Il martirio di Bashir Gemayel e il risveglio del Libano cattolico

Giovanni Cantoni 38 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 90 (1982)

 

Lo scontro tra Islam e Israele, complicato dalla dialettica tra le moderne ideologie rivoluzionarie, ha avuto un suo momento rilevante sul territorio libanese. Nel calore della lotta, un popolo, che pareva sopito nel più decadente consumismo, ha ritrovato la sua vitalità. Una comunità nazionale pluralistica a guida cristiano-maronita: una grande occasione storica offerta al Libano e propiziata dal coraggio e dalla testimonianza del sangue data dal giovane presidente Bashir Gemayel.

 

«Se il grano di frumento … muore, produce molto frutto»

Il martirio di Bashir Gemayel e il risveglio del Libano cattolico

 

Vi sono ore, nella vita delle nazioni, nelle quali la pressione degli avvenimenti pare sia tale da riuscire a spezzare in un solo colpo i più venerandi e i più solidi legami, e a cancellare identità perfettamente e chiaramente definite. La mia conoscenza del passato del Libano non mi permette di istituire confronti con episodi di tale passato, più o meno remoti, eventualmente analoghi, ma credo di potere fondatamente indicare nella morte dello sceicco Bashir Gemayel – dilaniato a Beirut, martedì 14 settembre, alle ore 16.10, da una carica di trecento chilogrammi di tritolo – un momento decisivo nella sua storia di questi anni.

Infatti, la morte di Bashir Gemayel – figlio di Pierre Gemayel, fondatore e capo dei Kataeb -, oltre a confermare la «verità» della sua elezione alla suprema magistratura dello Stato libanese, costituisce la premessa al coordinamento delle diverse comunità etnico-religiose viventi in Libano attorno alle espressioni politico-militari di quella cristiano-maronita, così come è stato ratificato con la elezione di Amin Gemayel a presidente, nonostante la clamorosa aggressione propagandistica contro i cattolici libanesi, che sta facendo seguito ai fatti di Sabra e Chatila.

La tragedia libanese si innesta su un dramma storico di portata incalcolabile e con dirette connessioni teologiche, non fosse altro che per la sua relazione con i Luoghi Santi e il loro statuto politico. Iniziato con la diaspora ebraica che ha fatto seguito alla distruzione di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo, di tale dramma è protagonista rilevante, benché non unico, il movimento sionistico, soprattutto a partire dal congresso di Basilea, aperto il 29 agosto 1897; quindi, esso è segnato dalla dichiarazione detta di Balfour, dal nome del ministro degli Esteri inglese dell’epoca, che il 2 novembre 1917 impegnava il Regno Unito alla creazione di una sede nazionale ebraica in Palestina; infine, dalla proclamazione dello Stato di Israele, la sera del 14 maggio 1948, subito riconosciuto dagli Stati Uniti e dall’URSS. 

Proprio a partire dalla proclamazione dello Stato di Israele prende corpo – in modo, per così dire, definitivo – il problema dello status degli arabi palestinesi, profughi, per la maggior parte, prima in Giordania, poi, dopo il «settembre nero» del 1970, principalmente in Libano. In questo paese – abitato da una popolazione araba da più secoli atipica, in quanto caratterizzata da una rilevante presenza cattolica, costituita soprattutto dalla comunità cristiano-maronita -, l’organismo politico in cui ufficialmente si incarna e si esprime la diaspora palestinese, cioè la Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’OLP, creata appunto dalla Lega Araba nel gennaio del 1964, si comporta come uno Stato nello Stato, approfittando sia della congiunturale debolezza della autorità politica libanese, che della strutturale fragilità del cosiddetto Grande Libano, una realtà politica a carattere pluralistico etnico-religioso, costituita nel 1920. La presenza palestinese è resa, poi, ulteriormente pericolosa e divaricante dalla notoria infiltrazione in essa – e principalmente nella sua dirigenza – di elementi marxisti, particolarmente addestrati a rendere esplicito ogni contrasto e a dialettizzare ogni contraddizione palese oppure latente, anche, se non soprattutto, attraverso la pratica del terrorismo.

Lo sfascio dello Stato libanese sotto la pressione, in costante incremento, della metastasi palestinese, provoca una rilevante reazione sociale, e lo sviluppo di autorità e di milizie proprie di ogni singola comunità, oltre che sulla base del pluralismo ideologico moderno, nella misura in cui è attecchito nel paese. E l’ospite palestinese, sempre più intruso e ingrato, provoca e alimenta la discordia, a sanare la quale interviene, dal 1976, una sedicente Forza Araba di Dissuasione, la FAD, costituita quasi esclusivamente da siriani, che non nascondono la intenzione, non particolarmente remota, di realizzare la Grande Siria, attraverso la dialettizzazione del Grande Libano, e quindi la annessione totale oppure parziale del territorio libanese (1).

La terra libanese, in quanto rifugio e covo dei palestinesi e delle loro organizzazioni militari e terroristiche, è, inoltre, teatro consueto di frequenti incursioni israeliane, che mirano a colpire i «santuari» dell’OLP, e che favoriscono, il 18 aprile 1979, la nascita di una realtà politica-cuscinetto, il Libano Libero del maggiore Saad Haddad. Una di queste incursioni, la più recente, ha una eccezionale consistenza e, con il nome di operazione «Pace in Galilea», porta l’esercito di Israele a Beirut, e impone che l’OLP lasci la città, anche se non il paese intero.

A questo punto – in pendenza di regolari adempimenti costituzionali -, dall’unica forza non compromessa con le presenze militari straniere su territorio libanese – né con quella siriana, né con quella palestinese, né con quella israeliana, con la quale ha mantenuto i rapporti resi indispensabili dalla insipienza, dal tradimento e dalla vigliaccheria di quanto rimane delle nazioni cristiane -, cioè dal Fronte Libanese, guidato da Camille Chamoun, si avanza la candidatura alla presidenza del comandante delle Forze Libanesi Unificate, braccio armato del Fronte Libanese stesso. E lo sceicco Bashir Gemayel, comandante di tali Forze Libanesi Unificate – espressione militare della società libanese, in sostituzione sussidiaria dello Stato fatiscente -, è eletto presidente, il 23 agosto. Ma, nelle more dell’attesa dell’insediamento, che avrebbe dovuto avere luogo il 23 settembre, il presidente eletto è assassinato. 

Pure nella evidente impossibilità – tanto maggiore per la distanza – di dare un nome alla mano terroristica che si è levata contro la nuova incarnazione legittima della autorità politica libanese, è chiaro che il programma di Bashir Gemayel, inteso esplicitamente a liberare il Libano da ogni presenza militare non libanese, cioè da siriani, palestinesi e israeliani, e a ridare allo Stato la sua efficienza (2) – non usurpata, ma semplicemente surrogata dal Fronte Libanese e dalle Forze Libanesi Unificate, in condizioni di evidente necessità – limita il ventaglio dei possibili mandanti, mentre lo definisce con precisione estrema.

Di fatto, però, la morte di Bashir Gemayel non si traduce – come avrebbe voluto chi l’ha provocata, oppure chi l’ha accolta con gioia – in uno sfascio della società libanese e della sua autorità politica, rinata per volontà cristiano-maronita; anzi: un riflesso di solidarietà fa arroccare attorno alla comunità cristiano-maronita anche gruppi fino a poco prima ancora dissenzienti, mentre gli israeliani, in perfetto pendant con i siriani, avanzano ulteriormente in Beirut, a parole per «dissuadere» dalla ripresa della guerra civile, ma, di fatto, per «permettere» due episodi di efferatezza che, insieme alla morte traumatica di Bashir Gemayel, dovrebbero inquinare e svigorire la rinascita libanese, criminalizzandone una componente decisiva, quella costituita dai combattenti cristiano-maroniti dei Kataeb.

Ma anche questo attacco alla restaurata autorità politica libanese non raggiunge il segno, e la elezione di Amin Gemayel avviene con una percentuale di consensi anche di esponenti delle comunità non cristiane, che danno la misura del giudizio di fondo portato dalla opinione pubblica locale sulla trappola tesa dagli israeliani alla comunità cristiano-maronita e, quindi, all’asse portante del nuovo Libano, senza escludere nessuna ipotesi circa i suoi esecutori materiali. 

Lo scontro antico fra Islam e Israele – complicato dalle moderne ideologie rivoluzionarie, cioè dalle espressioni secolarizzate dell’errore, che in diversa misura, ma comunque, contaminano ulteriormente i contendenti – ha, dunque, risvegliato un Libano inerte, offrendo al Grande Libano storico, quello nato nel 1920, la possibilità di divenire un Libano grande: un Libano forse pluralistico, ma a inequivoca guida cristiano-maronita, e non solo per rispetto dei dettami impliciti nel «patto nazionale» del 1943. E di questo Libano grande è testimone primo e principe Bashir Gemayel, con la sua vita e con la sua morte, «martire delle sue belle ambizioni per la edificazione di una patria ben protetta, vivente nella dignità, nella sovranità e nella indipendenza», come ha detto, nel corso della orazione funebre, Sua Beatitudine Antoine Pierre Khoraiche, patriarca di Antiochia dei Maroniti. Egli è la prova tragica, e per questo assolutamente evidente, che il Libano è vivo, che il Libano si è risvegliato, che alla «Svizzera dell’oriente» secondo «quei signori di Berna» è offerta la storica possibilità di diventare la «Svizzera dell’oriente» secondo Gonzague de Reynold (3), e che la sua anima è cristiana.

Ci si può lecitamente chiedere se il programma enunciato con lucidità da Bashir Gemayel sarà realizzato da chi gli è succeduto: al momento basti notare come tale programma sia oggi, dopo la sua morte, riconosciuto come l’unico che possa portare la pace nella regione (4). Come non ricordare l’evangelico: «se il grano di frumento, caduto in terra, non muore, resta solo; ma se muore, produce molto frutto» (5)?

Il 6 agosto 1875, festa della Trasfigurazione, a Quito, in Ecuador, un pugnale armato della Rivoluzione assassinava il presidente di quella repubblica sudamericana, Gabriel Garcia Moreno, che, prima di morire, aveva il tempo di ricordare che «Dio non muore!» (6).

Il 14 settembre 1982, festa della Esaltazione della Croce, a Beirut, in Libano, il presidente Bashir Gemayel – che i suoi uomini chiamavano confidenzialmente al-Bach, «il grande» -, colpito da strumenti di morte più «progrediti» e «aggiornati», non ha avuto il tempo di ricordare nulla. Di lui la cronaca dice: «È morto»; per lui aggiungo: «Dio non muore!», e lo immagino ai piedi della Vergine santissima, regina del Libano, a impetrare – con san Marone, con san Sciarbel e con la sua piccola Maya, la figlia uccisa a diciotto mesi, in un attentato, il 23 febbraio 1980 – la pace di Cristo nel regno di Cristo per il popolo che lo piange nella terra dei cedri. E, unendomi a quel pianto, spero ricordi nella sua preghiera anche l’Italia e il mondo intero.

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Per il periodo fino al 1978, cfr. CAMILLE TAWIL, Libano. Persecuzione e resistenza, Artegrafica, Verona 1979. In generale, cfr. anche PADRE JOSEPH MAHFOUZ O.L.M., L’essenza del maronitismo e il suo ruolo nella conservazione del cattolicesimo in Oriente, in Cristianità, anno VIII, n. 66, ottobre 1980.

(2) Cfr. Le prospettive del Libano secondo Bechir Gemayel, in Relazioni Internazionali, anno 46, n. 33-34, 4-9-1982, pp. 751-752, trad. it. di BASHIR GEMAYEL, Rebuilding Lebanon: what we must do now und why it matters, in The Washington Post, 23-8-1982, scritto prima della sua elezione. L’articolo può essere utilmente integrato con BASHIR GEMAYEL, Le ragioni politiche dei cristiani libanesi, intervista a cura di C. Tawil, dell’ottobre 1978, in Cristianità, anno VI, n. 43, novembre 1978; e con IDEM, Insinuazioni calunniose contro la resistenza cristiana in Libano, intervista a cura del Comitato per la Libertà dei Cristiani Libanesi, del settembre 1980, ibid., anno VIII, n. 66, cit.

(3) Cfr. GONZAGUE DE REYNOLD, Conscience de la Suisse. Billets à ces Messieurs de Berne, 5a ed., La Baconnière, Neuchâtel 1941.

(4) Cfr. Amin Gemayel’s plan for Lebanon’s future, in International Herald Tribune, 24-9-1982, articolo dell’attuale presidente libanese, scritto prima della sua elezione.

(5) Gv. 12, 24.

(6) Cfr. PADRE AGOSTINO BERTHE C.SS.R., Garcia Moreno vindice e martire del diritto cristiano, trad. it., Pia Società San Paolo, Alba 1940, p. 653.

 

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