Elisabeth DeVos

Marco Respinti 3 anni fa
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Dopo un’aspra contesa parlamentare, martedì il Senato degli Stati Uniti ha finalmente ratificato la nomina del ministro dell’Educazione Elisabeth DeVos. Non tutto il gabinetto di governo scelto dal presidente deve ottenere il “via libera” del Congresso, ma alcuni dipartimenti chiave sì. Incassato facilmente il risultato alla Camera dei deputati, dove detiene la maggioranza netta, il Partito Repubblicano la battaglia vera l’ha dovuta combattere negli ultimi giorni al Senato (100 seggi) dove ha numeri più risicati: 52 senatori contro 46 Democratici e 2 indipendenti che lo sono così poco da votare sempre e comunque con la Sinistra. Ma a complicare maledettamente quella che sarebbe comunque stata una vittoria agevole per quanto colta sul filo di lana ci si sono messe due senatrici Repubblicane, Lisa Murkowski (Alaska) e Susan Collins (Maine), schieratesi con l’opposizione e fino all’ultimo istante in cerca di un terzo, decisivo voto Repubblicano controcorrente. Ma non è accaduto. La Murkowski e la Collins ‒ che sono le ultime rappresentanti parlamentarmente vive dell’ala liberal del GOP (favorevoli all’aborto, al gender e a cose così) ‒ sono state le uniche a passare il guado e alla fine il risultato è stato un 50 (i 52 Repubblicani meno le due “traditrici”) a 50 (i 46 Democratici, più i due “indipendenti”, più la Murkowski e la Collins) virato per la prima volta nella storia in favore del ministro DeVos dal voto decisivo del vicepresidente della repubblica Mike Pence a cui la Costituzione dà la presidenza del Senato. È stata una vera e propria «[…] guerra santa liberal contro Betsy DeVos», come la definisce Ross Douthat, brillante opinionista conservatore, in partibus infidelium ovvero su The New York Times , accompagnata ‒ come nell’era Trump è oramai prassi quotidiana ‒ dal solito can-can di urla e strepiti per le strade.

Il neoministro è infatti uno dei bersagli preferiti di quell’astuto mondo relativista che sa benissimo quale formidabile arma sia l’educazione, ma che da oggi sa pure che, almeno negli Stati Uniti, avrà vita più dura. La DeVos è accusata ‒ e anche questa è una prassi quotidiana nell’era Trump ‒ di molte e disparate cose. La prima è di non avere esperienza di educazione, di governo, insomma di nulla. Una seconda è di essere miliardaria. Partiamo dal fondo. Miliardaria la DeVos lo è sul serio avendo sposato il miliardario Richard DeVos Jr. figlio del fondatore della Amway (Richard DeVos Sr.), un gigante delle vendite multi-level (prodotti per la salute, l’igiene, la bellezza, la cura della casa). Fino a prova contraria essere miliardari non è ancora un delitto. La cattiva retorica dei suoi avversari punta tutto sul fatto che la devota calvinista Betsy DeVos sia una generosa finanziatrice di cause e di fondazioni conservatrici, e persino del Partito Repubblicano, tant’è che dal 2003 al 2005 ne ha presieduto la branca del Michigan. Ma nemmeno questo è un delitto.

L’accusa invece d’inesperienza è reale. Cioè lo è l’inesperienza, non l’accusa. Nell’Amministrazione Trump l’inesperienza politica non è certo una novità: vale per gran parte del gabinetto, vale anzitutto per il presidente stesso. Perché allora quest’opposizione senza pari, delle tante che potevano essere contestate, alla nomina della DeVos? Per la posta in gioco, come spiega con grande efficacia Dick Gillespie, direttore del mensile Reason .

Il punto di partenza dell’intera faccenda è un fatto storico e politico semisconosciuto, che in Italia suona clamoroso se non addirittura “blasfemo”. Negli Stati Uniti il ministero dell’Educazione esiste soltanto dal 1979, per la precisione dal 17 ottobre quando il presidente Jimmy Carter firmò la legge che lo istituiva, e cominciò a operare il 4 maggio 1980. Prima non c’era. C’era stato qualche ufficio governativo con qualche competenza scolastica, ma nulla di serio, di formale e soprattutto di sostanziale; tant’è che era finito nel sottoscala delle istituzioni. L’educazione, dunque, come era stato sin dalla fondazione del Paese, anzi da prima, dai tempi dell’humus coloniale da cui sono poi sorti gli Stati Uniti, era ad appannaggio di famiglie, Chiese ed enti religiosi o caritativi (ma praticamente sempre d’ispirazione religiosa) in grado di creare leghe, “strutture”, compagnie. E pure di procacciarsi il denaro necessario alla gestione sapendo stare sul mercato libero dell’offerta educativa e dell’eccellenza. Un’altra cosa che non ricorda nessuno, ma che è sostanziale (vale come nota a margine, ma è significativa), è che le famose e blasonate otto università che formano la prestigiosa Ivy League, oggi baluardo del “politicamente corretto” e della puzza sotto il naso, sono tutte istituzioni, in origine, religiose: la Brown, la Columbia, la Cornell, il Darmouth College, l’Università della Pennsylvania, Princeton, Yale e ovviamente Harvard (che debbono i nomi ai fondatori, come la Bocconi di Milano, per cui non si dice università “di Yale” o “di Harvard” esattamente come non si dice “di Bocconi”).

Da quando esiste, il ministero dell’Educazione americano è praticamente solo la gestione burocratica di 5mila dipendenti e 73 miliardi di dollari (budget 2016): una cosuccia, visto che è la più piccola delle agenzie governative. Tra l’altro, la maggior parte delle sue dotazioni economiche è pre-allocata attraverso un complesso sistema di finanziamenti difficile da alterare. Quel che serve è dunque un buon amministratore. Se la DeVos, che in famiglia ha imparato a maneggiare bene i miliardi, saprà esserlo, sarà perfettamente all’altezza del compito.

Quel che di significativo può invece fare un ministro dell’Educazione americano è, dice Gillespie, dare il tono e stabilire un percorso. Ed è questo che la Sinistra teme come il fuoco. La DeVos è infatti da sempre in prima linea nella difesa di qualsiasi tipo ‒ qualsiasi tipo ‒ di soluzione che restituisca a tutte ‒ tutte ‒ le famiglie la possibilità concreta, materiale di esercitare la propria sacrosanta libertà di educazione, la libertà di scegliere in piena autonomia la scuola a cui demandare l’istruzione dei figli, godendo tutte ‒ tutte ‒ di pariteticità anzitutto economica. Così che se uno vuole mandare i figli alla scuola non di Stato possa farlo con la stessa serenità di chi invece sceglie la scuola statale. I Democratici e i sindacati degl’insegnati statali, come l’American Federation of Teachers, che nella pessima retorica della scuola “pubblica” hanno un serbatoio strategico di potere ideologico e burocratico, non stanno più nella pelle.

La “dottrina DeVos” prevede alcuni strumenti concreti come i voucher che le famiglie possono spendere pariteticamente come credono. Per qualcuno, e non a torto, bisogna fare di più. Sugli strumenti concreti si può però sempre negoziare. Ciò che invece con la DeVos va al governo è la libertà educativa delle famiglie. E questo non è negoziabile.

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 Marco Respinti

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