Il materialismo dialettico e storico marxista dimensione esteriore e massima espressione della resistenza e dell’opposizione a Dio

Alleanza Cattolica 34 anni fa
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Giovanni Paolo II, Cristianità n. 134-135 (1986)

 

Enciclica Dominum et vivificantem, del 18-5-1986, nn. 55-57. Titolo redazionale.

 

Il materialismo dialettico e storico marxista dimensione esteriore e massima espressione della resistenza e dell’opposizione a Dio

 

Purtroppo, risulta dalla storia della salvezza che quel farsi vicino e presente di Dio all’uomo e al mondo, quella mirabile «condiscendenza» dello Spirito incontra nella nostra realtà umana resistenza ed opposizione.

Purtroppo, la resistenza allo Spirito Santo, che san Paolo sottolinea nella dimensione interiore e soggettiva come tensione, lotta, ribellione che avviene nel cuore umano, trova nelle varie epoche della storia e, specialmente, nell’epoca moderna la sua dimensione esteriore, concretizzandosi come contenuto della cultura e della civiltà, come sistema filosofico, come ideologia, come programma di azione e di formazione dei comportamenti umani. Essa trova la sua massima espressione nel materialismo, sia nella sua forma teorica – come sistema di pensiero, sia nella sua forma pratica – come metodo di lettura e di valutazione dei fatti e come programma, altresì, di condotta corrispondente. Il sistema che ha dato il massimo sviluppo e ha riportato alle estreme conseguenze operative questa forma di pensiero, di ideologia e di prassi, è il materialismo dialettico e storico, riconosciuto tuttora come sostanza vitale del marxismo.

In linea di principio e di fatto il materialismo esclude radicalmente la presenza e l’azione di Dio, che è spirito, nel mondo e, soprattutto, nell’uomo per la fondamentale ragione che non accetta la sua esistenza, essendo un sistema essenzialmente e programmaticamente ateo. È il fenomeno impressionante del nostro tempo, al quale il Concilio Vaticano II ha dedicato alcune pagine significative: l’ateismo (cfr. Cost. past. Su la Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 19, 20, 21.). Anche se non si può parlare dell’ateismo in modo univoco né si può ridurlo esclusivamente alla filosofia materialistica, dato che esistono varie specie di ateismo e forse si può dire che spesso si usa tale parola in senso equivoco, tuttavia è certo che un vero e proprio materialismo, inteso come teoria che spiega la realtà e assunto come principio-chiave dell’azione personale e sociale, ha carattere ateo. L’orizzonte dei valori e dei fini dell’agire, che esso delinea, è strettamente legato all’interpretazione come «materia» di tutta la realtà. Se esso parla a volte anche dello «spirito» e delle «questioni dello spirito», per esempio nel campo della cultura o della morale, ciò fa soltanto in quanto considera certi fatti come derivati (epifenomeni) dalla materia, la quale secondo questo sistema è l’unica ed esclusiva forma dell’essere. Ne consegue che, secondo tale interpretazione, la religione può essere intesa solamente come una specie di «illusione idealistica», da combattere nei modi e con i metodi più opportuni secondo i luoghi e le circostanze storiche, per eliminarla dalla società e dal cuore stesso dell’uomo.

Si può dire, pertanto, che il materialismo è lo sviluppo sistematico e coerente di quella «resistenza» e opposizione, denunciate da san Paolo con le parole: «La carne ha desideri contrari allo spirito». Questa conflittualità è, però, reciproca, come mette in rilievo l’Apostolo nella seconda parte del suo aforisma: «Lo spirito ha desideri contrari alla carne». Chi vuole vivere secondo lo Spirito, nell’accettazione e nella corrispondenza alla sua azione salvifica, non può non respingere le tendenze e le pretese, interne ed esterne, della «carne», anche nella sua espressione ideologica e storica di «materialismo» antireligioso. Su questo sfondo così caratteristico del nostro tempo si devono sottolineare i «desideri dello spirito» nei preparativi al grande Giubileo, come richiami che risuonano nella notte di un nuovo tempo di avvento, in fondo al quale, come duemila anni fa, «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (Lc 3, 6; cfr. Is 40, 5). Questa è una possibilità e una speranza, che la Chiesa affida agli uomini di oggi. Essa sa che l’incontro-scontro tra i «desideri contrari allo spirito», che caratterizzano tanti aspetti della civiltà contemporanea, specialmente in alcuni suoi àmbiti, e i «desideri contrari alla carne», con l’avvicinarsi di Dio, con la sua incarnazione, con la sua sempre nuova comunicazione nello Spirito Santo, può presentare in molti casi un carattere drammatico e forse risolversi in nuove sconfitte umane. Ma essa crede fermamente che, da parte di Dio, è sempre un comunicarsi salvifico, una venuta salvifica e, semmai, un salvifico «convincere del peccato» ad opera dello Spirito.

Nella contrapposizione Paolina dello «spirito» e della «carne» è inscritta anche la contrapposizione della «vita» e della «morte». Grave problema, questo, circa il quale bisogna dire subito che il materialismo, come sistema di pensiero, in ogni sua versione, significa l’accettazione della morte quale definitivo termine dell’esistenza umana. Tutto ciò che è materiale, è corruttibile e, perciò, il corpo umano (in quanto «animale») è mortale. Se l’uomo nella sua essenza è solo «carne», la morte rimane per lui un confine e un termine invalicabile. Allora si capisce come si possa dire che la vita umana è esclusivamente un «esistere per morire».

Dalle tinte fosche della civiltà materialistica e, in particolare, da quei segni di morte che si moltiplicano nel quadro sociologico-storico, in cui essa si è attuata, non sale forse una nuova invocazione, più o meno consapevole, allo Spirito che dà la vita? In ogni caso, anche indipendentemente dall’ampiezza delle speranze o delle disperazioni umane, come delle illusioni o degli inganni, derivanti dallo sviluppo dei sistemi materialistici di pensiero e di vita, rimane la certezza cristiana che lo Spirito soffia dove vuole e che noi possediamo «le primizie dello Spirito», e che, perciò, possiamo anche essere soggetti alle sofferenze del tempo che passa, ma «gemiamo interiormente aspettando … la redenzione del nostro corpo» (cfr. Rm 8, 23), ossia di tutto il nostro essere umano, corporeo e spirituale.

Giovanni Paolo II

 

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