Il culto del Volto Santo di Lucca attraverso i secoli

Giulio Dante Guerra 38 anni fa
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Giulio Dante Guerra, Cristianità n. 91 (1982)

 

La devozione al Volto Santo di Lucca durante i secoli e i miracoli a esso attribuiti. La solenne incoronazione del simulacro, venerato come «re dei lucchesi», segno visibile del riconoscimento della regalità, anche sociale, di Nostro Signore.

 

Nel XII centenario della prodigiosa traslazione in Italia

Il culto del Volto Santo di Lucca attraverso i secoli

 

Dopo avere narrato la «leggenda» delle origini e dell’arrivo a Lucca del Volto Santo (1), passo ora a parlare del culto tributato al simulacro in questi dodici secoli.

Il Volto Santo fu venerato, fino agli inizi del secolo X, nella chiesa Domini et Salvatoris. Ebbene, negli anni dal 782 alla fine del secolo VIII, e per tutto il secolo IX, è un susseguirsi di donazioni a questa chiesa, di molte delle quali restano ancora i documenti originali (2).

Quando agli inizi del secolo X la chiesetta Domini et Salvatoris fu demolita, forse perché divenuta insufficiente a contenere tutti i fedeli, il Volto Santo fu trasferito nella vicina cattedrale di San Martino; dopo che, fra il 1060 e il 1070, la cattedrale di Lucca fu completamente riedificata, il Volto Santo ebbe all’interno del duomo una sua cappella, di cui si ha notizia fin dall’inizio del secolo XII, e che ebbe nel corso dei secoli vari rifacimenti e abbellimenti, finché nel 1484 Matteo Civitali edificò la cappella in cui il Volto Santo è venerato ancora oggi (3).

Per tutto il Medioevo il Volto Santo fu ininterrottamente meta di pellegrinaggi, praticamente da tutta la Cristianità, poiché la rapida diffusione del suo culto richiamava a Lucca pellegrini di ogni ceto e nazione, per alloggiare i quali sorse ben presto un grande numero di ospizi (4). Quanto sia stato rapido il diffondersi in Europa della devozione al Volto Santo è mostrato dal fatto di essere attestata in Inghilterra fino dalla seconda metà del secolo XI: «Guglielmo Malesburiense ed altri scrittori recano che il Re d’Inghilterra Guglielmo II solea giurare pel Volto Santo di Lucca: Per Sanctum Vultum de Luca» (5). Certamente tale diffusione fu facilitata dal fatto di essere Lucca una tappa importante sulla strada dei pellegrinaggi per Roma, e dalle colonie di mercanti lucchesi sparse per tutta l’Europa: resta comunque il fatto che da Madrid a Bruges, da Napoli e da Palermo a Londra e a Parigi sorsero chiese dedicate al Volto Santo. In Toscana, da una cappella dedicata alla Santa Croce, cioè al Volto Santo, ebbe origine e prese il nome il paese di Santa Croce in Valdarno (6).

 

I miracoli del Volto Santo

Innumerevoli sono i miracoli avvenuti tramite il Volto Santo: ne riporterò tre fra i più antichi e significativi.

Nel 1146, mentre si stava organizzando la seconda crociata, un certo Corrado, tedesco di Sassonia, giaceva infermo ormai da un anno a causa di una paralisi con atrofia muscolare in tutto il lato destro del corpo. Una notte Corrado ebbe una visione in cui riceveva l’ordine di farsi crociato. Facendo egli presente che in quella stato, non che combattere, neppure poteva camminare, si sentì rispondere che a Lucca sarebbe guarito. Corrado si fece trasportare, non senza gravi disagi, fino a Lucca e deporre ai piedi del Volto Santo; qui si udì un suono come di strumento a corda, mentre le membra di Corrado si distendevano ed egli si alzava in piedi, completamente guarito (7).

Nel 1282 avvenne il più noto fra i miracoli del Volto Santo. Un trovatore francese, venuto a Lucca per le feste di Santa Croce, aveva suonato tutto il giorno senza raccogliere niente. Sul fare della sera, stanco e scoraggiato, entrò in duomo e, inginocchiatosi ai piedi del Volto Santo, cantò la sua più bella canzone. Allora il Crocifisso gli gettò uno dei sandali d’argento che ne ornano i piedi nelle feste solenni. Il musico corse subito dal vescovo, col calzare in mano, a narragli il prodigio, ma questi non gli credette, lo accusò di furto e sacrilegio e lo obbligò a restituire il sandalo. Ma il miracolo si ripetè, e la Chiesa lucchese dovette riscattare a caro prezzo il calzare dal povero menestrello (8).

Nell’anno 1334 un certo Giovanni di Lorenzo, francese di Piccardia, era sbarcato a Napoli per recarsi in pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto. Di qui riparti alla volta di Lucca, con la intenzione di recarsi in pellegrinaggio al Volto Santo. Passando nei pressi di Pietralunga, antica cittadina della diocesi di Città di Castello, scorse sul greto di un torrente il cadavere di un uomo ucciso da poco, e si fermò a guardarlo. Sorpreso in questo atteggiamento, si ritrovò accusato del delitto e incarcerato. Giovanni sostenne disperatamente, davanti ai giudici che gli contestavano la «quasi flagranza», la propria innocenza; ma alla fine, sottoposto a tortura, non resse ai tormenti e confessò un delitto che non aveva commesso. Dichiarato colpevole, fu condannato da Branca de’ Branchi, allora podestà di Pietralunga, alla pena di morte mediante decapitazione. Persa ormai ogni speranza negli uomini, Giovanni si raccomandò a Dio, e fece voto al Volto Santo che, se avesse avuta salva la vita, si sarebbe recato in pellegrinaggio non solo a Lucca, ma anche a San Giacomo di Compostella. Ciò fatto si addormentò, e in sogno gli parve di vedere il Volto Santo in mezzo a una grande luce, che lo rassicurava di non temere perché sarebbe uscito illeso dal patibolo.

Condotto al supplizio, Giovanni ricevette ben tre colpi di mannaia sul collo, senza riportare la benché minima scalfittura. Stupito, il carnefice controllò il taglio della mannaia, e lo trovò rovesciato su se stesso, come se avesse battuto contro una durissima selce. L’uomo gridò al miracolo, e la folla proclamò a gran voce la innocenza del condannato. Portato come in trionfo dal podestà, Giovanni fu riconosciuto innocente e liberato. Era l’11 settembre 1334.

Giovanni si recò immediatamente a Lucca, dove rese grazie al Volto Santo e narrò il prodigio al vescovo Guglielmo II, che chiese ulteriori testimonianze. Tornato a Pietralunga, Giovanni ebbe dal podestà una lettera di attestazione, che fu trascritta nel libro dei miracoli della Santa Croce, e la mannaia, che fu posta sotto una grata su un pilastro presso la cappella del Volto Santo, dove si conserva tuttora (9).

 

La «luminaria» di Santa Croce

La festa principale del Volto Santo si celebra a Lucca il 14 settembre, giorno della Esaltazione della Santa Croce, secondo un uso risalente alla fine del secolo XII, mentre precedentemente sembra che fosse celebrata il lunedì di Pasqua (10). La festa ha sempre avuto un duplice aspetto, civile e religioso: dato che il Volto Santo è sempre stato considerato il «re dei lucchesi», tale solennità è sempre stata la «festa nazionale» per eccellenza dello Stato lucchese.

Le celebrazioni hanno inizio la sera del 13 con la solenne processione, o «luminaria», attraverso le vie del centro della città da San Frediano a San Martino, forse ricordo della solenne traslazione operata dal beato Giovanni I, dopo il miracolo che portò alla costruzione della chiesa Domini et Salvatoris (11). Questa «luminaria» ebbe, negli anni del pieno Medioevo, il suo massimo splendore. A essa partecipava il vescovo coi capitoli del duomo e delle collegiate, e tutto il clero, secolare e regolare, della città e della diocesi, recante in omaggio il cero al Volto Santo; i magistrati del comune di Lucca, dei terzieri e delle contrade della città, dei comuni e dei castelli del contado soggetti alla dominazione lucchese, tutti recanti il proprio cero, o anche vere e proprie composizioni di ceri e fiori, i cosiddetti Castelli Fioriti. Questa offerta costituiva un vero e proprio atto di sottomissione allo Stato lucchese, tanto che apposite leggi stabilivano il peso minimo dei ceri che dovevano essere offerti dalle varie terre, vicarìe e corpi sociali, e punivano con severe pene chi non vi avesse preso parte. Altri ceri ornavano le finestre delle case lungo il percorso della processione, al termine della quale le strade della città si riempivano delle melodie di musici convenuti a Lucca da ogni parte, mentre la cattedrale rimaneva aperta tutta la notte per accogliere l’ininterrotto omaggio dei fedeli al Volto Santo. Al mattino seguente il vescovo celebrava la messa solenne all’altare del Volto Santo, alla presenza delle autorità e di tutto il popolo (12).

Questa solennità nel celebrare la festa di Santa Croce si mantenne anche nei secoli successivi, con alcune modifiche dovute al mutare dei gusti e degli usi. Così, se tra i secoli XVI e XVII l’offerta del tributo del cero si ridusse a una semplice rappresentanza, tuttavia la solennità della processione fu accresciuta dal maggiore sfarzo delle divise dei magistrati della repubblica, divenuta ormai anche ufficialmente aristocratica, e dalle salve dei moschetti di palazzo e delle artiglierie delle mura, che salutavano il passaggio della «luminaria». Grande solennità ebbe pure, dopo la parentesi rivoluzionaria e napoleonica, la celebrazione delle feste della Santa Croce all’epoca del ducato borbonico, con la partecipazione alla processione del duca con tutta la corte, e di tutte le autorità del piccolo Stato in pompa magna. La solennità diminuì parecchio dopo l’unione, avvenuta nel 1847, di Lucca al Granducato di Toscana, a causa della politica centralista dei governi granducali, che non permettevano la partecipazione dei pubblici ufficiali in tenuta solenne a cerimonie svolgentisi fuori di Firenze. Dopo l’unità d’Italia, la separazione fra Chiesa e Stato voluta dai governi dell’epoca fece cessare del tutto la partecipazione di autorità civili, e la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei beni ecclesiastici ridussero a ben misera cosa anche la parte «clericale» della processione (13). Solo nella prima metà di questo secolo si cercò in qualche modo di tornare all’antico splendore, ripristinando l’offerta del cero al Volto Santo da parte delle parrocchie dell’archidiocesi lucchese, nonché la partecipazione delle autorità provinciali e comunali di Lucca e dei comuni della provincia. La «luminaria» ha così riacquistato un certo decoro di solennità, sia pure con l’inevitabile tono «folcloristico» che certe rievocazioni vengono ad assumere oggi. È invece, purtroppo, fortemente scaduta, in questi ultimi anni, proprio la solennità della parte «ecclesiastica» del corteo, a causa della funesta mentalità «antitrionfalistica» invalsa nel clero negli anni del postconcilio.

 

Il «re dei lucchesi»

In tutte le raffigurazioni del Volto Santo, le più antiche delle quali risalgono al secolo XI o XII, il simulacro appare sempre incoronato. La corona appare di diversi tipi nelle varie epoche; verso la metà del secolo XIV ne fu fatta una di foggia imperiale in stile gotico, d’argento dorato, che ornò il capo del Volto Santo fino al 1665, anno della solenne incoronazione con l’attuale corona d’oro. L’occasione fu data dalla predicazione in duomo del quaresimale da parte del cappuccino padre Candido da Verona. Questi, fino dalla prima domenica, si sentì ispirato a chiedere un’offerta per dotare il Volto Santo di una corona d’oro, accompagnando la richiesta con l’argomento che, se erano cinte d’oro le teste dei re della terra, non doveva restarne priva quella del più venerato simulacro del re dei Cieli. La risposta dei lucchesi fu superiore a ogni aspettativa: la sottoscrizione, iniziata con una richiesta di offerte, finì con gli offerenti che supplicavano i canonici di non negare a nessuno la gioia di avere contribuito alla incoronazione del Volto Santo. Fu così fabbricata la corona d’oro, simile nel modello, ma più ricca nelle decorazioni, all’antica corona d’argento. Quest’ultima, deposta all’atto dell’incoronazione, fu conservata nel tesoro della cattedrale, donde scomparve alla fine del ‘700, depredata con altri arredi preziosi dai rivoluzionari francesi. Con l’oro avanzato fu fatta una collana, a cui fu poi appeso un monile di diamanti (14).

La solenne incoronazione del Volto Santo fu fissata per il 12 settembre 1655. L’autorità religiosa e quella civile fecero a gara per dare la massima solennità alla cerimonia, e per fare sì che essa ottenesse in pieno l’effetto desiderato, che era quello di risvegliare nelle coscienze la devozione a Cristo Re in una città che nel secolo precedente si era lasciata inquinare non poco dalla eresia protestantica (15). Analogo scopo avrà, circa trent’anni dopo, la erezione della colonna dell’Immacolata sul largo dello Stellario, nel 1687, voluta «come una elezione in patrona della Vergine Immacolata, e come un compimento dell’incoronazione del Volto Santo» (16). La incoronazione fu perciò opportunamente preceduta da tutta una serie di cerimonie e di devozioni preparatorie, come la comunione generale in occasione della festa della Natività di Maria SS., a cui il Pontefice accordò l’indulgenza plenaria, un digiuno riparatore di tre giorni, e la esposizione del SS. Sacramento in Duomo, seguita da sermoni dello stesso padre Candido, che della incoronazione era stato il promotore. Infine, il 12 settembre, nella cattedrale decorata e addobbata all’inverosimile, alla presenza di tutte le autorità dello Stato, durante il canto del Vexilla, il vescovo, al verso O Crux, ave, spes unica, ricevuta la corona dalle mani del gonfaloniere, la pose sul capo del Volto Santo. La incoronazione fu salutata dallo squillare delle trombe, dalle salve delle artiglierie e dal suono a gloria di tutte le campane della diocesi (17).

Un altro significativo omaggio dei lucchesi al re celeste fu la coniazione di monete con la effigie del Volto Santo, la più antica delle quali, il denaro grosso d’argento, della seconda metà del secolo XII, fu la prima moneta recante immagini sacre coniata in Italia. Nei sei secoli successivi l’immagine del Volto Santo fu riprodotta sulle monete d’argento per sessantasette volte, e su quelle d’oro per venticinque. Le ultime monete con la effigie del Volto Santo furono i terzi di scudo d’argento, detti comunemente «sante croci», che i contadini lucchesi solevano spesso appendersi al collo come medaglie, per devozione al Volto Santo. Questo fatto contribuì ad accrescere le proteste dei lucchesi contro il ritiro di tutte le monete lucchesi dalla circolazione, decretato il 26 aprile 1858 dal governo granducale, che concludeva così in modo assai infelice, esattamente un anno prima di cadere sotto il golpe liberal-unitario del 1859, il suo breve periodo di dominazione su Lucca (18).

Anche le vittorie militari venivano dedicate al Volto Santo. Castruccio Castracani degli Antelminelli concluse ai piedi del Volto Santo il solenne trionfo, celebrato «a modo degli antichi duci romani» (19) l’11 novembre 1325 per la vittoria sui fiorentini ad Altopascio; più significativa, perché memoria di una battaglia contro gli infedeli, e non contro altri cristiani, è l’insegna turca che si ammira a fianco della cappella del Volto Santo, conquistata nel 1718 nella battaglia di Pietrovaradino dal patrizio lucchese Stefano Orsetti, ufficiale di stato maggiore nell’esercito imperiale comandato dal principe Eugenio di Savoia (20).

 

Il Volto Santo e la Rivoluzione

La tempesta della Rivoluzione francese, esportata in Italia manu militari, si abbatté anche su Lucca con la soppressione dell’ordinamento aristocratico della repubblica, le ripetute occupazioni militari, le ruberie, la soppressione e la spoliazione di chiese e monasteri. Tuttavia, grazie al Volto Santo, i lucchesi subirono tutto sommato meno angherie che gli altri popoli, e soprattutto furono esenti dalla famigerata coscrizione obbligatoria: «Questa grazia […] fu così mirabile, che si tenne in conto di prodigio» (21).

Il grido «Viva la Santa Croce!» accompagnò l’universale «Viva Maria!» nelle insorgenze che opposero la gente del contado di Lucca alle soldataglie francesi fra il maggio del 1799 e il settembre del 1800 (22);e un paio di episodi per lo meno singolari, anche se mai riconosciuti come miracolosi dalla Chiesa, mostrano il «non gradimento» dei nuovi padroni da parte del Volto Santo.

Il primo fu la reazione di Napoleone alla vista del Volto Santo, che era stato eccezionalmente scoperto per mostrarglielo: «come vi ebbe fissato lo sguardo, esclamò tosto: “Ricoprite! ricoprite!”» (23). Il secondo riguarda la reliquia del Preziosissimo Sangue, che fu sempre assai venerata dai lucchesi, ed è tutti gli anni portata in processione il Venerdì Santo. Questa reliquia, dopo essere rimasta alcuni secoli all’interno della cappella del Volto Santo, passò prima all’antica e poi all’attuale chiesa di San Ponziano. Nel 1811, in seguito alle leggi napoleoniche, il monastero di San Ponziano fu soppresso e la chiesa chiusa al culto. La reliquia del Preziosissimo Sangue fu, per ordine della principessa di Lucca Elisa Bonaparte, tolta dalla chiesa e portata in un oratorio del palazzo. Una notte, a ora tarda, la principessa entrò nell’oratorio e ne uscì fortemente turbata. Subito dopo Elisa mandò un messo a svegliare il cappellano di corte perché venisse a prendere la reliquia e la portasse all’arcivescovo. Fu così che alle due di notte mons. Sardi, allora arcivescovo di Lucca, ricevette la reliquia, e nei giorni successivi la espose in un pubblico oratorio dell’arcivescovado. Nel maggio di quell’anno, per volontà della principessa stessa, la reliquia fu trasferita nella basilica di San Frediano, dove si trova tuttora (24).

 

Soccorso nelle pubbliche calamità

Quando nel 1835 comparve per la prima volta il colera in Italia, il duca Carlo Lodovico, oltre a disporre le necessarie precauzioni di carattere sanitario, ordinò pubbliche preghiere al Volto Santo, che continuarono finché non fu passato completamente il pericolo. Lucca restò pressoché immune dalla epidemia, e la gratitudine popolare offriva al Volto Santo, su proposta del canonico Pietro Pera, una lampada d’oro del peso di ben ventiquattro libbre, che l’11 settembre 1836 fu solennemente dedicata al Volto Santo (25). Si ricorse ancora al Volto Santo nelle successive epidemie di colera del 1854, del 1855 e del 1867, e anche queste o risparmiarono Lucca o la colpirono in modo meno virulento che altre zone d’Italia (26).

Un’altra epidemia di colera colpì l’Italia nell’estate 1894. Anche allora vi fu l’invito da parte dell’arcivescovo a pregare davanti al Volto Santo, da scoprirsi nei giorni 15, 16 e 17 agosto. Ma erano i tempi della Questione Romana, dei governi massonici, della versione italiana del Kulturkampf: e l’ultimo giorno del triduo, visto il grande afflusso di fedeli nei primi due, la prefettura vietava, non già l’assembramento di fedeli in chiesa, che poteva avere una sua logica – anche se fuori luogo, trattandosi di colera -, ma semplicemente lo scoprimento del simulacro. Di fronte alle proteste dell’autorità ecclesiastica, che faceva notare la pretestuosità del divieto, si rincarò la dose, prorogandolo fino a nuove disposizioni.

Intanto si avvicinava la festa di Santa Croce, e il capitolo, dopo avere dato disposizioni per evitare afflusso di forestieri – la diocesi era ancora immune dal morbo -, iniziò il 10 settembre il triduo di Santa Croce, rassegnandosi a celebrarlo col Volto Santo coperto; la partecipazione popolare fu enorme. A questo punto arrivò un’altra ordinanza del prefetto, che proibiva di continuare il triduo e di celebrare la festa: si poté ottenere solo la prosecuzione del triduo da parte del solo clero e a porte chiuse. Ma il giorno dopo, quando i fedeli che si recavano in duomo trovano le porte sbarrate e il pronao sorvegliato dai carabinieri, si vide una scena che ai contemporanei ricordò analoghi episodi del tempo della Rivoluzione francese, e a noi posteri rammenta persecuzioni più recenti, a Fatima e nei paesi caduti sotto il giogo comunista. I fedeli si prostrarono sulla gradinata esterna e sul selciato, pregando ad alta voce e a cori alterni, in modo da accompagnare ugualmente la celebrazione. Alla fine intonarono il Vexilla, che echeggiò per tutta la piazza. La risposta della prefettura fu di bloccare con truppe l’accesso al duomo e alle piazze circostanti, e di schierare la cavalleria di fronte al palazzo provinciale, con il risultato di attirarsi le critiche della stessa stampa laicista. Anzi, la reazione della opinione pubblica, compresi i mangiapreti, fu tale, che il prefetto dovette revocare le ordinanze, e la festa di Santa Croce, sia pure in tono dimesso, si celebrò con gran concorso di popolo. Quanto al colera, si limitò in Lucchesia a due casi, importati, in campagna (27).

Come riparazione all’offesa arrecata al Volto Santo, il comitato toscano per l’Opera dei Congressi promosse una sottoscrizione fra i fedeli, con il cui ricavato fu fatto un cuore d’oro ornato di brillanti, che fu appeso accanto al simulacro. Ma la riparazione più solenne fu il grandioso pellegrinaggio di tutte le diocesi toscane svoltosi dodici anni dopo, nel 1896: in cinque mesi, dal 3 maggio al 4 ottobre, vennero a venerare il Volto Santo ben centocinquantamila pellegrini (28).

Nel nostro secolo, una volta passata la tempesta della guerra e del caos postbellico, mentre a Lucca la «luminaria» e le altre feste del Volto Santo ritornavano all’antica solennità, in Italia la Conciliazione sembrava avere reso alla Chiesa il posto spettantele in una nazione cattolica come la nostra. Ma una cosa è un accordo diplomatico e un’altra la reale conversione di un popolo, e quando, come la Madonna aveva preavvisato a Fatima, scoppiò la seconda guerra mondiale, anche l’Italia vi fu coinvolta. Anche i lucchesi, come tutti gli italiani, subirono i terribili lutti di quella guerra. 

Il 5 settembre 1944 gli Alleati entrarono in Lucca, e i tedeschi si attestarono sui monti delle Pizzorne, sovrastanti la piana lucchese da circa mille metri di altezza. La città che, grazie alla quasi assenza di obiettivi militari e agli sforzi dell’arcivescovo mons. Torrini per farla dichiarare «città aperta», aveva ricevuto relativamente pochi danni dalle bombe americane, si ritrovò bersaglio delle granate tedesche.

La sera del 10 settembre, mentre i fedeli erano radunati in duomo per l’inizio del triduo e attendevano l’arrivo dell’arcivescovo trattenuto in episcopio per affari urgentissimi, una granata cadde sul tetto del duomo in corrispondenza della cappella del Volto Santo: due grossi travi e le macerie della volta caddero sulla navata provocando un morto e parecchi feriti; una pietra frantumò l’inginocchiatoio dell’arcivescovo, che si salvò solo grazie al provvidenziale ritardo. Le vetrate dei finestroni gotici erano in frantumi; sola illesa, in mezzo alle macerie, la cappella che, sebbene colpita di sbieco da uno dei travi, non aveva subito danni. Sparse per terra, si vedevano le schegge della granata che per poco non aveva fatto una strage.

Da parte di tutti si gridò al miracolo. Racconta un prelato lucchese che perfino lo scultore Francesco Petroni, tutt’altro che credente, propose di raccogliere quelle schegge e di esporle sotto una grata accanto alla mannaia del miracolo di Giovanni di Lorenzo (29). Naturalmente, non se ne fece nulla: quello che nel secolo XIV apparve doveroso, nel XX è sembrato «inopportuno». La smania «demitizzatrice» del clero sedicente «conciliare» ha radici più profonde di quello che comunemente si creda.

 

Un auspicio e una speranza

Questo XII centenario della venuta a Lucca del Volto Santo viene a cadere in tempi anche peggiori di quelli del centenario precedente. Un secolo fa la Rivoluzione dominava l’Italia attraverso una classe dirigente massonica e anticlericale, ma la maggioranza del popolo restava profondamente cattolica. Oggi la classe dirigente italiana, e in particolare quella lucchese, è, a parole, ufficialmente «cattolica», ma la Rivoluzione è scesa in profondità, corrodendo i costumi e disgregando le coscienze. Il divorzio distrugge la famiglia, l’aborto fa strage di innocenti, la droga è «fenomeno di massa». La devozione a Cristo Re è talora irrisa dallo stesso clero. Possa l’immagine di Cristo regnante dall’alto della croce essere, in questa epoca di apostasia, il segno per cui non solo i lucchesi, ma tutti i popoli, tornino a riconoscere la regalità sociale di Nostro Signore, secondo l’oracolo del Salmo: «Dicite in gentibus, quia Dominus regnavit a ligno» (30).

Giulio Dante Guerra

 

Note:

(1) Cfr. il mio La «leggenda» del Volto Santo, in Cristianità, anno X, n. 88-89, agosto-settembre 1982.

(2) Cfr. MONS. ALBERICO GUERRA, Storia del Volto Santo di Lucca, Tip. Arciv. S. Paolino, Lucca 1881, pp. 66-75.

(3) Cfr. ibid., pp. 82-83, e MONS. PIETRO LAZZARINI, Il Volto Santo di Lucca. Origine, memorie e culto del taumaturgo Crocifisso, 2ª ed., Eurograf, Lucca 1980, pp. 42-44.

(4) Cfr. MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 85-90. Sull’omaggio dei santi, dei pontefici e dei sovrani al Volto Santo, cfr. ibid., pp. 96-109; e MONS. P. LAZZARINI, op. cit., pp. 61-74.

(5) MONS. A. GUERRA, op. cit., p. 184. Cfr. GUILLELMI MALESBURIENSIS, Historia, lib. IV; e EDAMERUS, Historia, lib. I e II. 

(6) Cfr. MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 156-185.

(7) Cfr. ibid., pp. 238-239.

(8) Cfr. MONS. P. LAZZARINI, op. cit., p. 60. L’episodio, della cui fama è prova il fatto di essere raffigurato anche in un affresco del duomo di Bolzano, ha ispirato nel nostro secolo l’opera lirica Il calzare d’argento, di Ildebrando Pizzetti.

(9) Cfr. MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 240-243. 

(10) Cfr. ibid., pp. 146-149.

(11) Cfr. il mio La «leggenda» del Volto Santo, cit. A conferma di questa interpretazione vi è il fatto che, in antico, la processione seguiva un percorso doppio, da San Martino a San Frediano e ritorno: cfr. MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 149-151; ora, secondo la tradizione, il simulacro, da San Frediano ai pressi di San Martino, c’era andato miracolosamente da solo, per cui la traslazione solenne doveva necessariamente essere stata fatta a guisa di corteo trionfale di andata e ritorno.

(12) Cfr. MONS. P. LAZZARINI, op. cit., pp. 46-52; e MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 120-123 e 146-150.

(13) Cfr. ibid., pp. 151-156.

(14) Cfr. ibid., pp. 196-202.

(15) Cfr. AUGUSTO MANCINI, Storia di Lucca, Sansoni, Firenze 1950, pp. 229-243.

(16) MONS. A. GUERRA, Delle Immagini prodigiose e più venerate di Maria Santissima che si onorano nella città e diocesi di Lucca, Tip. Arciv. S. Paolino, Lucca 1886, p. 256.

(17) Cfr. IDEM, Storia del Volto Santo, cit., pp. 204-215.

(18) Cfr. ibid., pp. 124-127.

(19) ANTONIO MAZZAROSA, Storia di Lucca, Giusti, Lucca 1833, tomo I, pp. 163-165.

(20) Cfr. MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 259.

(21) Ibid., p. 263.

(22) Sulle insorgenze contro-rivoluzionarie in Lucchesia, cfr. A. MAZZAROSA, op. cit., tomo II, pp. 187-205.

(23) MONS. A. GUERRA, op. cit., p. 29. Fino a una quindicina di anni fa il simulacro veniva scoperto solo durante le celebrazioni liturgiche in suo onore.

(24) Cfr. ibid., pp. 62-65

(25) Cfr. ibid., pp. 217-219.

(26) Cfr. ibid., pp. 255-256.

(27) Cfr. MONS. A. GUERRA, Un altro trionfo del Volto Santo di Lucca, ossia il pellegrinaggio a questo Simulacro nel 1896, Tip. Arciv. S. Paolino, Lucca 1897, pp. 3-7.

(28) Cfr. ibid., pp. 7 ss.

(29) Cfr. LAPIS AESARIS, Antonio Torrini Arcivescovo di Lucca, Eurograf, Lucca 1973, pp. 68-69.

(30) Ps. 95, 10, secondo l’antica versione latina, conservata, fino alla riforma liturgica, nel graduale del venerdì dopo Pasqua. Le parole a ligno mancano nella Volgata attuale e nell’ebraico.

 

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