Fra’ Ezequiel Moreno santo e segno di fronte al liberalismo dominante

Alleanza Cattolica 27 anni fa
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Baltasar Pérez Argos S.J., Cristianità n. 218-219 (1993)

 

In una cerimonia svoltasi in occasione delle celebrazioni per il V centenario della scoperta dell’America, a Santo Domingo, indicato dal Santo Padre come «modello di evangelizzatore» per la nuova evangelizzazione.

 

Fra’ Ezequiel Moreno santo e segno di fronte al liberalismo dominante

 

L’11 ottobre 1992, nell’isola di Santo Domingo, Pa­pa Giovanni Paolo II, davanti a tutto l’episcopato la­­ti­no­ame­ricano e a numerosissimi fedeli, in occasione di una cerimonia di grandissima solennità e di pro­fondissimo significato, la commemorazione del V Cen­tenario della Sco­perta dell’America, ha canonizza­to fra’ Ezequiel Moreno. Proprio nell’isola La Espa­ño­la, dove pose piede per primo Cristoforo Colombo e piantò per la prima volta la Croce salvatrice di Cri­sto, e dove venne celebrato per la prima volta il san­to Sacrificio della Messa sul continente americano. La cano­niz­za­zio­ne di questo frate spagnolo, missio­na­rio nelle Fi­lip­pi­ne e in Colombia, appartenente a uno dei grandi or­dini religiosi che portarono la luce del Vangelo dalla penisola iberica al Nuovo Mondo, in­sieme a francescani, a domenicani e a gesuiti, ha un si­gnificato assolutamente simbolico, un significato in­dubbiamente cercato e voluto dal Santo Padre, in un mo­mento così cruciale come quello che sta vivendo la Chi­esa ispa­no­ame­ricana. Con questa cerimonia Papa Gio­vanni Paolo II ha aperto la IV Conferenza del­l’e­pi­scopato ispanoamericano, riunito per studiare e per pia­nificare l’evangelizzazione del continente attual­men­­te tanto sconvolto dal punto di vista sociale, po­litico e religioso. Assolutamente simbolica la ca­no­niz­­zazione di fra’ Ezequiel Moreno, un umile fraticello ago­stiniano recolletto, giunto per sua virtù e dedizione a essere vescovo di Pasto, in Colombia.

Com’è noto, la canonizzazione di un santo è atto del Ma­gistero infallibile dei Papi, con il quale essi affermano so­lennemente, infallibilmente, che il santo, nel nostro ca­so fra’ Ezequiel Moreno, ha imitato eroicamente no­stro Signore Gesù Cristo e quindi è degno di essere imi­tato da tutti i fedeli cattolici. Il suo spirito costitui­sce un esempio per tutti e porta indubbiamente tutti a Cri­sto. Questa è la differenza dalla semplice bea­ti­fi­ca­­zio­ne. La canonizzazione è un atto infallibile e pro­pone l’imitazione e il culto del santo a tutta la Chiesa; invece la beatificazione non è un atto infallibi­le, dà soltanto una certezza morale e non propone il bea­to all’imitazione e al culto di tutta la Chiesa. Per que­sto momento solenne e così rilevante per la storia del­la Chiesa ispa­noamericana il Santo Padre avrebbe po­tuto scegliere un altro servo di Dio o beato, per pro­porre un modello da imitare per la nuova evan­ge­liz­zazione. Ma la divina Provvidenza ha vo­luto e il San­to Padre è stato liberamente favorevole alla ca­no­niz­zazione di questo umi­le frate, che potrà forse co­stituire un modello de­cisamente adeguato al momento, mentre impera il lai­cismo e le modalità se­co­la­riz­zan­ti si fanno strada con sempre maggior forza nella pastorale dei nostri gior­ni. La canonizzazione dei santi comporta sempre un messaggio alla Chiesa, un messaggio indubbiamen­te voluto dalla divina Provvidenza e anche dal Santo Pa­dre. Quale può essere, o è, questo messaggio par­ticolare che ci porta, come segno dei tempi, sant’Ezequiel Moreno?

I. La vita

Fra’ Ezequiel Moreno nasce ad Alfaro, nella regione settentrionale spagnola di La Rioja, il 9 aprile 1848. Si tratta di un anno importante nella storia dell’Europa e della Chiesa. Ci ricorda il manifesto comunista di Karl Marx e il dispiegarsi, nel corso di tutto il secolo XIX, di tanta sovversione, di tanti sommovimenti so­ciali, politici e religiosi; som­mo­vi­men­ti che venivano producendo ovunque le idee e i princìpi della Ri­­voluzione francese, soprattutto in Spagna, che pati­sce l’invasione na­po­le­onica e poi quattro guerre car­­liste; il tutto nato dalla radice velenosa di quanto fu no­­to e denominato dai Sommi Pontefici come li­be­ra­li­­smo.

Ezequiel Moreno entra nell’Ordine degli Ago­sti­nia­­ni Recolletti, nel convento di Monteagudo, in Na­varra. Fa la professione religiosa il 22 settembre 1865. Aveva solo diciotto anni. Cinque anni do­po, il 10 febbraio 1870, è destinato alla missione dei padri ago­stiniani recolletti nelle Filippine, dove ini­­zia un’in­ten­­sa attività missionaria di oltre quindici anni. La sua gio­vinezza e, soprattutto, il suo fer­­­­vore religioso lo spin­gono in luoghi molto diversi e a distanze enormi a seminare ovunque la parola di Dio, sostenendo i cat­tolici e convertendo gli in­fedeli. Il suo lavoro e la sua dedizione sono enor­mi. Basti questo dato: durante il colera del 1882, di 3.200 persone adulte morte nel cor­so dell’epidemia, soltanto tre morirono senza con­fes­­sione. Si tratta di qualcosa che sembra miracoloso. Il suo ascendente di santo religioso è tale che, nel Ca­pitolo Provinciale dell’Ordine, nel 1885, viene elet­to Rettore del convento di Monteagudo, incarico di grande responsabilità, perché doveva curare la for­mazione dei religiosi. Di nuovo risplendono la sua san­tità, il suo zelo apostolico e la sua integrità di re­ligioso eccellente nel governo, nella direzione delle ani­me e nell’edi­fi­cazione dei suoi e dei terzi.

L’Ordine degli Agostiniani Recolletti, dai primi al­bori della scoperta, aveva sempre svolto un gran la­voro missionario in America. In quegli anni la Santa Se­de aveva affidato a esso un vasto campo di missione in Colombia. In uno scritto privato fra’ Ezequiel dice: «Da tempo mi sembra che il Signore mi chiami a que­sta missione. Possono contare su di me». Infatti, arr­iva in Colombia il 2 gennaio 1889 alla testa di un grup­po di religiosi agostiniani recolletti. Inizia l’ultima e decisiva tappa della sua vita. Anzitutto gli viene af­fidato il governo del suo Ordine, allora bisognoso di un autentico rinnovamento spirituale e religioso. Nes­su­­no migliore di lui. Solamente un superiore con la sua santità, il suo temperamento, la sua modestia e la sua mansuetudine poteva guidare a buon porto la nave del­la vita con­ventuale. E vi riuscì. Realizza il rinnova­men­to in mezzo a innumerevoli difficoltà, come si può immaginare: critiche, calunnie, malintesi. Ma su­pera tutto con l’umiltà, la mansuetudine e la chiaro­veg­genza spirituale. La sua santità e le sue doti di go­verno risplendono al punto che viene promosso al­l’episcopato. In primo luogo, per otto anni, regge il vi­cariato apostolico di Los Llanos de Casanare, poi è no­minato vescovo di Pasto, in Colombia. Viene con­sacrato vescovo il 1° maggio 1894. «Come può ar­rivare a essere vescovo — si chiedeva — un povero fra­te come me…». La risposta se la dava da solo scri­vendo, nella prima lettera pastorale, il giorno della con­sacrazione: «E questo come? Con quali mezzi? Chi mi aiuterà? Cuore divino del mio Gesù, in Te mi ri­paro! Tu sei tutta la mia speranza e Tu sarai il mio aiu­to, il mio tesoro, la mia sapienza, la mia forza e il mio rifugio: Fortitudo mea et refugium meum es Tu. Ec­co le parole che circonderanno l’immagine del Sa­cro Cuore di Gesù, che dichiariamo sarà sigillo del no­stro ufficio. Esse ci ricorderanno continuamente che, diffidando di noi stessi, abbiamo affidato tutto al Cuo­re divino…».

Quando fece il suo ingresso nella capitale del vi­ca­ria­to, il suo primo atto pubblico fu la solenne con­sa­cra­zione di Casanare al Cuore di Gesù. Lo stesso fece quan­do prese possesso della diocesi di Pasto. Consacrò la diocesi e rinnovò tutti gli anni la consacrazione al Cuore di Gesù. Indubbiamente fu il segreto della sua spiritualità, della sua forza d’animo, veramente eroi­ca, nella lotta che dovette sostenere contro un li­beralismo feroce che lo incalzava. Compose questa pre­ghiera, che recitava continuamente e che trascrivia­mo per la sua profonda spiritualità: «Gesù mio, con­fidando nella vostra grazia vi chiedo umilmente di man­darmi dolori, malattie, povertà, disgrazie, amarez­ze, angustie, desolazioni, quanto vorrete. Voglio esse­re, Amor mio, la vostra vittima! Fate di me ciò che vor­rete nel tempo e nell’eternità, in modo che si sal­vino anime, vi dia qualche gloria e procuri qualche con­solazione al vostro amantissimo Cuore».

Fra’ Ezequiel prese con molta serietà la missione di pa­store di anime, tanto seriamente che neppure quanti gli erano più vicini giunsero a capirlo. Accetta e vive con umiltà e con pazienza veramente eroiche questa in­comprensione quasi fino alla fine dei suoi giorni. L’errore liberale produceva grandi danni fra i suoi fe­deli. E lui, il vescovo di suo così dolce e così man­sueto, si vede costretto, obbligato a lottare in di­fesa della verità. E questa intransigenza non veniva com­presa: «Perché sono Vescovo? Se vedo che i lupi mi rapiscono le anime che Dio mi ha affidato, non de­vo gridare…? Non devo lottare…? Perché sono Pa­store…? Mi ripugna combattere, mi ripugna com­bat­­tere quando posso cedere senza mancare alla mia co­scienza. Lotto solamente quando mi obbliga un do­vere di giustizia e di carità».

Dopo nove anni alla guida della diocesi di Pasto, vie­ne fatto ritornare in Spagna malato di cancro, per es­sere curato meglio. Egli opponeva resistenza. Il 19 agosto 1906, dopo aver sofferto intensi dolori nell’ulti­mo anno di vita, morì santamente a Mon­te­agudo, do­ve aveva fatto il noviziato. Oggi la sua luce brilla su tutto il continente americano e su tutta la Chiesa, ca­nonizzato come guida delle anime in questo momen­to cruciale in cui il Papa invita tutti, soprattutto gli ispa­noamericani, a una nuova evan­ge­lizzazione.

II. La lotta contro il liberalismo

Se vi è qualcosa che brilla di una luce speciale nel­la vita e nell’insegnamento di questo nuovo san­to vescovo, che «quasi» santamente lo ossessiona, è la sua opposizione, la proclamazione del mes­saggio evangelico, contro lo spirito, sempre più se­colarizzante, che si veniva infiltrando nella vita cri­stiana, non soltanto individuale, ma soprattutto so­ciale e comunitaria. Dai tempi dell’illuminismo si ten­ta di dissolvere lo spirito cristiano, di smontarlo con false filosofie che escludono Dio dalla società: Dio disturba, bisogna metterlo da parte; «Dio è morto», come ha detto Friedrich Nietzsche, o bisogna darlo per morto. Questo spirito secolarizzante, che avanza, soprattutto dopo la Rivoluzione francese, e portato sulle sue ali penetra nel continente ispa­­no­ame­ricano a partire dalla sua indipendenza, si fa sempre più ateo e materialista con il marxismo, in in­cubazione a metà del secolo XIX. Di tutto questo il santo vescovo ha presentimento e capisce con gran­de chiaroveggenza che il canale di penetrazione di questo male, di questo spirito secolarizzante e ateo, è il liberalismo, che raggiunge il suo momento di splendore in questi anni, originando la grande en­ciclica Libertas, pubblicata da Leone XIII nel 1888. Infatti il liberalismo proclama la libertà, ma una libertà incontrollata, nell’insegnamento, nella stam­pa, nell’espressione, nella religione — libertà di espressione, libertà di stampa, libertà di insegna­men­­to, libertà di religione, di coscienza, e così via —, opponendo libertà a legge e, soprattutto, a legge di­vina, perché se vi è libertà non vi può essere legge, non si può essere obbligati da nessuna legge ete­ro­no­­ma, sarebbe un controsenso; il non plus ultra è co­stituito dall’autonomia, tanto teorizzata dalla filo­so­fia kan­tia­na. Così, evidentemente, si apre la porta a ogni genere di opinioni. Quindi, non vi sono cer­tezze, certezze oggettive; tutto è opinabile, la ve­rità muta, è molteplice; ciascuno ha diritto ad ave­re la sua verità. Nessuno, neppure la Chiesa può ave­re l’esclusiva della verità. Relativismo della ve­­rità. Con il re­la­ti­vi­smo della verità, la verità della Chiesa cattolica crolla. Il tutto è conseguenza logica del rifiuto di Dio: o perché non c’è e, quindi, non va te­nuto in considerazione; o perché, se c’è, non vi è ra­gione di tenerlo in considerazione. È il rifiuto di Dio dell’ateismo o del teismo. Senza Dio — come di­ceva Fëdor Michajlovic Dostoevskij — niente: né verità assoluta, né or­dine immutabile delle cose, né legge naturale, né au­tentica autorità, ma pura libertà, pura anarchia. Il tut­to costituisce effetto o conseguenza logica della ne­gazione pratica di Dio, cioè del liberalismo. Il no­stro santo vescovo aveva il presentimento di tutto que­sto. Da ciò la sua opposizione «quasi» ossessiva con­tro il liberalismo. E lo affronta con coraggio di mar­tire, con serena integrità, con intrepidezza d’animo e con grande intelligenza. Perciò, nelle sue let­tere pastorali, parla con logica semplice, chiara, evi­dente. In tutto è un Pastore che ha di mira uni­­camente il bene delle sue pecore, che è il bene di Cri­sto.

III. Le lettere pastorali

Nelle lettere pastorali si riflette e si esprime il suo spi­rito ed è necessario conoscerle. «Sono assolutamen­te certo — ci dice il suo biografo, padre Eugenio Ayape — che gli scritti pastorali di questo figlio di sant’Agostino, che amava tanto gli uomini e che tanto abor­riva i vizi, quando saranno presentati in modo ade­guato e ben conosciuti, conquisteranno una gran­de risonanza, un’attualità molto benefica. Infat­ti i tempi si ripetono. Infatti oggi mancano, come pri­ma, come sempre, evan­ge­liz­za­to­ri, predicatori del­l’autentico Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo» (Semblanza del Bto. Ezequiel Moreno, 1975, p. 83). Esiste una raccolta delle sue lettere pastorali e del­le sue circolari, edite da padre Min­guel­la nel 1908, reperibili con molto difficoltà. Perciò è in pre­parazione, per la pubblicazione imminente, un’edizione critica di tutte le sue opere, che au­spi­chia­mo esca quanto prima. Nel frattempo, e data la qua­lità di questi scritti, non ci tratteniamo dall’offrir­ne al lettore un’antologia, benché brevissima, che dob­biamo al noto scrittore Manuel de San­ta Cruz, pub­blicata in occasione della beati­fi­ca­zio­ne su El Pen­samiento Navarro. Il libro di padre Minguella con­sta di 560 pagine e si apre con la prima lettera pa­storale, diretta ai fedeli del vicariato apostolico di Ca­sanare e datata 1° maggio 1895, e si chiude con il prezioso testamento o ultime disposizioni, dettate il 6 ottobre 1905.

Nella lettera pastorale del 12 dicembre 1895 defini­sce perfettamente il liberalismo e mette in guardia i fedeli affinché prevengano tale pericolo e rimanga­no fermi nella fede: «Mai come nel nostro tempo si era vista una moltitudine di uomini animati da un odio sistematico contro di essa [la fede cattolica], che non possono nascondere; e intenzionati a prescin­de­re dai suoi insegnamenti nel governo dei po­poli, a reggere le società senza i suoi dogmi e precetti e a relegarla, potendo, in un oblio completo…

«Nel secolo scorso, ce ne hanno fornito una prova tan­to evidente quanto terribile. Hanno chiamato dea la ragione; hanno eretto altari a essa; le hanno tri­butato un culto pubblico portandola in trionfo… In nome della Ragione o per la Ragione si è legiferato, si è operato e si è governato, prescindendo assoluta­men­te da Dio e dalle dottrine che si è degnato ri­velare agli uomini per condurli ai loro destini im­mortali. Se la ragione avesse potuto fare la fe­licità dei popoli, mai come allora avrebbe potuto far­lo, dal momento che comandava senza nessuna pa­stoia, governava senza il sia pur minimo ostacolo, regnava con pienezza di poteri. Ciò nonostante, por­tò la felicità tanto strombazzata? … Ovunque nel go­verno dei popoli si è voluto relegare nel di­men­ti­­catoio la fede cattolica e prescindere dalle sue dot­trine di salvezza, su scala maggiore o minore si so­no venute producendo le stesse scene spaventose: non può essere diversamente».

Quale applicazione hanno queste parole oggi, quando tanto si parla, si scrive e si lamenta la crisi eco­nomica, sociale, familiare e politica che regna ovun­que! Nella lettera pastorale del 10 agosto 1896 in­dica molto bene una delle principali cause di tanto di­sastro: «Le autorità secolari possono far molto proi­bendo l’introduzione e la circolazione di ogni stam­pato contrario alla Religione della Repubblica e alla fede dei nostri popoli, perché vi sono ragioni, e molto gravi, per farlo. Se sono stati proibiti de­­ter­minati periodici, che venivano pubblicati nel pae­se, perché si ritennero pericolosi per la pace pub­blica e il benessere dei popoli, vi è una ragione molto maggiore per proibire le pubblicazioni stranie­re che insegnano dottrine contrarie alla fede dei po­poli e alla religione cattolica…».

«Il liberalismo lascia alla Stampa facoltà massima di dire e di pubblicare quanto a essa piaccia. Si trat­ta, figli miei, di una delle libertà proclamate dai set­tari, qualificate da Papa Gregorio XVI libertà di per­dizione e come tali da lui condannate; si tratta di uno dei frutti funestissimi del liberalismo… che è la ribellione della libertà umana contro la volontà di­vina nell’ordine religioso, politico e sociale».

La definizione del liberalismo nelle ultime righe tra­scritte è perfetta. È così, e la dobbiamo conoscere con assoluta precisione per poter trarre le conseguen­ze pratiche da una realtà tanto dannosa. E, per un ve­scovo, la prima conseguenza pratica è dire chiara­men­te ai suoi fedeli che cos’è il liberalismo, perver­sio­­ne di ogni ordine, individuale, sociale e politico. È quanto indica nella lettera pastorale del 28 agosto 1896, pochi giorni dopo: «Se non potessimo dire che il liberalismo è male, per non dispiacere ai liberali, non potremmo neppure dire che il furto è male per non dispiacere ai ladri; né che l’assassinio è male, per non dispiacere agli assassini; né condannare, né alzare la voce contro altri vizi ed errori, per non di­spiacere a quanti li hanno. Siamo obbligati ad al­zare la voce contro qualsiasi altra dottrina, con­dan­­nata dalla santa Chiesa. Se questo chiamano met­tersi in politica, bisogna sapere che noi dobbiamo mettervisi per forza, perché siamo costretti a con­dannare quanto la Chiesa condanna sotto pena di mancare al nostro dovere e di non adempiere la mis­sione che il cielo ci ha affidato…

«Poiché il liberalismo è una ribellione contro la vo­lontà divina e una cosa cattiva, è chiaro che non si manca alla carità chiamando ribelli e cattivi i li­berali, come non mancò alla carità il Battista chia­mando i farisei razza di vipere, né mancò Gesù Cri­sto — terribile! — quando li chiamò figli del dia­volo, né san Paolo, quando chiamò bestie malva­ge i dissidenti di Creta; né l’Apostolo della Carità quan­do disse che erano anticristi e consigliò i fedeli di non salutare quanti non pensavano con Gesù Cri­­sto».

Con grande senso pastorale sa valutare il pericolo co­stituito per gli autentici cattolici dai cosiddetti «cat­tolici liberali», che intendono, come si dice, ac­cendere una candela a Cristo e un’altra al diavolo. In una lettera pastorale del 1897 li qualifica in questi ter­mini: «Bisogna evitare il rapporto non solo con i liberali che si dichiarano atei, materialisti, ra­zio­na­listi, massoni, e così via, ma anche e molto di più con i “cattolici liberali”, che sono i più pericolosi e quelli che fanno più danno alla Chiesa e alle ani­me… quanti si sforzano di conciliare il cattolicesimo con il liberalismo, ossia i cattolici liberali; in­fatti, a costoro bisogna dire, con Pio IX, che non è possibile servire due padroni».

Contro l’indifferentismo dello Stato, contro quanto oggi alcuni intendono come libertà religiosa da par­te dello Stato, in una lettera pastorale del 29 ot­­tobre 1897, ha parole chiaroveggenti: «Fa la stes­­sa cosa un governo che vede e osserva i danni pro­dotti alla Religione di Gesù Cristo e dice come quel figlio: “Quanto alla Religione, vada come può. Se si bestemmia Dio, si bestemmi; se si diffondono er­rori contrari alla sue dottrine, si propaghino; se la si cancella dai cuori con la seduzione, la si can­celli; se scompare totalmente dai popoli, scompa­ia; se Gesù Cristo è completamente dimenticato, è lo stesso; non ho niente a che vedere con questo. De­vo restare neutrale”. Chi può dubitare — chiedia­mo nuovamente — che questo Governo è contro Ge­sù Cristo?».

In una lettera pastorale del 19 settembre 1900 vi è un paragrafo molto illuminante sull’importanza del­la politica, terreno su cui il liberalismo opera per­ché non vi si mettano i cattolici per restare pa­­drone del campo. Fra le altre cose dice: «Insistete nel­l’insegnare loro a non essere cattolici a metà e che devono confessare la verità cattolica in tutta la sua integrità. Non è vietato e possiamo far guerra al ma­le, anche se questo si presenta sul terreno politi­co e certa gente ci dice di non metterci in politica. Non diamo ascolto a quanti pretendono che si lasci lo­ro via aperta e libera su questo terreno affinché trion­fino con più facilità. Il maggiore di tutti i mali per noi sarebbe perdere la fede e questo male ce lo vo­gliono fare sul terreno politico. Il liberalismo è un si­stema essenzialmente politico-religioso e, perciò, il Santo Padre Leone XIII ha detto nell’enciclica Li­bertas…».

Nella Quaresima del 1901 pubblica una pastorale in cui chiarisce la confusione che si verifica attual­men­­te quando si parla di tolleranza, contrapponendo­la all’intolleranza e all’intransigenza della Chiesa. È importante: «Per molti cattolici ormai l’eresia non è più un delitto né l’errore contro la fede è un pec­cato. Proclamano la tolleranza universale e con­siderano come conquiste della civiltà moderna il fatto che non si sfugga l’eretico, come si faceva pri­ma, il fatto che vadano a braccetto cattolici e dis­sidenti e il fatto che si venga a transazione con tut­ti e con tutto.

«Certi cattolici si esprimono in questi termini e guar­dano male e criticano quanti non pensano co­me loro. Apprezzano e lodano gli “spiriti modera­ti”; quanti mettono in primo piano la “tranquillità pub­blica”, anche se i popoli vanno perdendo la fe­de; quanti si adeguano con piacere ai “fatti com­piuti”, allo scopo di non sacrificare le comodità e i beni materiali, benché si perdano quelli spirituali. Questi sono gli “uomini prudenti”, che sanno va­lutare le circostanze; i “saggi” che capiscono l’epoca in cui vivono, gli “abili diplomatici” che in tut­to trovano occasione di vantaggio per la Chiesa.

«Questi stessi cattolici hanno scrupolo che sembri chie­dano ai governi di chiudere la bocca ai bestem­mia­­tori e di far tacere i propagatori di eresie; ma, in cambio, vorrebbero che Roma imponesse il silenzio ai più decisi difensori della verità. Non hanno avu­to paura di scoraggiare con inopportune lamen­te­­le quanti sostengono il peso della lotta per far re­­gnare Gesù Cristo e hanno dato coraggio ed en­tusiasmo agli avversari con i loro scritti e la loro con­dotta».

 Come Pastore saggio e prudente spiega ed esige che, per parlare del liberalismo e contro il liberalismo, sia anzitutto necessario studiarlo e prepararsi, e che questo venga fatto anche in materia politica e sociale: non adempiamo i nostri gravi obblighi in queste ma­terie perché ignoriamo la loro importanza. Vedia­mo ciò che dice il santo in una istruzione pastorale al clero della diocesi, dell’8 dicembre 1902: «Abbia­mo detto che è un dovere predicare contro il li­be­ra­li­smo, perché così ci ordina la santa Chiesa affinché i fedeli siano messi in guardia e non si lascino sedurre dai propagandisti dei suoi errori; ma questo dovere non può essere compiuto vantaggiosamente, se si predica senza preparazione. Come preparazione remota per predicare contro il li­be­ra­li­smo bisogna studiare con attenzione il Syllabus, le famose encicliche del Santo Padre Leone XIII e gli autori chiaramente cattolici che hanno spiegato questi documenti, per così conoscere il liberalismo nella sua essenza, nei suoi gradi, le libertà di perdizione con il grado di malizia racchiuso in ciascuna e la forma in cui sono state condannate dalla Chiesa.

«Nella materia che trattiamo, di solito si erra più perché si esige poco che perché si esige molto. Se si esigesse quanto la giustizia grida che si esiga, non esisterebbe questa orrenda e scandalosa miscela di cattolicesimo e di liberalismo, autentica calamità e causa principale della confusione spaventosa che tutti lamentiamo, pericolosissima per i buoni e collaboratrice efficace dei progetti e delle opere di Lucifero e dei suoi seguaci!».

Nella Quaresima del 1903 pubblica una lettera pastorale in cui spiega che cos’è la pace, la pace autentica, e come questa pace non la possano dare le libertà moderne. La citazione — benché lunga — è d’interesse: «La pace è la tranquillità dell’ordine: e l’ordine consiste nella sottomissione di tutto il no­stro essere alla volontà divina, fonte e origine del potere. Ebbene, le libertà moderne non solo non si sottomettono alla volontà divina, origine dell’ordine, ma tendono a emanciparci da essa, e, quindi, a metterci nel disordine e a toglierci la pace. Forse alcuni dicono: come può essere derivata la pace da trattati conclusi fra cattolici e liberali? La domanda troverà risposta distinguendo con san Tommaso (II, II, q. 29, a. 1) fra pace e concordia, e dicendo che, anche se dove vi è pace vi è concordia, non sempre dove vi è concordia vi è pace. E possono concordare, e talora concordano anche gli stessi malvagi per realizzare i loro piani infernali, come si prova con la stessa sacra Scrittura, che dice: “I principi congiurarono contro il Signore e contro il suo Cristo» (Ps. II, 2). Forse si può dire che questi malvagi hanno la pace? No, perché dove vi è empietà non vi è ordine e dove non vi è ordine non vi è pace. “Non vi è pace per gli empi”, dice il Signore (Isaia, 58, 22).

«Le autorità devono far sì che regni la pace di Gesù Cristo con l’osservanza della Legge di Dio e operando perché le leggi, i decreti, gli ordini, i comandi e le disposizioni che danno si fondino sempre sulla legge divina, sul volere di Dio… Ma è necessario mantenere quest’ordine e per mantenerlo è pure necessario rimuovere o reprimere, se è necessario, gli agenti che lo possono turbare, come il cattivo insegnamento, la cattiva stampa, le cattive letture… perché tutto questo è disordine e negazione della pace».

In un paragrafo — trascritto di seguito — di una let­tera pastorale del 30 aprile 1904 risponde con par­ticolare puntualità a una domanda e a un’obiezio­ne oggi presente nella mente di molti. Si esprime in que­sti termini: «Amore, carità! Molta carità per tut­ti! Ormai certi uomini non chiedono verità; in­vece di verità chiedono carità… È caritatevole il pa­dre che castiga il proprio figlio quando agisce ma­le, perché in futuro stia attento. È caritatevole chi colpisce e chi uccide in una guerra giusta. È ca­ritatevole isolare i lebbrosi dai sani, per quanto du­ro sia l’isolamento dei primi.

«Un noto scrittore cattolico aveva già fatto enun­cia­­re ai nemici della religione questa domanda: “Me­riteranno di essere tollerati i cattolici quando so­no in minoranza, se non sono tolleranti quando so­no in maggioranza?”. E risponde dicendo: “Questo è il linguaggio dei trattati, non quello dei prin­­cìpi. La verità non può trattare con l’eresia, co­me un sovrano con un altro sovrano, e solo la ve­rità è sovrana e l’eresia è solamente una ribelle. La verità non può venire a patti con l’errore; la ve­rità contraddice, combatte, esclude l’errore; e cesserebbe di credere in sé stessa, se riconoscesse al­l’errore il diritto di avere un posto accanto a es­sa».

Arrivando ormai alla fine della sua grande fatica di Pastore di anime, nella Quaresima del 1905 mette di nuovo in guardia i cattolici circa il pericolo del cat­tolicesimo liberale, dicendo che è impossibile es­sere, nello stesso tempo, veramente cattolico e au­tenticamente liberale nel senso del liberalismo. Si espri­me in questi termini: «Gesù Cristo è venuto al mon­do ed è venuto al mondo per unire gli uomini, ma non si nascondeva che molti non avrebbero vo­luto questa unione alle condizioni da Lui poste per la sua esistenza e perciò in tutto il suo Vangelo dà come un fatto certo che vi sarebbero stati due par­titi. Infatti, parla dei figli della luce e dei figli del­le tenebre; cita i discepoli fedeli che avrebbero con­servato il suo santo nome e i nemici di questo no­me benedetto, che avrebbero maledetto, ca­lun­nia­­to e perseguitato quanti lo avessero confessato. Inol­tre assicura che non vi è neppure terreno neutra­le pro­nunciando queste parole forti, che sono come un ful­mine per gli amici dei compromessi: “Chi non è con me è contro di me”.

«La dottrina è questa ed è inoltre certo, e nessuno lo potrà negare, che Gesù Cristo non trattava allo stes­so modo i suoi amici, che avevano lasciato tutto per Lui e che lo seguivano e lo confessavano, e i fa­risei, suoi nemici, che chiamava ipocriti, sepolcri im­biancati, razza di vipere e figli del diavolo.

«Vi sono due partiti e vi saranno anche nell’eterni­tà. Tutti nella stessa eternità. Tutti crediamo e con­fessiamo come dogma di fede che Gesù Cristo il gior­no del giudizio non giudicherà tutti allo stesso mo­do ma a qualcuno: Venite… e agli altri: Allontana­te­vi da me… Nessuno può unire questi due partiti, per­ché non si può dare concordia fra Cristo e Belial, di­ce l’Apostolo».

Chiudiamo questo florilegio con le impressionanti parole del suo testamento, che sintetizzano tutto lo spi­rito del Pastore del gregge di Cristo. Trascriviamo alcuni passi. È stato firmato a Pasto il 6 ottobre 1905: «Confesso ancora una volta che il liberalismo è peccato, nemico fatale della Chiesa e del regno di Ge­sù Cristo e rovina dei popoli e delle nazioni; e vo­lendo insegnare questo, anche dopo morto, deside­ro che nella sala in cui verrà esposto il mio ca­da­ve­re, e anche nel tempio durante le esequie, si metta, in modo che tutti possano vederlo, un grande cartello con la scritta: Il liberalismo è peccato.

«Ho gridato contro questo male e ho anche sofferto per gridare. Non mi pento di aver gridato. Se in pro­posito ho qualcosa di cui pentirmi sarà di non aver gridato di più…

«Concludo dicendo che scendo nel sepolcro con il gran­de dolore di vedere che si tenta di decat­to­li­ciz­za­re Pasto e che molti di coloro che si dicono cattolici han­no ormai molto di liberale, e questi sono coloro che contribuiscono maggiormente al progresso dell’er­ro­re… La concordia, come è stata intesa e praticata fi­nora, è stata una calamità spaventosa per la fede di que­sti popoli… Non è possibile che lupi e agnelli cam­minino mescolati senza che gli agnelli ne ricevano qualche danno, senza un miracolo straordinario. E credo che uno dei veleni più attivi e più efficaci di cui si serve l’inferno sia la miscela della verità e del­l’errore, del bene e del male…

«Non si dà questa concordia senza pregiudizio per il cattolicesimo. Giungerà presto il tempo in cui ver­rà meno questa alleanza apparente, e a vergogna e a castigo dei cattolici che si sono lasciati in­gannare non saranno loro ad allontanare i libera­li, ma i liberali ad allontanare loro».

Parole profetiche. È stato il suo testamento. Se guar­diamo i segni dei tempi, e abbiamo il dovere di far­lo, quale segno migliore, di maggior luminosa chia­rezza e significato di quello piantato nel cielo del­la Chiesa da Papa Giovanni Paolo II, che lo ha ca­nonizzato l’11 ottobre dell’anno del Signore 1992, in una delle più difficili e impegnative congiunture del­la storia e, in particolare, della storia dell’Ispa­no­ame­­rica? Lo spirito e la fortezza di sant’Ezequiel Mo­reno, di La Rioja, missionario agostiniano, vesco­vo di Pasto in Colombia, ci guidi e ci protegga in que­sta difficile congiuntura.

 

Baltasar Pérez Argos S.J.

 

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