Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della «Laborem exercens»

II. Un aspetto dell’ “autodemolizione”: la lotta per eliminare la dottrina sociale
Giovanni Cantoni 39 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 78-79 (1981)

 

Dopo la terza enciclica di Giovanni Paolo II

Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della «Laborem exercens»

 

II. Un aspetto dell’ “autodemolizione”: la lotta per eliminare la dottrina sociale

 

Un tentativo pluriennale e confesso di privare i cattolici di un criterio oggettivo di giudizio sulla organizzazione della società, e di indebolire, quindi, il fondamento stesso dell’impegno cristiano a inscrivere la legge divina nella città terrena.

 

Poco più di dieci anni or sono Paolo VI faceva stato del fatto che «la Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. […] La Chiesa viene colpita pure da chi ne fa parte» (1).

Quindi, poco meno di dieci anni or sono lo stesso Pontefice scomparso confessava di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (2).

Quest’anno, il regnante Pontefice Giovanni Paolo II notava: «Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni» (3).

Ebbene, in questo quadro desolato e desolante, la cui visione si può reggere solo con un eroico spirito di fede, si situa – tra altri aspetti dell’«autodemolizione» della Chiesa, operata «pure da chi ne fa parte», con evidente vantaggio per il «nemico» – la lotta contro la dottrina sociale della Chiesa, sulla quale «alcuni cercano di seminare dubbi e sfiducia» (4).

Tale dottrina, che la Chiesa ha «profondamente elaborata dai primi secoli all’età moderna» (5), è un corpo organico e implicitamente sistematico di princìpi di morale sociale, che fa riferimento a un ordine naturale, cioè creato da Dio: «Vi è […] un ordine naturale, anche se le sue forme mutano con gli sviluppi storici e sociali; ma le linee essenziali furono e sono tuttora le medesime: la famiglia e la proprietà, come base di provvedimento personale; poi, come fattori complementari di sicurezza, gli enti locali e le unioni professionali, e finalmente lo Stato» (6).

Questa dottrina «è definitivamente e univocamente fissata nei suoi punti fondamentali […]. Essa è chiara in tutti i suoi aspetti; è obbligatoria; niuno se ne può scostare senza pericolo per la fede e per l’ordine morale; non è quindi lecito a nessun cattolico […] di aderire a teorie e sistemi sociali, che la Chiesa ha ripudiati o dai quali ha messo in guardia i fedeli» (7). Insomma «la dottrina sociale cristiana è parte integrante della concezione cristiana della vita» (8).

Non è difficile constatare, alla luce di queste proposizioni, come tale dottrina offra le categorie per giudicare il «mondo» e per orientare l’azione nel mondo: perciò essa non è, per dire il meno, amata dal «mondo» e dagli amici del «mondo».

Da anni, quindi, qualcuno, all’interno della Chiesa, mira a eliminare la dottrina sociale della Chiesa, o, almeno, a renderla inoffensiva. Perciò, oggi, in occasione della pubblicazione della enciclica Laborem exercens e a fronte di essa, si rende indispensabile fare stato di questa quaestio ormai annosa, una quaestio che acquista talora l’allure di un affaire, di un caso poliziesco, piuttosto che quello di un dibattito di cultura politico-religiosa. E tale status quaestionis deve essere preventivo, a causa dei problemi che coinvolge.

 

1. Operazioni riduttive e loro esito: una «morale sociale della situazione»

Come si è tentata e si tenta, dunque, la eliminazione della dottrina sociale della Chiesa? Avendo a che fare con un corpus dottrinale difficile da occultare e da fare dimenticare – anche dal punto di vista quantitativo -, l’operazione punta a limitarne in ogni modo e con qualsiasi artificio la portata, attraverso diverse operazioni riduttive, che cercherò di raccogliere in poche voci.

La prima operazione riduttiva è cronologica e consiste nel «datare» la dottrina sociale, così che, con il pretesto encomiastico di dare talora particolare importanza alla enciclica Rerum novarum, si fa esordire tale dottrina nel 1891, con ciò perseguendo – e di fatto conseguendo – almeno due scopi: il primo sta nell’indurre nel cattolico un complesso di inferiorità a proposito dell’intervento della Chiesa in materia sociale, quarantatré anni dopo il Manifesto del partito comunista; il secondo consiste nell’insinuare che la dottrina sociale della Chiesa ha una origine tarda nella storia della Chiesa stessa, che perciò è di poca importanza – diversamente sarebbe sempre esistita – e che, quindi, può anche venire meno o essere trascurata.

La seconda operazione riduttiva è contenutistica, e consiste nel presentare tale dottrina come esclusivamente economica e socio-economica, dal momento che esordisce con la enciclica Rerum novarum, che tratta della questione sociale, escludendo così anche l’ipotesi di una dimensione socio-politica della dottrina sociale stessa, cioè l’ipotesi della esistenza di una dottrina politica della Chiesa.

La terza operazione riduttiva è morfologica, cioè relativa alla natura della dottrina sociale, e si avvale di un procedimento lessicale, apparentemente irrilevante, che consiste nel sostituire la espressione «dottrina sociale» con quella di «insegnamento sociale», con ciò intendendo evidenziare che il Magistero sociale della Chiesa non solo è occasionato dalle necessità dei tempi, ma non è un pensiero almeno implicitamente sistematico e organico, bensì si riduce a una sequenza cronologica di interventi pastorali, di limitato rilievo dottrinale.

Il risultato di queste operazioni riduttive sta, dunque, nel descrivere la dottrina sociale come un susseguirsi di indicazioni, di orientamenti in via di perenne mutamento, inducendo a confondere i mutamenti di circostanze, che nessuno si perita, evidentemente, di negare, con mutamenti di principi. Ammessi questi mutamenti di principi come possibili, ecco che il Magistero sociale viene presentato come caratterizzato da tre momenti, uno dottrinale, uno storico e uno operativo, e il momento operativo indicato come centrale, quello dottrinale in fase calante – scomparsa della «dottrina sociale» – e quello storico in fase ascendente – ascesa dell’«insegnamento sociale». Di conseguenza la esposizione di tale dottrina va trasformandosi da deduttiva in induttiva, con emergenza della fonte «comunità cristiana» ed eclissi della fonte «gerarchia» (9).

In altri termini, a una «dottrina» che porta il giudizio morale – della morale naturale e rivelata – sui dati offerti dalle scienze sociali e dalla esperienza storica, e che indica i comportamenti corretti da tenere nei casi concreti, si tenta di sostituire un «insegnamento» che, facendo centro sul comportamento della «comunità» nei casi concreti, da questo comportamento evince e ricava le regole da preporre e a cui attenersi.

Si tratta, chiaramente, di un procedimento analogo a quello che caratterizza la cosiddetta «morale della situazione», e che tende a fondare, o meglio, a proporre, una «morale sociale della situazione».

Quale il risultato storico di questa operazione? Brevemente, esso consiste nel privare il cattolico di un metro di giudizio per valutare la vita sociale e i suoi operatori professionisti, affidando ai fatti una funzione rivelativa di Verità principiali ed esponendolo alla cooptazione di tavole di valori estranee, quando non contrastanti, con la fede, le sue premesse e le sue conseguenze razionali.

 

2. Dalla «dottrina sociale» all’«insegnamento sociale»

Le linee operative descritte possono parere una pura ricostruzione concettuale, priva di riscontro nei fatti, una sorta di dramma o di trama senza attori, della lotta contro la dottrina sociale della Chiesa. Vale quindi passare a qualche riferimento concreto.

Il primo di tali riferimenti si può fare richiamando un testo di padre Marie-Dominique Chenu O.P., che parla apertis verbis di «eliminazione, prima implicita, poi intenzionale di questa espressione [dottrina sociale, ndr] dai discorsi ufficiali. Ancora frequentemente usata nella Mater et Magistra (1961) è assente nella Pacem in terris (1963), e esclusa dalla costituzione conciliare Gaudium et spes. Vi si sostituisce una formula apparentemente simile nella sua formulazione materiale, ma diversa nel suo significato: ‘insegnamento sociale del Vangelo’, che comporta ‘insegnamento’ invece di ‘dottrina’, e un richiamo diretto al Vangelo e alla sua ispirazione. È spiacevole che negli stessi indici ufficiali queste espressioni differenti siano state collocate sotto la stessa voce ‘dottrina sociale’.

«A proposito del vocabolario del concilio, durante l’elaborazione dei testi e nel corso della redazione, sono avvenuti incidenti rivelatori. In diverse occasioni ‘dottrina sociale’ è stata usata in senso globale; ma, a più riprese, l’espressione fu contestata. Nel decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi durante la discussione fu proposto e accettato un emendamento che chiedeva l’eliminazione di una espressione ambigua [evidentemente «dottrina sociale»!, ndr] e soggetta a contestazione; e infatti fu eliminata dalla redazione finale.

«È soprattutto nella costituzione Gaudium et spes che i responsabili chiesero di sostituire ‘dottrina sociale’ con “dottrina cristiana sulla società”, minuscola variante per evitare la formula stereotipa. Così avvenne al cap. 2 n. 23 e nel capitolo relativo alla comunità politica (n. 76), dove per un disgraziato malinteso ci si è arbitrati di ristabilire l’espressione [dottrina sociale] dopo la promulgazione del testo.

«Da allora, malgrado qualche oscillazione, l’espressione è stata sempre più contestata» (10).

Ancora padre Chenu nota che «nei testi recenti il richiamo al messaggio del Vangelo è proposto come la motivazione dell’impegno del cristiano, assai più che le istanze del diritto naturale o di una philosophia perennis» (11). E infine: «Invece di cercare di applicare una dottrina generale ai casi particolari, l’attenzione si concentra sulla lettura della storia come tale» (12), ecc.

Insomma, «non più ‘dottrina sociale’ insegnata in vista di una applicazione a situazioni in movimento, ma queste stesse situazioni divengono il ‘luogo’ teologico di un discernimento guidato dalla lettura evangelica dei segni dei tempi. Non più deduzione, ma metodo induttivo» (13).

Unus testis, nullus testis, dirà qualcuno. No, la chiara intentio enunciata da padre Chenu trova eco, per esempio, in padre Josè Llinares O.P. secondo cui «la dottrina sociale della Chiesa si è sviluppata fino a convertirsi in insegnamento sociale cattolico. La prima era teorica, astratta e troppo dominata dallo spirito speculativo […].

«Al contrario l’insegnamento sociale cattolico […] suggerisce possibili piste di orientamento morale» (14).

Seguendo altre «piste», dai singoli si arriva alla scuola, o almeno alla corrente, per esplicita confessione di mons. Roger Heckel S.J., vescovo ausiliare di Strasburgo. In uno studio su L’uso dei termini «dottrina sociale» e «insegnamento sociale» della Chiesa, comparso nel primo opuscolo di una serie pubblicata dalla citata commissione e intitolata, pour cause, L’insegnamento sociale di Giovanni Paolo II, l’autorevole prelato parla apertamente della «corrente “insegnamento sociale della Chiesa”» (15).

A suggello di quanto addotto valga questa considerazione comparsa in un recente editoriale de La Civiltà Cattolica, pochi giorni prima della pubblicazione dell’enciclica Laborem exercens: «Non stupisce […] che l’espressione […] di “dottrina sociale” sia caduta in disuso, e molti preferiscano riservarla a indicare i pronunciamenti del Magistero nei settant’anni che vanno da Leone XIII a Giovanni XXIII» (16).

 

3. Il magistero di Giovanni Paolo II sulla dottrina sociale

Stando così le cose, ecco apparire la importanza e la indispensabilità dell’esame preliminare del tema «dottrina sociale» nell’enciclica Laborem exercens. Ebbene, nel documento in questione – che mi pare vada esaminato insieme al discorso non letto il 13 maggio di quest’anno a causa dell’attentato alla vita del Santo Padre, ma pubblicato su L’Osservatore Romano (17), e che ne costituisce se non una interpretatio autentica antecedens, almeno una nota praevia – si afferma a chiare lettere che la dottrina sociale della Chiesa «risale ben al di là degli ultimi novant’anni. La dottrina sociale della Chiesa, infatti, trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici. Essa appartenne fin dall’inizio alla dottrina della Chiesa stessa, alla sua concezione dell’uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale elaborata secondo le necessità delle varie epoche. Questo patrimonio tradizionale è poi stato ereditato e sviluppato dalla dottrina dei Pontefici sulla moderna “questione sociale”, a partire dall’Enciclica Rerum Novarum» (n. 3).

Dunque, anzitutto, contro ogni riduzionismo cronologico, si afferma che la dottrina sociale è «coetanea» della Chiesa, sì che la sua periodizzazione corretta deve prevedere almeno una prima tappa, dalla predicazione di Nostro Signore alla Rerum novarum! La tesi era già stata espressa dal Pontefice, che aveva detto: «In conformità alla tradizione del pensiero europeo, che risale alle opere dei più grandi filosofi dell’antichità e che ha trovato la sua piena conferma e approfondimento nel Vangelo e nel cristianesimo, anche – anzi, soprattutto – l’attività politica trova il proprio senso nella sollecitudine per il bene dell’uomo, che è un bene di natura etica. Di qui attinge le sue più profonde premesse tutta la cosiddetta dottrina sociale della Chiesa che, particolarmente nella nostra epoca, a cominciare dalla fine del XIX secolo, si è enormemente arricchita di tutta la problematica contemporanea. Ciò non significa che essa sia sorta soltanto a cavallo dei due ultimi secoli: esisteva infatti sin dall’inizio, come conseguenza del Vangelo e della visione dell’uomo da esso portata nei rapporti con gli altri uomini, e particolarmente nella vita comunitaria e sociale» (18).

Ancora, quindi, contro ogni riduzionismo contenutistico, tale dottrina non è soltanto socio-economica, ma anche socio-politica, e ha tra le sue fonti la philosophia perennis, la «tradizione del pensiero europeo, che risale alle opere dei più grandi filosofi dell’antichità».

Infine, contro ogni riduzionismo morfologico, il Pontefice afferma: «La “Rerum Novarum” […] costituisce un punto di riferimento dinamico della sua dottrina e della sua azione sociale nel mondo contemporaneo.

«Durante i secoli dalle sue origini fino ad oggi, la Chiesa si è sempre incontrata e confrontata con il mondo e i suoi problemi, illuminandoli alla luce della fede e della morale di Cristo. Ciò ha favorito l’enuclearsi e il sorgere, lungo l’arco della storia, di un corvo di princìpi di morale sociale cristiana, conosciuto oggi come Dottrina Sociale della Chiesa. È merito di Papa Leone XIII l’aver cercato per primo di darle un carattere organico e sintetico. 

«[…] Dinamica e vitale – continua il Papa -, la Dottrina Sociale, come ogni realtà vivente, si compone di elementi duraturi e supremi, e di elementi contingenti che ne permettono l’evoluzione e lo sviluppo in sintonia con le urgenze dei problemi impellenti, senza diminuirne la stabilità e la certezza nei princìpi e nelle norme fondamentali.

«Ricordando il 90º anniversario dell’Enciclica leoniana, sulla scia e in consonanza con il Magistero dei miei Predecessori, desidero pertanto riaffermare l’importanza dell’insegnamento sociale come parte integrante della concezione cristiana della vita» (19). Ed è questa dottrina sociale che Giovanni Paolo II intende continuare, riflettendo sul problema del lavoro: «Se su di esso desidero concentrare le presenti riflessioni, ciò voglio fare non in modo difforme, ma piuttosto in collegamento organico con tutta la tradizione di questa dottrina e di queste iniziative» (n. 2). Perciò, «se nel presente documento ritorniamo di nuovo su questo problema – senza peraltro avere l’intenzione di toccare tutti gli argomenti che lo concernono -, non è tanto per raccogliere e ripetere ciò che è già contenuto nella dottrina della Chiesa» – (n. 3), ma piuttosto, «secondo l’orientamento del Vangelo, per estrarre dal patrimonio del Vangelo “cose nuove e cose antiche”» (n. 2).

 

4. Ambiguità delle traduzioni della Laborem exercens

Considerazione a parte merita il procedimento lessicale della operazione di riduzionismo morfologico, cui ho fatto riferimento, e consistente nel sostituire la espressione «dottrina sociale» con quella di «insegnamento sociale».

Se nei testi pontifici citati compaiono entrambe le espressioni, mi pare indispensabile sottolineare che nel testo ufficiale della enciclica, cioè nel testo latino, ciò che è reso indifferentemente nella nostra lingua come «dottrina» e come «insegnamento», suona sempre e soltanto «doctrina». Anzi, per la precisione, il vocabolo doctrina compare nel testo pontificio trentaquattro volte (cfr. nn. 2, 3, 6, 8, 10, 11, 12, 14, 15, 20, 24, 26), e venti volte è tradotto con «insegnamento» (cfr. nn. 2, 3, 6, 8, 10, 11, 12, 14, 15, 20, 24, 26), una volta scompare tra le pieghe della traduzione (cfr. n. 8), mentre «insegnamento» viene usato per tradurre una volta Magisterium (cfr. n. 14), una volta instituta e due volte praecepta (cfr. nn. 15 e 26). Tutto questo si riscontra nelle traduzioni italiana, francese, spagnola, portoghese e polacca, con piccole diversità. Minori ingiurie paiono avere patito, rispetto alla consueta terminologia, ma forse per pure ragioni lessicali, le traduzioni inglese e tedesca, che pure non ne sono esenti.

Dal momento che la enciclica pare sia stata «stesa con metodi non tradizionali – a quel che si sa – in un rapporto diverso tra papa e esperti» (20), cioè dal momento che «Giovanni Paolo II l’ha redatta personalmente, secondo il suo caratteristico metodo, dato a conoscere a Puebla e applicato poi in molte altre occasioni» (21), è forse temerario pensare che adepti della «corrente “insegnamento sociale della Chiesa”» – come la chiama mons. Heckel – o i «responsabili» – come li chiama padre Chenu – non potendo influire sulla preparazione del testo, abbiano «curato» le sue traduzioni (22)?

 

5. «Rerum novarum»: novità da stigmatizzare o «problemi nuovi»?

Se a qualcuno quest’ultima osservazione paresse una insinuazione sul conto di avversari ideologici, nel tentativo di squalificarli bassamente, a illustrazione di un certo «stile» segnalo che l’incipit della enciclica Rerum novarum, in cui Leone XIII richiama e stigmatizza «l’ardente brama di novità», suscita questo «lirico» commento di padre Chenu: «“Realtà nuove”: queste prime parole dell’enciclica devono essere capite nel loro significato più pieno: Leone XIII ha preso coscienza della trasformazione del mondo, in particolare del mondo del lavoro, e la sua sensibilità verso questa novità – ‘l’ardente brama di novità’ – si manifesta nel suo testo, animato da una viva emozione umana e cristiana» (23). Senza commentare il commento – l’ho già fatto in altra occasione (24) – segnalo che La Civiltà Cattolica si esprime così: «In pratica […], se Leone XIII non offrì una risposta definitiva ai problemi nuovi (res novae) posti dalla “questione operaia” ecc.» (25); che il sen. professor Paolo Brezzi, ordinario fuori ruolo di storia medioevale, commentando l’enciclica Laborem exercens, si richiama a «chi possiede una anche mediocre cultura storica» e sentenzia: «l’enciclica del papa Leone XIII […] porta il titolo sintomatico di “Rerum novarum” (ossia: è un argomento nuovo, il papato si trova di fronte ad una situazione sconosciuta e perciò un po’ sconcertante)» (26); e che, infine, come evidente esito di questa operazione di «terrorismo culturale», un redattore ANSA informa in questi termini: «Si trattava di “problemi nuovi” (“Rerum novarum” in latino)» (27)!

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) PAOLO VI, Discorso al Pontificio Seminario Lombardo, del 7-12-1968, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. VI, p. 1188.

(2) IDEM, Omelia per il nono anniversario della incoronazione, del 29-6-1972, ibid., vol. X, p. 707.

(3) GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai convegnisti di Missioni al Popolo per gli anni ‘80, in L’Osservatore Romano, 7-2-1981.

(4) IDEM, Discorso alla III Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-Americano, del 28-1-1979, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. II, 1, p. 228.

(5) PIO XII, Discorso ai Parroci e ai Quaresimalisti di Roma, del 13-2-1944, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. V, p. 204. Nello stesso senso cfr. anche GIOVANNI XXIII, Allocuzione ai lavoratori, del 14-5-1961, in Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. III, p. 292, che parla della dottrina sociale come di «un insegnamento, non improvviso in verità, ma antichissimo quanto il Vangelo di Gesù Salvatore, emesso in quel maggio del 1891 in una luce nuova e meglio appropriata alle moderne circostanze del mondo».

(6) IDEM, Radiomessaggio natalizio ai fedeli e ai popoli di tutto il mondo, del 24-12-1955, ibid., vol. XVII, pp. 437-438.

(7) IDEM, Discorso ai partecipanti al Convegno di Azione Cattolica, del 29-4-1945, ibid., vol. VII, pp. 37-38.

(8) GIOVANNI XXIII, Enciclica Mater et Magistra, del 15-5-1961, in Grandi encicliche sociali, a cura di padre Reginaldo Iannarone O.P., 6ª ed. ampliata, rifatta e aggiornata, Edizioni Domenicane Italiane, Napoli 1972. p. 327.

(9) Cfr. Dalla «Rerum novarum» ad oggi. Un’enciclica che «deve continuare ad essere scritta», in La Civiltà Cattolica, anno 132, n. 3149, 5-9-1981, pp. 345-357.

(10) P. MARIE-DOMINIQUE CHENU O.P., La dottrina sociale della chiesa. Origine e sviluppo (1891-1971), Queriniana, Brescia 1977, pp. 48-49.

(11) Ibid., p. 50.

(12) Ibid., p. 53.

(13) Ibid., pp. 44-45.

(14) P. JOSÈ LLINARES O.P., Democracia y conciencia cristiana, Salamanca 1978, pp. 84-85.

(15) MONS. ROGER HECKEL S. J., L’uso dei termini «dottrina sociale» e «insegnamento sociale» della Chiesa, in L’insegnamento sociale di Giovanni Paolo II, a cura della Pontificia Commissione Iustitia et Pax, n. 1, Città del Vaticano 1980, p. 20.

(16) Dalla «Rerum novarum» ad oggi. Un’enciclica che «deve continuare ad essere scritta», in La Civiltà Cattolica, cit., p. 354.

(17) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso all’udienza generale, del 13-5-1981, in L’Osservatore Romano, 15-5-1981.

(18) IDEM, Discorso alla 169ªAssemblea Plenaria della Conferenza Episcopale polacca, del 5-6-1979, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. II, 1, p. 1442.

(19) IDEM, Discorso all’udienza generale, del 13-5-1981, in L’Osservatore Romano, cit.

(20) RUGGERO ORFEI, responsabile ufficio studi ACLI, L’enciclica non letta, in Avanti!, 9-10-1981. 

(21) Scoprire i nuovi significati del lavoro umano. L’enciclica sociale di Giovanni Paolo II, in La Civiltà Cattolica, anno 132, n. 3151, 3-10-1981, p. 5.

(22) Cfr. anche BENNY LAI, È stata corretta all’ultimo momento l’enciclica papale? in La Nazione, 2-10-1981.

(23) P. MARIE-DOMINIQUE CHENU O. P., op. cit., p. 13.

(24) Cfr. il mio La «lezione italiana», Cristianità, Piacenza 1980, pp. 182-190.

(25) Dalla «Rerum novarum» ad oggi. Un’enciclica che «deve continuare ad essere scritta», cit., p. 347.

(26) PAOLO BREZZI, Papa Wojtyla vecchi schemi soliti rimedi, in Paese Sera, 21-9-1981.

(27) ORAZIO PETROSILLO, Il lungo cammino della Chiesa verso la classe operaia, in Avanti!, 16-9-1981.

 

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