Il «cantoniano»

Domenico Airoma 2 anni fa
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Domenico Airoma, Cristianità n. 393 (2018)

 

La pubblicazione di questo articolo vuole essere un omaggio a Giovanni Cantoni in occasione del suo ottantesimo compleanno. Fondatore di Alleanza Cattolica, da qualche anno Cantoni, per motivi di salute, ha dovuto abbandonare la guida diretta dell’asso­ciazione, di cui ora è reggente nazionale onorario. Dalle testimonianze traspare con evidenza l’impronta del fondatore, che si è dedicato per decenni alla formazione dei militanti con passione e con generosità.

 

Il «cantoniano»

 

Vi è qualcosa che Giovanni Cantoni ha lasciato — mi piace pensare — come la principale delle consegne ai militanti e, più in generale, a tutti coloro che hanno riconosciuto in lui la statura di un maestro: prima ancora che la dottrina contro-rivoluzionaria, egli ha insegnato, con la sua vita, lo stile stesso del contro-rivoluzionario, tanto da far utilizzare — in molti di noi che lo hanno conosciuto — l’aggettivo «cantoniano» per descrivere in sintesi un modo di essere e di comportarsi. 

Ma in cosa consiste l’essere cantoniani?

Provo a rispondere a questa domanda, all’apparenza esotica, facendo un collage dei modi di dire più abituali del fondatore di Alleanza Cattolica. Confidando nella benevolenza del lettore, perché solo chi fa, sbaglia.

Si è cantoniani innanzitutto, avendo attenzione alla piccola etica, cioè a quell’etichetta che è incarnazione, nel vissuto quotidiano, della morale, e che si nutre di gesti che costituiscono la prima comunicazione di sé stessi; gesti attraverso i quali ci interessiamo, gratuitamente, dell’al-tro, senza pretendere che l’altro debba necessariamente interessarsi a noi; e, soprattutto, interessarsene avendo dell’altro un pre-giudizio positivo, senza mai farne oggetto di pettegolezzo, soprattutto se associativo. 

Poi vi è il dovuto rispetto da riservare all’autorità, in primo luogo alla gerarchia ecclesiale, giacché, soprattutto in questa materia e specialmente per chi si definisce contro-rivoluzionario, la forma è anche sostanza. L’ossequio deve essere ragionevole, certissimamente; ma pur sempre di ossequio deve trattarsi perché chi siede sulla cattedra di Pietro è un prete speciale, e non semplicemente un prete vestito di bianco. 

E ancora, vi è il rispetto da portare verso i fatti, contro i quali non valet argumentum. I fatti vanno descritti per come sono e non come vorremmo che fossero; pronti sempre a rivedere i nostri giudizi e ad aggiornare la mappa. Il che non significa arrendersi alla geografia mutata, ma più semplicemente prenderne atto, senza pretendere di raddrizzare le gambe ai cani.

Il cantoniano è, perciò, un ruminante, perché solo dopo aver ruminato sui fatti, prova ad esprimere giudizi; evitando di pensare che, poiché abbiamo avuto la grazia di disporre di buoni maestri e di aver ricevuto sicure coordinate per orientarci in un mondo rivoluzionato, ne sappiamo «una più di Bertoldo». Rimanendo consapevoli che, pur dovendo chiamare le cose con il loro nome, le parole sono pietre, delle quali ci verrà chiesto conto, anche se lanciate con il mezzo tastiera.

Si è cantoniani, inoltre, se non si smarrisce il contatto con il quadro grande, che dà il senso e la qualità al tempo che viviamo, relativizzando le difficoltà e le angosce dell’ora presente, nella certezza che la Provvidenza è all’opera e che non siamo noi a salvare la Chiesa, ma il contrario. 

Si è cantoniani se, chiedendoci sempre che ora è, ci sforziamo di essere prudenti. Il che non significa semplicemente mettersi la maglia di lana, o meglio, non significa fermarsi a questo gesto, pure talora indispensabile, specie se fa freddo. Essere prudenti significa custodire la capacità di conservare il contatto con il reale, tenendo presente tutte le circostanze che accompagnano la nostra azione, e in particolare mai prescindendo dalle condizioni del nostro interlocutore, sempre sforzandosi di trovare le giuste sollecitazioni che facciano brillare l’occhietto di chi è disposto a dedicarci qualche minuto di attenzione. Mai parlarsi addosso, insomma, cadendo prigionieri dell’attrazione fatale del proprio ombelico, che tanti contro-rivoluzionari ha mietuto sul terreno della sensualità intellettualistica, condannandoli alla irrilevanza storica.

Si è cantoniani se si è consapevoli che non si parte mai da zero, perché si può saltare nel vuoto ma non dal vuoto e che, dunque, si ricostruisce una civiltà solo piegandosi con carità sui brandelli dell’umanità sopravvivente. 

Si è cantoniani se si rimane saldi nella convinzione che dire la verità è anche la furbizia del secolo XXI, mai dimenticando di essere servi inutili e che ogni cimitero è pieno di persone che si ritenevano indispensabili.

Si è cantoniani se si ama Alleanza Cattolica, che è la piccola via concessa a chi, seguendo la sua regola, cerca di salvarsi, agendo per la maggior gloria di Dio, anche sociale.

Si è cantoniani, in definitiva, se si conserva quella serenità interiore che proviene dalla certezza che infine il Cuore Immacolato di Maria trionferà. E che questa davvero non è una boutade.

Personalmente, altro non spero che di diventare cantoniano, cioè un buon cristiano, che confida, per la propria salvezza, nell’ingiustizia di Nostro Signore Gesù Cristo.

Domenico Airoma

 

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 Domenico Airoma

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Domenico Airoma, napoletano, 55 anni, sposato con Paola, tre figlie, magistrato dal 1989.