, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1968, vol. I, p. 96.

(23) JEAN JACQUES ROUSSEAU, Corréspondance générale, Paris 1924, vol. XVII, p. 157,

(24) Citato da DAVID SCHUB, Lenin, trad.it., Longanesi, Milano 1949, p. 443.

(25) Citato da MICHAIL GELLER, Il mondo dei lager e la letteratura sovietica, trad.it., Edizioni Paoline, Roma 1977, p. 181.

(26) VLADIMIR ILIC LENIN, Da che cosa cominciare?, in IDEM, Opere scelte, trad. it., Editori Riuniti, Roma s.d., vol. I, p. 240.

(27) Citato da ALESSANDRO GALANTE GARRONE, Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’800, Einaudi, Torino 1972, p. 313.

(28) KARL MARX e FRIEDRICH ENGELS, Indirizzo del comitato centrale della Lega dei comunisti, del marzo 1850, citato da Domenico SETTEMBRINI, Il labirinto marxista, Rizzoli, Milano 1975, p. 237.

(29) ANTONIO GRAMSCI, La Rivoluzione Italiana, Newton Compton, Roma 1976, p. 67.

(30) V. LENIN, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, in IDEM, Opere scelte, cit., vol. V, p. 36.

(31) V. LENIN, I bolscevichi conserveranno il potere statale?, in IDEM, Opere scelte, cit., vol. IV, p. 428.

(32) V. LENIN, I compiti delle associazioni giovanili, in IDEM, I giovani e il socialismo, trad.it., Editori Riuniti, Roma 1970, pp. 81-82.

(33) NICHOLAJ BUCHARIN e EVGENU PREOBRAZENSKIJ, ABC del comunismo, trad. it., Newton Compton, Roma 1975, p. 124.

 

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