Ex libris: quattro recensioni

Francesco Pappalardo 6 anni fa
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Francesco Pappalardo, Cristianità n. 373 (2014)

 

Oscar Sanguinetti, Pio X, un pontefice santo alle soglie del «secolo breve», con Prefazione di Roberto Spataro S.D.B., Sugarco, Milano 2014, pp. 336, € 24,80

Marco Invernizzi, San Giovanni Paolo II. Un’introduzione al suo Magistero, con Prefazione di Padre Livio Fanzaga, Sugarco, Milano 2014, pp. 288, € 18,50

Massimo Introvigne, L’eredità di Benedetto XVI. Quello che Papa Ratzinger lascia al suo successore Francesco, Sugarco, Milano 2013, pp. 430, € 25,00

Idem, Il segreto di Papa Francesco, Sugarco, Milano 2013, pp. 272, € 18,80

 

Nel 2014 non ricorre solo il centesimo anniversario dello scoppio della Grande Guerra, la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), ma anche quello della conclusione del pontificato di san Pio X (1903-1914), la cui scomparsa, il 20 agosto 1914, può ritenersi connessa all’inizio del conflitto, che il Papa aveva tentato invano di scongiurare.

Sulla figura e sull’attività del grande Pontefice la casa editrice Sugarco ha dato alle stampe l’opera Pio X, un pontefice santo alle soglie del «secolo breve», di Oscar Sanguinetti, socio benemerito di Alleanza Cattolica, direttore dell’ISIIN, l’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale e ricercatore senior presso l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

«Questo libro — annota Sanguinetti nella Premessa (pp. 13-20) — non è una nuova biografia di papa san Pio X, ma una rivisitazione complessiva del suo pontificato» (p. 13), che in undici anni è riuscito a traghettare al secolo XX una Chiesa libera dai complessi della modernità, con organi di governo rinnovati e con un equilibrato accentramento dei poteri, che le consentiranno di meglio affrontare i totalitarismi atei. Nell’Introduzione (pp. 21-29) viene descritta l’epoca in cui vivrà e opererà san Pio X, caratterizzata dal declino della concezione «forte» della modernità, che era fondata sul razionalismo e sul mito illuministico di un progresso illimitato dell’umanità: «Dietro la modernità “hard”, in via d’inasprirsi nell’età delle ideologie e dei totalitarismi, si profila la modernitàsoft”, la modernità in crisi di senso, che sta per soccombere al nichilismo e all’anomismo strutturali del postmoderno» (p. 25). Segue — nel capitolo su La vita (pp. 31-78) — uno «schizzo biografico» (p. 78) del futuro Pontefice, Giuseppe Sarto, nato a Riese, in provincia di Treviso, nel 1835, sacerdote nel 1858, vescovo di Mantova nel 1884, patriarca di Venezia otto anni dopo: «[…] l’unico papa che ha percorso tutto l’iter del ministero ecclesiastico, da coadiutore a parroco, da prelato di curia a vescovo, da arcivescovo metropolita e patriarca a cardinale, quindi a pontefice»(p. 135).

La narrazione prosegue, quindi, non più in ordine cronologico ma per temi. Il capitolo centrale — Il pontificato (pp. 79-268) — è articolato in tredici paragrafi, in cui vengono affrontate le vicende più significative e i nodi problematici dell’operato di san Pio X. Il primo quadro fornito è sulla Chiesa alle soglie del secolo XX, la cui azione è contraddistinta da una grande espansione missionaria fuori dall’Europa e da una drammatica impasse in questo continente, dove il secolarismo, veicolato dallo Stato moderno e dalle ideologie laicistiche, colpisce gradualmente le istituzioni ecclesiastiche, soprattutto nel campo educativo e caritativo. In questo frangente Papa Leone XIII (1878-1903), che governa la Chiesa mondiale per ben venticinque anni, appunto fino al pontificato di san Pio X, «[…] si propone di ricapitolare e di rinnovare ampiamente la dottrina tradizionale sulla società e sulla politica» (p. 88) e di dare un ordine sistematico ai suoi numerosi interventi magisteriali.

Papa Sarto ripropone autorevolmente il corpus dottrinale del predecessore e durante il proprio pontificato non effettua interventi dottrinali di rilievo, mostrando invece grande zelo nel condannare gli errori teologici e filosofici dell’epoca. All’insegna del motto Instaurare omnia in Christo (Ef. 1, 10), inizialmente da un lato opererà «[…] una riforma della Chiesa docente, revisionando specialmente i meccanismi di funzionamento del suo vertice, dall’altro, in parallelo, si sforzerà di rialzare la temperatura della fede del popolo cristiano» (p. 98). Nella seconda fase, invece, a partire dal 1907, anno di pubblicazione dell’enciclica Pascendi dominici gregis, affronterà le deviazioni dottrinali che si opponevano al suo disegno di rilancio della Chiesa, soprattutto il modernismo, che rappresenta il sistematico cedimento dei cattolici al relativismo filosofico e morale. Di grande importanza è anche la lettera all’episcopato francese Notre charge apostolique, del 1910, che descrive in modo magistrale e condanna l’ideologia dei cattolici democratici e del modernismo sociale. Seguendo il metodo inaugurato nell’enciclica Pascendi e parzialmente nuovo rispetto al Magistero precedente, san Pio X non si limita a enunciare la condanna del movimento del Sillon — all’epoca la principale organizzazione della scuola cattolico-democratica attiva in campo sociale —, ma ne propone dapprima una ricostruzione e una sintesi, cui fa seguire poi la confutazione e la critica.

I momenti principali dell’azione pastorale e del governo ecclesiale del Pontefice sono la revisione degli strumenti di trasmissione della fede, cioè i catechismi dei fanciulli e degli adulti, che porteranno il suo nome; le parallele riforme della liturgia e dei sacramenti, con il riordino della musica sacra e del calendario liturgico romano e l’abbassamento della soglia di età per ricevere l’eucaristia e la cresima; la riforma del diritto canonico, culminata nella promulgazione di un nuovo codice nel 1917, a opera del successore Benedetto XV (1914-1922); e la riforma della Curia romana con la costituzioneSapienti consilio del 1908.

Quanto alla politica estera, ispirata dal segretario di Stato, il servo di Dio card. Raffaele Merry del Val y Zulueta (1865-1930), sarà caratterizzata da due novità: «l’abbandono della politica di dipendenza da una potenza e l’adozione di una tattica flessibile nelle relazioni con gli Stati» (p. 253). San Pio X prosegue il confronto con il mondo profano, mostrandosi inflessibile con i governi più laicisti, innanzitutto la Repubblica Francese, che nel 1905 giunge alla separazione unilaterale dalla Chiesa di Francia e all’esproprio dei beni ecclesiastici, privando le diocesi di ogni sostegno: il Pontefice non cede ad alcun compromesso, ribadendo così che «[…] il principio della collaborazione fra l’autorità religiosa e quella politica e, in subordine, quello della libertà della Chiesa da ogni interferenza dello Stato, non hanno prezzo»(p. 258). È invece meno intransigente quando vede margini di manovra, come in Italia dove, pur continuando a protestare contro la soppressione violenta del potere temporale, cerca di sbloccare con cautela la situazione sul piano politico, ancora contraddistinto dal Non expedit, cioè il divieto di partecipare alla vita politica, del 1868, quando regnava il Papa beato Pio IX (1846-1878). Interviene dunque sull’organizzazione dei cattolici italiani, soprattutto con l’enciclica Il fermo proposito, del 1905, con cui riorganizza il movimento cattolico, allenta le restrizioni del Non expedit e istituisce un’Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI). Nel 1913, in occasione delle prime elezioni a suffragio universale maschile, si giunge al Patto Gentiloni — così detto dal nome del conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (1865-1916), presidente della UECI —, che sancisce attraverso un accordo elettorale con i liberali moderati la prima forma di partecipazione politica dei cattolici e rallenta l’ascesa dei socialisti.

L’ultimo capitolo illustra La personalità e la santità (pp. 269-286) del Papa, proclamato beato nel 1951 e canonizzato dal venerabile Pio XII (1939-1958) il 29 maggio 1954, durante l’anno mariano. «Il non credente, pure — osserva don Roberto Spataro S.D.B. nella Prefazione(pp. 9-12) —, troverà giovamento dalla lettura della vita di papa Sarto all’interno del framework della santità: essa, infatti, in quanto motore dei dinamismi interiori, psicologici e spirituali, del personaggio, è un parametro ermeneutico appropriato della sua esistenza» (pp. 11-12). L’esame del temperamento e del carattere, della vita interiore e delle inclinazioni spirituali di Pio X, mostra che la sua santità è stata costruita giorno dopo giorno, attraversando «tutte le età e gli stati di vita con il medesimo impegno e lo stesso rigore spirituale» (p. 274).

Nel 1914 scoppia «il guerrone» (p. 267), come il Pontefice definiva il conflitto che aleggiava sull’Europa dall’inizio del secolo e che si concretizza proprio nei giorni in cui egli muore, estendendosi poi ad altri continenti, e dal quale «[…] l’Europa, il mondo, l’umanità e, in certa misura, anche la Chiesa, usciranno prostrati e radicalmente mutati» (p. 268).

Il secolo XX, nota ancora Sanguinetti, è stato «un secolo “strano”, che si apre paradossalmente con un pontefice santo e con la meteora di un imperatore anch’egli beato, Carlo d’Austria (1887-1922), si snoda sullo sfondo delle profezie di Fatima e si chiude con un papa anch’egli santo»(p. 26), Giovanni Paolo II (1978-2005), canonizzato con Giovanni XXIII (1958-1963) il 27 aprile 2014.

Anche sulla figura del Pontefice polacco la casa editrice Sugarco è intervenuta tempestivamente con l’opera San Giovanni Paolo II. Un’introduzione al suo Magistero, di Marco Invernizzi, socio fondatore di Alleanza Cattolica, presidente dell’ISIIN e redattore de il Timone. Mensile di informazione e formazione apologetica.

È sostanzialmente la sintesi di un pontificato che «abbraccia oltre un quarto di secolo — ricorda il prefatore, padre Livio Fanzaga S.P. —, in una fase della storia umana che ha profondamente cambiato il mondo»(p. 9). Neanche questa è una biografia, pur se l’autore ha dovuto tenere conto di numerosi e significativi avvenimenti della vita del Pontefice, inquadrati nel contesto socio-politico e in quello ecclesiale dell’epoca, e basilari per introdurre un Magistero ricchissimo e variegato, che si rivela con il passare degli anni sempre più attuale e ancora da approfondire. Nell’Introduzione Invernizzi ricorda appunto i principali atti del Magistero, come le catechesi sull’amore umano; i numerosi interventi sulla centralità dei diritti umani, e della libertà religiosa in particolare; il significato apostolico attribuito dal Pontefice ai suoi numerosissimi viaggi, «[…] con cui ha sottolineato le caratteristiche di una Chiesa missionaria che “offre” il Vangelo a tutti i popoli, sia a quelli che non l’hanno mai conosciuto o accolto, sia a quelli che l’hanno perduto» (p. 12); l’istituzione della Giornata mondiale della gioventù «[…] per promuovere un incontro “personalizzato” e diretto con i giovani, che sembra avere portato tanti frutti di conversione e di santificazione» (ibidem); il rilancio del sacramento della confessione e dell’eucaristia, ricollocata al centro della vita cristiana. Questi elementi sono stati alla base dell’entusiasmante testimonianza missionaria, che egli ha offerto sia come promotore della Nuova Evangelizzazione sia come difensore della fede, illustrata nelle sue quattordici encicliche e in tante altre espressioni di magistero, ed esposta nel Catechismo della Chiesa Cattolica, del 1992.

La Parte prima (pp. 15-95) dell’opera — dall’illustrazione della situazione mondiale nel 1978, anno di elezione di Giovanni Paolo II, fino allo spartiacque rappresentato dalla caduta del Muro di Berlino, nel 1989 — ha come momento centrale l’attentato contro il Papa del 13 maggio 1981, l’«evento terroristico più importante del secolo XX» (p. 53), all’origine — fra l’altro — di quella particolare attenzione al messaggio di Fatima, del quale il Pontefice ha voluto rendere pubblica la terza parte il 26 giugno 2000, l’anno del Grande Giubileo. «La formazione mariana del Papa naturalmente era già molto profonda» (p. 58), ma il suo «ingresso» nel mistero di Fatima segna una svolta nel pontificato. In una logica di teologia della storia Invernizzi sottolinea l’importanza della consacrazione diretta del mondo e indiretta della Russia a Maria, il 25 marzo 1984. Mancavano soltanto pochi anni all’avverarsi della profezia del 1917 sulla Russia che avrebbe cessato di diffondere i suoi errori nel mondo: una fine «senza guerre, senza spargimento di sangue, senza sconfitta militare» (p. 52), cui Giovanni Paolo II avrebbe contribuito non solo chiedendo ai cattolici, e dando per primo l’esempio, di non avere paura e di spalancare le porte a Cristo, ma anche percorrendo il mondo e riprendendosi sia le piazze sia la speranza, che le ideologie anticristiane avevano cercato di portare via alla Chiesa.

Il magistero mariano accompagna costantemente l’insegnamento del Pontefice fin dall’inizio, insieme a una raffinata visione della questione femminile, ispirata non a caso da una profonda mariologia; a un approccio al tema del matrimonio e della famiglia non soltanto giuridico o morale, «ma soprattutto teologico, ossia fondato sulla famiglia come immagine di Dio, del Dio cristiano soprattutto, della SS. Trinità» (p. 73); a una lettura del Concilio Vaticano II (1962-1965)«all’interno della Tradizione, senza passatismi né progressismi» (p. 217), come ebbe a dire il 6 novembre 1979, davanti al sacro collegio dei cardinali, anticipando il discorso di Papa Benedetto XVI (2005-2013) alla Curia romana, del 22 dicembre 2005, sull’ermeneutica della continuità.

Nella Parte seconda (pp. 97-154) vengono presentate quattro grandi encicliche: la Veritatis splendor, del 1993, il cui «[…] obiettivo principale, coerente con il grande progetto della “nuova evangelizzazione”, è di definire il contesto dello sviluppo della teologia morale cattolica nel secolo XXI, favorendo l’attuazione del Concilio Vaticano II anche nell’ambito della morale» (p. 99), e di ribadire il legame costitutivo, contro ogni deriva relativistica, fra verità e libertà; l’Evangelium vitae, del 1995, che individua con precisione quella che sarebbe diventata la battaglia culturale dell’epoca postmoderna, cioè la «questione antropologica», succeduta alla «questione sociale», denunciando «[…] il pericolo di sostituire il marxismo con un’altra forma di ateismo, che adulando la libertà tende a distruggere le radici dell’umana e cristiana morale» (p. 64); l’Ut unum sint, dello stesso anno, con la quale il Papa ricorda che una priorità pastorale del suo pontificato è l’ecumenismo, il «tentativo di ristabilire l’unità fra i cristiani senza rinunciare alla sottomissione alla verità, cioè al fatto che la Chiesa come corpo di Cristo sotto l’autorità di Pietro, vescovo di Roma, non ha mai cessato di esistere, nonostante le divisioni» (p. 131); e la Fides et ratio, del 1998, sulla necessità che l’uomo utilizzi entrambe le sue «ali», la fede e la ragione, per rispondere alle domande cruciali sulla sua origine e sul suo destino: in essa il Pontefice ribadisce l’esistenza di una verità, di ordine naturale, comprensibile alla ragione dell’uomo, che può essere compresa in profondità con l’aiuto della fede e comunque colta anche da chi non possiede il dono della fede.

Nella Parte terza (pp. 155-245) sono presi in esame gli anni del pontificato successivi al 1989, in cui il Pontefice sviluppa ulteriormente il suo magistero sull’Europa — quanto mai attuale e importante —, il cui inizio può essere fatto risalire al 1980 con la proclamazione dei santi Cirillo (827/828-869) e Metodio (815-885) a co-patroni del continente, alla quale fanno seguito, nel 1991, dopo la fine dell’Unione Sovietica, la convocazione dell’Assemblea straordinaria dei vescovi europei, e infine un terzo periodo, quando il Papa entra in contrasto con il modello di unione europea che si sta costruendo, denunciandone le caratteristiche esclusivamente economicistiche e il disprezzo per le radici cristiane del continente. Per ridare speranza all’Europa va riconosciuto un ruolo ispiratore alla dottrina sociale della Chiesa, che si rivolge a tutti gli uomini ma è poco conosciuta anche fra i credenti: per questo il Pontefice — che ne aveva auspicato il rilancio fin dal primo anno di pontificato, nel discorso alla III Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano tenutasi a Puebla, in Messico, nel gennaio 1979 — ne raccomanda la diffusione e lo studio, soprattutto con l’enciclica Centesimus annus, del 1991. Oggi la dottrina sociale«[…] non viene ancora né studiata, né insegnata come pur sarebbe auspicabile [ma] un grande passo avanti è comunque stato compiuto»(p. 184).

Strettamente legata alla dottrina sociale è la valorizzazione del laicato, altro tema caratteristico dell’insegnamento del Pontefice, che in moltissime occasioni, e soprattutto con l’esortazione apostolicaChristifideles laici, del 1988, denuncia l’indebita separazione tra la fede e la vita, tra l’accoglienza del Vangelo e l’azione concreta nelle più diverse realtà temporali e terrene, e ricorda che i laici sono chiamati alla santità inserendosi nelle realtà temporali per trasformarle. «Anche per testimoniare la realizzabilità di queste affermazioni, Giovanni Paolo II procederà durante il suo pontificato alla beatificazione e canonizzazione di molti laici, uomini e donne, celibi e coniugati» (p. 193). Il pontificato, chiusosi con l’Anno dell’Eucaristia (2004-2005) e con un’apoteosi di devozione — conclude Invernizzi —, «ha dato un contributo decisivo al cambiamento dell’atmosfera di “autodemolizione” che caratterizzava il mondo cattolico all’epoca dell’elezione di Giovanni Paolo II. Fierezza della propria identità, entusiasmo nella testimonianza — pure nella consapevolezza di trovarsi in un mondo complesso e ostile, da rievangelizzare con la pazienza del missionario — sono alcuni dei tratti del volto con cui la Chiesa è entrata nel terzo millennio» (p. 246).

Il successore di Papa Wojtyła, Benedetto XVI, ha sorpreso il mondo non per la sua elezione, preconizzata da molti, ma per le sue dimissioni, annunciate l’11 febbraio 2013. Colpito da questo avvenimento, Massimo Introvigne ha raccolto — con il titolo L’eredità di Benedetto XVI. Quello che Papa Ratzinger lascia al suo successore Francesco — una parte dei suoi numerosi articoli, anche quotidiani, di presentazione del ricco e profondo insegnamento del Pontefice emerito. Reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, sociologo e storico delle religioni, autore fra l’altro di un testo sui primi cinque anni di pontificato (Tu sei Pietro. Benedetto XVI contro la dittatura del relativismo, Sugarco, Milano 2011), Introvigne ha condensato in un’introduzione e 49 paragrafi i suoi commenti «[…] ai grandi testi di quel Pontefice, e ad alcuni piccoli, scelti con una certa arbitrarietà (senza escludere, per esempio, i testi sulla musica) ma tali, spero, da dare il gusto del Magistero di Papa Ratzinger» (p. 7).

Il filo conduttore del pontificato è la consapevolezza di vivere in un tempo di estrema difficoltà per la Chiesa e per la società, a causa di un lungo e graduale processo di scristianizzazione snodatosi attraverso il Rinascimento, l’Illuminismo e le tragiche ideologie del secolo XX, fino alla «dittatura del relativismo» propria dell’era postmoderna, che attacca i santuari della vita e della famiglia. Questo itinerario di dissoluzione era stato illustrato nell’enciclica Spe salvi del 2007 dal Pontefice, che due anni dopo, con l’enciclica Caritas in veritate, aveva spiegato come il relativismo, trasformatosi ormai in aggressiva dittatura, si presenti sia come attacco ai «princìpi non negoziabili» sia come tecnocrazia. «Viviamo in un tempo caratterizzato, in gran parte, da un relativismo subliminale che penetra tutti gli ambiti della vita. A volte, questo relativismo diventa battagliero, rivolgendosi contro persone che affermano di sapere dove si trova la verità o il senso della vita» (p. 207), ha detto Benedetto XVI in occasione del viaggio in Germania nel settembre del 2011, in cui, annota Introvigne, «[…] ha proposto un’analisi impietosa dei mali di una “società senza Dio” e ha indicato nell’apertura alla verità e al diritto naturale i soli possibili fondamenti di una società veramente civile» (p. 186).

Le radici di questa crisi sono profonde e chiamano in causa, pure in Italia, decenni di cultura dominante informata al razionalismo e alla tecnocrazia, da cui nascono il secolarismo e un laicismo aggressivo. Anche il nostro Paese rischia di diventare una città senza Dio, in cui — ricordava il Pontefice all’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana del maggio del 2012 — l’unica seria azione di contrasto è la riproposizione della Verità attraverso la formazione: «In questo cammino formativo […] è particolarmente importante — a vent’anni dalla sua pubblicazione — il Catechismo della Chiesa Cattolica, sussidio prezioso per una conoscenza organica e completa dei contenuti della fede e per guidare all’incontro con Cristo» (p. 295). Altrettanto importante è una vera e integrale educazione — ha sottolineato nel Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2012 — i cui contenuti sono verità, libertà, giustizia e pace. La verità è al primo posto: poiché «l’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità — non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita — perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. […] la prima educazione consiste nell’imparare a riconoscere nell’uomo l’immagine del Creatore» (p. 248).

L’educazione è la prima emergenza di un’epoca di crisi e per essa esiste un forte interesse dei giovani, com’è emerso anche alla Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), tenutasi a Madrid nell’agosto 2011. Ai due milioni di partecipanti il Pontefice ha ribadito che le molteplici crisi contemporanee, compresa quella economica, hanno la loro radice nel relativismo, cioè la negazione dell’esistenza e della rilevanza della verità: «ci sono molti che, credendosi degli dei — ha ammonito Benedetto XVI —, pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi. Desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto o ingiusto» (p. 157). La GMG, invece, aiutando i giovani a proclamare con coraggio l’esistenza della verità — filosofica, morale, religiosa, «[…] fino all’incontro con Gesù Cristo, in cui la verità si fa persona» (p. 155) —, è un serio antidoto al relativismo.

La Chiesa ripropone dunque la legge naturale, in quanto basata sulla ragione, che fonda i diritti della persona umana, a partire dal diritto alla vita e da quello alla libertà religiosa. Alla negazione della legge di Dio e anche della legge naturale fa da sfondo inquietante il gravissimo attacco alla libertà religiosa, soprattutto in Occidente, denunciata dal Papa nei messaggi annuali per la Giornata Mondiale della Pace e nei discorsi rivolti ogni anno al Corpo Diplomatico, fra cui quello del gennaio 2011, in cui ha indicato i cinque rischi per la libertà religiosa: anzitutto un possibile equivoco proprio sul significato di tale libertà, spesso confusa con la tesi che non esista una verità religiosa; quindi il tentativo dell’islam ultra-fondamentalista di eliminare le bimillenarie comunità cristiane nel Vicino Oriente; le aggressioni ai cristiani da parte di quegli indù o di quei buddisti che identificano l’identità nazionale dei loro Paesi con un’identità religiosa; la sopravvivenza di regimi comunisti particolarmente aggressivi, come in Cina e nella Corea del Nord; e infine la «cristianofobia» dell’Occidente, che si manifesta con la pretesa che i cristiani agiscano nell’esercizio della loro professione senza riferimento alle proprie convinzioni religiose e morali, oppure con il «[…] bandire dalla vita pubblica feste e simboli religiosi [tagliando] anche radici culturali che alimentano l’identità profonda e la coesione sociale di numerose nazioni» (p. 64), o ancora con minacce alla libertà di educazione e nell’avversione amministrativa alle scuole cristiane.

Anche ad Assisi, nell’ottobre 2011, in occasione del terzo incontro internazionale delle religioni per la pace, Benedetto XVI ha sottolineato che alle radici della violenza vi è non solo il fondamentalismo — «una distorsione della fede che nega la ragione» (p. 151) — ma anche e soprattutto il laicismo aggressivo: «Il fondamentalismo che esalta la fede contro la ragione si è rivelato tossico, ma il laicismo che esalta la ragione contro la fede trasformandola così in razionalismo, è ancora più tossico, addirittura “senza misura”» (p. 152).

Nel discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2012 ha mostrato che la negazione di Dio e la negazione dell’uomo stanno arrivando a una fase terminale con l’ideologia del gender, con la quale «l’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela» (p. 385). «Mi riferisco soprattutto — ha precisato all’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio Cor Unum, il 19 gennaio 2013 — ad una tragica riduzione antropologica che ripropone l’antico materialismo edonista, a cui si aggiunge però un “prometeismo tecnologico”» (p. 392), cioè la tecnocrazia, un tema che da tempo preoccupa Benedetto XVI: «Dalconnubio tra una visione materialistica dell’uomo e il grande sviluppo della tecnologia emerge un’antropologia nel suo fondo atea» (ibidem). Lo aveva detto anche recandosi in visita alla sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, al Policlinico Gemelli, il 3 maggio 2012: quando viene meno il riferimento a valori universali si apre la strada al dominio della tecnica, che non trova più il limite di norme oggettive e induce a credere che ciò che è possibile tecnicamente è moralmente buono. La condanna della tecnocrazia non porta con sé una rinuncia alla scienza e ai suoi progressi utili all’uomo, ma un invito alla scienza medesima perché si apra alla fede e non si consideri autosufficiente.

Il vero «luogo» da cui ripartire in un’epoca di crisi — ha ricordato spesso il Pontefice — è la bellezza: «Di volta in volta la bellezza dell’arte, quella della musica, delle istituzioni bene ordinate, delle vite sante sono state proposte a un mondo che ha bisogno non solo di denunzie della crisi e dei suoi responsabili — che non sono mancate — ma anche di speranza e di gioia» (p. 296). Oggi che il vero e il buono hanno perso la loro forza di attrazione non resta che partire dal bello, che brilla di fronte al male del mondo e introduce alla verità e al bene.

Bellezza, anzitutto, dell’opera d’arte, senza dimenticare la musica: «un nuovo genere letterario pontificio creato da Benedetto XVI, che ci ha offerto dei veri piccoli gioielli, riguarda le lezioni che il Papa offre sulla grande musica cristiana, a partire dalla sua personale competenza di appassionato musicologo» (p. 127). Quindi bellezza della vita santa, possibile a ogni età — perché «la santità è la via normale del cristiano: non è riservata a pochi eletti» (p. 307), ha sottolineato il Pontefice a Milano; poi la bellezza del dono di sé nel sacerdozio, nella vita religiosa e nella famiglia, e infine la bellezza di una società al servizio dell’uomo e conforme al piano di Dio.

Ma il vero antidoto alla grande crisi odierna è il ritorno alla fede. E proprio l’Anno della fede — annunciato l’11 ottobre 2011 con la lettera apostolica Porta fidei, aperto esattamente un anno dopo da Benedetto XVI e chiuso il 24 novembre 2013 dal nuovo Pontefice — ha rappresentato il trait d’union fra i due Papi. Benedetto XVI lascia al suo successore un magistero che tratta in modo sistematico tutti i grandi temi della vita cristiana e di cui Papa Francesco ha riproposto le linee principali, come documenta un’altra opera d’Introvigne, Il segreto di Papa Francesco, una scelta di testi pontifici commentati, perché «si trova ultimamente qui — e non solo nei gesti — il segreto di Papa Francesco, la spiegazione ultima della sua capacità di commuovere e convertire» (p. 9).

In un’introduzione e 46 paragrafi viene prima ricostruito a grandi linee l’itinerario argentino del padre gesuita e arcivescovo di Buenos Aires — parte I, Jorge Mario Bergoglio, una storia argentina (pp. 11-41) —, quindi sono illustrati i contenuti e la sostanza dell’insegnamento del nuovo Pontefice — parte II, Papa Francesco. La luce della fede chiama la Chiesa a «uscire» (pp. 43-249).

«Prima del segreto di Papa Francesco, c’è un segreto del successo a Buenos Aires del cardinale Bergoglio» (p. 27), scrive Introvigne, che individua il cuore delle riflessioni dell’allora arcivescovo in due riferimenti artistici ricorrenti nei suoi testi: il poema epico nazionale argentino Martín Fierro, del 1872, e il film danese Il pranzo di Babette, del 1987. Nelle considerazioni sul romanzo si ritrova la convinzione che la storia dell’ultimo secolo sia «un disastro morale, un caos» (p. 31) e che il mondo occidentale sia popolato di conseguenza da uomini imbarbariti, di fronte ai quali occorre «ricominciare da capo» (p. 32), iniziando dalle piccole cose, anzitutto la buona educazione, e poi da alcune certezze basilari, «per esempio, fare il bene ed evitare il male»(ibidem). La pellicola, invece, è l’occasione per ricordare che oltre la povertà materiale, da combattere senza incertezze, vi è una povertà spirituale, che va affrontata con la bellezza e con le arti, anche quelle minori — nel film, l’arredamento e la gastronomia —, perché sono il primo antidoto alla barbarie rinascente e la via maestra alla civiltà.

Altri elementi presenti nel ministero episcopale di Bergoglio e riaffiorati fin dal principio del pontificato sono la necessità di uscire dalle sagrestie di una Chiesa «autoreferenziale» — e nella lettera alla Conferenza Episcopale Argentina, del 18 aprile 2013, il Papa ha spiegato che da tale comportamento non sono immuni neanche i vescovi — per raggiungere le «periferie esistenziali» di chi è solo e lontano dalla Chiesa; la misericordia di Dio e l’azione del diavolo, che vorrebbe farci dubitare di essa; la critica della mondanità spirituale, che non consiste nell’amore per le ricchezze e per i piaceri ma nel fare il bene per mero umanitarismo e non per il Signore. Una Chiesa che cerca di essere efficientista — ha ribadito il Pontefice in occasione della veglia di Pentecoste con i movimenti ecclesiali, il 18 maggio 2013 — diventa un’organizzazione non governativa (ONG) caritativa fra le tante: ma «noi non siamo una ONG, e quando la Chiesa diventa una ONG perde il sale, non ha sapore, è soltanto una vuota organizzazione»(p. 148).

Il Giovedì Santo del 2013 ha offerto l’occasione per riflettere sulla crisi dell’identità sacerdotale e sulla presenza di tanti preti solamente«gestori» (p. 67), che non sanno più parlare ai propri fedeli. «Non è precisamente nelle auto-esperienze o nelle introspezioni reiterate che incontriamo il Signore» (p. 68); e troppi preti «[…] finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionista di antichità oppure di novità» (p. 69). «Siete Pastori, non funzionari. Siete mediatori, non intermediari» (p. 119), ha ribadito in occasione dell’ordinazione di nuovi sacerdoti in San Pietro.

Le prime canonizzazioni, fra cui — il 12 maggio 2013 — quella degli ottocento abitanti di Otranto uccisi dai turchi nel 1480, hanno offerto al Papa l’occasione per ricordare «[…] tanti cristiani che, proprio in questi tempi e in tante parti del mondo, adesso, ancora soffrono violenze, e dia loro il coraggio della fedeltà e di rispondere al male col bene» (p. 141). Poche settimane prima, visitando a Roma la basilica di San Paolo fuori le Mura, il Pontefice aveva proposto una vera e propria spiritualità della persecuzione: «la fede non si negozia», perché «[…]quando incominciamo a tagliare la fede, a negoziare la fede, un po’ a venderla al migliore offerente incominciamo la strada dell’apostasia, della non-fedeltà al Signore» (p. 112); l’atteggiamento appropriato di fronte alle persecuzioni è invece quello di Gesù nella Passione, che«[…] risponde con l’amore e con la forza della verità» (p. 113). Non tutti sono chiamati al martirio, ma tutti sono chiamati alla santità, a essere «i santi di tutti i giorni, i santi “nascosti”» (p. 114), grazie alla coerenza che nasce da una decisione personale ma soprattutto dalla preghiera di adorazione, con la quale possiamo «[…] spogliarci dei nostri idoli, anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita» (p. 115).

In questo itinerario svolge un ruolo molto importante la Vergine Maria, che ci educa a fare scelte non solo buone ma anche definitive, soprattutto ora in cui «ci seduce il provvisorio» (p. 134), ha sottolineato Papa Francesco in una delle sue visite a Santa Maria Maggiore, dove ha voluto presiedere la recita pubblica del Rosario, devozione che ha un ruolo molto importante nella sua vita, sia a livello personale — grazie all’esempio di san Giovanni Paolo II ha assunto da tempo l’impegno di recitare ogni giorno tutti i misteri — sia comunitario: basti pensare ai «Rosari per la vita» «[…] che il cardinale Bergoglio promuoveva a Buenos Aires come pubblica preghiera contro l’aborto» (ibidem).

Il primo anno di pontificato culmina nell’enciclica Lumen fidei, del 5 luglio 2013 — «[…] che meriterebbe un libro a parte» (p. 203), e nei discorsi tenuti in Brasile, nello stesso mese, in occasione della GMG. Scritta a quattro mani, perché iniziata da Benedetto XVI e completata dal suo successore, l’enciclica è rivolta soprattutto a quanti — e in Italia rappresentano la maggioranza — sono immersi in una fede cosiddetta light: non si dichiarano atei e agnostici, anzi dicono di credere, ma non hanno le idee chiare sui contenuti e non mantengono alcun contatto con la Chiesa. Il cuore del documento sta nell’interpretazione di un dialogo fra Isaia e il re Acaz, in cui il profeta spiega al sovrano che se la fede fosse solo qualcosa di vago egli farebbe bene a credere solo alla sua prudenza umana: ma «la fede non è un sentimento […] è fede in un contenuto di cui affermiamo con certezza che è la verità» (p. 207). Il Pontefice scrive in proposito che«[…] la fede, senza verità, non salva, non rende sicuri i nostri passi. Resta una bella fiaba» (ibidem); e insiste su un tema centrale del proprio Magistero, che la fede libera da quell’autoreferenzialità per la quale si parla sempre a sé stessi anziché «uscire» a parlare con gli altri.

«Per favore, non “frullate” la fede in Gesù Cristo» (p. 232), cioè non diluitela con le idee del mondo, ha ripetuto ai partecipanti alla GMG.«Di questo viaggio — nota Introvigne — colpisce anzitutto il dato sociologico dei due milioni di persone presenti alla veglia di preghiera nella serata del 27 luglio, una cifra superata dai tre milioni della Messa di chiusura» (p. 222), un record nella storia del cristianesimo in Occidente. Evidentemente «nella gravissima crisi insieme economica e di valori sono moltissimi a percepire la Chiesa come l’ultima istituzione credibile, l’ultimo porto di salvezza» (ibidem).

Anche in Brasile Papa Francesco ha ricordato il primato dell’evangelizzazione, che rischia di essere compromessa da conventicole autoreferenziali, dove si ripone fiducia solo nelle proprie certezze piuttosto che nella dottrina della Chiesa, pensando di essere al passo con la cultura più alla moda; oppure ritenendo che la salvezza possa derivare solo dalle proprie opere, tralasciando la grazia di Dio.

Chiudono l’opera due Appendici (pp. 253-261): la lettera — in prima traduzione italiana integrale — che il cardinale Bergoglio scrisse nel 2010 alle suore carmelitane di Buenos Aires, prima che il Senato argentino approvasse il matrimonio e le adozioni omosessuali, osservando che «qui c’è l’invidia del Demonio» (p. 253); e un testo su«Gnostici» e «pelagiani» nel Magistero di Papa Francesco, in cui Introvigne ricostruisce la storia, anche recente, dei termini «gnostico» e «pelagiano», utilizzati dal Pontefice per indicare le deviazioni dalla retta dottrina e prassi della Chiesa.

Francesco Pappalardo

 

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