Il dramma dei profughi dai Paesi a regime socialcomunista e il giudizio di «ognuno»

Giovanni Cantoni 38 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 81 (1982)

 

La sofferenza del popolo polacco continua. Non solo in patria, oppressa dalla «normalizzazione», ma anche all’estero, nell’Europa che rifiuta ogni pur tenue sanzione contro il regime di Jaruzelski e l’Unione Sovietica. In Italia, in particolare, l’inerzia colpevole dei governanti sembra accanirsi anche sui profughi polacchi e su tutti coloro che hanno rifiutato di continuare a vivere sotto il giogo socialcomunista. Un drammatico reportage sulle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere gli esuli dalle nazioni dell’Est, privati di ogni speranza di integrazione nel nostro paese, «esuli» anche in una terra d’esilio, dove si continua a parlare dei «diritti umani» senza rispettarli. Qualche spunto di meditazione su questa tragedia storica, in una prospettiva apocalittica.

 

Tra le pieghe della storia, in margine alla tragedia polacca

Il dramma dei profughi dai Paesi a regime socialcomunista e il giudizio di «ognuno»

 

Non è assolutamente peregrino affermare che la informazione giornalistica fluisce a velocità inaudita, straordinaria, ma che tale velocità moltiplica le notizie, in maniera tale che esse, e per il numero e per il modo, finiscono spesso, se non sempre, per fare la loro comparsa e scomparire quasi senza lasciare traccia.

Compito di ogni critica è la sempre più accurata disposizione di sensibili griglie che, primordialmente, fermino l’informazione, così da contribuire a fare ricordare il fatto, e in modo tale da spingere a meditare su di esso, da sollecitare a riflettere, affinché, almeno in tesi, nulla accada invano e, finalmente, si artrcoli e si affini il giudizio, presupposto indispensabile di azioni precisamente non vane.

In questa ottica e con questo spirito trascrivo ampi stralci di un servizio giornalistico, perché il suo potere traumatizzante non venga troppo rapidamente eclissato dalle nuove notizie incalzanti, ma permanga il più possibile, a stimolare la memoria, a suscitare la meditazione, a promuovere la riflessione e, da ultimo, il giudizio.

* * *

Dunque, tema del servizio è una visita al campo profughi di Latina, dove esuli polacchi e di altre nazioni prigioniere, soffrono in silenzio freddo e privazioni in attesa di una nuova patria, che non sarà, evidentemente, né l’Europa in generale, né l’Italia in particolare.

«Prima del 13 dicembre – vi si legge -, giorno del colpo di Stato, i polacchi in parcheggio nel “Centro di assistenza ai profughi” di Latina erano poche decine. Oggi sono 549, più di un terzo del doloroso popolo dei senza patria che si coagulano qui, da tutti i Paesi dell’Est: ci sono 639 romeni, poi i polacchi, 160 cecoslovacchi, 105 ungheresi, 34 jugoslavi, 32 bulgari, 24 albanesi, 5 russi e un apolide.

«In totale, 1549. Metà stanno nel campo, che ne potrebbe contenere a sua volta una metà; l’altra metà in albergucci cittadini. Quelli che stanno nelle baracche del campo, un’ex caserma adibita al nuovo servizio nel 1950, vivono in condizioni di sovraffollamento e promiscuità. […] 

«Le baracche sono vecchie, hanno vissuto più a lungo del previsto. Hanno le entrate ai due capi, spalancate. Il vento, che oggi è molto freddo, vi s’infila e fischia sotto le porte delle stanzette, che s’affacciano sul corridoio e ospitano nuclei familiari o eterogenei. A volte, quando c’è un’ondata di profughi più alta e improvvisa, o perché Ceaucescu dà passaporti a tutti per liberarsi dagli incomodi o perché Jaruzelski fa il golpe, le baracche dovrebbero allargarsi a mantice: a dicembre hanno chiesto asilo politico a Latina 258 europei dell’Est, di cui 146 polacchi e 93 romeni.

«I romeni, come tutti i balcanici del sud, sono poveri e, ci dicono in infermeria, anche denutriti. I polacchi e i cecoslovacchi sono i settentrionali dell’Est e stanno meglio. L’infermeria è una baracca come le altre, ma dalle altre si distingue perché è intonacata di fresco. Chi vi lavora non ha ricordi particolarmente allucinanti, se non per i cambogiani, che sembravano “animaletti spauriti della foresta”.

«Baracche sono anche la chiesa, serrata col lucchetto, la refezione, la posta e la scuola d’inglese. La refezione emana un odore-fetore. Pochi pranzano ai tavoli del refettorio. I più portano ai ricoveri il vassoio col cibo: maccheroni al sugo rosso e un pezzetto di pollo arrosto. […] Sono di tutti i ceti sociali. E la fame deve perseguitare i più poveri, sicché dal 21 novembre il direttore del campo (un funzionario che ha paura di parlare coi giornalisti se non autorizzato dalli superiori) ha ordinato agli ospiti di presentarsi ai pasti con la carta d’identità e consente solo ai capifamiglia di ritirare il cibo per i parenti.

«Vicino alla chiesa e al refettorio c’è un telefono pubblico, dal quale si può chiamare tutta Italia, se si hanno i gettoni. A fianco al telefono, una grande bacheca è piena di avvertenze. C’è una lista di profughi che debbono presentarsi oggi alla selezione per il Canada: sono 15 romeni, 11 polacchi e 3 ungheresi. C’è un elenco di ospiti che possono ritirare la “posta del giorno”: 9 raccomandate, 8 espressi, 45 semplici: e due fitti elenchi di “vecchia posta”.

«Sulla soglia dell’ufficio postale un uomo di mezza età, coi capelli già brizzolati e i baffi balcanici, è fermo: legge e rilegge (e un po’ sorride e un po’ piange) una cartolina illustrata. Sul banco c’è posta proveniente dalla Polonia: Nie Cenzurowato, assicura un gran timbro color lilla sulla busta. Altre buste, invece, sono state aperte e richiuse con la cucitrice: grosse macchie, nere come gli occhiali di Jaruzelski, ricordano ai polacchi perché sono fuggiti.

«Ma loro sono restii a confessarlo a me […] – nota il giornalista -. Non sanno chi sono, potrei essere un agente del regime, un collaborazionista, un infiltrato. Dicono cose che deludono chi si aspetta dichiarazioni eroiche: “Siamo qui perché in Polonia prima o dopo si sparerà e noi siamo stanchi di guerre”.

«Qualcuno gira col distintivo di Solidarnosc. Altri dicono di essere fuggiti perchè hanno visto molti soldati stranieri. I più non dicono niente. Quando venne la tv spagnola, quelli che hanno lasciato parenti di là nascosero il volto. Quando venne il vice presidente del Congresso americano, i più restarono muti o vaghi. E quando, prima del 13 dicembre, era stato qui il primate Glemp, gli avevano chiesto soltanto di adoperarsi per accelerare le pratiche della partenza.

«Qui, infatti, in mezzo ai rissosi balcanici del Sud, soffrono. I tre soli Paesi che aprono le braccia a molti di loro sono Stati Uniti, Canada e Australia. Perciò nel campo studiano inglese. È il talismano per la libertà. Alla quale sospirano i compatrioti che s’ammassano in Austria (25 mila “ufficiali”, 80 mila effettivi) e che non possono entrare in Italia perché nel piccolo vecchio e freddo campo di Latina non c’è posto» (1).

* * *

La notizia, con il suo «colore» ma anche con i suoi dati drammatici, regge certamente senza commento, dal momento che un «fatto» come quello descritto è già, di suo, un argomento concludente e irrefutabile. Ma non mi astengo da qualche sommaria postilla. Anzitutto riguardo ai protagonisti del servizio, i profughi, personaggi difficilmente destinati a divenire storici: una massa di «uomini qualunque», di «ognuno».

Sul tema di «ognuno» corre, attraverso tutta la letteratura occidentale, una serie di opere di diverso valore che hanno come oggetto il «giudizio particolare», dalla Psychomachia di Aurelio Prudenzio Clemente, intorno al secolo IV, fino a Ognuno. Il dramma della morte del ricco, di Hugo von Hofmannsthal (2), «nel crepuscolo di un mondo», per dirla con Franz Werfel (3), cioè al tramonto dell’impero asburgico. Ebbene, in queste opere – nella gran parte «moralità» o «misteri» – «ognuno» è sempre imputato, citato in giudizio, valutato, sindacato, infine giudicato. Nel nostro «fatto», invece, nel «dramma storico» racchiuso nella notizia trasmessa dal servizio giornalistico, «ognuno» non è più imputato, ma giudice: giudica il regime a cui è fortunosamente riuscito a sottrarsi; giudica il nostro mondo, ai cui occhi ha forse il difetto di non essere né cileno né salvadoregno e che, in marcia verso la crescita demografica zero e la disaffezione ai lavori manuali, gli preferisce il «lavoro nero marocchino», senza adeguatamente distinguere il bisogno da povertà naturale e quello da malizia umana; giudica, infine, la stucchevole retorica – soprattutto «laica» ma, talora, anche clericale – sui «diritti umani».

Come può «ognuno» giudicare, senza essere un eroe, senza sollevarsi al di sopra della mischia? Infatti, se fugge, non è certo un eroe! Forse non è un eroe, sempre che sia da poco – se non eroico – lasciare sine die patria e amici; ma è certo che si sottrae a un mondo nel quale l’alternativa all’eroismo è il tradimento, dal momento che quello da cui fugge, è un regime nel quale è indubbio che «il comune degli uomini non possa, se non con atti eroici di virtù, osservare i divini precetti, inviolabili sempre e in ogni caso» (4). Su questa base si erige il giudizio di «ognuno» che, eroicamente, fugge la tentazione.

Ma, sfuggito al regime ingiusto che pone la drammatica alternativa tra l’eroismo e il tradimento, «ognuno» trova ove posare il capo, una sia pure amara terra d’esilio? La risposta tende sempre più alla negativa. Ebbene, secondo un autorevole commentatore dell’Apocalisse, nel regno dell’Anticristo «Non c’è più un luogo nel quale ci si possa sottrarre alle sue pretese» (5). Come non chiedersi in che «regno» sono l’Europa e l’Italia?

Giovanni Cantoni

 

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