Elezioni: la paura fa quaranta

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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Cristianità n. 373 (2014)

 

I numeri delle elezioni europee, di quelle regionali in Piemonte e in Abruzzo, e dei primi turni e dei ballottaggi nei Comuni meritano qualche commento nella prospettiva, che è quella di Alleanza Cattolica, di una «buona politica» che abbia a cuore, al di là delle sigle e dei partiti, il bene comune, la giustizia e la difesa della libertà religiosa, della vita, della famiglia e della libertà di educazione.

1. In Italia, le elezioni europee sono state come al solito un grande sondaggio. Lo zapping nella serata del 25 maggio fra le televisioni italiane, inglesi, francesi e tedesche confermava un certo provincialismo italico. Il Parlamento Europeo avrà ora poteri accresciuti, compreso quello di eleggere il presidente della Commissione Europea. Ma, mentre in altri Paesi si contavano i seggi europei e si discuteva sulle possibilità rispettive del popolare Jean-Claude Juncker e del socialista Martin Schulz — e magari di nessuno dei due — di diventare presidente, in Italia sembrava che anziché per il Parlamento Europeo si fosse votato per quello italiano. Lo scopo delle elezioni europee — determinare le maggioranze e le minoranze a Bruxelles e a Strasburgo, che influiranno purtroppo sulle nostre leggi — sembrava totalmente dimenticato dai giornalisti, così come verosimilmente lo era stato dagli elettori.

2. Casomai a qualcuno interessasse, l’Europa va a destra. Vi sono eccezioni, fra cui l’Italia e la Grecia dove ha vinto la sinistra estrema di Alexis Tsipras. In generale i popolari mantengono la maggioranza sui socialisti: perdendo voti, è vero, che però, come i flussi indicano, non vanno a sinistra ma a destra. In due Paesi non proprio minori, oltre che in Danimarca e in Belgio, formazioni di destra — non di centro-destra — diventano il primo partito: in Francia il Front National di Marine Le Pen, in Gran Bretagna il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage, nato come scissione sulla destra del Partito Conservatore. A proposito di Marine Le Pen — ma lo stesso discorso vale per Farage, come dimostrano le sue aperture al MoVimento 5 Stelle italiano, e per altri — un’analisi delle sue posizioni su temi come l’aborto e le unioni omosessuali dimostra che non è tutto oro quello che luccica, e che non bisogna automaticamente attendersi dalle nuove destre ora vincitrici posizioni conformi alla dottrina sociale naturale e cristiana in tema di vita e famiglia. Resta però che l’Italia è una delle eccezioni, non la regola, e che di fronte alla crisi economica, sociale e culturale gli elettori europei hanno reagito in maggioranza spostandosi più a destra.

3. La temuta vittoria dell’astensione non si è verificata nei termini previsti dai sondaggisti. L’astensionismo elettorale resta alto in Europa, ma dalle elezioni europee del 2009 a quelle del 2014 la partecipazione nell’Unione non è scesa, anzi è lievemente salita, dal 43 al 43,1 per cento. In Italia — anche qui in controtendenza rispetto alla media europea — vi è stato un calo significativo rispetto alle precedenti elezioni europee, ma il nostro — con il 58,7 per cento — rimane il primo grande Paese dell’Unione Europea per numero dei votanti. In assoluto, oltre che da Malta, è preceduto solo da Belgio e Lussemburgo, dove vi sono sanzioni reali e fastidiose per chi non vota. Nelle elezioni regionali piemontesi — il test amministrativo, con tutto il rispetto per l’Abruzzo e per i Comuni, numericamente più rilevante — dal 63,2 per cento del 2010 gli elettori sono passati al 66,4 per cento del 2014, con un aumento significativo di oltre tre punti percentuali. Il modo in cui si è determinata l’astensione in Italia non è peraltro irrilevante. Secondo alcune analisi dei flussi, l’astensione non è stata uniforme nelle varie «famiglie» politiche: il Partito Democratico (PD) è riuscito a motivare i propri elettori ad accorrere quasi in massa alle urne, mentre l’astensione è stata più forte nell’elettorato del MoVimento 5 Stelle, forse più interessato alla politica italiana che a quella europea, e in quello del centro-destra, disorientato dalle divisioni nel proprio campo politico.

4. Come hanno sbagliato sull’astensionismo, così i sondaggisti — in Europa, e in Italia anche di più — hanno sbagliato più o meno su tutto. Dagli addetti ai lavori è trapelata qualche conferma del fatto che non hanno offerto ai loro committenti i dati che ricavavano dai sondaggi, ma dati «ponderati», cioè corretti sulla base dell’ipotesi che molti elettori del MoVimento 5 Stelle, come avevano fatto nel 2013, non dichiarassero il loro voto nelle interviste. Siccome questa volta è successo il contrario — molti di quelli che hanno anticipato ai sondaggisti un voto a Beppe Grillo hanno poi votato diversamente —, il tentativo di «ponderare» ha portato a una vera disfatta per le società di rilevazione. Ormai è evidente che, in Europa e in Italia, molti elettori considerano le interviste sul voto una violazione della loroprivacy e ingannano di proposito i sondaggisti. I sociologi, anche loro abituati a sondare le opinioni, potranno forse dare qualche suggerimento per il futuro. Allo stato, si deve constatare che i sondaggi non servono quasi più a nulla.

5. Vi sono tanti dati italiani che paragonano le europee del 2014 a quelle del 2009. Ma sono di utilità limitata, perché il 2009 — con Silvio Berlusconi al massimo del successo (era l’anno del terremoto dell’Aquila e delle promesse di ricostruzione), Umberto Bossi ancora saldamente in sella nella Lega Nord e il PD in crisi profonda dopo le dimissioni di Walter Veltroni e il passaggio alla grigia segreteria di Dario Franceschini — sembra appartenere a un’altra era geologica. Sono più rilevanti i paragoni con il 2013, anche se costringono a un attento lavoro per paragonare elezioni politiche dove ha votato il 75 per cento con elezioni europee dove ha votato il 58,7 per cento. Se però non si fanno errori, si scoprono alcuni dati significativi. Il primo, ovvio, è che mentre spesso tutti dichiarano di avere vinto questa volta vi è un vincitore solo, il PD di Matteo Renzi. Si può discutere di percentuali, ma alla fine basta questo dato: nonostante vi fossero meno votanti, il PD in un anno ha guadagnato due milioni e mezzo di elettori. La domanda è dove li ha presi. In parte, come accennato, li ha recuperati all’astensione. Elettori del PD che si erano astenuti nel 2013 sono andati a votare nel 2014. In parte li ha presi al centro, ormai scomparso dalla scena politica italiana e quasi completamente fagocitato dal PD. In parte, infine — ma le analisi dei flussi proposte da diversi istituti ed esperti divergono notevolmente su quanto grande sia questa parte —, Renzi ha lucrato voti sottraendoli al centro-destra. L’elettore moderato italiano non è sparito. Si è sempre detto che il suo voto è determinato dalla paura. Questa volta a fare paura erano Grillo e Casaleggio, con le loro minacce giacobine di processi popolari agli oppositori, e — per chi non si è semplicemente astenuto — Renzi è stato percepito come l’unico in grado di fermare questa sorta di nuova invasione barbarica. I giornalisti di centro-destra che si rallegrano per avere fatto la loro parte nel fermare Grillo ora potrebbero chiedersi se non hanno alzato una schiacciata a Renzi. E, in genere, il «pericolo Grillo» agitato dai media ha spinto molti che nel 2013 avrebbero votato PD ma si erano astenuti a votare per Renzi nel 2014.

6. Renzi peraltro, come ha scritto il maggiore studioso accademico del centro-destra italiano, Giovanni Orsina (1), ha vinto anche per mancanza di avversari credibili. L’elettore moderato spaventato da Grillo non aveva un leader di centro-destra da votare. Berlusconi non poteva essere candidato ed è difficile pronosticargli un futuro, anche se merita — come al solito — l’onore delle armi: in quale parte del mondo un leader che sta tecnicamente scontando, sia pure beneficiando di forme alternative, una pena detentiva per reati comuni riesce ancora a lucrare il 16,8 per cento? Resta che, al netto dell’astensione e anche sommando a Forza Italia il Nuovo Centro Destra (NCD) — che peraltro non andrebbe sommato tutto, perché ha incorporato anche l’Unione di Centro (UDC) —, l’ex-Partito Della Libertà ha perso in un anno un quarto dei suoi elettori. Quasi due milioni di persone se ne sono andate.

7. L’NCD ha raggiunto il quorum in Europa ma lo ha mancato in Piemonte, dove pure aveva candidati di tutto rispetto eppure non sarà rappresentato al Consiglio Regionale. Al contrario, Fratelli d’Italia ha mancato il quorum in Europa, ma si consola con il Piemonte e soprattutto con il fatto che — grazie anche al simbolo di Alleanza Nazionale (i marchi contano, eccome) — in un anno ha quasi raddoppiato la sua percentuale, dall’1,9 al 3,6 per cento. Al di là di programmi e scelte politiche non sempre chiare, gli elettori di centro-destra hanno sonoramente bocciato le divisioni. Clamoroso il caso del Piemonte, dove il centro-destra presentava tre candidati presidente — uno di Forza Italia-Lega Nord, uno dell’NCD e uno di Fratelli d’Italia — ed è stato ridotto ai minimi termini, con l’NCD escluso dal Consiglio Regionale e Fratelli d’Italia presente con un solo consigliere.

8. Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, con tutte le loro intemperanze, non sono spariti: continua a votarli più di un italiano su cinque — 21,5 per cento. Anche qui, depurando il dato dall’astensione, il MoVimento 5 Stelle ha però perso un elettore per ogni tre che lo avevano votato nel 2013. L’analisi dei flussi mostra che in parte si tratta di passaggio all’astensione, e in parte di elettori del PD tornati a casa, ma anche che la protesta ex-grillina è confluita in modo significativo sulla Lega Nord. Questa ha aumentato del 21 per cento il proprio elettorato rispetto al 2013 e ha guadagnato circa trecentomila elettori: non tutti strappati a Grillo — anche qualche elettore di Berlusconi ha trovato nella Lega un’identità e un programma più chiari —, ma è un fatto che la zona dove i 5 Stelle hanno perso di più, il Nord Est, è quella dove la Lega ha guadagnato di più.

9. In conclusione, mentre l’Europa va a destra, l’Italia sembrerebbe andare a sinistra. Se non fosse che Renzi non è stato percepito come di sinistra da molti elettori moderati, per i quali lo spauracchio era Grillo e la paura ha fatto quaranta, cioè la percentuale straordinaria lucrata dal PD. La paura ha anche indotto a trascurare i programmi del PD e del gruppo socialista europeo, cui il PD aderisce. Se li avessero letti, sul piano dei valori come su quello economico e fiscale, molti elettori moderati italiani attirati da Renzi avrebbero forse votato diversamente. Gli elettori di centro-destra non sono venuti meno. È anzi verosimile che aumentino nei prossimi mesi, quando sul piano economico — l’Europa, dopo la carota, ha già pronto il bastone — e dei valori — dalla legge sull’omofobia alle unioni omosessuali e forse all’eutanasia — il governo Renzi farà scelte che a questi elettori non piaceranno. Le elezioni europee sono state un sondaggio e in Piemonte il suicidio del centro-destra a tre candidati rendeva l’esito scontato. Alle prossime elezioni politiche gli elettori di centro-destra ci saranno ancora. Resta da vedere se ci saranno anche candidati di centro-destra credibili. Il severo verdetto di questa tornata è riassunto nelle parole del sociologo Luca Ricolfi: «La vittoria di Renzi si spiega semplicemente con l’assenza di antagonisti credibili, come in una partita di calcio in cui la squadra avversaria non si presenta in campo»(2).

Note:

(1) Cfr. Giovanni Orsina, La destra copi l’esempio del PD, in La Stampa, Torino 27-5-2014.

(2) Luca Ricolfi, Perché i sondaggi hanno fallito, ibidem.

 

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