Giovanni Paolo II, il Papa che si è ripreso la speranza

Massimo Introvigne 9 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 360 (2011)

 

Dopo la beatificazione di Papa Giovanni XXIII (1958-1963), che convocò il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), quella di Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ha proclamato per la prima volta beato uno dei padri conciliari che animarono le discussioni nell’aula dell’assise ecumenica. Nell’omelia per la Messa di beatificazione, Papa Benedetto XVI ha voluto insistere su questo speciale legame fra il beato Pontefice Giovanni Paolo II e il Concilio, leggendo all’immensa folla convenuta in Piazza San Pietro le parole del testamento di Papa Wojtyła: “Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa — e soprattutto con l’intero episcopato — mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato” (*).

Il beato Giovanni Paolo II volle essere — e di fatto fu — il Papa della “grandissima causa” della realizzazione del Concilio. Ma, esattamente, “qual è questa “causa”?”, si è chiesto dopo aver letto le parole del Testamento Benedetto XVI. La risposta, infatti, non è ovvia. Realizzare il Concilio significa interpretarlo. “Esemplare figlio della Nazione polacca”, secondo il suo successore, “Karol Wojtyła salě al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo”. Qui sta la chiave di tutta l’esperienza del nuovo beato. Il postconcilio in Polonia fu diverso dal postconcilio nell’Europa Occidentale o negli Stati Uniti. In Polonia il problema non era tanto confrontarsi con la secolarizzazione quanto resistere alla pressione marxista, rivendicare per la Chiesa Cattolica quel ruolo centrale nell’annunciare la speranza agli uomini che le ideologie del secolo XX — soprattutto il comunismo — le avevano in qualche modo usurpato.

Questo è stato dunque, per Benedetto XVI, il modo d’interpretare e realizzare il Concilio del beato Giovanni Paolo II: “Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo”. In Polonia il grande confronto fra cristianesimo e marxismo era “incentrato sull’uomo” e si giocava sulla questione della persona umana. Chi era in grado di portare agli uomini la vera liberazione, la vera libertà? Il messaggio del beato Giovanni Paolo II […] è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo”. Questo messaggio, nota Papa Benedetto XVI, in senso proprio […] è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo “timoniere” il Servo di Dio Papa Paolo VI [1963-1978]. Ma per estrarlo, per così dire, dal Concilio e renderlo palese a tutta la Chiesa occorreva forse proprio l’esperienza polacca, il duro confronto con il marxismo: un’esperienza che il nuovo beato diventato vescovo di Roma ha reso universale, guidando […] il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare “soglia della speranza””. A nome della Chiesa il beato Giovanni Paolo II, percorrendo il mondo, si è ripreso le piazze: e si è ripreso la speranza, che le ideologie anticristiane avevano cercato di portare via alla Chiesa e di rivendicare abusivamente per sé stesse.

Ma attenzione: per portare a buon fine questo grande progetto non è stato sufficiente trarre dal Concilio l’insegnamento secondo cui […] l’uomo è la via della Chiesa”. Immediatamente occorreva aggiungere che […] Cristo è la via dell’uomo”. La prima affermazione, senza la seconda, degraderebbe la Chiesa a mera agenzia umanitaria. Unita alla seconda, invece, restaura “la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di “avvento”, in un’esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell’uomo”. Anche il coraggio di proclamare con forza che solo in Cristo si trova la verità sull’uomo era maturato nel nuovo beato attraverso l’esperienza polacca. Ed è in lingua polacca che il Pontefice ha voluto aggiungere che Papa Wojtyła ha imparato e ha insegnato a […] non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo”, […] a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà”. Di fronte a regimi politici che istituzionalizzavano la menzogna, il beato ha proclamato che solo la verità garantisce la libertà, e che la verità è Gesù Cristo, […] invertendo con la forza di un gigante — forza che gli veniva da Dio — una tendenza che poteva sembrare irreversibile”.

Il beato Giovanni Paolo II era — ha ricordato non senza commozione il Pontefice — una persona speciale, dotata di una grande capacità di comunicazione e di non comuni doti intellettuali, così che anche chi, come il suo successore, lo frequentava quotidianamente rimaneva colpito dalla continua “ricchezza delle sue intuizioni”. Ma questo non sarebbe stato sufficiente — in un momento difficilissimo per l’umanità e per la Chiesa — a perseguire con successo la “grandissima causa” della rivendicazione alla Chiesa della speranza attraverso la corretta realizzazione del Concilio. Karol Wojtyła era anzitutto un santo: e nulla di meno di un santo sarebbe stato sufficiente al grandioso compito che si era prefisso. Poco o nulla si capisce del beato Giovanni Paolo II se non si considerano la sua “profondità spirituale”, “l’esempio della sua preghiera”, la “sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, [che] gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno”.

Prendendo spunto dal Vangelo della domenica, quello dei dubbi dell’apostolo san Tommaso, Papa Benedetto XVI ha ricordato che la speranza — un tema centrale della sua enciclica Spe salvi — non sta senza la fede. La speranza del beato Giovanni Paolo II veniva dalla sua fede granitica, tanto che — ha detto il regnante Pontefice — “la beatitudine eterna di Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ha la gioia di proclamare, sta tutta dentro queste parole di Cristo: “Beato sei tu, Simone” e “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!””. Fede, in particolare, nella Divina Misericordia, di cui il beato Giovanni Paolo II ha voluto istituire la festa secondo le rivelazioni di santa Maria Faustina Kowalska (1905-1938), da lui stesso canonizzata il 30 aprile 2000. Come ha ricordato Papa Benedetto XVI, […] il mio Predecessore rese lo spirito a Dio proprio la sera della vigilia” della festa della Divina Misericordia del 2005.

Ma la fede del beato Giovanni Paolo II aveva un carattere e un taglio particolare. Stava in rapporto continuo e costante con la “beatitudine “che nel Vangelo precede tutte le altre”: quella della Vergine Maria, la Madre del Redentore”. Molti hanno voluto interpretare il fatto che il Concilio Ecumenico Vaticano II abbia deciso di non dedicare un documento specifico alla Madonna come la vittoria di un fronte progressista che temeva di dispiacere ai protestanti parlando troppo di Maria. Papa Benedetto XVI ha più volte assicurato che, al contrario, la scelta di trattare della Vergine Maria nell’ottavo capitolo della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, nell’ambito — come recita il titolo di quel capitolo — del “mistero della Chiesa”, si radica in una lunga e autorevole tradizione teologica, e del resto quel capitolo del documento conciliare costituisce il più importante ed esteso trattato sulla Madonna prodotto dal Magistero cattolico fino a quella data.

Nell’omelia per la beatificazione il Pontefice oggi ribadisce che Karol Wojtyła, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita”. La scelta dei Padri conciliari, spiega Papa Benedetto XVI, metteva in stretta relazione la Madonna come modello dei santi e la vocazione universale di tutti i cristiani, laici compresi, “alla misura alta della vita cristiana, alla santità”, che certo non è stata inventata dal Concilio ma che la Lumen Gentium ha sottolineato in modo particolare. […] come afferma la Costituzione conciliare Lumen Gentium sulla Chiesa […] tutti i membri del Popolo di Dio — Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose — siamo in cammino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa”.

Ancora, il beato Giovanni Paolo II — fra i tanti modelli di spiritualità mariana — ne ha scelto uno, quello di san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716), che nel suo Trattato della vera devozione alla Santa Vergine proponeva l’ideale che chiamava della santa schiavitù alla Madonna, cioè della consacrazione totale di tutti i propri beni, anche spirituali e compresi i propri meriti, alla Vergine o, più precisamente, a Gesù Cristo per mezzo di Maria, riassunta nel motto Totus tuus. Sia ai suoi tempi sia oggi, la spiritualità montfortana non ha mancato di trovare anche oppositori. Tanto più significativa è la sua franca rivendicazione come principio e fondamento della vita spirituale del beato Giovanni Paolo II da parte di Papa Benedetto XVI. Essa, ha detto il Pontefice, […] è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol Wojtyła: una croce d’oro, una “emme” in basso a destra, e il motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol Wojtyła ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: “Totus tuus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria — Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria” (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266)”.

Qui, nel profondo del Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, si trova il segreto del beato Giovanni Paolo II, che molti — distratti da altri aspetti della sua vicenda straordinaria — rischiano di non cogliere. Diventato Papa, il beato Karol Wojtyła sapeva che la Madonna, […] con la sua fede, sostenne la fede degli Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro”. Per chi invece ha compreso questo segreto, invocare insieme l’intercessione della Madonna e del nuovo beato diventa, com’è stato per Papa Benedetto XVI alla fine dell’omelia, qualche cosa di naturale: “Beato te, amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto! Continua — ti preghiamo — a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di Dio. Tante volte ci hai benedetto in questa Piazza dal Palazzo! Oggi, ti preghiamo: Santo Padre ci benedica!”.

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