Il disagio nella Chiesa

Marco Invernizzi 9 mesi fa
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Marco InvernizziCristianità n. 399 (2019)

 

Il disagio nella Chiesa

 

Il disagio di fronte alla modernità e al processo di scristianizzazione della società europea, soprattutto dopo la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), è diventato un vero e proprio problema, se non il problema, dei cattolici occidentali.

Questo disagio nasce da una constatazione e da una domanda.

La constatazione è questa: i fedeli diminuiscono in Occidente perché la grande maggioranza della popolazione, a partire dall’affermazione delle ideologie di massa dopo la Grande Guerra, si è progressivamente staccata dalla Chiesa e dalle altre comunità cristiane e sembra poco o nulla interessata all’annuncio della fede cristiana.

 

Che fare di fronte al secolarismo?

Dalla constatazione sorge immediata una domanda: che cosa fare? Cioè come annunciare Gesù Cristo a chi non ne sente più parlare in famiglia, non frequenta una parrocchia e quindi non riceve alcuna catechesi oppure — è il caso italiano — la frequenta ma poi se ne distacca dopo avere ricevuto il sacramento della Cresima per tornare in chiesa solo in occasione di funerali e di battesimi? 

Per rispondere a questa domanda sono state e tuttora vengono tentate diverse strade, ognuna delle quali provoca un disagio particolare presso i differenti ambienti che costituiscono il variegato mondo cattolico.

Trascuro le risposte ereticali, come il modernismo, perché condannate dalla Chiesa e quindi non utilizzabili (1).

Tuttavia, anche la risposta data dal modernismo nasceva da una constatazione vera, cioè dal fatto che, all’inizio del Novecento, nei Paesi di antica cristianità la cultura «alta» della società stava ormai abbandonando in massa la Chiesa ed era necessario tentare di superare questo handicap e ricuperare le classi dirigenti alla fede. Il modernismo proponeva una sintesi fra verità ed errori; la reazione antimodernista di gruppi cattolici e della stessa Gerarchia fu dunque del tutto giustificata. Anzi, proprio tale reazione salvò la Chiesa, almeno temporaneamente, dalla penetrazione di un’ere­sia che poteva pregiudicarne gravemente l’unità. Tuttavia, il processo di allontanamento delle classi dirigenti occidentali dal cristianesimo non si arrestò, anzi dopo la Grande Guerra iniziò a coinvolgere anche le popolazioni.

 

Due forme di disagio

Davanti a questo doloroso fenomeno cominciò così a manifestarsi un disagio che prese due direzioni. 

Da un lato, vi era chi si preoccupava soprattutto di difendere l’ortodossia del patrimonio dottrinale cattolico minacciato dal pensiero moderno e dal modernismo — il pensiero moderno penetrato dentro la Chiesa — e questo atteggiamento provocava il disagio di chi invece si rendeva conto che le persone continuavano ad abbandonare la fede e la Chiesa e di conseguenza avrebbero desiderato la ricerca e la messa in atto di soluzioni pastorali capaci almeno di affrontare il problema.

Per altri, invece, la fede così come insegnata e trasmessa nell’epoca moderna non era in grado di rispondere alle domande della cultura dominante e diceva poco o nulla all’uomo contemporaneo perché troppo dottrinale e astratta. La principale causa di questa mancata attrattiva da parte della fede, che soltanto il pensiero contro-rivoluzionario individuò con precisione, stava in realtà nel processo rivoluzionario che nell’arco di cinque secoli, a partire dal Rinascimento e dalla Riforma, aveva introdotto e a poco a poco reso dominante nella cristianità un pensiero estraneo alle sue radici storiche. Il risultato di questa ri­voluzione fu il progressivo mutamento del senso comune e del modo di vivere delle popo­lazioni e la scomparsa della cristianità dal punto di vista giuridico e culturale.

Mosse da queste due preoccupazioni — la salvaguardia della dottrina e l’esigenza di riconquistare la società —, entro la comunità ecclesiale si formarono due minoranze. La prima privilegiava la difesa dell’ortodos­sia rispetto alla necessità di elaborare, contemporaneamente, una proposta missionaria verso i più lontani, di cui aumentava il numero. L’altra, invece, cercando soprattutto un linguaggio e uno stile più «esistenziale», spesso però trascurava la catechesi e la formazione dottrinale, e alimenta­va così il disagio di molti, preoccupati per la confusione e per il relativismo che penetravano nella Chiesa per avere privilegiato in modo disordinato la ricerca pastorale dei «lontani». 

Se leggiamo le principali storie della Chiesa in commercio, constatiamo facilmente come i pontefici succedutisi nel corso del Novecento vengano sostanzialmente divisi fra chi privilegiò le preoccupaz­ioni missionarie e quelle della ricostruzione della società dopo la conquista dei governi da parte delle forze rivoluzionarie — per esempio Leone XIII (1878-1903) — e chi si concentrò sulla necessità di risolvere le crisi interne e di riformare la Chiesa, come san Pio X. Da queste narrazioni emerge il bisogno di tenere insieme entrambe le esigenze, all’in­segna del principio eminentemente cattolico dell’«et, et», avendo cioè presenti sia la finalità missionaria dell’annun­cio della fede — quella che oggi viene chiamata la «nuova evangelizzazione» —, sia il bisogno di formare tanto le persone raggiunte dall’annuncio della fede, quanto gli stessi promotori della nuova evangelizzazione, affinché non annunciassero un cristianesimo soltanto emozionale e sentimentale.

La scuola cattolica contro-rivoluzionaria si pone alla scuola di questo «et, et». Essa si propone di contrastare il processo rivoluzionario nella società in vista della ricostruzione di una civiltà cristiana: talora essa viene impropriamente confusa con una reazione in nome di un passato ideale da riproporre. In realtà, questa scuola non si richiama al passato bensì all’o­rigine, come titola felicemente un libro sul pensatore savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821) (2), cioè si propone di aiutare le società a ri­prendere il percorso verso il ritorno glorioso di Cristo interrotto dalle vittorie della Rivoluzione. È evidente però che il suo contributo diventa più complesso quando in una società come la nostra diminuisce la percezione della pericolosità del nemico, che c’è ma non si vede, e aumenta il nu­mero delle persone che non si interessano tematicamente alla lotta in atto, rimanendo completamente indifferenti ai temi di cui sto trattando. 

In pratica, se non vi sono più nemmeno i brandelli di una società cristiana da difendere, se la cristianità dei nostri padri — quella che ha avuto il suo culmine in Occidente nel cosiddetto Medioevo — è morta come ha attestato il Magistero (3), se rimane solo una memoria da coltivare per aiutare gli uomini a conservare la fede — come spiega spesso Papa Francesco parlan­do del ruolo delle donne e dei nonni nella famiglia come trasmettitori della fede —, se le persone da riconquistare sono ogni giorno più numerose rispetto a quelle da proteggere, allora è evidente come anche la Contro-Rivoluzione debba adeguare la propria azione a questo mutamento epocale. Scriveva in questo senso Giovanni Cantoni: «Ebbene, se una civiltà cristiana è venuta meno, se un “piccolo Medioevo” è finito, il “grande Medioevo”, il tempo della Chiesa, dura: infatti, la Chiesa nel tempo opera — evangelizzando e amministrando i sacramenti — affinché ogni società umana accolga il Signore Gesù e il suo messaggio e li faccia giudice e parte della propria cultura, dando così inizio a nuove espressioni della sua regalità sociale, a nuovi “piccoli Medioevi”, “mortali”, cioè destinati a finire, come tutte le epoche storiche» (4).

Si tratta allora di aggiungere un nuovo capitolo alla descrizione del processo rivoluzionario: dopo la quarta fase, quella sessantottina che mira a una mutazione antropologica della persona, ci troviamo in una condizio­ne di ulteriore dissoluzione, in cui l’imperativo diventa raggiungere e ricostruire le persone, soprattutto ricreando gli ambienti distrutti e nuove situazioni dove sia possibile la riproposta della fede e anche quella dell’obiet­tivo della Contro-Rivoluzione, senza comunque rinunciare alle battaglie ancora possibili (5).

 

Il disagio di fronte al Concilio

Il grande evento che ha segnato il secolo XX da questo punto di vista e che ha sottolineato con maggior forza il tema della Chiesa missiona­ria in un mondo ormai non più cristiano, è stato il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). Il suo scopo è sintetizzato nel discorso inau­gurale di Papa san Giovanni XXIII (1958-1963), dell’11 ottobre 1962, nel quale viene detto che bisogna accostarsi con misericordia alle persone che incontriamo e proporre la dottrina di sempre, tenendo conto però di come è l’uomo contemporaneo, perché questi accolga «più favorevolmente l’an­nunzio della salvezza» (n. 20). E l’uomo di oggi non è già più l’uomo presente allo sguardo dei padri del Concilio.

Questa svolta missionaria del Concilio fu fraintesa e provocò non pochi disagi. Il più rilevante, per quanto ri­guarda la storia di Alleanza Cattolica, fu quello causato negli ambienti conservatori della società cattolica, sia dalla lotta interna fra i vescovi durante la preparazione dei documenti conciliari, sia dall’inusitata operazione distorsiva svolta dai media sul Concilio, che venne presentato come una sorta di «Rivoluzione francese», spostando l’atten­zione dai documenti al cosiddetto «spirito del Concilio»; sia anche perché l’unica interpretazione che per molti anni ne venne data con pretese «scientifiche» fu quella della Scuola di Bologna, attestata su chiare posizioni di «ermeneutica della rottura» (6).

La retta interpretazione del Concilio ha praticamente accompagnato e connotato tutta la storia di Alleanza Cattolica e non credo necessario riprenderla in questa sede, anche se è molto importante che venga proposta alla riflessione dei giovani e di coloro che non hanno vissuto questa storia (7). Con l’intervento di Papa Benedetto XVI alla Curia romana, del 22 dicembre 2005, il Magistero ha fornito una lettura tendenzialmente definitiva, sebbene già espressa precedentemente da san Paolo VI (1963-1978) e da san Giovanni Paolo II in forme diverse anche se forse meno sintetiche: «l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino» (8), dove «riforma», «continuità» e «unico soggetto-Chiesa» vogliono dire molte cose e tutte di grande importanza. Trascurarne anche una sola delle tre, significherebbe invalidare l’indicazione di Papa Benedetto.

Penso comunque sia molto importante ricordare quanto è costata al­l’interno di Alleanza Cattolica, come numero di militanti ed energie, la fedeltà all’ermeneutica autentica dell’assise conciliare. A essa risalgono la rottura con l’ambiente legato alla Fraternità San Pio X nel 1980 e il riaprirsi di questa ferita sia in occasione delle ordinazioni episcopali illegittime che portarono nel 1988 alla scomunica di mons. Lefebvre e di mons. Antonio de Castro Mayer (1904-1991) (9), sia in occasione della liberalizzazione della possibilità di celebrare la messa con il Messale del 1962 e poi della remissione della scomunica ai vescovi ordinati illecitamente da mons. Lefebvre, volute da Benedetto XVI.

Credo anche che Alleanza Cattolica debba essere fiera di aver pe­r­corso questo itinerario di fedeltà, desiderosa unicamente di vivere nella verità e di rimanere in comunione con il Pontefice, non avendo cercato vantaggi di alcun genere, come alcuni insinuano da tempo.

Penso pure di poter dire come sia cresciuto in questi decenni al­l’in­terno dell’associazione l’amore alla Chiesa e al Pontefice, un amore non soltanto sentimentale ma soprattutto legato al Magistero e all’impe­gno associativo di diffonderlo, al di là di dubbi e di incertezze anche legittimi e comprensibili.

Il disagio provato negli anni 1970 di fronte all’interpretazione del Concilio Vaticano II come rottura nei confronti della Tradizione, divenuta prevalente, aveva spinto Alleanza Cattolica e altri gruppi cattolici conservatori a guardare con simpatia all’«esperienza della Tradizione» portata avanti da mons. Lefebvre. Ma, quando questa «esperienza» virò verso il tendenziale scisma nel 1980, Alleanza Cattolica riaffermò la fedeltà a Pietro, senza rinunciare alla propria identità originaria ma abbracciando un atteggiamento sempre più missionario, che univa la consapevolezza della tragedia in cui si trovava a vivere il mondo a causa della modernità a una grande «simpatia» (10), per usare le parole di san Paolo VI, per gli uomini del suo tempo, contagiati da questa malattia comune. Oggi questo disagio si ripresenta nei confronti della linea del pontificato di Papa Francesco.

 

Il disagio, la modernità e la nuova evangelizzazione

Il problema principale per i cattolici del nostro tempo, in Europa e nel mondo, si può sintetizzare nel termine «nuova evangelizzazione». Per superare questa diffidenza e questa inerzia Benedetto XVI ha voluto addi­rittura creare un apposito dicastero della Santa Sede (11). L’esigenza di una nuova evangelizzazione risale almeno al pontificato del venerabile Pio XII (1939-1958): lo attesta anche la raccolta di testi del Magistero per la nuova evangelizzazione che appunto comincia con documenti di Papa Pacelli (12). Pa­pa Francesco usa poco il termine, ma certamente la sua «Chiesa in uscita» — che deve rivolgersi alle periferie esistenziali e urbane — corri­sponde alla volontà dei suoi predecessori di riproporre il Vangelo ai popoli degli antichi Paesi cristiani che hanno rifiutato il messaggio di Cristo. Di­verso è l’approccio necessario per portare per la prima volta il Vangelo in Paesi che ancora non lo conoscono o lo conosco­no superficialmente, come per esempio in Asia, dove vivono circa i due terzi della popolazione mondiale, erede «di antiche culture, religioni e tradizioni» (13), e dove il cristianesimo è chiamato a un confronto difficilissimo con culture millenarie. Ancora diverso è il compito della Chiesa in Africa, dove i tanti «nuovi cattolici» hanno bisogno di catechesi e di tempo per radicare le recenti conversioni in una prospettiva esistenziale stabile e di lunga durata (14).

Tornando ai Paesi di antica evangelizzazione, il termine «nuova evangelizza­zione» ha subìto le critiche e sollevato le perplessità di ambienti della Chiesa che hanno visto in questa prospettiva pastorale il rischio di un ritorno allo schema della modernità contrapposta alla cristianità medioevale. Benedetto XVI ha spiegato che la modernità va rifiutata per quel che in essa vi è di incompatibile con il Vangelo, salvaguardando però la valorizzazione della libertà e della ragione, princìpi cristiani contemporaneamente evocati e contraddetti nell’epoca moderna.

Tuttavia, il tema della modernità è centrale per la nuova evangelizzazione. L’epoca moderna ha ridotto il cristianesimo alla sfera privata e alla religiosità individuale, espellendolo dalla cultura e dalle leggi e cercando di creare un nuovo senso comune che ne prescindesse. È positivo o negativo questo fatto? È buono in sé, come vorrebbe certa letteratura cristiana favorevole alla Rivoluzione, letta come un segno dei tempi che invera o comunque favorisce l’evangelizzazione, oppure è un male che peraltro prevede virtualità positive perché induce i cristiani a una nuova apologetica e li purifica costringendoli all’umiltà di chi deve trovare nuove strade per presentare la fede? Anche Joseph de Maistre e Louis de Bonald (1754-1840) credevano nella funzione purificatrice della Rivoluzione francese, così come non è difficile individuare nella Rivoluzione del Sessantotto — pur catastrofica dal punto di vista antropologico e che tanti guasti ha prodotto nella Chiesa — una felice conseguenza nel fatto che ha spinto una parte dei cattolici — e purtroppo non la maggioranza — a scegliere di professare pubblicamente la loro fede, superando ipocrisie e posizioni di comodo, soprattutto costringendoli a non vivere soltanto un cattolicesimo «della domenica», ma anche a influire nelle scelte significative della vita di ogni battezzato. Anche dal peccato di Davide, che tradirà un suo soldato costringendolo a morire in battaglia per poi sposarne la vedova, Betsabea, nascerà Salomone: Dio, infatti, «scrive diritto sulle righe storte» (cfr. 2 Sam., 11), ma ciò non fa diventare bene il male e non trasforma il peccato in un atto virtuoso. 

Lascio la parola a Benedetto XVI, riportando un testo dal celebre discorso del 22 dicembre 2005 sull’interpre­tazione del Vaticano II, ma che contiene anche una parte molto significativa sul rapporto fra Chiesa ed epoca moderna. Si tratta di un testo lungo ma che merita di essere meditato: «Paolo VI, nel suo discorso per la conclusione del Concilio, ha poi indicato ancora una specifica motivazione per cui un’ermeneutica della discontinuità potrebbe sembrare convincente. Nella grande disputa sull’uomo, che contraddistingue il tempo moderno, il Concilio doveva dedicarsi in modo particolare al tema dell’antropologia. Doveva interrogarsi sul rapporto tra la Chiesa e la sua fede, da una parte, e l’uomo ed il mondo di oggi, dall’altra. La questione diventa ancora più chiara, se in luogo del termine generico di “mondo di oggi” ne scegliamo un altro più preciso: il Concilio doveva determinare in modo nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna. Questo rapporto aveva avuto un inizio molto problematico con il processo a Galileo [Galilei, 1564-1642]. Si era poi spezzato totalmente, quando Kant [Immanuel, 1724-1804] definì la “religione entro la sola ragione” e quando, nella fase radicale della rivoluzione francese, venne diffusa un’immagine dello Stato e dell’uomo che alla Chiesa ed alla fede praticamente non voleva più concedere alcuno spazio. Lo scontro della fede della Chiesa con un liberalismo radicale ed anche con scienze naturali che pretendevano di abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà fino ai suoi confini, proponendosi caparbiamente di rendere superflua l’“ipotesi Dio”, aveva provocato nel­l’Ottocento, sotto Pio IX [1846-1878], da parte della Chiesa aspre e radicali condanne di tale spirito dell’età moderna. Quindi, apparentemente non c’era più nessun ambito aperto per un’intesa positiva e fruttuosa, e drastici erano pure i rifiuti da parte di coloro che si sentivano i rappresentanti dell’età moderna. Nel frattempo, tuttavia, anche l’età moderna aveva conosciuto degli sviluppi. Ci si rendeva conto che la rivoluzione americana aveva offerto un modello di Stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese. Le scienze naturali cominciavano, in modo sempre più chiaro, a riflettere sul proprio limite, imposto dallo stesso loro metodo che, pur realizzando cose grandiose, tuttavia non era in grado di comprendere la globalità della realtà. Così, tutte e due le parti cominciavano progressivamente ad aprirsi l’una all’altra. Nel periodo tra le due guerre mondiali e ancora di più dopo la seconda guerra mondiale, uomini di Stato cattolici avevano dimostrato che può esistere uno Stato moderno laico, che tuttavia non è neutro riguardo ai valori, ma vive attingendo alle grandi fonti etiche aperte dal cristianesimo. La dottrina sociale cattolica, via via sviluppatasi, era diventata un modello importante tra il liberalismo radicale e la teoria marxista dello Stato. Le scienze naturali, che come tali lavorano con un metodo limitato all’aspetto fenomenico della realtà, si rendevano conto sempre più chiaramente che questo metodo non comprendeva la totalità della realtà e aprivano quindi nuovamente le porte a Dio, sapendo che la realtà è più grande del metodo naturalistico e di ciò che esso può abbracciare. Si potrebbe dire che si erano formati tre cerchi di domande che ora, durante il Vaticano II, attendevano una risposta. Innanzitutto occorreva definire in modo nuovo la relazione tra fede e scienze moderne; ciò riguardava, del resto, non soltanto le scienze naturali, ma anche la scienza storica perché, in una certa scuola, il metodo storico-critico reclamava per sé l’ultima parola nella interpretazione della Bibbia e, pretendendo la piena esclusività per la sua comprensione delle Sacre Scritture, si opponeva in punti importanti all’interpretazione che la fede della Chiesa aveva elabora­to. In secondo luogo, era da definire in modo nuovo il rapporto tra Chiesa e Stato moderno, che concedeva spazio a cittadini di varie religioni ed ideologie, comportandosi verso queste religioni in modo imparziale e assumendo semplicemente la responsabilità per una convivenza ordinata e tollerante tra i cittadini e per la loro libertà di esercitare la propria religione. Con ciò, in terzo luogo, era collegato in modo più generale il problema della tolleranza religiosa — una questione che richiedeva una nuova definizione del rapporto tra fede cristiana e religioni del mondo. In particolare, di fronte ai recenti crimini del regime nazionalsocialista e, in genere, in uno sguardo retrospettivo su una lunga storia difficile, bisognava valutare e definire in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e la fede di Israele» (15).

Così, dunque, il problema della modernità dovrebbe essere centrale per tutti i cattolici, non soltanto per la scuola contro-rivoluzionaria. E comportare scelte pratiche coerenti con la lettura magisteriale. 

Ma vi è un’altra domanda a monte, sulla quale è bene che tutti si interroghino: Cristo è il Salvatore, l’unico nel quale si trovi la pienezza della salvezza? 

Dopo aver risposto «sì» a questa domanda — come invita a fare la dichiara­zione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus iesus, confermata da san Giovanni Paolo II (16) — ci si deve poi interrogare su quale sia il modo migliore per presentare Cristo Salvatore all’uomo contemporaneo. E qui entra in gioco il Magistero della Chiesa, quello del Pontefice, ma anche quello dei vescovi in comunione con Lui nelle rispettive diocesi. Indubbiamente, il Magistero ha cercato di rispondere alla domanda su come portare Cristo agli uomini nella mutata situazione culturale, contrassegnata dal fatto nuovo che la modernità nella seconda metà del secolo XX stava venendo meno, implodendo nelle sue contraddizioni che non sapeva e non poteva risolvere.

 

Pio XII e la nuova evangelizzazione

A partire dal pontificato di Leone XIII appare palese il tentativo del Magistero di dar vita, accanto alla condanna degli errori moderni, a una ricostruzione culturale e politica oltre che religiosa della società occidentale scon­volta dalle conseguenze della Rivoluzione liberale e socialista.

Ma questa necessità appare in tutta la sua evidenza soprattutto durante il pontificato di Pio XII, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). Lo spiega Benedetto XVI nell’Angelus del 28 ottobre 2012, ricordando che «la nuova evangelizzazione non è una nostra invenzione, ma è un dinamismo che si è sviluppato nella Chiesa in modo particolare dagli anni ’50 del secolo scorso, quando apparve evidente che anche i Paesi di antica tradizione cristiana erano diventati, come si suol dire, “terra di missione”. Così è emersa l’esigenza di un annuncio rinno­vato del Vangelo nelle società secolarizzate, nella duplice certezza che, da una parte, è solo Lui, Gesù Cristo, la vera novità che risponde alle attese del­l’uomo di ogni epoca, e dal­l’altra, che il suo messaggio chiede di essere trasmesso in modo adeguato nei mutati contesti sociali e culturali».

«È tutto un mondo — aveva detto Pio XII in un radiomessaggio ai fedeli romani del 10 febbraio 1952 — che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio», cioè restituire al progetto originario che Dio aveva per il mondo che accolse la Rivelazione proveniente dalla Palestina, attraverso la predicazione di san Paolo, la pressoché costante presenza a Roma dei pontefici, la prima evangelizzazione dopo le persecuzioni dei primi tre secoli, la lenta nascita di una cultura e di un costume cristiani che furono preludio alla cristianità anche giuridica, sia quella romano-germanica nata a Roma nell’anno 800, sia quella bizantina, che resisterà a Costantinopoli fino al secolo XV.

Non a caso Pio XII è il Papa più citato dai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II. Ritroviamo infatti l’ansia missionaria di Papa Pacelli sintetizzata nel discorso di apertura di san Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1962: «Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. […] Il ventunesimo Concilio Ecumenico […] vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà.

«Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale» (17).

Il problema, già allora, era come portare agli uomini il Vangelo nel­l’epoca dominata dalla modernità, una modernità che aveva in quegli anni il volto minaccioso dell’ideologia comunista, anche se aveva cominciato a perdere consensi, soprattutto dopo l’invasione del­l’Ungheria da parte del­l’Armata Rossa nel 1956. Si trattava ormai di un’ideologia che non suscitava entusiasmi neppure in Unione Sovietica, come sosteneva il card. Giuseppe Siri (1906-1989), arcivescovo di Genova e uno dei maggiori esponenti di una teologia della Chiesa di stampo tradizionale, tornando da un viaggio in Russia. Naturalmente le società muoiono in un tempo e in una modalità diversa dai singoli uomini e possono agonizzare anche per secoli.

Trasformare la Chiesa di una società cristiana in via di dissoluzione — e ormai oggi scomparsa — in una Chiesa missionaria, visti i formidabili ostacoli esterni e interni, non era — e non è — semplice. E il tentativo operato dai pontefici degli anni successivi al Concilio infatti ha provocato molti disagi e resistenze. 

Alcuni contestano la nuova evangelizzazione perché la ritengono non necessaria, quasi una violenza, comunque sia proposta. Essi non ritengono che Cristo sia l’unico Salvatore, o comunque non si pongono questo problema, e credono che il cristianesimo debba accompagnare il mondo senza discernimenti e senza la pretesa di convertire nessuno. 

Costoro hanno rappresentato una minoranza sempre più intraprenden­te, presente fra gli intellettuali cattolici, nei seminari, nelle congregazioni missionarie, dov’è stato introdotto un pensiero non cattolico, come ebbe a dire Paolo VI (18), che ne denunciò i danni definendolo «fumo di Satana» (19) penetrato nella Chiesa visibile e responsabile della sua «autodemolizio­ne» (20).

 

L’altra minoranza nel Concilio 

Negli anni del cosiddetto «post-Concilio» si venne tuttavia a costituire anche un’altra minoranza, di segno opposto, preoccupata di difendere la dottrina della Chiesa minacciata dall’«autodemoli­zione» e dal rinato modernismo, che anteponeva ai benefìci della riforma missionaria proposta dai documenti del Concilio e alla nuova evangelizzazione esplicitata da san Giovanni Paolo II i «costi» in termini di perdita della fede. La difesa della dottrina era strettamente unita a quella della civiltà che l’aveva custodita, quella «civiltà parrocchiale» (21) cristallizzatasi nei secoli — e nel Novecento ormai in parte deformata — del grande slancio missionario nato con la Riforma Cattolica e il Concilio di Trento (1545-1563). 

Quest’ultimo concilio aveva promosso una grande riforma della Chiesa, in quell’epoca segnata da una profonda corruzione dei costumi e da un «pelagianesimo» di fondo che il Tridentino identificò e cercò di superare, dando vita anche a una felice stagione missionaria, in particolare nelle Americhe appena scoperte. Tuttavia, pur lontana dal modello delle origini, la «civiltà parrocchiale» era ancora una società cristiana, sebbene diversa dalla cristianità medioevale, anzitutto in seguito alla divisione prodotta dalla Riforma. Verso la fine del secolo XX, invece, e ancora di più oggi, si trattava di tornare ad annunciare Cristo a uomini che non lo conoscevano più, o perché lo avevano rifiutato, volontariamente oppure in quanto nati ed educati in famiglie agnostiche, oppure ancora perché provenienti da altre culture e religioni, come accade e accadrà sempre più frequentemente.

 

Il senso della riforma missionaria

Questo era il senso della riforma proposta dal Magistero del Concilio e dei Papi del post-Concilio, cioè la riforma nella continuità dell’uni­co soggetto-Chiesa, come spiegherà Benedetto XVI nel discorso del 22 dicembre 2005. Ma vi era chi esaltava la riforma dimenticando la continuità e anche chi esaltava la continuità dimenticando la riforma. Nasceva così una divisione che sarebbe diventata sempre più profonda durante i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco, contrapponendo due mon­di distinti all’interno del clero e della comunità cristiana più impegnata, mentre la grande maggioranza della minoranza dei fedeli (quelli rimasti) continuava nella sua semplicità a praticare la fede senza preoccuparsi più di tanto di questi problemi.

Frattanto, la riforma in senso missionario aveva cominciato a dare i suoi primi frutti, come spiega Benedetto XVI sempre nel discorso del dicembre 2005, accennando all’interpretazione corretta da dare al Concilio: «[…] ovunque questa interpretazione è stata l’orientamento che ha guidato la recezione del Concilio, è cresciuta una nuova vita e sono maturati frutti nuovi. Quarant’anni dopo il Concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell’agita­zione degli anni intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio». I movimenti e le associazioni nati dopo la fine del Concilio incarnavano il nuovo spirito missionario richiesto dal Concilio e dai Papi, così come nei secoli XIII e XIV nel basso Medioevo gli ordini mendicanti — francescani e domenicani — avevano cominciato a predicare la fede andando a cercare le persone dove vivevano, nelle città e nelle campagne, senza più aspettarle all’interno dei monasteri e delle cattedrali. Si tratta di uscire dalle parrocchie per andare a evangelizzare le persone dove vivono: nei posti di lavoro e anche in quelli di svago. Tuttavia, è anche vero che alcuni di questi movimenti pieni di entusiasmo, spesso erano privi di un’adeguata formazione in quanto nati nel clima «esistenzialista» post-sessantottino, che riduceva l’in­segnamento della dottrina a qualcosa di marginale, quando non lo prevedeva affatto.

Forse, durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, anche per la sua lunghezza, si è riusciti a trovare il massimo equilibrio fra entrambe le esigenze, quella della missionarietà e quella della fedeltà alla dottrina da sempre insegnata dalla Chiesa. Papa del catechismo, Papa della nuova evangelizza­zione, Papa della famiglia, Papa dei movimenti, Giovan­ni Paolo seppe incarnare esaurientemente tutti gli ambiti della pastoralità, riuscendo a parlare ai giovani, a praticare l’e­cumenismo come via irrinunciabile della Chiesa, a convocare le diverse religioni ad Assisi per pregare per la pace, a contribuire a mandare in crisi il regime comunista della sua patria senza rinunciare al dialogo con le autorità e di fatto continuando l’Ost­politik dei suoi predecessori, ma al contempo denunciando l’intrinseca malvagità dei regimi comunisti oppressori dei loro popoli. In questo modo il santo Pontefice fu capace di mettere in crisi l’autorità del partito comunista sui popoli dell’­Unione Sovietica (22).

 

Gli abusi sui minori e l’ideologia «gay»

Tuttavia, anche durante il pontificato di un santo, che sarà accompagnato da un affetto universale in occasione della lunga agonia e in particolare delle sue esequie, al quale parteciparono i capi di Stato di quasi tutto il mondo, il male rimaneva in agguato. E lo si capì quando il terrorismo islamista colpì con straordinaria violenza gli Stati Uniti d’America con la strage dell’11 settembre 2001, ma anche quando scoppiò, infangando la vita interna della Chiesa, lo scandalo degli abusi su minori compiuti da sacerdoti, che appunto cominciò a manifestarsi negli ultimi anni del pontificato di san Giovanni Paolo II per poi esplodere durante i successivi. Così, il giovedì santo del 2002, il Pontefice si rivolgeva ai sacerdoti di tutto il mondo, dicendo: «In questo momento, inoltre, in quanto sacerdoti, noi siamo personalmente scossi nel profondo dai peccati di alcuni nostri fratelli che hanno tradito la grazia ricevuta con l’Ordinazio­ne, cedendo anche alle peggiori manifestazioni del mysterium iniquitatis che opera nel mondo. Sorgono così scandali gravi, con la conseguenza di gettare una pesante ombra di sospetto su tutti gli altri benemeriti sacerdoti, che svolgono il loro ministero con onestà e coerenza, e talora con eroica carità. Mentre la Chiesa esprime la propria sollecitudine per le vittime e si sforza di rispondere secondo verità e giustizia ad ogni penosa situazione, noi tutti — coscienti dell’umana debolezza, ma fidando nella potenza sanatrice della grazia divina — siamo chiamati ad abbracciare il “mysterium Crucis” e ad impegnarci ulteriormente nella ricerca della santità. Dobbiamo pregare perché Dio, nella sua provvidenza, susciti nei cuori un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo che stanno alla base del ministero sacerdotale» (23).

 

Ai cattolici d’Irlanda e alle vittime degli abusi

La piaga degli abusi sui minori sarà più acuta e diffusa in particolare negli Stati Uniti d’America, in Irlanda e in Cile. Ai cattolici irlandesi Papa Benedetto si rivolgerà il 19 marzo 2010 con una Lettera accorata nella quale ricorderà la tragedia dei peccati commessi da membri del clero e indicherà la via della penitenza e della conversione per cercare di ricostruire quel rapporto di fiducia che si era rotto con la popolazione irlandese.

Certamente, scrisse Papa Benedetto, «il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa. Tuttavia il compito che ora vi sta dinnanzi è quello di affrontare il problema degli abusi verificatosi all’interno della comunità cattolica irlandese e di farlo con coraggio e determinazione» (24). Benedetto XVI era consapevole che quanto accaduto era così grave che avrebbe inciso per lungo tempo sulla vita della Chiesa irlandese: «Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo». Tuttavia, «positivi passi in avanti sono stati fatti», anche se «molto di più resta da fare. C’è bisogno di perseveranza e di preghiera, con grande fiducia nella forza risanatrice della grazia di Dio».

Entrando poi nella storia particolare dell’Irlanda, Papa Benedetto ricordava la gloriosa storia cristiana della nazione irlandese, segnata da grandi santi come Patrizio (385-431), che la evangelizzò, il monaco Colombano (543-615), che portò Vangelo e monachesimo nell’Al­to Medioevo in Italia, in particolare a Bobbio (Piacenza), e Oliver Plunkett (1625-1681), l’arcivescovo martire di Armagh ucciso in odium fidei durante la persecuzione voluta dal re Carlo II Stuart (1630-1685). Ma ultimamente «la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizza­zione della società irlandese. Si è verificato un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’inse­gna­mento e ai valori cattolici». Certamente vi era stata una crisi spirituale, che aveva portato molti ad abbandonare la vita cristiana: «Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese». Ma vi era stata anche una crisi culturale, perché un pensiero avverso al cristianesimo aveva convinto gli ecclesiastici i quali, a loro volta, avevano influenzato negativamente la popolazione: «Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo». Come altrove, anche in Irlanda si era imposta infatti una lettura rivoluzionaria del Concilio, e quindi «il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari». In questo contesto di crisi spirituale e culturale «dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indeboli­mento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti».

Papa Benedetto insisteva sull’analisi come condizione necessaria per trovare e applicare rimedi adatti: i mali erano l’inadeguata selezione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa, l’insufficiente loro formazione spirituale, intellettuale e umana, un’eccessiva preoccupazione per il buon nome della Chiesa e una tendenza troppo forte a favorire il clero e a rendere indiscutibile la sua autorità. Tutte cose che Papa Francesco denuncerà come forma negativa di clericalismo e di autoritarismo nel comportamento di una parte del clero.

Ma prima di tutto il Pontefice dichiarava di avere a cuore le vittime di questi abusi, che aveva incontrato sovente nei suoi viaggi apostolici: «Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata». Era evidente la sua preoccupazione di favorire la riconciliazione di queste persone con la Chiesa, i cui uomini non soltanto le avevano violate, ma neppure ascoltate dopo il delitto, quando altri preti si erano rifiutati di credere ai loro drammatici racconti: «Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa».

Tuttavia, «è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto sé stesso sulla croce».

Nella lettera ai sacerdoti e ai religiosi d’Irlanda Papa Benedetto esternava la propria sofferenza e immaginava la loro, ma li invitava a reagire, a non lasciarsi sopraffare dalla tristezza e dallo scoraggiamento: «So che molti di voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciono­nostante, è essenziale che collaboriate da vicino con coloro che sono in autorità e che vi adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci. Soprattutto, vi esorto a diventare sempre più chiaramente uomini e donne di preghiera». 

Ai vescovi ricordava il dovere di essere semplici e di essere uomini di preghiera, senza dimenticare gli errori commessi e la propria incapacità ad affrontare con prontezza la situazione che si era venuta a creare.

A tutti i fedeli chiedeva di offrire le «[…] penitenze del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011, per questa finalità. Vi chiedo di offrire il vostro digiuno, la vostra preghiera, la vostra lettura della Sacra Scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere la gra­zia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda. Vi incoraggio a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad avvalervi con maggiore frequenza della forza trasformatrice della sua grazia». Invitava tutti, infine, a riscoprire il sacramento della confessione, e i preti a imitare san Giovanni Maria Vianney (1786-1859), il «curato d’Ars», che seppe con la sua vita riportare a Cristo un numero enorme di anime.

Benedetto XVI conosceva bene il tema dell’abuso sui minori. Quando, da cardinale, guidava nel 2001 la Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva stabilito che questo delictum gravior fosse condannato in modo esemplare «Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età» (25). Il documento dava attuazione a quanto prescritto da san Giovanni Paolo II il 30 aprile precedente con la lettera apostolica in forma di motu proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, che inseriva fra i delitti più gravi riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede anche l’abuso su minori commesso da un diacono, prete o vescovo.

«Non si trattava di un escamotage per poter comminare la pena massima — ha precisato di recente il Papa emerito —, ma di una conseguenza del peso della fede per la Chiesa. In effetti è importante tener presente che, in simili colpe di chierici, ultimamente viene danneggiata la fede: solo dove la fede non determina più l’agire degli uomini sono possibili tali delitti» (26).

 

Un passo indietro. I primi scandali

Lo scandalo relativo agli abusi di uomini della Chiesa su minori era scoppiato negli Stati Uniti il 6 gennaio 2002, quando il giornale The Boston Glo­be aveva pubblicato un’inchiesta su casi di molestie su minori imputabili al sacerdote della diocesi di Boston, don John J. Geoghan (1935-2003). Questo sacerdote era stato ridotto allo stato laicale nel 1998, durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, perché accusato di avere molestato centotrenta minori nel­l’arco di tempo successivo all’ordinazione, avvenuta nel 1962. Nel corso delle settimane successive lo scandalo si allargò perché molti giornali cominciarono a scrivere di casi simili e a riportare le denunce delle vittime, che si moltiplicarono: di conseguenza «[…] quattro vescovi rassegnano le dimissioni e 218 sacerdoti vengono rimossi dai loro incarichi» (27).

Il card. Bernard Francis Law (1931-2017), arcivescovo di Boston, venne accusato soprattutto di non avere preso provvedimenti seri contro don Geoghan, ma di averlo semplicemente spostato di parrocchia in parrocchia favorendo così la possibilità che insidiasse sempre nuovi minori. Frattanto, nell’ago­sto del 2003, don Geoghan veniva strangolato da un detenuto nel carcere di massima sicurezza Souza-Baranowski Correctional Center a Lancaster, nel Massachusetts.

La Chiesa statunitense reagì pubblicando due documenti, la Charter for the Protection of Children and Young People (2002, riv. 2011) e le Essential Norms for Diocesans/Eparchial Policies Dealing with Allegations of Sexual Abuse of Minoirs by Priest or Deacons (2011), ma soprattutto si affidò a un celebre istituto di criminologia, il John Jay College della City University of New York, che produsse sul tema degli abusi un primo rapporto nel 2004, un altro supplementare nel 2006 e uno nuovo nel 2011 (28).

Quest’ultimo, secondo Angela Rinaldi, presenta «due dati importanti»: il primo ricorda che la categoria dei sacerdoti non è la più esposta sul piano degli abusi. Il documento studia infatti altri contesti religiosi «come i Mormoni e le chiese Protestanti, e […] scopre che in tali ambienti il rischio non è minore rispetto a quello che si corre nella Chiesa cattolica». Il secondo dato che emerge dallo studio è «che sul totale di 246 minori ogni 100.000 abusati negli Usa, le vittime in ambienti cattolici si aggirano intorno a 15 minori ogni 100.000» (29).

Da ciò si può dedurre che i 4392 sacerdoti americani accusati, di cui meno della metà condannati, rappresentano il 4% di tutti quelli che hanno esercitato il ministero nei sessant’anni dal 1950 al 2010. Sarebbe assurdo minimizzare, perché anche un solo abuso di minore grida letteralmente vendetta al cospetto di Dio, tuttavia sarebbe profondamente sbagliato ridurre la Chiesa americana a quei preti — troppi certamente, ma il 4% — che hanno tradito la loro vocazione. Questi numeri, che ridimensionano notevolmente lo scandalo dei «preti pedofili», ci aiutano altresì a riflettere come siamo tutti dipendenti dai media, che sono capaci di creare un clima, di intossicare le informazioni e di farci percepire i problemi in maniera emotivamente distorta (30).

Vale anche la pena di notare come «l’incidenza degli abusi è cresciuta tra gli anni ’50 e ’70 per attenuarsi dagli anni ’80 in poi, anche se fino al 2002 molti eventi sono rimasti sconosciuti alle autorità e all’opi­nione pubblica» (31) perché le denunce si sono moltiplicate dopo il 2002 ma riguardano casi avvenuti venti o trent’anni prima.

Nel corso degli anni cambia l’atteggiamento della Chiesa di fronte al fenomeno della pedofilia. Nel dicembre 2002 il cardinale Law lascia la diocesi di Boston chiedendo perdono per tutti quelli che hanno sofferto a causa dei suoi errori. Si passa da un atteggiamento che tendeva a proteggere il prete colpevole da uno scandalo che colpirebbe anche la reputazione di tutta la Chiesa, a un altro atteggiamento che non cerca più di minimizzare e di evitare lo scandalo, ma di proteggere i minori da eventuali ulteriori casi di abuso. In questo senso la Santa Sede indicherà la strada della denuncia e della collaborazione con l’autorità civile per evitare altri delitti e mettere il colpevole nelle condizioni di non potere più commettere reati. In questa prospettiva, il minore cioè la vittima, da tutelare o da aiutare a superare il trauma subito, diventa l’oggetto principale dei documenti, sia della Conferenza episcopale americana, sia della Santa Sede. Il modello cui la Chiesa si ispira è quello della «tolleranza zero» praticato a New York dal sindaco Rudolph William Louis Giuliani dopo il 1994, con buoni risultati: combattere anche i piccoli reati, costruire un ambiente pulito ed estremamente curato, sono i piccoli segnali che aiutano a favorire un atteggiamento che rispetti anche le regole più importanti.

Nel 2011, una nuova versione del documento dei vescovi americani, (la citata Charter, oltre a spostare l’attenzione sulle vittime, alla cooperazione con le autorità statali e all’istituzione in ogni diocesi di un Centro che segua il problema e produca un rapporto annuale sulla situazione, «[…] afferma un principio importante che fa parte della lotta presente agli abusi e costituisce uno spunto per la riflessione: la formazione dei futuri sacerdoti e dei prelati già consacrati. I vescovi si impegnano a rafforzarne i programmi nonché a promuovere la formazione umana, per la castità e il celibato, sia per i seminaristi sia per i sacerdoti» (32).

Nel corso dello stesso anno, il 3 maggio 2011, la Congregazione per la Dottrina della Fede approva una Lettera circolare per aiutare le conferenze episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici.

Le linee-guida preparate dalle conferenze episcopali dovranno mirare «[…] a proteggere i minori e ad aiutare le vittime nel trovare assistenza e riconciliazione» e la responsabilità nel trattare questi delitti ricadrà sul vescovo diocesano. La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha predisposto una prima bozza nel settembre 2011 che ha poi trasmesso alla Congregazione per la Dottrina della Fede il 27 maggio 2012, per quindi recepire le osservazioni dell’ex Sant’Uffizio e diventare definitivo con l’approvazio­ne del Consiglio permanente della CEI il 27/29 gennaio 2014 (33).

 

I fatti del 2018

Se nel 2002 gli scandali avevano colpito il pontificato di Giovanni Paolo II e nel 2010 quello di Benedetto XVI, nel 2018 viene colpito il pontificato di Francesco. Bisogna prestare attenzione alle date: nel 2018 gli scandali relativi agli abusi sui minori o nei confronti di giovani dello stesso sesso sono da anni ormai in significativa diminuzione all’in­terno della Chiesa, ma vengono alla luce, in questo anno, le conseguenze di gravi fatti accaduti molto tempo prima.

Il primo Paese che entra nell’attenzione dei media è il Cile, dove Papa Francesco si reca in visita pastorale fra il 15 e il 22 gennaio. Nel Paese andino, al centro di uno scandalo che allontanerà molti fedeli dalla Chiesa, vi è un influente sacerdote, l’ottantottenne don Fernando Karadi­ma Farina, parroco a Santiago del Cile, condannato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2011 per abusi sessuali su minori. Un suo «allievo», Juan de la Cruz Barros Madrid, viene nominato vescovo da Papa Francesco nel 2015, nonostante il parere di fedeli e associazioni che affermavano come il neo-vescovo fosse al corrente delle «prestazioni» del suo «maestro». Il Pontefice lo difende fino al suo ritorno a Roma, quando riprende in mano il dossier e invia in Cile l’arci­vescovo di Malta mons. Charles Scicluna, fra i più esperti nell’indagare i casi di abuso, nominato nel novembre 2018 segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Mons. Scicluna stende un rapporto che convince il Papa a chiedere scusa per non avere tenuto conto delle accuse. Quindi, il Santo Padre decide di ascoltare le vittime degli abusi e poi i vescovi cileni che, nel maggio dello stesso anno, a Roma, rimettono tutti i loro incarichi nelle mani del Pontefice. Nel frattempo, il 28 settembre 2018, don Karadima è stato dimesso dallo stato clericale. In Cile la Chiesa può ricominciare a evangelizzare, riconoscendo i propri errori.

Sempre nel 2018, un nuovo scandalo scoppia negli Stati Uniti con la pubblicazione, il 14 agosto, di un rapporto riguardante gli scandali sessuali avvenuti in sei diocesi della Pennsylvania. Un Grand Jury descrive dettagliatamente gli abusi su minori commessi da 301 preti su oltre un migliaio di vittime. Emerge così come la Chiesa avesse sempre affrontato questi scandali, cercando di impedire che diventassero pubblici, limitandosi a trasferire i preti abusatori. Invece in questo caso, nonostante alcuni rilievi giuridici e di metodo, le diocesi collaborano con il procuratore generale della Pennsylvania Joshua David Shapiro, anche rendendo preventivamente pubblici i nomi dei colpevoli. «Ti chiedo scusa quando non sono stato attento ai tuoi bisogni e dove ho fallito. Ci siamo addormentati e siamo stati deboli», ha esordito il card. Daniel DiNardo, presidente dei vescovi statunitensi, chiedendo perdono ai sopravvissuti e a chi ha perso la fede nella Chiesa a causa di ciò che quest’ultima non ha saputo fare. «Perdona­ci per i nostri fallimenti», ha continuato. Il presidente della conferenza episcopale statunitense ha invitato a non cedere a due estremi: la disperazione e la presunzione. «Possiamo anche credere che non ci sia speranza per la guarigione da questi peccati e che non ci sia speranza per la Chiesa o un cambiamento positivo nella Chiesa, ma dobbiamo sempre ricordare che c’è la fede ed è questa a guidarci nel nostro cammino». A proposito della presunzione, DiNardo ha ricordato che magari ci si è cullati nell’inattività pensando che tutto potesse semplicemente tornare alla normalità e che questa fosse solo «[…] una crisi del passato. Non è così. Non dobbiamo mai più vittimizzare i sopravvissuti chiedendogli di guarire secondo i nostri tempi. È vero che la stragrande maggioranza dei casi di abuso si è verificata decenni fa. Ma il dolore è ancora vivo oggi» (34).

Ancora una volta bisogna sottolineare che i casi di abuso denunciati nel 2018 riguardano anni relativamente lontani, comunque precedenti il 2002, ma l’impatto sulla gente è enorme e soltanto adesso emerge nella Chiesa quell’at­tenzione alle denunce che fino a pochi anni prima non erano state adeguatamente prese in considerazione. Le vittime, bambini ma anche familiari, o anche adulti in qualche modo circuiti e violati, vengono fatti oggetto di un’atten­zione che prima non c’era. E così la Chiesa comincia a riparare. 

La «tolleranza zero» viene effettivamente praticata: il 23 settembre 2014 viene arrestato in Vaticano e accusato di pedofilia e possesso di materiale pedopornografico l’arcivescovo polacco mons. Josef Wesolo­wski (1948-2015), indagato nella Repubblica Dominicana dove era nunzio nel 2013, poi richiamato a Roma dove viene condannato in primo grado. Morirà per infarto nella sua stanza nel collegio dei penitenzieri della Città del Vaticano, dove era imprigionato dopo l’arresto da parte della gendarmeria pontificia. 

Nel giugno 2018 viene condannato dal Tribunale Vaticano a cinque anni di detenzione e cinquemila euro di multa mons. Carlo Alberto Capella, funzionario della nunziatura a Washington, per divulgazione, trasmissione, offerta e detenzione di materiale pedopornografico. La condanna può avvenire in seguito alla promulgazione della legge n. VIII dell’11 luglio 2013, che ha introdotto nella Città del Vaticano il reato di pedopornografia. Provvedimento rafforzato, un anno dopo, da un chirografo del 22 marzo 2014, con cui il Pontefice aveva istituito una commissione per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, presieduta dal card. Sean O’Malley, alla quale partecipano anche alcune vittime degli abusi.

 

L’attacco al Papa

Sempre nel 2018 si verifica un gesto inaudito, che per settimane attira l’attenzione del mondo ecclesiale e non soltanto. Un vescovo già nunzio apostolico, mons. Carlo Maria Viganò, pubblica una lettera diretta al Pontefice nella quale, ripercorrendo una lunga serie di scandali per abusi sessuali commessi da vescovi e preti cattolici, in particolare dall’ar­civescovo emerito di Washington, mons. Theodore McCarrick, accusa Papa Francesco di esserne stato informato e ne chiede le dimissioni (35). L’attacco trova l’appoggio di una ventina di vescovi nordamericani che lo sostengono in diverso modo, e viene pubblicato sui media — in Italia dal quotidiano La Verità, il 26 agosto — nel giorno in cui il Papa conclude la difficile visita pastorale in Irlanda in occasione del IX Incontro Mondiale delle Famiglie, chiedendo scusa ai fedeli e alle vittime degli abusi sessuali in uno dei Paesi più colpiti da questa piaga. Da tutti i commentatori il documento di mons. Viganò viene percepito come una rivelazione ordinata di fatti gravi e accaduti, utilizzati per attaccare il Papa e chiederne le dimissioni, che a norma di diritto canonico possono essere decise solo dallo stesso Pontefice. L’at­tacco è grave anche perché finisce con il gettare discredito su un ambiente che per sensibilità culturale e dottrinale dovrebbe essere quello più attento a quei princìpi, come la lealtà e l’obbe­dienza nei confronti del Santo Padre, che invece vengono così platealmente disattesi. 

Un altro effetto del documento consiste nel coinvolgere i predecessori di Papa Francesco, Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II, facendoli apparire come destinatari delle accuse del vescovo Viganò, in quanto i reati da lui contestati sono stati compiuti durante i loro pontificati, soprattutto quello di san Giovanni Paolo II, da parte di sacerdoti ordinati nei pontificati precedenti.

Sull’attacco di mons. Viganò è stato scritto molto e non è questa la sede per soffermarvisi ulteriormente. Nessuno vuole giudicare le intenzioni del prelato, ma appare inaccettabile la richiesta di dimissioni del Pontefice. 

A tale proposito non può non ricordarsi come lo stesso Pontefice abbia pubblicato una Lettera al popolo di Dio sugli abusi sessuali (36). È una lettera molto importante perché con­ferma in maniera vistosa nell’atteg­gia­mento della Santa Sede il passaggio dalla massima attenzione a non suscitare scandali a una grande attenzione nei confronti delle vittime, ribadendo quanto iniziato durante il pontificato di Benedetto XVI. Il Papa la scrive all’indomani della rivelazione dello scandalo riguardante le sei diocesi del Pennsylvania, dove «almeno mille persone […] sono state vittime di abusi sessuali, di potere e di coscienza per mano di sacerdoti, in un arco di circa settant’anni». Le ferite provocate da questi delitti «non vanno mai prescritte» e il grido delle vittime è salito al cielo, provocando «vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale», perché non «abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, […] non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite».

Il testo non dimentica di autodenunciare un comportamento sbagliato assunto in passato dalla Chiesa — certamente, mi sembra doveroso aggiungere, soprattutto per evitare la pressione maliziosa dei media, pronti a strumentalizzare qualsiasi debolezza dei cattolici —: «Se in passato l’o­missio­ne ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore».

L’invito del Papa è rivolto a tutti i battezzati, sacerdoti e laici, per­ché non si può cambiare un atteggiamento interno alla Chiesa senza la partecipazione di tutto il popolo di Dio: «ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologi­che, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita». Soprattutto non si può vincere la malattia del clericalismo senza la volontà di tutti: infatti il clericalismo «[…] si ma­nifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa — molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza — quale è il clericalismo, quell’atteggia­mento che “non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente”».

 

Quando l’ideologia penetra anche nella Chiesa

Naturalmente, sottolineare la causa del clericalismo fra quelle che hanno contribuito a generare gli scandali non significa sottovalutare la presenza di un numero importante di persone omosessuali nella vita della Chiesa, dai seminari al clero e, soprattutto la presenza di un «pensiero non cattolico», come diceva san Paolo VI a Jean Guitton, penetrato dentro il corpo ecclesiale, fattori che hanno determinato la preoccupazione di Papa Francesco in un recente libro-intervista dedicato al tema della vocazione: «È un errore. Non è soltanto un’espressione di affetto. Nella vita consacrata e in quella sacerdotale non c’è posto per questo tipo di affetti. Per questa ragione, la Chiesa raccomanda che le persone con questa tendenza radicata non siano accettate al ministero né alla vita consacrata. Il ministero o la vita consacrata non sono il loro posto. I sacerdoti, i religiosi e le religiose omosessuali vanno spinti a vivere integralmente il celibato e, soprattutto, a essere perfettamente responsabili, cercando di non creare mai scandalo nelle proprie comuni­tà né nel santo popolo fedele di Dio vivendo una doppia vita. È meglio che lascino il ministero o la vita consacrata piuttosto che vivano una doppia vita» (37).

Infatti, credo non si debbano confondere i piani: gli abusi sessuali sui minori, spesso di entrambi i sessi, sono una cosa diversa dall’ideolo­gia gender e da quella gay che sono state seminate nella società dagli anni 1960, insidiando la Chiesa anche dall’interno. 

«Diversa» però non significa che non ci sia un collegamento fra i due fenomeni. La caratteristica dell’ideologia gender consiste nel colpire anzitutto e soprattutto la sfera delle tendenze dell’uomo, prima della sfera intellettuale (38). Il lungo lavorio nel corpo sociale per affermare l’assenza di differenza fra i maschi e le femmine; l’egualitarismo travestito da «pari opportunità», che sono ben altra cosa; la svirilizzazione del maschio e la virilizzazione della femmina; la banalizzazione della sessualità e l’incom­prensione del significato epocale dell’inverno demografico in cui è immerso l’Occidente, e soprattutto l’Italia: tutti questi fenomeni hanno trasformato la forma mentis dei contem­poranei e sono penetrati anche nella Chiesa, che pur rappresenta una delle poche realtà in grado di denunciare e combattere questi fenomeni di suicidio antropologico. 

In ogni caso la lotta contro questo male grande e profondo deve toccare tutti gli ambiti — intellettuale, morale ed esistenziale — e presuppone una grande opera di conversione delle comunità cristiane, come dice il Papa senza distinzione fra clero e laici, gli uni e gli altri chiamati a chiedere perdono e a fare penitenza per quei pochi vescovi e preti che hanno infangato il nome della Chiesa (39).

La piaga degli abusi però non deve far dimenticare che più del 90% del clero e dei religiosi, e i tanti laici che ancora «fanno famiglia» e lavorano tutti i giorni per mantenerla, quotidianamente cercano di fare la gloria di Dio nel loro ministero e nel loro ruolo di preti, genitori e pro­fessionisti, operai o contadini. La Chiesa deve purificarsi ma non deve lasciarsi intimorire per i propri peccati da un mondo che non vuole aiutarla a essere migliore, ma semplicemente vorrebbe che cessasse di esistere.

 

La reazione della Chiesa

Quando il Papa convoca a Roma patriarchi, cardinali, arcivescovi, vescovi, superiori religiosi e responsabili, dal 21 al 24 febbraio 2019, per un incontro sulla protezione dei minori (40), sono ormai quasi vent’anni che la Chiesa ha preso coscienza che esiste, anche al proprio interno, un grande pro­blema relativamente alla sessualità, manifestatosi soprattutto in questo aspetto così particolarmente odioso. Vengono forniti ventuno punti di riflessione, che il Papa indica come linee-guida, pubblicati sul sito della Santa Sede (41). Si tratta di indicazioni operative, volte a sensibilizzare tutte le diocesi del mondo sul problema, affinché venga affrontato anche con strumenti operativi il più possibile efficaci. Al centro vengono messi i diritti delle persone violate, soprattutto se minori, più che il buon nome della Chiesa, che comunque non deve essere messo in crisi dal pessimo comportamento di alcuni suoi ministri. Ma questa prassi ormai è attiva dall’inizio del pontificato di Benedetto XVI, nel 2005, come si è visto per esempio nel caso dell’Irlanda. Quindi, l’accento è sulla trasparenza e sulla centralità delle vittime, che devono essere assistite in tutte le necessità, senza peraltro dimenticare la presunzione di innocenza e il rischio di accuse false che in realtà nascondono altre intenzioni, come in alcuni casi si è già verificato. Forse il caso più emblematico, e assai misterioso, è quello relativo al fondatore dei Legionari di Cristo, padre Macial Maciel Degollado (1920-2008), che proprio durante il pontificato di Benedetto XVI viene messo sotto indagine e quindi condannato in seguito alle accuse, precedenti di molti anni, di seminaristi e religiosi della Congregazione da lui abusati.

Una particolare attenzione merita il discorso conclusivo del Santo Padre all’incontro La protezione dei minori nella Chiesa.

«Il nostro lavoro ci ha portato a riconoscere — spiega il Papa in una sorta di premessa di carattere storico — una volta in più, che la gra­vità della piaga degli abusi sessuali su minori è un fenomeno storica­mente diffuso purtroppo in tutte le culture e le società. Essa è diventa­ta, solo in tempi relativamente recenti, oggetto di studi sistematici, grazie al cambiamento della sensibilità dell’opinione pubblica su un problema in passato considerato tabù, vale a dire che tutti sapevano della sua presenza ma nessuno ne parlava. Ciò mi porta alla mente anche la crudele pratica religiosa, diffusa nel passato in alcune culture, di offrire esseri umani — spesso bambini — come sacrifici nei riti pagani. Tuttavia, ancora oggi le statistiche disponibili sugli abusi sessuali su minori, stilate da varie organizzazioni e organismi nazionali e internaziona­li (Oms, Unicef, Interpol, Europol e altri), non rappresentano la vera entità del fenomeno, spesso sottostimato principalmente perché molti casi di abusi sessuali su minori non vengono denunciati, in particolare quelli numerosissimi commessi nel­l’ambito famigliare» (42).

Non vi è bisogno di ripetere che anche un solo caso di sacerdote colpevole di abusi sui minori è uno scandalo gravissimo e tuttavia è vero, come sottolinea Papa Francesco, che «la prima verità che emerge dai dati disponibili è che chi commette gli abusi, ossia le violenze (fisiche, sessuali o emotive) sono soprattutto i genitori, i parenti, i mariti di spose bambine, gli allenatori e gli educatori».

Una particolare attenzione è riservata alla pornografia, la cui diffusione «sta dilagando rapidamente nel mondo attraverso la Rete. La piaga della pornografia ha assunto dimensioni spaventose, con effetti deleteri sulla psiche e sulle relazioni tra uomo e donna, e tra loro e i bambini. È un fenomeno in continua crescita», così come quello del turismo sessuale: «secondo i dati 2017 dell’Organizzazione Mondiale del Turismo — ha detto il Pontefice — ogni anno nel mondo tre milioni di persone si mettono in viaggio per avere rapporti sessuali con un minore».

Naturalmente tutta questa malizia viene moltiplicata quando si verifica all’interno della Chiesa: «La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica. Il consacrato, scelto da Dio per guidare le anime alla salvezza, si lascia soggiogare dalla propria fragilità umana, o dalla propria malattia, diventando così uno strumento di satana».

I toni accorati del Papa meritano di essere ricordati non soltanto nelle ore immediatamente seguenti l’incontro, ma anche a distanza di tempo, quando è possibile riflettere meglio e rendersi conto di come l’a­zione del demonio sia reale e realmente abbia colpito anche alcuni consacrati. Non si può onestamente dire che la Chiesa non sia intervenuta attraverso il suo massimo rappresentante, per denunciare ma anche per cercare di capire: «nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’i­ra di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati. L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’i­pocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attenta­mente questo soffocato grido silenzioso».

 

L’abuso di potere

Non è difficile notare come negli abusi sui minori sia presente anche una forma di abuso di potere, dovuto al fatto che i genitori dei minori si fidano del prete e quest’ultimo può esercitare il suo potere nei confronti dei giovani che lo frequentano senza particolari difficoltà. Qualcosa di analogo avviene nelle famiglie, che secondo alcune statistiche sarebbero il luogo dove questi abusi si manifestano con maggio­re frequenza. Il Papa lo ricorda in questo stesso discorso: «È diffici­le, dunque, comprendere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori senza la considerazione del potere, in quanto essi sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità dell’indifeso abusato che permette la manipolazione della sua coscienza e della sua fragilità psicologica e fisica. L’abuso di potere è presente anche nelle altre forme di abusi di cui sono vittime quasi ottantacinque milioni di bambini, dimenticati da tutti: i bambini-soldato, i minori prostituiti, i bambini malnutriti, i bambini rapiti e spesso vittime del mostruoso commercio di organi umani, oppure trasformati in schiavi, i bambini vittime delle guerre, i bambini profughi, i bambini abortiti e così via».

Il Papa si chiede quale sia l’origine di tanto male e perché: «Quale sa­rebbe, dunque, la “significazione” esistenziale di questo fenomeno cri­minale? Tenendo conto della sua ampiezza e profondità umana, oggi non è altro che la manifestazione attuale dello spirito del male. Senza tenere pre­sente questa dimensione rimarremo lontani dalla verità e senza vere soluzioni». E ancora: «Dietro e dentro questo c’è lo spirito del male il quale nel suo orgoglio e nella sua superbia si sente il padrone del mondo e pensa di aver vinto. E questo vorrei dirvelo con l’autorità di fratello e di padre, certo piccolo e peccatore, ma che è il pastore della Chiesa che presiede nella carità: in questi casi dolorosi vedo la mano del male che non risparmia neanche l’innocenza dei piccoli. E ciò mi porta a pensare all’e­sempio di Erode che, spinto dalla paura di perdere il suo potere, ordinò di massacrare tutti i bambini di Betlemme. Dietro a questo c’è satana».

A volte, nel pieno dell’aggressione mediatica, quando la Chiesa in quanto tale viene incolpata di favorire questi abusi a causa della sua morale considerata rigorista e quindi concausa degli abusi, sembra che una piccola minoranza di preti depravati o ammalati rappresenti tutta la Chiesa. Ma così non è e il Pontefice ringrazia «la stragrande mag­gioranza dei sacerdoti che non solo sono fedeli al loro celibato, ma si spendono in un ministero reso oggi ancora più difficile dagli scandali di pochi (ma sempre troppi) loro confratelli. E grazie anche ai fedeli che ben conoscono i loro bravi pastori e continuano a pregare per loro e a sostenerli».

Tuttavia ciò non spiega perché proprio nel periodo degli anni 1960 e 1970 si sia particolarmente manifestato questo peccato orribile che grida vendetta al cospetto di Dio. 

E perché esso si sia manifestato non esclusivamente ma certamente anche nei confronti di minori dello stesso sesso, lasciando quindi trasparire numerosi casi di omosessualità. È abbastanza evidente che le due cose vanno insieme o comunque possono essere indicate come concause.

Del resto che la Chiesa avesse un problema con il tema della sessualità era già apparso con evidenza in occasione della pubblicazione dell’en­ciclica di san Paolo VI Humanae vitae sulla trasmissione della vita umana nel 1968 (43). Quest’ultima provocò una forte divisione all’interno del corpo di Cristo, scavando un solco che perdura nel tempo, fra chi vorrebbe che la Chiesa facesse propria un’ideologia che vuole liberare l’a­more da ogni limite e vincolo morale, e chi si oppone a questa prospettiva. Fra questi ultimi vi sono coloro che si limitano a ribadire la condanna tradizionale della Chiesa dell’uso della contraccezione artificiale e della pratica della sessualità fuori del matrimonio, e chi invece, come Karol Wojtyla e lo stesso Pao­lo VI, ribadiscono i limiti dentro i quali si deve muovere la sessualità, sottolineandone però la bellezza e la presenza originaria nel piano di Dio non tanto come rimedio alla debolezza della carne post peccatum, ma come espressione della vocazione all’amo­re prevista nel matrimonio secondo il piano di Dio.

In particolare, Giovanni Paolo II riuscirà con il suo ampio e insistito magistero sulla teologia del corpo, a «[…] considerare la questione del matrimonio e della sessualità anzitutto partendo dal punto di vista di Dio, di ciò che Dio stesso ne dice, e non prima dal punto di vista della natura e dei fini che persegue attraverso l’unione dei sessi. Non che questi due punti di vista si oppongano, poiché, essendo Dio creatore della natura, è evidente che il suo disegno si esprima attraverso ciò che la natura ci manifesta. Ma si tratta di un cambiamento quanto al punto di partenza della riflessione sul­l’essenza del matrimonio e al contempo di un cambiamento metodologico» (44).

 

Gli «appunti» del Papa emerito

Dunque, negli ultimi anni del pontificato di san Giovanni Paolo II, durante il successivo di Benedetto XVI e nel corso di quello di Papa Francesco esplode quella crisi di cui ho cercato di fornire le linee principali. Si verifica così da una parte un grave attacco contro la credi­bilità della Chiesa attuato dalle forze riconducibili al laicismo mondiale e, dal­l’altra parte, una altrettanto grave divisione interna alla Chiesa fra chi sfrutta questa situazione di crisi per incolpare il pontificato di Francesco come responsabile della stessa crisi e chi invece fra i cattolici non coglie quel processo di autodemoli­zione denunciato da san Paolo VI che ha portato molti vescovi e fedeli ad adeguare l’essere cristiani al modo di pensare e di vivere proprio di quella rivoluzione culturale esplosa nel 1968. Que­st’ultimo conflitto interno, quello della pedofilia, raggiunge l’atten­zione mondiale con il cosiddetto «caso Viganò» ma, come ho cercato di mostrare in queste pagine, ha radici molto più antiche, che risalgono almeno alla crisi modernista d’i­nizio Novecento e alla frattura particolarmente importante che si crea sul­l’inter­pretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Tale conflitto va oltre anche la crisi relativa agli abusi sessuali su bambini da parte di consacrati, una piaga infatti che colpisce entrambi gli schieramenti interni alla Chiesa, senza distinzione fra conservatori e progressisti.

Questa serie di attacchi produce smarrimento tra i fedeli, soprattutto a causa dell’insistente pressione di quei media il cui scopo sembra essere quello di dividere la Chiesa. In questo contesto, accanto ai pronunciamenti del Magistero di Papa Francesco e alle decisioni pastorali conseguenti, il Papa emerito Benedetto XVI ritiene di dovere intervenire pubblicando dei propri «appunti» sulla situazione, in cui afferma che «avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi — pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità — come, a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa» (45).

Il testo si divide in tre parti. Nella prima, Benedetto XVI presenta il problema della pedofilia nel contesto storico nel quale è esploso, cioè nel clima di rivoluzione culturale e sessuale che prenderà il nome di Sessantotto, dall’anno in cui questa crisi risulta evidente a livello mondiale in seguito alle rivolte studentesche cominciate a Parigi in maggio e quindi estesesi nelle principali città europee: «Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente». 

Nello stesso periodo «[…] si è verifica­to un collasso della teologia mo­rale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società». Tale collasso è consistito nell’abbandono della prospettiva del diritto naturale nella teologia morale, dopo che l’approccio giusnaturalistico era stato esclusivo nel tempo antecedente al Concilio Vaticano II. Ma una morale fondata sulla Sacra Scrittura non riesce a emergere, spiega il Papa emerito, mentre il relativismo si insinua nella morale, affermando che non può esserci «[…] qualcosa di assolutamente buono né tantome­no qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative». Si giunge così alle prese di distanza pubbliche di alcuni teologi morali rispetto al Magistero, in particolare dopo l’enciclica di san Giovanni Pao­lo II Veritatis splendor, del 6 agosto 1993. Questi teologi morali sostenevano che l’infallibilità del Magistero riguardasse soltanto le questioni di fede, «mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale». Questo clima produsse inevitabili conseguenze al­l’interno della Chiesa: per esempio, scrive il Papa emerito, «in diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari». Eppure, Benedetto XVI giudica che «cio­nonostante, a partire dagli anni ’70, la situazione nei seminari in generale si è consolidata».

A questo punto benedetto XVI affronta il tema del diritto canonico, per ricordare come quest’ultimo non debba preoccu­parsi solo di garantire i diritti dell’accusato ma anche di proteggere la fede: «Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco».

Di conseguenza spiega come — al fine di raggiungere questo scopo e di superare un certo «ga­rantismo» preoccupato esclusivamente dei diritti dell’accusato — quando guidava la Congregazione per la Dottrina della Fede, d’accordo con Giovanni Paolo II, fu stabilito di portare i processi per i casi di pedofilia a carico dei sacerdoti sotto la giurisdizione della Congregazione stessa.

Alla luce delle profonde riflessioni del Pontefice emerito, assume ancor più rilievo quanto accaduto presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, la cui dirigenza ha rivoluzionato gli statuti e l’ordina­mento degli studi, licenziando gli insegnanti maggiormente rappresentativi e sollevando le fondate preoccupazioni di docenti e discenti 

A questo punto del suo scritto Papa Ratzinger si chiede che cosa sia giusto fare per uscire dalla situazione di grave crisi in cui si è venuta a trovare la Chiesa di Cristo. Si dice che Benedetto XVI abbia sempre a cuore l’unità della Chiesa, in particolare nella sua nuova condizione di emerito, inedita nella storia e usata da alcuni per dividere, contrapponendo il conservatore Benedetto al progressista Francesco (46). Ma non è la divisione che auspica, anzi, al contrario esplicitamente ricorda come la strada di costituire un’altra Chiesa, migliore di quella esistente, si sia già rivelata come fallimentare: «Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo creare un’altra Chiesa affinché le cose possano aggiustarsi? Questo esperimento già è stato fatto ed è già falli­to. Solo l’amore e l’obbedienza a nostro Signore Gesù Cristo possono indicarci la via giusta. Proviamo perciò innanzitutto a comprendere in modo nuovo e in profondità cosa il Signore abbia voluto e voglia da noi». La risposta può sembrare banale o terribil­mente profonda e impegnativa: «La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio»; questa strada comporta un percorso, difficile ma indispensabile: «Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uo­mini». Il punto di partenza di questo percorso, del quale convincere colui che volesse incamminarsi, riguarda l’esistenza di Dio perché «un mon­do senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso». Tuttavia Dio si è anche rivelato all’uomo in molti modi, ma soprattutto in quel modo che parte dalla vocazione di Abramo e culmina nell’umanità di Cristo: «Rendere gli uomini nuovamente consapevoli di questo, rappresenta il primo e fondamentale compito che il Signore ci assegna». Il mondo occidentale ha perduto, come società e non solo in qualche singolo, questa certezza e ha così perduto il senso e la direzione della vita comunitaria. Siamo così arrivati al punto a cui il Papa emerito voleva condurre il lettore: «In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvi­samente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia».

Come è potuto accadere ciò, si chiede Benedetto XVI? Innanzitutto perché Dio è stato espulso dalla vita pubblica e, in particolare, perché gli stessi cattolici hanno smesso di parlarne: «Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del gene­re? In ultima analisi il motivo sta nel­l’assenza di Dio». Ratzinger porta così l’esempio della Costituzione tedesca del secondo dopoguerra, dove Dio era ben presente, e l’impossibili­tà di riconoscere le radici cristiane dell’Europa nel tentativo di elaborazione, poi fallito, di una costituzione europea all’inizio del Terzo Millennio. È questo il primo compito, antecedente a qual­siasi altro, come ripete il Papa emerito citando il grande teologo Hans Urs von Balthasar (1905-1988): «Il primo compito che deve scaturire dagli sconvolgimenti morali del nostro tempo consiste nell’iniziare di nuovo noi stessi a vivere di Dio, rivol­ti a lui e in obbedienza a lui».

La seconda tappa del percorso proposto da Papa Benedetto XVI è il recupero di un rapporto fecondo con il sacramento dell’Eucaristia. È questa una strada effettivamente intrapresa, sulla quale si deve continuare: «A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacramento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore ringraziare il Signore». Benedet­to XVI riporta un episodio, terribile nella sua descrizione sacrilega, ma che da una parte aiuta a comprendere il livello cui può arrivare la perversione e dall’altra parte indica la strada della guarigione proprio attraverso la contemplazione del­l’Eucaristia: «Nei colloqui con le vittime della pedofilia sono divenuto consapevole con sempre maggiore forza di questa necessità. Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: “Questo è il mio corpo che è dato per te”. È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto. Sì, dobbiamo urgentemente implorare il perdono del Signore e soprattutto supplicarlo e pregarlo di insegnare a noi tutti a comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’a­buso il dono della Santa Eucaristia».

La terza tappa del percorso riguarda la Chiesa, come la via prevista dal progetto di Dio per salvare gli uomini. Sul punto il Papa emerito è deciso e convinto: questa, che esiste concretamente, è la Chiesa di Cristo, con i buoni e con i cattivi cristiani che ne fanno parte, e che saranno divisi definitivamente soltanto nel giorno del Giudizio, non prima: «L’ac­cusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa. L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva». Fosse solo per questo, gli «appunti» di Ratzinger avrebbero già fatto molto bene alla Chiesa, perché avrebbero smontato certi atteggiamenti di cristiani scandalizzati dal suo successore per le differenze che indubbiamente caratterizzano il suo pontificato, e al contrario avrebbero spento il desiderio di molti di creare una Chiesa «nuova», senza «continuità» con quella passata, secondo uno schema già adottato da molti per interpretare il Concilio Vaticano II come una rivoluzione radicale (47).

Vi è un errore fondamentale nell’apostolato di molti cattolici contem­poranei: dimenticarsi di mostrare il bene che esiste e opera intra Ecclesiam. Benedetto XVI ricorda che esistono oggi molti martiri, nel senso di testimoni, e aggiunge che «[…] è pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro».

Con questa indicazione operativa, di non poca importanza per superare lo «zelo amaro» di tanti cattolici ortodossi e sinceramente impegnati per il bene della Chiesa, si concludono gli «appunti», non senza un non convenzionale ringraziamento al Pontefice: «vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!».

Con gli appunti di Benedetto XVI concludo un tentativo di ricostruzione e di riflessione su quanto accaduto nella vita della Chiesa a proposito degli scandali in tema di sessualità e di abuso sui minori. Il mio scopo era quello di accennare ai fatti accaduti, di mostrare come la Chiesa stia cercando di intervenire da molti anni ormai al suo massimo livello e come, almeno dal 2002, abbia scelto di rinunciare a ogni forma di «copertura» o minimizzazione per invece privilegiare le vittime, e così di denunciare pubblicamente chi, fra i consacrati, tradisce la vocazione ricevuta. Quanto avvenuto nella vita della Chiesa è spaventosamente grave e tocca tutti gli ambiti della vita ecclesiale, assumendo spesso i tratti misteriosi della presenza di Satana, come ha denunciato Papa Francesco. Perciò il rimedio principale non può che essere soprannaturale, nel senso di far intervenire la Grazia e la Misericordia di Dio, in particolare attraverso il richiamo e il rimedio dell’adorazione eucaristica. 

Il combattimento spirituale non sarà né facile né breve.

Marco Invernizzi

 

Note:
(1) Cfr. san Pio X (1903-1914), Enciclica «Pascendi dominici gregis» sulle dottrine moderniste, dell’8-9-1907, e la Lettera apostolica «Notre charge apostolique», del 25-8-1910 (trad. it., La concezione secolarizzata della democrazia. Lettera agli Arcivescovi e ai Vescovi francesi «Notre charge apostolique», Edizioni di «Cristianità», Piacenza 1993); su Papa san Pio X, cfr. Oscar Sanguinetti, Pio X. Un pontefice santo alle soglie del «secolo breve», Sugarco, Milano 2014.
(2) Cfr. Marco Ravera, Joseph de Maistre pensatore dell’origine, Mursia, Milano 1986; e Ignazio Cantoni, Joseph de Maistre (1753-1821) profeta del­l’eterno. Un itinerario introduttivo, in Cristianità, anno XLI, n. 367, genna­io-marzo 2013, pp. 45-60.
(3) Cfr. per esempio: «Ora però non è più possibile farsi illusioni, troppo evidenti essendo divenuti i segni della scristianizzazione nonché dello smarrimento dei valori umani e morali fondamentali. In realtà tali valori, che pur scaturiscono dalla legge morale inscritta nel cuore di ogni uomo, ben difficilmente si man­ten­gono, nel vissuto quotidiano, nella cultura e nella società, quando vien meno o s’indebolisce la radice della fede in Dio e in Gesù Cristo» (san Giovanni Paolo II [1978-2005], Discorso in occasione del III Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana, Palermo 23-11-1995, n. 4); e: «Mentre nel pas­sato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone» (Benedetto XVI [2005-2013], Lettera apostoli­ca «Porta Fidei», dell’11-10-2011).
(4) G. Cantoni, «Cum Petro», «sub Petro», verso la civiltà cristiana nel terzo Mi­l­lennio, in Cristianità, anno XXLIII, n. 300, luglio-agosto 2000, pp. 3-4 e 29-30 (p. 4).
(5) Cfr. I. Cantoni, La Casa Europa: vivere da contro-rivoluzionari in un’Eu­ropa che muore, ibid., anno XLIV, n. 381, luglio-settembre 2016, pp. 43-54; Pietro Cantoni, Riflessioni su «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» e la situazione attuale, ibid., anno XLIV, n. 379, gennaio-marzo 2016, pp. 19-43; M. Invernizzi, Il pontificato di Benedetto XVI e il mondo che nasce in quello che muore, ibid., anno XLIV, n. 382, ottobre-dicembre 2016, pp. 5-10; Idem, Alleanza Cattolica fra Sessantotto e «morte» della cristianità, ibid., n. 384, anno XLV, marzo-aprile 2017, pp. 3-14.
(6) Per «Scuola di Bologna» si intende il Centro di Documentazione-Istituto per le Scienze Religiose, un gruppo di ricerca sul cristianesimo fondato a Bologna da don Giuseppe Dossetti (1913-1996) nel 1953 (cfr. L’«officina bolognese». 1953-2003, a cura di Giuseppe Alberigo (1926-2007), EDB. Edizioni Domenicane Bologna, Bologna 2004), che ha prodotto una interpretazione del Vaticano II considerata come non «in continuità» con la precedente storia della Chiesa: cfr. Storia del concilio Vaticano II, diretta da G. Alberigo, ed. it a cura di Alberto Melloni, 5 voll., il Mulino-Peeters, Bologna-Leuven 1995-2001. Per una critica di quest’opera, cfr. mons. Agostino Marchetto, Il Concilio ecumenico Va­ti­cano II. Contrappunto per la sua storia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005, e Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per una sua corretta ermeneutica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2012.
(7) Cfr. G. Cantoni, «Tu es Petrus», in Cristianità, anno XVI, n. 158-160, giu­gno-luglio-agosto 1988, pp. 3-6 e 19, che spiega la posizione di Alleanza Cat­to­lica di fronte allo scisma provocato da mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) con la consacrazione senza autorizzazione pontificia di quattro vescovi. Molto più recentemente Cristianità ha ripubblicato una conferenza sul Concilio che porta il nome del card. Joseph Frings (1887-1978) — ma che in realtà fu scritta dall’allora teo­lo­go Joseph Ratzinger — che aiuta a comprendere oggi come già allora (20-11-1961) fosse presente nel futuro Benedetto XVI l’idea che scopo del Va­ticano II doveva essere una nuova evangelizzazione del mondo cattolico euro­peo ormai diventato pagano (cfr. Il Concilio Ecumenico Vaticano II di fronte al pensiero moderno, anno XLV, n. 383, gennaio-febbraio 2017, pp. 57-71).
(8) Benedetto XVI, Discorso ai Cardinali, agli Arcivescovi, ai Vescovi e ai Pre­lati della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, del 22-12-2005.
(9) Cfr. G. Cantoni, «Tu es Petrus», cit.
(10) «L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso» (Omelia nella 9° Sessione del Concilio, del 7-12-1965).
(11) Si tratta del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizza­zione, istituito il 21 settembre 2010 con il motu proprio «Ubicumque et semper».
(12) Cfr. Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova evangeliz­zazione, Enchiridion della nuova evangelizzazione. Testi del Magistero pon­tificio e conciliare 1939-2012, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2012.
(13) San Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in Asia», del 6-11-1999, n. 6.
(14) Cfr. Idem, Esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in Africa», del 14-9-1995; e Benedetto XVI, Esortazione apostolica post-sinodale «Africae mu­nus», del 19-11-2011.
(15) Benedetto XVI, Discorso ai Cardinali, agli Arcivescovi, ai Vescovi e ai Prelati della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, cit.
(16) Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione «Do­minus Iesus» circa l’unicità e l’universalità salvifica di Cristo e della Chiesa, del 6-8-2000.
(17) San Giovanni XXIII, Discorso nella solenne apertura del Concilio Ecumeni­co Vaticano II, dell’11-10-1962.
(18) «Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia» (San Paolo VI, 7-9-1977, cit. in Jean Guitton [1901-1999], Paolo VI segreto, trad. it., San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 1979).
(19) San Paolo VI, Resoconto dell’omelia per il Nono Anniversario dell’Incoro­nazione di Sua Santità «Resistite fortes in fide», del 29-6-1972.
(20) Idem, Resoconto della conversazione con gli alunni del Pontificio Seminario Lombardo, del 7-12-1968.
(21) Émile Poulat (1920-2014), L’ère postchrétienne. Un monde sorti de Dieu, Flammarion, Parigi 1994, p. 11 (trad. it., L’era post-cristiana. Un mondo uscito da Dio, SEI. Società Editrice Internazionale, Torino 1996).
(22) Cfr. il mio San Giovanni Paolo II. Un’introduzione al suo Magistero, Prefazione di Livio Fanzaga S.P., Sugarco, Milano 2014.
(23) Giovanni Paolo II, Lettera ai Sacerdoti per il Giovedì Santo 2002, del 17-3-2002, n. 11.
(24) Benedetto XVI, Lettera ai cattolici dell’Irlanda, del 19-3-2010. Tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(25) Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera «Ad Exsequendam ecclesiasticam legem», del 18-5-2001.
(26) Benedetto XVI, La Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali, in Cristianità, anno XLVII, n. 397, maggio-giugno 2019, pp. 5-26 (p. 19).
(27) Angela Rinaldi, Dalla parte dei piccoli. Chiesa e abusi sessuali, la Me­ri­diana, Molfetta (Bari) 2018, p. 18.
(28) Cfr. John Jay College e Conferenza Episcopale Statunitense, The Causes and Context of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests in the United States, 1950-2010, The United States Conference of Catholic Bishops, Washington D.C. 2011.
(29) A. Rinaldi, op. cit., p. 19.
(30) Benché ambientato nell’epoca della Guerra Fredda prima del 1989 (e prima di internet), vale la pena leggere il romanzo di Vladimir Volkoff (1932-2005), Il montaggio, trad. it., Rizzoli, Milano 1983, per riflettere sulle modalità della manipolazione da parte dei media.
(31) A. Rinaldi, op. cit., p. 19.
(32) Idem, op. cit., p. 39.
(33) Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici, Edizioni Paoline, Milano 2014.
(34) <www.agensir.it>, 12-11-2018; cfr. anche Andrea Tornelli e Gianni Valente, Il giorno del giudizio. Conflitti, guerre di potere, abusi e scandali. Cosa sta davvero succedendo nella Chiesa, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2018, pp. 171-181.
(35) Il testo della lettera di mons. Viganò viene pubblicato in contemporanea sul blog del vaticanista Aldo Maria Valli, sul quotidiano La Verità il 26-8-2018 e sui siti web National Catholic Register e LifeSite News. Cfr. anche il mio «Cum Petro», in Cristianità, anno XLVI, n. 392, luglio-agosto 2018, pp. 5-11.
(36) Cfr. Francesco, Lettera al popolo di Dio, del 20-8-2018. Tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(37) Francesco, La forza della vocazione, conversazione con Fernando Prado, EDB. Edizioni Domenicane Bologna, Bologna 2018, pp. 82-83.
(38) Cfr. Etienne Roze, Verità e splendore della differenza sessuale, trad. it., Cantagalli, Siena 2014; Gabriele Kuby, La Rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà nel nome della libertà, trad. it., Sugarco, Milano 2017. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) ha spiegato bene questo meccanismo nel suo capolavoro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi (trad. it., a cura e con Presentazione di G. Cantoni, Sugarco, Milano 2009), mo­strando come l’ideologia, di norma, sia la giustificazione intellettuale di un comportamento immorale, cioè come la «Rivoluzione nelle idee» arrivi a dare una copertura alla «Rivoluzione nelle tendenze».
(39) Cfr. Domenico Airoma, Continuerà l’«autodemolizione»?, in Cristianità, anno XLVI, n. 393, settembre-ottobre 2018, pp. 7-11.
(40) Papa Francesco ha annunciato il cosiddetto summit sulla grave piaga degli abusi sui minori da parte del clero nel mese di settembre del 2018. L’incontro dal titolo La protezione dei minori nella Chiesa si è svolto nell’Aula nuova del Sinodo in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Hanno partecipato i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo e i responsabili degli ordini re­ligiosi. Nelle varie giornate, dopo il discorso introduttivo di Papa Francesco, si sono susseguite sessioni plenarie, moderate da padre Federico Lombardi S.J., già direttore della Sala Stampa Vaticana. Oltre alle sessioni plenarie vi sono stati momenti di preghiera, una liturgia penitenziale, gruppi di lavoro, testimo­nianze anche video e la celebrazione eucaristica conclusiva. L’incontro è una tappa di un percorso quasi ventennale che la Chiesa Cattolica ha intrapreso per af­fron­tare e risolvere la grave piaga dell’abuso sui minori da parte del personale ecclesiastico, cercando una strada per proteggere i più piccoli e preveni­re gli abusi. Una cronologia essenziale degli interventi sia magisteriali sia disciplinari sulla questione è presente all’indirizzo web <http://www.tutelaminorum.va/­content/tuteladeiminori/it/sezione-le_risorse/pagina-chiesa_e_tutela.html>, curato dalla Pontifica Commissione per la tutela dei mi­nori (gl’indirizzi Internet del­l’in­tero articolo sono stati consultati il 4-11-2019).
(41) Cfr. Francesco, Incontro su La protezione dei minori, Punti di riflessione, 21-2-2019.
(42) Idem, Discorso al termine dell’incontro «La protezione dei minori nella Chiesa», del 24-2-2019. Tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo. In nota il Papa cita l’opera di María Isabel Martínez Perez, Abusos sexuales en niños y adolescentes, Criminología y Justicia, Madrid 2012, secondo la quale sono denunciati solo il 2% dei casi, soprattutto quando gli abusi sono nel­l’ambito familiare. L’autrice calcola dal 15% al 20% di vittime di pedofilia nella nostra società. Soltanto il 50% dei bambini rivela l’abuso che ha subito e, di tali casi, solo il 15% è effettivamente denunciato. Solo il 5% è alla fine processato.
(43) Ormai enorme è la bibliografia su Humanae vitae; cfr. per introdurre il tema l’intervento di Laura Boccenti, Etica sociale, etica della famiglia da «Humanae vitae» ad «Amoris laetitia» in Cristianità, n. 396, marzo-aprile 2019, pp. 63-72.
(44) Yves Semen, La famiglia secondo Giovanni Paolo II, trad. it., San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012, prefazione di mons. Jean Laffitte, p. 40.
(45) Oltre che sul mensile cattolico bavarese Klerusblatt, il testo è stato pubblicato integralmente in italiano sul sito web del quotidiano Corriere della Sera (<https://­www.corriere.it/cronache/19_aprile_11/paparatzinger-chiesa-scandalo-abusi-sessuali-3847450a-5b9f-11e9-ba57-a3df5eacbd16.shtml>) e sul sito web dell’a­genzia Acistampa <https://www.acistampa.com/story/la-chiesa-e-lo-scandalo-degli-abusi-sessuali-testo-integrale-11148>. Cfr. il testo integrale con note e commenti di Daniele Fazio in Cristianità, anno XLVII, n. 397, maggio-giugno 2019, pp. 7-26. Tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(46) Cfr. per esempio Massimo Franco, Benedetto XVI «Italia, bellissima e caotica», in Sette. Corriere della sera, Milano 28-6-2019, pp. 20-28.
(47) Per esempio si legge in Gianfranco Brunelli, Papa emerito. Il difficile equilibrio. Tra storia ed escatologia: «Purtroppo non è uno degli scritti migliori di Ratzinger, è una sintesi assai frammentata e meno dotata di criticità organica rispetto ad altri suoi saggi. E questo non può che alimentare ulteriori polemiche in un dibattito che viene così sviato dai propri intenti specifici» (Il Regno-Attualità, n. 8, Bologna 2019, p. 194).

 

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 Marco Invernizzi

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Marco Invernizzi nasce a Milano nel 1952. Nel 1977 si laurea in filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi su Il periodico "Fede e Ragione" nell'ambito della storia del Movimento Cattolico italiano dal 1919 al 1929, relatore il professor Luigi Prosdocimi. Dopo gli studi universitari continua ad approfondire, in modo non puramente intellettualistico - dal 1972 milita in Alleanza Cattolica, della quale è stato responsabile per la Lombardia e per il Veneto fino al 2016-, le vicende del movimento cattolico in Italia. Ha pubblicato, fra l'altro, L'Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici(Cristianità, Piacenza 1993); La Chiesa, la politica, il potere attraverso i secoli (contributo a Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, a cura di Franco Cardini, Piemme, Casale Monferrato 1994); e, con altri, I Papi del nostro secolo, parte prima Da Leone XIII a Pio XII (Italica Libri/Editoriale del Drago, Milano 1991); e Guida introduttiva alla storia della Chiesa cattolica (Mimep-Docete, Pessano [Milano]). Collabora a Cristianità e ad altre riviste e quotidiani. Dal 1989 conduce a Radio Maria la trasmissione settimanale La voce del Magistero. Nella linea di quanto già edito si pone Il movimento cattolico in Italia dalla fondazione dell'Opera dei Congressi all'inizio della seconda guerra mondiale (1874-1939), un'opera di sintesi in cui viene ripercorsa la storia del movimento cattolico, con particolare attenzione alle sue espressioni politiche, dalla Breccia di Porta Pia alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Dal 28 maggio 2016 è Reggente Generale di Alleanza Cattolica. Facebook - Instagram - Cathopedia