Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della «Laborem exercens»

VII. Fedeltà alla dottrina sociale
Giovanni Cantoni 39 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 78-79 (1981)

 

Dopo la terza enciclica di Giovanni Paolo II

Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della «Laborem exercens»

 

VII. Fedeltà alla dottrina sociale

 

La verità sull’uomo e le esigenze incondizionate e assolute che ne scaturiscono devono essere seguite e applicate, e la infedeltà a esse non può essere giustificata da ragioni storiche. I limiti del pluralismo.

Se il discorso del 13 maggio 1981 – che ho ricordato e a cui ho fatto riferimento – costituisce una sorta di nota praevia alla enciclica Laborem exercens e alla parte del suo messaggio relativa alla dottrina sociale, alla sua esistenza e alla sua vigenza, l’allocuzione che il Santo Padre ha rivolto il 31 ottobre ai partecipanti al convegno nazionale organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana in occasione del novantesimo della Rerum novarum, si presenta chiaramente come una sorta di dispositivo per la traduzione in pratica della dottrina sociale della Chiesa, dal momento che di detta dottrina viene chiaramente ribadita la cogenza, con riferimento, tra l’altro, alla situazione della nostra nazione e del mondo cattolico italiano (1).

Questo nuovo intervento pontificio mi esenta, quindi, da ogni conclusione personale, sì che passo semplicemente a trascriverne i tratti più significativi.

«Come […] ha insegnato il Concilio Vaticano II, “la dissociazione, che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo […]. Secondo il Concilio la dissociazione fra la fede da una parte e il proprio impegno sociale dall’altra è un errore, poiché implica e presuppone una concezione della fede non conforme alla Tradizione della Chiesa e una visione dell’uomo non unitaria né completa. A ragione, perciò, i Padri conciliari hanno parlato di una “opposizione artificiale”, cioè non fondata sulla verità intera della persona umana.

«[…] Solo quando il cristiano conserva fedelmente la propria identità, sarà in grado di dare il suo apporto specifico alla costruzione di una società, che sia veramente conforme alla misura intera della verità e della dignità della persona umana […]. Diversamente egli diventa quel sale insipido, di cui parla il Vangelo, buono solo ad essere gettato via e calpestato dagli uomini (cfr. Mt. 5, 13 e Lumen gentium 33).

«La coerenza con la propria fede non solo non impedisce al cristiano di essere presente ed impegnato nella costruzione della società, ma questa coerenza, vissuta senza compromessi, assicura dentro alla città degli uomini la presenza di una luce, di una verità, di una vita nella quale i rapporti sociali nascono e si costruiscono sul riconoscimento della dignità dell’uomo […].

«L’unità più importante che oggi si deve continuamente ricostruire è quella tra fede ed impegno sociale, per evitare quella “dissociazione” o “opposizione artificiale” di cui parla il Concilio.

«Se cerchiamo di scoprire le radici di tale dissociazione, non ultima fra esse si pone l’idea che la fede non offra reali orientamenti per guidare l’impegno del cristiano nella società, criteri oggettivi di valutazione per la coscienza.

«Ma, come ancora il Concilio Vaticano II insegna, […] La fede […] porta a compimento, purificandolo da eventuali errori, quanto anche la ragione umana può conoscere dell’uomo. E precisamente l’intera verità dell’uomo, con le esigenze morali, incondizionate ed assolute, che ne scaturiscono, costituiscono l’orientamento primo e fondamentale delle scelte concrete del cristiano impegnato nella società. “Se la soluzione o, piuttosto, la graduale soluzione della questione sociale, che continuamente si ripresenta e si fa sempre più complessa, deve essere ricercata nella direzione di rendere la vita umana più umana” (Laborem exercens 3), allora è facile comprendere che ogni incertezza, ambiguità, compromesso nel campo della visione dell’uomo ha effetti assai negativi in ogni aspetto della vita sociale. Né si deve pensare che riferirsi alla verità sull’uomo ed alle esigenze incondizionate da essa conseguenti abbia scarsa incidenza sulla soluzione dei problemi quotidiani e concreti posti dalla società […].

«Alla luce di questi essenziali richiami comprendiamo il dovere-diritto del Magistero nei riguardi del problema sociale. Chiamati come sono a rendere testimonianza alla Verità, i pastori della Chiesa hanno da Cristo stesso la missione e l’autorità di dire all’uomo la verità intera sull’uomo e le esigenze di questa verità (cfr. Discorso di apertura ai Vescovi di Puebla n. 9). Queste esigenze, in quanto scaturiscono dalla perenne identità della persona umana, trascendono ogni situazione storica e proprio per questo sono capaci di guidare l’impegno del cristiano in ogni luogo e tempo, essendo questi chiamati ad “inscrivere la legge divina nella città terrena” (Gaudium et Spes 43).

«La dottrina sociale proposta dalla Chiesa, pertanto, deve essere fedelmente seguita, né ci potranno essere ragioni di ordine storico che possano giustificare la infedeltà alla medesima. Sarebbe costruire sulle sabbie mobili delle ideologie e non sulla roccia di una verità che è prima e al di sopra di tutte le ideologie e di tutti i sistemi e dei medesimi è criterio di giudizio. Solo da questa unità col Magistero, che insegna per mandato di Cristo la verità sull’uomo, può nascere un impegno del laico veramente efficace, capace cioè di promuovere realmente la dignità della persona. 

«Sulla base di questo insegnamento del Magistero si crea la vera unità tra tutti i cristiani impegnati nella società e con tutti gli uomini di buona volontà.

«Esiste, deve esistere una unità fondamentale, che è prima di ogni pluralismo e sola consente al pluralismo di essere non solo legittimo, ma auspicabile e fruttuoso. Questa unità consiste nella fedeltà a quella verità intera sull’uomo di cui ho parlato ed alle esigenze e norme morali che da essa scaturiscono. Nei confronti di esse e dell’insegnamento del Magistero che le propone, il pluralismo non è legittimo, dal momento che, in questo modo, ci si divide su ciò che costituisce il fondamento stesso dell’impegno del cristiano nella società. Si vede, pertanto, il legame assai profondo che esiste fra l’unità che deve esserci in ogni cristiano, di cui ho parlato all’inizio, e l’unità di cui sto parlando ora. La “dissociazione” o la “opposizione artificiale”, di cui parla il Concilio, fra la fede e l’impegno sociale è spesso all’origine di una dissociazione anche nelle comunità cristiane. Il pluralismo infatti, deve, in ogni caso, rispettare i suoi limiti intrinseci e non può non tener conto del contesto storico, in cui il cristiano è chiamato ad operare. 

«Esso, in particolare, non può rendere legittime, per il cristiano, scelte incompatibili con la fede cristiana o con i valori, irrinunciabili dell’uomo e che, pertanto, in pratica significherebbero e costituirebbero una rinuncia alla propria specificità cristiana, favorendo l’affermarsi nella teoria e nella pratica di una visione di società, che contraddice le più profonde esigenze della persona umana.

«La coerenza con i propri principi e la conseguente concordia nell’azione ad essi ispirata sono condizioni indispensabili per la incidenza dell’impegno dei cristiani nella costruzione di una società a misura di uomo e secondo il piano di Dio».

Dopo avere ascoltato Pietro, questa volta sine glossa, rendo grazie a Dio per gli spunti di meditazione e di approfondimento sul lavoro umano offerti dalla riflessione pontificia; quindi, per il richiamo vigoroso a tutta la dottrina della Chiesa sulla società, il cui studio e la cui diffusione possono e devono fugare «dubbi e sfiducia su di essa»; e, infine, per la proclamazione della obbligatorietà di questa dottrina «nella costruzione di una società a misura di uomo e secondo il piano di Dio», attraverso l’unità dei cattolici attorno alla verità proclamata dal Magistero. E questo ringraziamento affido, perché sia purificato da ogni affetto troppo umano, alla Madonna di Fatima nell’attesa del finale trionfo del suo Cuore Immacolato.

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti a un convegno promosso dalla CEI, del 31-10-1981, in L’Osservatore Romano, 1-11-1981.

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 Giovanni Cantoni

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