Il 1989 attraverso l’enciclica «Centesimus annus»

Alleanza Cattolica 8 mesi fa
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Don Beniamino Di Martino, Cristianità n. 399 (2019)

 

Sacerdote della diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, è direttore di StoriaLibera. Rivista di scienze storiche e sociali (www.StoriaLibera.it). Attivo nell’apostolato civico-cultu­rale, ha pubblicato, fra l’altro, Rivoluzione del 1789. La cerniera della modernità politica e sociale, Leonardo Facco, Treviglio (BG) 2015; Povertà e ricchezza. Esegesi dei testi evangelici, Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2016; La Dottrina Sociale della Chiesa. Principi fondamentali, Nerbini, Firenze 2016; «Conceived in liberty». La contro-rivoluzione americana del 1776, Liamar, Principato di Monaco 2016; La Grande Guerra 1914-1918. Stato onnipotente e catastrofe della civiltà, Monolateral, Dallas (Texas) 2018. Con il permesso dell’autore, pubblichiamo ampi stralci dal capitolo Il 1989 attraverso l’enciclica «Centesimus annus» dell’opera La Dottrina Sociale della Chiesa. Sviluppo storico, Monolateral, Dallas (Texas) 2017, pp. 257-269. Le inserzioni fra parentesi quadre sono redazionali. La numerazione dei paragrafi e le note sono state uniformate agli standard redazionali.

 

Il 1989 attraverso l’enciclica «Centesimus annus»

 

Alcune immagini sono destinate a rimanere nella memoria di tutti, rappresentando chiavi di volta nella storia dell’umanità. Le foto dell’ab­battimento del muro di Berlino raccontano come meglio non si poteva — anche sotto l’aspetto metaforico — uno dei momenti chiave della nostra storia.

A sufficiente distanza dal 9 novembre 1989 proviamo a rileggere gli avvenimenti di quei momenti memorabili, affiancando a essi non solo le parole e i gesti di Papa san Giovanni Paolo II (1978-2005), ma anche l’in­terpretazione e la rilettura che, di quegli eventi, sono emerse dall’inse­gna­mento della Chiesa.

Chi è nato dopo il 1989 si è trovato a crescere e a vivere — sotto l’a­spetto politico — in un mondo molto diverso rispetto alla situazione antecedente, ma se la cerniera di quell’anno viene inevitabilmente rievocata per la fine della cosiddetta Guerra Fredda, per i più giovani — che non hanno avuto esperienza di quel trapasso — le trasformazioni hanno, prevalentemente, avuto altro tipo di significato. La «rivoluzione» tecnologica — con l’accelerazione dei ritmi e con l’aumentata massa di informazioni disponibili — sembra aver preso il sopravvento e, nella vita quotidiana, lo spartiacque del 1989 sembra essere molto più lontano di quanto in realtà non sia.

 

1. Il 1989

Se vogliamo partire dalla trasformazione digitale che ha proficuamente aiutato il lavoro di ciascuno di noi, non possiamo non ricordare che Internet fu avviato proprio nell’anno della fine dei «blocchi». Era il 12 marzo 1989, infatti, quando un informatico inglese, Timothy John «Tim» Berners-Lee, allora trentaquattrenne, con un breve saggio dal titolo Information Management: A Proposal espose un innovativo metodo per ottimizzare le comunicazioni all’interno del CERN di Ginevra, dove allora lavorava. Probabilmente nessuno avrebbe potuto immaginare che cosa quell’invenzione avrebbe messo in moto e quale tipo di ricadute avrebbe prodotto di lì a poco nel lavoro e nel tempo libero, nelle relazioni sociali e nei rapporti commerciali di chissà quante persone (1).

Quanto non debba essere considerato eccessivo questo riferimento così marcato alla svolta prodotta dall’information technology lo dimostra anche l’attenzione alla «“nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna» (2) da parte del Pontefice che guidò la Chiesa negli anni a cavallo del 1989 e che per primo parlò dei «nuovi areopaghi» (3), dei nuovi centri di cultura, che oggi trovano nei più avanzati mezzi di comunicazione sociale il loro «luogo» più animato.

Se quello dello sviluppo tecnologico che minimizza le distanze, velocizza le comunicazioni, moltiplica le relazioni, riduce le divisioni — trasformando l’intero pianeta in una sorta di global village (4) — è certamente un aspetto fondamentale per comprendere il mondo a partire dalla cesura storica del 1989, pur tuttavia, quell’anno è innegabilmente ricordato come il momento della fine della grande contrapposizione dei blocchi politici.

Non era mai capitato che un documento pontificio considerasse un anno della storia come oggetto di riflessione e di insegnamento. È ciò che, invece, è stato riservato al 1989, e che non era capitato neanche per il 1789 o il 1914 o il 1917: uno dei sei capitoli dell’enciclica Centesimus annus (5), infatti, è dedicato a quest’anno, assurto ormai a simbolo storiografico.

Sarebbe riduttivo considerare meramente simbolici gli eventi di quell’anno: il ritiro dell’Armata Rossa sovietica dall’Af­ghanistan (febbraio); la condanna a morte dello scrittore Salman Rushdie da parte dell’Iran di Ruḥollāh Khomeini [1902-1989] (febbraio); il riconoscimento ufficiale di Solidarność in Polonia (aprile); il grande movimento studentesco di protesta che portò migliaia di giovani a manifestare contro il regime comunista cinese a Pechino (aprile-giugno); il primo varco nella cortina di ferro che consentiva di lasciare l’Ungheria alla frontiera con l’Austria (settembre); infine l’indimenticabile notte del passaggio a Ovest di migliaia di berlinesi (novembre). Ma tutti quegli avvenimenti hanno conservato anche una forte carica raffigurativa. Come non ricordare i tedeschi-orientali piangere di gioia e abbracciarsi con i loro connazionali occidentali? Era l’esultanza di chi si sentiva libero di manifestare su quel muro che poteva finalmente essere avvicinato senza temere le raffiche di mitra. O come dimenticare l’omino — la cui identità e il cui destino rimasero sconosciuti (6) — che, a Pechino, da solo, si pose dinanzi la colonna di carri armati bloccandone il passaggio? Le immagini di piazza Tienanmen, prima, e della Porta di Brandeburgo, poi, hanno consegnato alla storia una vera e propria rappresentazione della insopprimibile resistenza dell’uomo alla menzogna dell’ideologia. Questa autentica resistenza — ancora una volta pagata a caro prezzo — fu dimostrata anche dai giovani cinesi, mentre, di lì a pochi mesi, l’impossibilità della conservazione della menzogna ebbe la sua plastica dimostrazione con la resa delle guardie di frontiera che, per la prima volta, non spararono contro chi intendeva raggiungere la Germania libera (7).

L’evento del 9 novembre 1989 non giunse all’im­provviso — né avrebbe potuto, perché la storia non facit saltus —, ma fu, in certo modo, la conclusione di uno sfaldamento in atto da tempo. Non è questa la sede per risalire ai motivi per i quali il sistema collettivistico — tanto sotto l’aspetto sociale, quanto sotto quello economico — essendo incapace di perpetuarsi, va considerato viziato fin dalla sua origine. Ma può essere utile fare qualche considerazione che ne richiami la natura e che aiuti a interpretarne l’essenza.

 

2. Il secolo dell’ideologia: dal 1914 al 1989

Più di un secolo è trascorso da quell’estate del 1914 in cui si deter­minò la scintilla di quell’immane sciagura che sarà, non a caso, ricordata come la Grande Guerra. Il conflitto, come è noto, ebbe il suo disgraziato innesco nell’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, in cui persero la vita l’erede al trono austro-ungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando (1863-1914), e sua moglie.

Non occorre ricordare che una delle grandi conseguenze provocate dal disastro bellico fu l’avvento dello Stato sovietico. Sotto l’aspetto economico ciò comportò la prima attuazione della politica di totale pianificazione. L’esperimento rappresentava, quindi, un crinale anche per le teo­rie di economia politica. Ancor più a partire da quel momento — com’è immaginabile — i progetti di pianificazione costituirono uno dei principali terreni di confronto e di scontro fra gli economisti di impostazione socialista e gli studiosi di orientamento liberista, primi fra questi ultimi quelli della Scuola Austriaca. Ma sotto l’aspetto umano, anche per un economista freddamente pragmatico come Ludwig von Mises (1881-1973), l’avvento dello Stato totalitario sovietico implicava altre considerazioni di ordine morale: «Il vero significato della rivoluzione di Lenin [pseudonimo di Vladimir Il’ič Ul’janov, 1870-1924] — scrisse il grande viennese — è da vedere nel fatto che essa fu l’esplosione del principio della violenza e dell’oppressione senza limiti» (8).

Il socialismo ha rappresentato qualcosa di enormemente importante nella storia contemporanea e, specificamente, del Novecento. Lo stesso storico inglese Eric John Hobsbawm (1917-2012), che ha parlato del secolo XIX come di un secolo storiograficamente «lungo», ha, conseguentemente, definito il Novecento come «secolo breve». Al «lungo Ottocento», iniziato ideologicamente già con la rivoluzione del 1789 e prolungatosi sino alla Prima Guerra Mondiale, subentra un secolo storiograficamente «breve» che — nei suoi caratteri peculiari — decorre con il conflitto da cui erompe la rivoluzione russa e che, non a caso, ha come anno di esaurimento il 1989, inizio del successivo dissolvimento dell’URSS. Hobsbawm, pur marxista di formazione, riconosceva il carattere tragico che ha contrassegnato quest’epoca, Age of Extremes (sono parole presenti nel titolo dell’o­riginale edizione inglese, diversamente tradotto nelle edizioni italiane come L’epoca più violenta della storia dell’umanità), esprimendo questo carattere in modo convincente e penetrante: «Il Secolo breve è stato un’e­poca di guerre religiose, anche se le religioni più militanti e assetate di sangue sono state le ideologie laiche affermatesi nel­l’Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo, i cui idoli erano astrazioni oppure uomini politici venerati come divinità» (9).

C’è qualcosa di effettivamente impressionante nelle forme ideologiche che hanno insanguinato la storia recente e che hanno dato alla parabola del secolo XX un carattere unico che, per quanto lungamente preparato, ha distinto l’ultimo segmento della vicenda umana con una profondità tutta particolare. Il Novecento è stato definito il secolo delle ideologie (10), il secolo del male (11); è stato il tempo di un male che, così come mai era avvenuto prima, è diventato «assoluto» nella pretesa di una trasformazione che vuole essere «assoluta», trasformazione che richiede come strumento uno Stato che sia «assoluto» nelle sue capacità e che postula una politica che sia omnipervasiva nei suoi orizzonti.

Dicevamo, dunque, che c’è qualcosa di impressionante nel constatare il doppio volto dell’ideologia: da un lato estremamente disumano, dal­l’altro seducente; da un lato esso è utopico e irrazionale, dall’altro vorrebbe essere «scientificamente» convincente. Lo stesso John Maynard Keynes (1883-1946), le cui critiche al libero mercato sono state molto probabilmente le più incisive e quelle che hanno maggiormente influenzato politici e scienziati sociali, proprio nel momento in cui poneva irrimediabilmente sotto la scure l’economia di libero scambio, si domandava come il marxismo potesse ricevere tanta accoglienza, nonostante i suoi paradossi: «Il socialismo marxista deve sempre rimanere un portento per gli storici del pensiero» (12). L’economista inglese non riusciva a dare spiegazione su «[…] come una dottrina così illogica e vuota possa aver esercitato un’influenza così potente e durevole sulle menti degli uomini e, attraverso questi, sugli eventi della storia» (13). Mises, distante da Keynes e lontanissimo dal socialismo, con tono pacato, ma con una riflessione durata l’intera esistenza, non tardò, e in più circostanze, a parlare del Novecento come l’età del socialismo. Lo studioso di Vienna ha attraversato i primi tre quarti del secolo e ha sperimentato come scienziato e come liberale, come intellettuale e come oppositore, il dramma di un’ideologia che a lui, come agli altri interpreti della Scuola Austriaca, appariva, con piena consapevolezza, come distruttrice della stessa civiltà. Nella sua posizione isolata, in un momento in cui sembravano esserci poche speranze per la sopravvivenza delle libertà, poco dopo la metà degli anni Venti, così Mises scriveva: «Molti degli uomini e delle donne migliori e più nobili […] hanno seguito [il socialismo] con entusiasmo, ed esso ha rappresentato la stella polare per l’azione di eminenti statisti, ha egemonizzato le cattedre, infiammato i giovani, riempito la mente e il cuore delle ultime generazioni e di quella attuale, al punto che un giorno si potrà giustamente definire la […] nostra epoca come l’epoca del socialismo» (14).

Non è, quindi, infondato ritenere il Novecento quel secolo — perciò più breve della sua scansione cronologica — segnato dall’avvento, dal­l’e­sportazione internazionale e dalla rovina dell’esperimento bolscevico.

Anche Giovanni Paolo II, nell’enciclica Centesimus annus, in qualche modo faceva suo questo criterio storiografico quando affermava che con la caduta del socialismo reale aveva inizio, «in un certo senso, il vero dopoguerra» (15).

Con molta sagacia e con altrettanta fondatezza, un grande storico tedesco, Ernst Nolte (1923-2016), ha perciò parlato del periodo che va dal 1917 al 1945 come di una guerra civile europea (16); una guerra civile determinata dall’instaurazione del nuovo Stato sovietico e soprattutto dall’i­deologia soggiacente, una guerra civile da considerare il grande evento entro cui interpretare la storia del secolo XX; e, di conseguenza, anche cifra interpretativa del fascismo e del nazionalsocialismo.

 

3. Irriformabilità dell’ideologia

Le considerazioni di Hobsbawm circa il carattere «religioso» dell’i­deologia — «religioso» perché «assoluto» e «totalizzante» — richiamano subito alla memoria uno fra i più citati passi della Centesimus annus, ove Giovanni Paolo II, a proposito del carattere della politica ideologica, scri­veva: «Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un’orga­nizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una “religione secolare”, che si illude di costruire il paradiso in questo mondo» (17).

Questo carattere «soteriologico» rende le moderne costruzioni politiche portatrici di una carica ideologica terribile e spaventosa. Il comunismo è stato il punto di massima estensione di questa carica ideologica perché in esso il tentativo di realizzare «un’organizzazione sociale perfetta» ha raggiunto il suo punto più alto e il modo più compiuto possibile. Dice bene il filosofo Jean Daujat (1906-1998) quando afferma che «la filosofia di Marx è l’esito, il frutto più maturo, il risultato ultimo di tutto il pensiero moderno» (18). Quella del comunismo è la costruzione di un nuovo mondo a un livello mai toccato sia da ogni altra utopia — che pure ha attraversato le fasi precedenti della storia — sia da ogni altro sistema di pensiero — che pure ne ha costituito le premesse — perché il comunismo, come direbbe Marx, vuole essere rigorosamente «scientifico».

Non è questa la sede per analizzare la nemesi di ogni utopia e per riflettere su quanto sia tristemente vero che ogni mito di paradiso in terra si trasforma presto in inferno (19). La storia del Novecento si è ampiamente incaricata di dimostrare come — secondo le parole di Kenneth Minogue (1930-2013) — «poche cose sono più distruttive dei sogni politici di perfezione» (20). Piuttosto ci soffermiamo su un altro importante aspetto che il 1989 ha disvelato. Si tratta della dimostrazione di un carattere tipico del­l’ideologia: la sua «irriformabilità».

Dicevamo che il crollo del muro più emblematico della storia non giun­se all’improvviso. L’evento fu brusco, quasi fulmineo, ma non senza rintracciabilissime cause. Per le menti più avvedute quel momento era tutt’altro che imprevisto. Ma cosa dava luogo a pensare che il più formidabile sistema politico che la vicenda umana abbia mai sperimentato era prossimo alla fine e i suoi giorni ormai terminati? Se le considerazioni da farsi a riguardo sarebbero tante, privilegiamo ora quella relativa alla «inemendabilità» del sistema.

È irriformabile ciò che non consente adattamenti e modifiche, pena la sua distruzione. Ciò che si scompone a ogni tentativo di trasforma­zione — anche solo parziale — è, per sua natura, immodifica­bile. Il socialismo possiede questa caratteristica per cui sopravvive solo se si radicalizza, non se si modera; solo se si esaspera, non se si mitiga. Può essere sopportato solo nella paura, non può essere accettato per scelta — quando lo si è sperimentato e non solo immaginato. Il comunismo che si riforma non può che snaturare sé stesso perché non può esistere un comunismo che al suo interno contenga qualcosa che ne neghi i postulati essenziali. Ogni rinnovamento suo non può che essere la strada per la sua dissoluzione.

Ecco perché le grandi riforme avviate da Mikhail Gorbaciov (21) anziché dare nuova linfa al sistema collettivistico ne decretarono la fine. Infatti, proprio l’impegnativo programma riformistico affidato alle due parole del vocabolario russo divenute più popolari nel mondo — glasnost e perestrojka — non potevano che accelerare e ratificare il collasso del­l’impero. Con il suo tentativo, l’ultimo leader sovietico ammetteva — e non solo in modo indiretto — l’incapacità della pianificazione politica («l’esperienza del mondo intero ha provato la vitalità e l’efficacia del­l’economia di mercato») (22).

Il sistema comunista non poteva permettersi alcuna crepa interna; l’«ideocrazia» socialista non poteva tollerare alcuna innovazione. Ogni trasformazione — anche minima — dei postulati che reggono l’ideologia non poteva che produrre la crisi dell’intero complesso. Ogni mutamento, mettendo in discussione qualcosa affermata come immutabile, avrebbe necessariamente prodotto il cedimento di tutto l’apparato. L’unico modo per allungare la vita del sistema collettivistico era il pugno di ferro e il rifiuto preconcetto di ogni alternativa alla pianificazione centrale. In altri termini: solo la menzogna ideocratica e la violenza fisica potevano consentire al comunismo di sopravvivere. Ogni seppur minima ammissione di errore, ogni allentamento della logica della repressione, avrebbe inevitabilmente comportato una crepa dalle conseguenze tanto inevitabili quanto inarrestabili. Ogni debolezza nei confronti della realtà naturale — ancor più che nei confronti degli avversari politici —, avrebbe consentito l’abbandono del sistema, non la legittimazione della sua riformulazione.

La massima espansione mondiale del sistema comunista e la sua più radicata affermazione nelle élite intellettuali negli anni Settanta erano state possibili grazie alla tenuta monolitica di una duplice idea: la superiorità morale del collettivismo e la supremazia economica dell’ordine pianificato. Queste qualità non erano né confermate dai fatti sociali né corroborate dalle teorie scientifiche, ma si attestavano per il loro carattere aprioristico e per la loro capacità egemonica. La vita di quest’illusione che ha coinvolto le migliori menti e assorbito le più vigorose energie si è potuta perpetrare solo a condizione di non metterla mai in discussione. Viene in mente, a questo proposito, ciò che scrive il politologo americano Murray N. Rothbard (1926-1995) per il quale l’uomo libero è come «[…] quel bambino della favola che ribadisce che l’imperatore è nudo» (23).

Il processo di sgretolamento dell’impero sovietico era iniziato già con il riconoscimento del sindacato libero Solidarność in seguito agli scioperi degli operai polacchi (estate 1980) per rendersi, poi, irrevocabile in tutta la sua portata con la politica riformista della perestrojka gorbacioviana e manifestarsi, infine, nei suoi ultimi esiti fin da quel 10 settembre del 1989 quando l’Ungheria aprì la frontiera con l’Austria, creando una fatale breccia nella «cortina di ferro». Da quel momento non è stato più possibile contenere lo sfaldamento e l’implosione è stata inesorabile (24).

Se è inemendabile quel sistema che non è in grado di correggersi perché strutturalmente incapace di farlo, si comprende cosa voglia significare considerare il comunismo «irredimibile». Non è possibile privare il comunismo degli aspetti negativi: purificare l’ideologia dai suoi aspetti malefici, significa semplicemente far morire l’ideologia. Ogni tentativo di costruzione di socialismi «dal volto umano» si è sempre scontrato con la natura del socialismo che ha sempre un’anima disumana. Come il sogno di costruire un socialismo che assicurasse la giustizia e l’u­guaglianza ha costituito la strada per la massima forma di ingiustizia e la miseria più estrema, così il progetto di riforme della perestrojka gorbacioviana non poteva che comportare la dissoluzione di un sistema che può essere migliorato e corretto solo abbandonandolo.

La irreformabilità del sistema — dimostrata dal fallimento del tentativo di trasformarlo dall’interno — aveva già avuto una sua autorevole proclamazione nel lontano 1937 quando, nell’enciclica Divini Redemptoris, Papa Pio XI [1922-1939] era arrivato a dichiarare il comunismo ateo un fenomeno «intrinsecamente perverso»: «communismus cum intrinsecus sit pravus» (25). È questa l’affermazione più impegnativa — sia da un punto di vista dottrinale, sia da un punto di vista morale, sia da un punto di vista pastorale — che la Chiesa abbia mai espresso nei confronti di un pensiero, quello socialista, che pur ha ricevuto continue condanne, la prima delle quali risale addirittura al 1846 (26), due anni prima del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels.

Don Beniamino Di Martino

 

Note:
(1)  Forse ancor più che i testi ufficiali (cfr. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, La Chiesa e Internet, del 22-2-2002) o i messaggi pontifici in occasione della Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali (cfr. M. Cristina Carnicella, Comunicazione ed evangelizzazione nella Chiesa, Paoline, Milano 1998) alcune affermazioni danno il senso di come anche la Chiesa si sia aperta a questa grande innovazione digitale: «Il computer ha un po’ cambiato il mondo — disse, scherzando, san Giovanni Paolo II —, certamente ha cambiato la mia vita» (Marco Politi, Il Papa disse: «Fiat Internet». Così il Vaticano sbarcò in Rete, in La Repubblica, 18-11-1998) mentre, più recentemente, Papa Francesco ha definito il web «un dono di Dio» perché «può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà» (Francesco, Messaggio per la XLVIII giornata mondiale delle comunicazioni sociali, del 24-1-2014).
(2) Giovanni Paolo II, Lettera enciclica «Redemptoris missio» circa la permanente validità del mandato missionario, del 7-12-1990, n. 37c.
(3) Ibidem.
(4) Cfr. Marshall E. McLuhan (1911-1980), The Gutenberg Galaxy. The Making of Typographic Man, University of Toronto Press, Toronto 1962; Idem, Understanding Media. The Extensions of Man, McGraw-Hill, New York 1964; Idem, War and Peace in the Global Village, McGraw-Hill, New York 1968.
(5) Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica «Centesimus Annus» nel centenario della «Rerum Novarum», del 1°-5-1991, cap. III.
(6) Subito si seppe, invece, dei provvedimenti adottati nei confronti del co­mandante del carro armato che bloccò il convoglio per evitare di schiacciare la persona che ebbe dinanzi.
(7) Propriamente l’apertura della frontiera avvenne in modo rocambolesco e nella confusione dovuta all’assenza di ordini precisi. Non è privo di significato richiamare la banale modalità con cui il titanico sistema del «socialismo reale» si è letteralmente afflosciato. Causa la moltiplicazione di segnali che indicavano un inevitabile disfacimento, il governo di Egon Krenz — che solo da una ventina di giorni aveva sostituito il dimissionario leader storico della DDR, Erich Honecker [1912-1994] — aveva deciso di concedere ai propri cittadini le autorizzazioni per effettuare viaggi nella Germania Occidentale. Al ministro della Propaganda della DDR, Günter Schabowski [1929-2015], fu dato l’inca­rico di convocare una conferenza stampa e di comunicare la decisione senza ricevere dettagli circa il momento in cui tutto ciò sarebbe stato possibile. I vaghi ordini impartiti dal partito condussero il ministro ad affermare, nel corso di quella discussione con i giornalisti della memorabile sera del 9 novembre 1989, che la disposizione poteva essere considerata immediatamente esecutiva. In assenza di comandi chiari, i poliziotti di frontiera (i famigerati vopos), responsabili dell’uc­cisione di decine di fuggiaschi, non opposero alcun contrasto all’imponente folla che si ingrossava ai checkpoint, lasciando passare i berlinesi-orientali senza essere neanche più in grado di controllare l’identità di coloro che gioiosamente oltrepassavano il confine, un confine che da quel momento non fu più invalicabile. In questo modo, l’impero meglio organizzato della storia umana crollava per una disattenzione, che in altri momenti non avrebbe comportato alcuna conseguenza (se non l’invio in Siberia di qualche funzionario).
(8) Ludwig von Mises, Socialismo. Analisi economica e sociologica, trad. it., a cura di Dario Antiseri, Rusconi, Milano 1990, p. 621.
(9) Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, trad. it., Rizzoli, Milano 2007, p. 650.
(10) Cfr. Karl Dietrich Bracher, Il Novecento. Secolo delle ideologie, trad. it., Laterza, Bari 1984.
(11) Cfr. Alain Besançon, Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoa, trad. it., prefazione di Vittorio Mathieu, Editrice Ideazione, Roma 2000.
(12) John Maynard Keynes, La fine del lasciar fare, in Idem, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta e altri scritti, trad. it., a cura di Alberto Campolongo, UTET, Torino 1978, p. 94.
(13) Ibidem.
(14) Ludwig von Mises, Liberalismo, trad. it., prefazione di Dario Antiseri, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 1997, p. 241.
(15) «Per alcuni Paesi di Europa inizia, in un certo senso, il vero dopoguerra. Il radicale riordinamento delle economie, fino a ieri collettivizzate, comporta problemi e sacrifici, i quali possono esser paragonati a quelli che i Paesi occidentali del Continente si imposero per la loro ricostruzione dopo il secondo conflitto mondiale» (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica «Centesimus Annus» nel centenario della «Rerum Novarum», cit., n. 28).
(16) Cfr. Ernst Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, trad. it., Sansoni, Firenze 1989.
(17) Giovanni Paolo II, Lettera enciclica «Centesimus Annus» nel centenario della «Rerum Novarum», cit., n. 25.
(18) Jean Daujat, Conoscere il comunismo, trad. it., prefazione di Giovanni Cantoni, Editrice Il Falco, Milano 1979, p. 10.
(19) Cfr. A. Besançon, op. cit., e Joshua Muravchik, Il paradiso in terra. Ascesa e caduta del socialismo, trad. it., Lindau, Torino 2005.
(20) Kenneth Minogue, La mente servile. La vita morale nell’era della demo­crazia, prefazione di Franco Debenedetti, Istituto Bruno Leoni Libri, Torino 2012, p. 398.
(21) Leonid Breznev, dopo una lunga malattia tenuta nascosta ai mezzi d’infor­ma­zione, moriva nel novembre 1982. Negli ultimi anni del periodo brezneviano il sistema economico sovietico manifestava una sempre maggiore difficoltà, incapace di crescere e di svilupparsi, mentre la politica imperialista non si era mai interrotta (nel dicembre del 1979, l’Armata Rossa aveva invaso l’Af­ghanistan). I successori di Breznev saranno anche gli ultimi e fugaci segretari del PCUS. Venne prima la volta di Yuri Andropov (1914-1984), già capo del KGB, che, dopo un lungo «raffreddore» — così si erano espressi i comunicati ufficiali —, scompariva già nel febbraio 1984. Il nuovo segretario del Partito era Kostantin Cernenko (1911-1985) che, però, moriva meno di un anno dopo. Stanchi di eleggere capi in così rapida successione, i leaders sovietici misero fine a questa «gerontocrazia» comunista e si decisero a designare un «giovane»: l’11 marzo del 1985, dopo la morte ravvicinata di tre segretari del partito, veniva, infatti, eletto Mikhail Gorbaciov. Gorbaciov, che allora aveva solo 54 anni, diventava il nuovo segretario generale del Partito Comunista sovietico restando al potere fino all’agosto del 1991.
(22) Così Gorbaciov al New York Times nell’ottobre del 1990: «The whole world experience proved the vitality and efficiency of the market economy» (nel sito web <https://www.nytimes.com/1990/10/17/world/evolution-europe-gorbachev-offers-his-plan-remake-soviet-economy-but-includes-no.html>, consultato il 4-11-2019).
(23) Murray N. Rothbard, Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, trad. it., introduzione di Luigi Marco Bassani, Liberilibri, Macerata 2004, p. 41.
(24) È significativa la consapevolezza circa il rimedio da dare ai mali delle società uscite dal blocco sovietico. Lo dimostrano le parole di Václav Klaus, leader della Repubblica Ceca, che, nel 1989, affermava: «Vogliamo un’e­conomia di mercato senza alcun aggettivo. Ogni compromesso servirebbe solo ad aumentare i nostri problemi […] cercare la cosiddetta terza via è una follia. L’abbiamo sperimentata negli anni Sessanta col socialismo dal volto umano e non ha funzionato. Dobbiamo essere estremamente chiari nello spiegare che non stiamo cercando di ricreare una versione più efficiente di un sistema che ha già fallito» (cit. in Michael Novak, L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo, trad. it., Edizioni di Comunità, Milano 1999, p. 55).
(25) Pio XI, Lettera enciclica sul comunismo ateo «Divini Redemptoris», del 19-3-1937, n. 58.
(26) Cfr. Pio IX (1846-1878), Lettera enciclica «Qui pluribus» sugli errori dell’epoca, del 9-11-1846.

 

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