Un’Europa “al verde”?

Nel Vecchio Continente l’ecologismo avanza. È la classica risposta sbagliata a esigenze legittime, che si traveste da nuova ideologia antiumana
Domenico Airoma 1 anno fa
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di Domenico Airoma

Non ci sono solo i partiti cosiddetti “populisti” e “sovranisti” fra i vincitori delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo del 26 maggio. Cantano vittoria pure i Verdi, che, passando da 45 a 69 rappresentanti, si candidano a svolgere un ruolo decisivo nella formazione della nuova maggioranza di governo e, quindi, nella prossima Commissione Europea. Nonostante il colore, c’è però poco spazio per la speranza. Per (almeno) tre ragioni.

Mentre il fronte cosiddetto “populista” va consolidando l’accerchiamento al cuore dell’Europa, i partiti ecologisti avanzano proprio nei Paesi che di questa Unione Europea (UE) rappresentano il baluardo più tenace. In modo particolare in Germania, dove i Verdi diventano il secondo partito, raddoppiando i consensi (dal 10,7% al 20,5%) e drenando voti a sinistra, ma non solo. Pur rappresentando oramai il referente politico della Sinistra progressista tedesca, i Grünen si pongono, infatti, come il nuovo riferimento delle giovani generazioni post-materialiste (come, peraltro, osservato nello studio dell’Istituto Cattaneo intitolato La verde Germania), presentandosi così come una formazione dal contenuto ideologico apparentemente basso. E una prima ragione di preoccupazione è questa.

Infatti, l’ecologismo partitico è tutt’altro che un’accolita di novelli san Francesco. Da tempo, soprattutto sempre in Germania, ha smesso i panni del movimento e si è organizzato come forza di governo, incarnando una falsa reazione alla tecnocrazia europeista.

Lungi dal mettere in discussione questa UE, i Verdi puntano a utilizzare i penetranti strumenti normativi e i poteri sovranazionali dei burocrati di Bruxelles per imporre l’ennesimo travestimento di un’ideologia
che, invece, ha il proprio colore dominante nel rosso-sangue delle vittime lasciate sul campo dei propri esperimenti storici. Un’ideologia che è dapprima implosa nella versione socialcomunista assieme al Muro di Berlino nel 1989 e che si trova, trent’anni dopo, nella versione tecnocratica, a dover fronteggiare una reazione di popolo; una reazione che, seppur istintiva e confusa, appare come espressione di una capacità sopravvivente di resistere alle menzogne travestite da verità.

Non risponde infatti a verità dire che l’uomo è una mera componente della biosfera, quasi un accidente, se non proprio un ostacolo fastidioso. Questo, in definitiva, è il verbo di un ecologismo che cerca di rianimare, con una nuova “corrente calda”, quella rivoluzione antropologica che la “corrente fredda” razionalistica trionfante per gran parte della modernità ha messo in pericolo. E tuttavia attrae. Soprattutto i giovani; e la seconda ragione di preoccupazione è questa.

Per nulla attratti dai “nonni”, che, impugnando le bandiere rosse, hanno costruito regimi totalitari, affascinati ancora meno dai padri che hanno ripiegato verso un individualismo edonista e libertario, i giovani della post-modernità cercano di appagare il desiderio di verità e di infinito con la ricerca di una purezza naturale e di un ambiente pulito, quindi più ospitale. Disillusi dalla promessa di un “sol dell’avvenire” che non è stato e che mai sarà radioso, preferiscono godere del sole di ogni giorno. Delusi da chi prometteva il “paradiso sulla Terra”, puntano almeno a vivere in un giardino terrestre. Ed è in questa ricerca che molti si sono imbattuti nel frutto avvelenato dell’ecologismo.

Molto spesso in assenza di altre risposte. E questa è la terza ragione di preoccupazione.

Se si guarda ai luoghi che hanno decretato, più di altri, l’affermazione dei Verdi, spicca la Baviera cattolica. Come spiegare questo successo? Sicuri che non c’entri nulla una Chiesa Cattolica che, proprio in Germania, ha rinunciato ai princìpi non negoziabili in materia di vita e famiglia, assecondando la battaglia per un ambiente inteso come nuovo assoluto, dove non c’è posto per l’uomo e ancor meno per Dio? Una Chiesa che ha dimenticato di insegnare – e di trarne tutte le conseguenze, individuali e sociali –dal monito, ripetuto da Papa Francesco anche nell’enciclica Laudato si’, e cioè che «l’uomo non è Dio»? Si tratta piuttosto di convincere l’uomo che può tornare a ricercare Dio; anche nel creato. Come ha predicato san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226), il quale invitava a lodare il Signore, non a divinizzare la natura.

Lunedì, 10 maggio 2019

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 Domenico Airoma

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Domenico Airoma, napoletano, 55 anni, sposato con Paola, tre figlie, magistrato dal 1989.