Il «compromesso storico» «a livello locale e regionale»

Giovanni Cantoni 40 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 68 (1980)

 

Dopo il fallimento della «via elettorale» e di quella «sindacale», il PCI ha chiesto il governo centrale senza la DC e ha ottenuto dalla stessa DC, incredibilmente per il senso comune, ma concretamente e per la prima volta, il governo locale e regionale con la DC, cioè il «compromesso storico» in tutta la nazione. Il PCI sfrutterà immediatamente l’ennesimo tradimento democristiano, oppure aspetterà dì combinarlo con la pressione esercitata dalla perdurante aggressività sovietica?

 

Dopo la “proposta di governo” avanzata dai comunisti

Il «compromesso storico» «a livello locale e regionale»

 

Sono passati esattamente due anni da quando, sul finire del 1978 e all’inizio del 1979, il Partito Comunista Italiano ha tentato di portare a termine, con crescente insistenza, la sua «lunga marcia» attraverso la nostra società con un finale insediamento al governo, a fianco di democristiani e di socialisti, realizzando così compiutamente la politica di «compromesso storico».

I termini della conclusione e della realizzazione di tale pluridecennale operazione sono stati espressi nella perentoria alternativa della formula, dello slogan ultimativo «o al governo o alla opposizione»; dalla situazione creata dalla pretesa comunista di perfezionare tale operazione politica e culturale ormai più che trentennale – e il cui completamento era parso, dal 1976, sempre più possibile e imminente – sono nate le elezioni anticipate del 3 giugno 1979; dal loro risultato, poi, ha preso corpo la «lezione italiana», e la «tregua» che a esse ha fatto seguito, e che tuttora di fatto dura, è stata ritmata dai due governi guidati dall’on. Francesco Cossiga e confermata inequivocabilmente dalla tornata elettorale dell’8 giugno 1980.

Il problema della ripresa delle ostilità rivoluzionarie contro la nostra nazione, cioè il problema del superamento della «tregua», è stato affrontato dal Partito Comunista Italiano, in questi mesi, nei termini di una mobilitazione sindacale, dopo avere abbandonato la prospettiva del successo elettorale e, ancora prima, quello della «riforma costituzionale». Tale mobilitazione sindacale – cercata nel cuore dell’industria italiana, che è una monocoltura dell’automobile – è stata sperimentata alla Fiat, e ne è scaturita quella prova di forza vanificata, per dire il meno, dalla emblematica manifestazione dei quarantamila dipendenti dell’industria torinese – quadri e non -, che ha richiesto, per essere dimenticata, un diversivo della dimensione di un cambio di gabinetto. Così, al secondo governo Cossiga – «caduto» sui decreti economici per opera delle sinistre interne rispettivamente alla Democrazia Cristiana e al Partito Socialista Italiano, telecomandate dal Partito Comunista – ha fatto seguito il gabinetto guidato dall’on. Arnaldo Forlani, una edizione rafforzata del centro-sinistra già rappresentato dal secondo governo retto dall’on. Cossiga.

Il quadro, a questo punto, è per i comunisti drammatico. Infatti, mentre urgono sempre di più quelle scadenze internazionali che avevano sollecitato .la manovra del gennaio 1979 e che l’«agosto polacco» ha forse affrettate – se non ne è stato, piuttosto, l’artificiale premessa -, la «via elettorale» e quella «sindacale» si rivelano con ogni verisimiglianza o chiuse oppure, certo, difficilmente percorribili. Uniche, rimangono aperte quella dell’esplicito tradimento della dirigenza democristiana e quella della emergenza internazionale palese; oppure una combinazione di entrambe.

Stando così le cose, l’emergenza «naturale» prodotta dal sisma che ha colpito e sconvolto una vasta area dell’Italia Meridionale – e di fronte al quale sono apparse evidenti e incontestabili non solo la inettitudine e la inefficienza di un singolo partito, ma quelle più ampie di tutto un regime, sì che il dramma politico-sociale merita senza ombra di dubbio la qualifica globale di «costituzionale» – ha fornito l’occasione « storica » per il rilancio pesante della pretesa al governo da parte del Partito Comunista Italiano.

I termini di tale pretesa, questa volta, sono stati espressi in una formula apparentemente cadente – come si direbbe in artiglieria – oltre l’obiettivo «per elevazione». Infatti, al vecchio slogan «o al governo o alla opposizione» è subentrato quello nuovo, che suona così: «il Partito Comunista al governo e la Democrazia Cristiana alla opposizione»!

Se la situazione fosse come appare a occhio nudo all’osservatore dotato di normale buon senso, la mossa comunista meriterebbe l’attenzione che di consueto si riserva ai propositi espressi da persona che ha ecceduto nelle libagioni, e ciò, nonostante lo «scandalo petrolifero» e la conseguente «questione morale» che pesa sulla Democrazia Cristiana. Ma le cose sono infinitamente più complesse, e la «proposta di governo» del Partito Comunista Italiano ha raggiunto, in un certo senso e per quanto incredibilmente, il suo scopo.

* * *

Prova inconfutabile di questa affermazione si ricava dall’esame del risultato del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana che, tenutosi a-Roma nei giorni 6 e 7 dicembre, ha accolto in modo sostanzialmente unanime la proposta avanzata dall’on. Flaminio Piccoli, a conclusione dell’esame della «questione comunista», da lui tematicamente svolto nel corso della sua ampia relazione (1).

Che cosa ha detto, dunque, il-segretario politico democristiano? Anzitutto, ha fatto un poco di storia e ha ritenuto di dover «ricordare che la DC, a partire dal 1976, sotto la guida illuminata di Aldo Moro e con i governi presieduti dall’on. Andreotti, aveva compiuto uno sforzo sincero e responsabile per realizzare, nella situazione di emergenza del Paese, il massimo di solidarietà nazionale possibile compatibile con la salvezza delle istituzioni democratiche.

«Tale nostro sforzo – ha continuato – aveva visto cadere, nel superiore interesse della Nazione, la storica incomunicabilità verso il PCI, facendo registrare importanti risultati. Il nostro confermato rifiuto a governare insieme ai comunisti veniva, così, ricondotto a motivazioni esclusivamente politiche, pur fondate su importanti ragioni e valutazioni di politica interna e internazionale.

«Tutto ciò non ha impedito al PCI di assumere, agli inizi del 1979, la responsabilità di mettere in crisi la politica di solidarietà nazionale, accentuando il suo ruolo di partito di opposizione, nonostante la disponibilità della DC […] a muoversi, anche nei confronti delle opposizioni, secondo lo spirito della solidarietà e della coesione nazionale.

«[…] oggi, proprio nel momento in cui le divisioni del Paese avrebbero dovuto essere sopite dinanzi all’immane tragedia del terremoto, il PCI ha rotto gli indugi e ha dichiarato di voler assumere un ruolo alternativo nella guida del Paese».

«Riesce perfino difficile credere – ha lamentato l’esponente democristiano – che un partito come il PCI, lento nei propri revisionismi, abituato ai piccoli passi per evitare che la propria base rimanga lontana dalle decisioni dei capi, inventi davvero una nuova strategia […].

«Il partito comunista – con una svolta che probabilmente risente di gravi perturbazioni internazionali in arrivo e comunque di modifiche intervenute nello scenario politico e mondiale – rischia di disperdere, con una iniziativa che prende le mosse dalla speculazione su un cataclisma naturale, un patrimonio di crescente credibilità guadagnatosi negli anni più recenti, con contributi significativi nella predicazione democratica e antiterroristica».

Fatta la storia – e «sgridato» il Partito Comunista per i danni che arreca alla propria credibilità, guadagnata in anni, con parole spese a difesa della democrazia e contro il terrorismo! -, l’on. Flaminio Piccoli è finalmente venuto alla illustrazione della specifica contro-mossa democristiana, dopo averne illustrato la premessa generica: «Alla manovra del PCI, che rischia di riportare indietro di decenni lo scontro politico, la Democrazia Cristiana replica rifiutando la politica del muro contro muro, della spaccatura verticale del Paese e rilanciando la linea della coesione nazionale richiamata nei propositi e negli atti del governo Forlani».

«Per questo – ha concluso –, nella presente situazione, […] penso che potremmo approvare una procedura secondo la quale, a difesa delle ragioni della nostra presenza a livello locale e regionale, dinnanzi al rischio di isolamento del nostro Partito nonostante il consistente peso del mandato ricevuto dagli elettori e nel caso in cui, per subitanee gravissime emergenze, si determini un inderogabile dovere di solidarietà, la Direzione […] possa, di volta in volta, esaminare se esista la opportunità politica di giunte che deroghino alla regola che concordemente abbiano fissato […]». Tale procedura è stata approvata dal consiglio nazionale della Democrazia Cristiana sostanzialmente alla unanimità!

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Per chi avesse ancora qualche dubbio, oppure pensasse di avere inteso male, credo opportuno ripetere e tradurre dal linguaggio contorto – talora realmente offensivo della nostra lingua – nel quale si esprime l’uomo politico democristiano. Dunque, il Partito Comunista Italiano ha chiesto il governo senza la Democrazia Cristiana – dopo averla caricata di tutte le colpe del regime, di cui esso è tutt’altro che esente – e ha ottenuto il governo «a livello locale e regionale» con la Democrazia Cristiana, cioè ha ottenuto sostanzialmente la realizzazione del «compromesso storico» in tutto il paese, dal momento che è ormai a semplice discrezione della direzione democristiana – quindi della setta democristiana – la valutazione, «di volta in volta», della vigenza di quel «tuttora», che ha sostenuto la fama di virtù e ha dato immeritata gloria al cosiddetto preambolo Donat Cattin.

Il problema politico italiano si formula, al momento, in questi termini: I comunisti sfrutteranno immediatamente la proposta, l’offerta democristiana? Il quesito, se ben esaminato, pare essere sostanzialmente tale soltanto dal punto di vista cronologico, dal momento che, ormai, spetta solamente al Partito Comunista Italiano decidere se quanto è avvenuto era semplicemente una prova generale oppure l’anteprima stessa della loro andata al governo; e sul fatto che un partito comunista punti al potere e al governo non sono leciti dubbi di sorta!

Dopo la loro eventuale andata al governo «a livello locale e regionale», il passo seguente li vede puntare finalmente al governo centrale e nazionale, di nuovo attraverso la pressione esercitata dalle «gravi perturbazioni internazionali in arrivo» – a che cosa allude l’on. Piccoli: all’invasione della Polonia, a quella della Jugoslavia o anche ad avventure più spericolate? – e con l’aiuto del tradimento esplicito della classe dirigente democristiana, decisa a giocare, «adesso o mai più», il potere già acquisito e certo molto difficilmente confermabile in condizioni di decantazione e non di emergenza.

Per quanto si debba essere ragionevolmente curiosi circa i tempi della manovra comunista, è però assolutamente indispensabile meditare anzitutto sul fatto che la prova di tale manovra è completamente riuscita, e in modo perfetto. La «tregua» è potenzialmente rotta e la breccia è aperta. Inoltre – qualsiasi cosa dica chi annuncia continuamente la morte della politica di «compromesso storico», forse per coprire quanto non fa per smascherarla e combatterla – ha completamente ragione l’on. Berlinguer quando dichiara che la «proposta di governo» del Partito Comunista non è «un capovolgimento della nostra strategia»; che il «compromesso storico», «la nostra strategia resta valida nei suoi fondamenti essenziali», e che «se oggi un partito come il nostro, che non è un partito socialdemocratico, può fare in modo credibile una proposta di governo […], ciò avviene non malgrado le esperienze e il cammino di questi anni bensì anche grazie ad essi» (2).

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Nell’attesa di sapere quando il Partito Comunista Italiano deciderà di entrare al governo – o meglio, quando a ciò verrà sollecitato dalle sue guide internazionali -, dal momento che il come di questo insediamento è ormai provato, mi chiedo quando anche gli anticomunisti terranno conto delle «esperienze […] di questi anni» e penso con sollievo al fatto che, nella storia, vi sono anche degli imponderabili, fra i quali troneggia la Provvidenza. E la nozione stessa di Provvidenza sconsiglia la disperazione e suggerisce ogni possibile reazione, anche se, umanamente parlando, tardiva: «meglio tardi che mai!».

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Cfr. FLAMINIO PICCOLI, Relazione al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, del 6-12-1980, in Il Popolo, 7-12-1980. Tutte le citazioni senza diversa indicazione sono tratte da questo documento.

(2) ENRICO BERLINGUER, La nostra proposta di governo, intervista a cura di Alfredo Reichlin, in L’Unità, 7-12-1980.

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