Il papa della «Quanta cura» e del «Sillabo»

Roberto De Mattei 42 anni fa
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Roberto De Mattei, Cristianità n. 42 (1978)

 

Il liberalismo, applicazione all’ordine morale e civile dei princìpi filosofici del naturalismo e del razionalismo, rifiuta ogni dipendenza dell’uomo da Dio, della società dalla Chiesa. L’errore e il peccato del liberalismo – che nella Chiesa ha la sua storia nella setta cattolico-liberale, poi modernista, poi democristiana – è stato per sempre condannato, insieme ad altri capitali errori moderni, da S.S. Pio IX, il Papa della Immacolata Concezione, dell’infallibilità pontificia, del Sillabo. Il consenso dei teologi sulla infallibile verità dei pronunciamenti contenuti nel Sillabo e nella Quanta cura.

 

2. A un secolo dalla morte del servo di Dio Pio IX
IL PAPA DELLA “QUANTA CURA” E DEL “SILLABO”

 

L’errore capitale del secolo di Pio IX fu il liberalismo, la dottrina che pone la libertà individuale come bene supremo dell’uomo e della società.

Il liberalismo, applicazione all’ordine morale e civile dei principi filosofici del naturalismo e del razionalismo, ne traduce l’emancipazione da Dio, fondamento e fine dell’uomo e della società, in emancipazione della società civile da ogni dipendenza dalla società religiosa, dello Stato dalla Chiesa, custode, interprete e maestra della legge rivelata da Dio (1).

Le radici storiche del liberalismo affondano nel protestantesimo e nel Rinascimento. La sua carta programmatica è la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789. La sua età di trionfo il secolo XIX, con il sorgere di quella «civiltà moderna», figlia della Rivoluzione francese, di cui costituisce l’essenza intellettuale (2).

Quale avrebbe dovuto essere il rapporto tra cattolicesimo e liberalismo, tra Chiesa cattolica e mondo moderno? Antagonismo o compromesso? Guerra o conciliazione? Di fronte a questo problema di fondo, fin dagli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione francese, si erano dispiegate nel mondo cattolico posizioni diverse.

La radicale contrapposizione tra i princìpi del cattolicesimo e quelli della Rivoluzione era stata proclamata dai cattolici contro-rivoluzionari: de Maistre, de Bonald, Donoso Cortés, il cardinale Pie e, in Italia, Canosa, Solaro della Margarita, Avogadro della Motta (3).

La conciliazione tra la Chiesa e il mondo moderno era stata vagheggiata dai cosiddetti cattolici-liberali (4), il cui caposcuola, Félicité de Lamennais, per primo aveva teorizzato la necessità di «cattolicizzare» il liberalismo rivoluzionario. «Si trema davanti al liberalismo: cattolicizzatelo e la società rinascerà» (5). Lo slogan di Lamennais, «Dio e libertà», fu quindi sostituito da quello «Chiesa libera in libero Stato», enunciato dal conte di Montalembert in due discorsi tenuti nell’agosto del 1863 al congresso cattolico di Malines, poi raccolti in un opuscolo dal medesimo titolo, che offrì la formulazione più completa del liberalismo cattolico dell’epoca (6).

La risposta del Magistero, già nota fin dal giorno in cui Gregorio XVI aveva condannato La Mennais con l’enciclica Mirari vos (15-8-1832), non tardò a manifestarsi in forma definitiva e inappellabile. L’8 dicembre 1864, decimo anniversario della promulgazione del dogma della Immacolata Concezione, Pio IX indirizzava ai vescovi di tutto il mondo l’enciclica Quanta cura e il Sillabo ovvero sommario dei principali errori dell’età nostra (7). I due documenti avevano il loro mirabile e inequivocabile suggello nell’ultima proposizione del Sillabo stesso, in cui si condannava chi affermasse che «Il Romano pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione».

IL «SILLABO»

La prima idea del Sillabo sembra essere stata del cardinale Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII, che, presiedendo, come arcivescovo di Perugia, il concilio dei vescovi dell’Umbria tenutosi a Spoleto dal 18 ottobre al 29 novembre 1849, aveva fatto approvare la richiesta di una solenne condanna pontificia degli errori del tempo (8). Tre anni dopo, prendendo spunto da alcuni temi presenti nel Saggio intorno al socialismo e alle dottrine e tendenze socialiste del conte Avogadro della Motta, la Civiltà Cattolica aveva chiesto che una condanna degli errori moderni fosse inserita nella stessa bolla di definizione del dogma dell’Immacolata (9). L’idea era piaciuta a Pio IX, che aveva incaricato il cardinale Fornari, che presiedeva i lavori della commissione pontificia, di consultare l’opinione di alcuni vescovi e laici autorevoli tra i quali Donoso Cortés, Veuillot, lo stesso Avogadro della Motta. L’esito della consultazione fu la decisione di distinguere i due atti. Così, alla stessa commissione che aveva concluso i lavori preparatori della definizione del dogma, fu affidato l’incarico di preparare l’elenco delle proposizioni da condannare. Dovevano tuttavia trascorrere otto anni prima che l’Instruction pastorale di mons. Gerbet, vescovo di Perpignano, apparsa nel 1860, giungesse ad accelerare il ritmo dei lavori. Le 45 proposizioni raccolte da mons. Gerbet costituirono infatti lo schema di lavoro della nuova commissione, presieduta dal cardinale Caterini, che sulla base di tale elenco raccolse 61 Theses ad Apostolicam Sedem delatae et censurae a nonnullis theologis propositae, sottoposte ai trecento vescovi giunti a Roma nel 1862 per la canonizzazione dei martiri giapponesi. Alla vigilia della promulgazione, l’elenco fu però divulgato dal giornale Mediatore di Torino, diretto dall’ex-gesuita Carlo Passaglia. Tale indiscreta divulgazione dell’elenco costrinse perciò Pio IX a rinviare ancora una volta la promulgazione. Una nuova commissione si rimise al lavoro, questa volta per perfezionare il documento, aggiungendo alle singole proposizioni condannate l’indicazione esatta dei documenti pontifici da cui erano estratte. Il teologo barnabita Luigi Bilio (poi cardinale) ebbe gran parte nella redazione definitiva. Infine l’8 dicembre 1864, il documento fu promulgato assieme all’enciclica Quanta cura, con una lettera di accompagnamento del cardinale Antonelli, segretario di Stato.

Il Sillabo compendia in dieci paragrafi gli errori dell’epoca:

1. panteismo, naturalismo e razionalismo assoluto (propp. I-VII);

2. razionalismo moderato (VIII-XIV);

3. indifferentismo e latitudinarismo (XV-XVIII);

4. Socialismo, comunismo, società segrete, società bibliche, società clerico-liberali;

5. errori sopra la Chiesa e i suoi diritti (XIX-XXXVIII);

6. errori sulla società civile considerata in sé stessa e nei suoi rapporti con la Chiesa (XXXIX-LV);

7. errori intorno all’etica naturale e cristiana (LVI-LXIV);

8. errori sul matrimonio cristiano (LXV-LXXIV);

9. errori intorno al civile principato del Romano Pontefice (LXXV-LXXVI);

10. errori riguardanti il liberalismo odierno (LXXVII-LXXX).

L’eterogeneità delle proposizioni condannate non è che le specchio fedele della cultura del tempo; a essa, e non al documento, va dunque imputata la disarmonia dell’immagine riflessa. L’armonia e l’organicità non andranno dunque cercate nel lapidario compendio, ma nelle encicliche, nei brevi, nelle allocuzioni da cui le singole proposizioni sono tratte; e soprattutto nella Quanta cura, che del Sillabo ci offre il filo conduttore e la chiave di lettura. Tra i tanti errori condannati dal documento meritano dunque di essere sottolineati quelli che più direttamente si riallacciano al nucleo centrale dell’enciclica; è in essi, oltretutto, che si fonda la profetica attualità del Sillabo. Il terzo paragrafo, dunque, con la condanna delle proposizioni secondo cui «Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera» (XV) e «Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell’eterna salute e l’eterna salute conseguire» (XVI); il quinto, con la condanna della proposizione secondo cui «Si deve separare la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa» (LV): e soprattutto l’ultimo paragrafo, dedicato esplicitamente al liberalismo, con la condanna delle proposizioni secondo cui «Ai tempi nostri non giova più tenere la religione cattolica per unica religione dello Stato, escluso qualunque sia altro culto» (LXXVII), «Quindi lodevolmente in alcuni paesi cattolici fu stabilito per legge esser lecito a quelli che vi si recano il pubblico esercizio del proprio qualsiasi culto» (LXXVIII), «Infatti è falso che la civile libertà di qualsiasi culto o la piena potestà a tutti indistintamente concessa di manifestare in pubblico e apertamente qualunque pensiero e opinione influisca più facilmente a corrompere i costumi e gli animi dei popoli e a propagare la peste dell’indifferentismo» (LXXIX), «Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e a conciliazione» (LXXX).

LA «QUANTA CURA»

L’insegnamento di Pio IX sul liberalismo, quale emerge dalla lapidaria secchezza delle proposizioni condannate nel Sillabo, si dipana con più ampiezza, ma con non minor vigore, nella Quanta cura, seguendo le cadenze consuete alle encicliche pontificie.

Il Papa esordisce ricordando la cura e la vigilanza con cui sempre i Pontefici suoi predecessori hanno conservato e difeso il patrimonio della fede, svelando e condannando tutte le eresie e gli errori e resistendo «con costante fortezza alle scellerate macchinazioni degli empi, che a guisa dei flutti del mare infuriato spumano le proprie turpitudini e promettono libertà, essendo schiavi della corruzione».

Pio IX proclama di avere voluto seguire queste orme fin dall’inizio del suo pontificato, condannando in numerose encicliche, allocuzioni e lettere apostoliche, «i mostruosi errori, i quali specialmente ai tempi nostri sono dominanti con grandissimo danno delle anime e con detrimento della stessa civile società, e che non solamente sono sommamente contrari alla Chiesa cattolica, alle sue salutari dottrine, ai suoi diritti, ma altresì alla legge eterna e naturale scolpita da Dio nel cuore di tutti e dai quali tutti gli altri errori hanno origine.

«La causa della Chiesa cattolica, la salvezza delle anime, lo stesso bene della società civile – prosegue il Pontefice – rendono assolutamente necessario un nuovo intervento contro “le false e perverse opinioni” che mirano a distruggere la forza della Chiesa e quella “vicendevole società e concordia di intenti tra il sacerdozio e l’impero che fu sempre vantaggiosa e fausta tanto alla Chiesa quanto allo Stato” (Gregorio XVI, Enciclica Mirari vos, 15 agosto 1832).

«Infatti – afferma Pio IX – ben sapete, Venerabili fratelli, che ai tempi nostri si trovano non pochi, che applicando allo Stato l’empio e assurdo principio del naturalismo, osano insegnare “che la migliore costituzione dello Stato ed il progresso civile esigono assolutamente che la società umana sia costituita e governata senza nessun riguardo della religione, come se non esistesse, od almeno senza fare nessuna differenza tra le vere e le false religioni”. E contro la dottrina delle Scritture, della Chiesa e dei SS. Padri non dubitano di asserire: “La migliore condizione della società essere quella, in cui non si riconosce nello Stato il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della cattolica religione, se non in quanto ciò richiede la pubblica quiete”. Dalla quale idea di governo dello Stato, in tutto falsa, non temono di dedurre quell’altra opinione sommamente dannosa alla Chiesa cattolica e alla salute delle anime, chiamata deliramento dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di recente memoria, cioè “la libertà di coscienza e dei culti essere diritto proprio di ciascun uomo, che si deve con legge proclamare e sostenere in ogni società bene costituita e essere diritto d’ogni cittadino una totale libertà, che non può essere limitata da alcuna autorità vuoi civile, vuoi ecclesiastica, di manifestare e dichiarare i propri pensieri quali che siano di viva voce, sia per iscritto, sia in altro modo palesemente ed in pubblico” (La stessa Encicl. Mirari).

«E mentre queste cose temerariamente affermano, non pensano e considerano che predicano la “libertà della perdizione” (S. Agostino, Epist. 105, al. 166), e che “se alle umane persuasioni fosse sempre lecito disputare, non mancherebbero mai coloro che oserebbero impugnare la verità, e confidare nella loquacità della sapienza umana; mentre quanto questa dannosissima vanità debba essere evitata dalla fede e dalla sapienza cristiana, si conosce dalla stessa istituzione del Nostro Signore Gesù Cristo” (S. Leone, Epist. 164, al. 133, par. 2; ed. Ball.)».

Rimossa la religione dalla società, del resto, la stessa nozione di giustizia si vanifica e al legittimo diritto si sostituisce la forza materiale. La società umana, sciolta dai vincoli della religione e della vera giustizia, finisce inevitabilmente col porsi come unico fine la smisurata ricerca della ricchezza, e la cupidigia del piacere come unica legge. Da questo l’odio contro gli ordini monastici e contro le elemosine, significative espressioni della concezione cristiana della società. Da questo il tentativo di strappare la religione non solo dalla società pubblica, ma dalla stessa società familiare. «Giacché insegnando e professando il funestissimo errore del comunismo e del socialismo, affermano la società domestica, ossia la famiglia, trarre tutta la sua ragione di esistere solamente dal diritto civile; epperò dalla legge civile derivare e dipendere i diritti di tutti i padri sui figli, e specialmente il diritto di procurare l’istruzione e l’educazione».

Da questo, infine, la pretesa di subordinare l’autorità della Chiesa a quella dello Stato, e la proclamazione dell’«eretico detto e principio da cui derivano tante perverse sentenze ed errori» secondo cui la potestà ecclesiastica non è, per diritto divino, distinta e indipendente dalla potestà civile, ma subordinata a essa.

Il Papa conclude la sua enciclica sollecitando lo «zelo pastorale», dei vescovi perché, «snudando la spada dello spirito, che è la parola di Dio, e confortati nella grazia del Signor Nostro Gesù Cristo», non cessino di insegnare che i regni «sussistono per il fondamento della fede» e la potestà regale «non è solamente conferita per il governo del mondo, ma specialmente a presidio della Chiesa».

Ciò che è più che mai necessario «in tante sciagure della Chiesa e della società civile, in mezzo a tante cospirazioni dei nemici contro la religione cattolica e questa Santa Sede, in mezzo a tanta congerie d’errori», è di rivolgersi con fiducia al trono di grazia «per conseguire misericordia e trovare grazia e opportuno aiuto». A tale fine, Pio IX, a suggello della mirabile enciclica, sottolinea esplicitamente la necessità di ricorrere a Nostro Signore, di pregare «con fervore e perseveranza» il Sacro Cuore di Gesù e di rivolgersi alla «interceditrice presso di lui l’Immacolata e SS. Vergine Maria Madre di Dio, che sconfisse tutte le eresie del mondo universo», Regina e Madre di misericordia.

L’INFALLIBILITÀ DELLA «QUANTA CURA» E DEL «SILLABO»

Mentre l’episcopato di tutto il mando proclamava la sua adesione unanime e senza riserve alla Quanta cura e al Sillabo, visti come un tutt’uno, con caratteri di universalità, la stampa liberale e anticattolica reagiva con ira a quella che il giornale Siècle definiva «la suprema sfida lanciata al mondo moderno dal papato agonizzante» (10). In Francia, tra l’altro, il governo si sentì in dovere di formulare una protesta ufficiale presso la Santa Sede. In Italia, la pubblicazione dei due documenti fu proibita sino all’8 febbraio 1865. Il risultato delle polemiche accesesi da allora, soprattutto attorno al Sillabo, che più irritava per la nettezza e la radicalità delle proposizioni condannate, fu quello di una salutare purificazione e radicalizzazione dei campi: da una parte la santa Chiesa, ferma nelle sue verità, dall’altra i fautori della «libertà di perdizione», privi ormai del sostegno aperto dei «cattolici-liberali» (11). A questi ultimi la Quanta cura e il Sillabo avevano, infatti, assestato un colpo mortale. Fu necessario che passasse un secolo perché la setta, continuatasi nel modernismo, potesse rialzare nuovamente il capo, nel vano tentativo di prendere la rivincita su Pio IX. L’occasione era offerta dalla dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae, il cui testo apparve immediatamente in evidente contraddizione, almeno materiale, con il tradizionale insegnamento della Chiesa a proposito della libertà religiosa (12).

Alla luce della dichiarazione conciliare, la condanna della libertà di coscienza, secondo il gesuita Giacomo Martina, storico «ufficiale» di Pio IX, è «la più grave lacuna del Sillabo» (13). «Oggi – infatti – dopo la dichiarazione Dignitatis humanae, è impossibile negare un’evoluzione dottrinale» (14). «Il documento – scrive ancora del Sillabo lo stesso autore – preparato durante quindici anni, passato per tante redazioni successive, oggetto di tante discussioni, non era riuscito a precisare in modo chiaro gli errori del tempo; e se aveva il merito di ribadire ancora una volta l’ordine soprannaturale, non rispondeva agli interrogativi sempre più urgenti sui rapporti fra Chiesa e Stato, sulla natura e sui limiti della libertà. Alla radice di tutte le ambiguità del Sillabo, che provocarono discussioni largamente inutili e costituirono un grave handicap per l’elaborazione teologica ulteriore del genuino concetto di libertà di coscienza, sta l’assoluta mancanza di prospettiva storica e concreta dei consultori romani, e l’univocità con cui essi intendevano la libertà di coscienza. Per essi, come per Gregorio XVI, questa era solo un corollario dell’indifferentismo; sarebbe stato necessario un secolo per ricordare e accettare altri significati, ben diversi, della libertà di coscienza, fondata sulla dignità della persona umana» (15).

Il passo è significativo: nella impossibilità di cancellare il Sillabo dalla memoria storica, se ne storicizza la portata, mettendo l’accento sulla sua laboriosa gestazione piuttosto che sul suo contenuto oggettivo. Della Quanta cura, da cui il Sillabo trae la sua forza dirompente, si tace. Nulla viene detto sul valore giuridico e dogmatico dei due documenti, che è ciò che più interessa i cattolici di fronte ai problemi del tempo presente.

Qual è dunque il valore oggettivo del Sillabo e della Quanta cura? Per quanto riguarda il Sillabo un buon numero di autorevoli teologi concorda, sia pure con diverse motivazioni, per la sua infallibilità. Alcuni, come Franzelin, Mazzella, Schrader, Dumas, Scheeben, etc. lo ritengono definizione ex cathedra, atto personale infallibile del Pontefice; altri fanno derivare la infallibilità dai documenti da cui sono tratte le singole proposizioni, come Rinaldi; altri ancora, come Hurter, ritengono che sia divenuto norma infallibile in forza dell’adesione unanime dell’episcopato cattolico (16).

Una diversa posizione è sostenuta dal gesuita Lucien Choupin (I7), l’autore che forse ha studiato più profondamente la questione. Choupin ritiene che non si possa affermare con certezza che il Sillabo sia una definizione ex cathedra, o garantita in ogni sua parte dalla infallibilità della Chiesa, ma che si tratti, in ogni caso e senza possibilità di contraddizione, di un documento dottrinale emanante direttamente dal Magistero supremo del Sovrano Pontefice, a cui ogni cattolico è tenuto a dare l’assenso (18). I più sicuri teologi ritengono che questa ultima posizione sia il minimo che si possa affermare con certezza sul valore del Sillabo (19).

Diverso è il discorso sulla Quanta cura. In questo caso, come hanno affermato pressoché tutti i teologi (20) e come ha recentemente dimostrato in maniera stringente uno studioso francese, Michel Martin (21), ci troviamo di fronte a una delle rarissime encicliche da ritenere con tutta evidenza come documenti ex cathedra. La infallibilità della enciclica non può essere, infatti, negata senza contraddire la stessa dottrina della infallibilità pontificia, le cui quattro note condizioni sono esplicitamente presenti nel documento. «In tanta perversità adunque di prave opinioni – proclama infatti solennemente il Pontefice, impegnando il suo ministero e rivolgendosi alla Chiesa universale – Noi, giustamente memori del Nostro Apostolico officio, e grandemente solleciti della Santissima Nostra Religione, della sana dottrina, e della stessa umana società, abbiamo stimato d’innalzare nuovamente la Nostra Apostolica voce. Pertanto tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una in questa lettera ricordate con la Nostra autorità Apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo; vogliamo e comandiamo che da tutti i figli della Chiesa cattolica s’abbiano affatto come riprovate, proscritte e condannate».

Tre le «prave opinioni e dottrine» «riprovate, proscritte e condannate» dal Sommo Pontefice è la libertà di coscienza, dogma del liberalismo e fonte di tutti gli altri diritti e libertà del mondo moderno. Il principio, già condannato esplicitamente da Gregorio XVI, secondo cui «la libertà di coscienza e dei culti è diritto proprio di ciascun uomo», viene, dunque, colpito dal Magistero infallibile del Pontefice. Giova inoltre ricordare come la infallibilità non sia prerogativa del solo Magistero straordinario del Papa, ma garantisca anche la continuità di insegnamento di quel Magistero ordinario costituito da singoli pronunciamenti (encicliche, allocuzioni, ecc.), pur non espressi secondo una particolare e solenne forma definitoria. Se infatti «in una lunga e ininterrotta serie di documenti ordinari su uno stesso punto i Papi e la Chiesa universale potessero ingannarsi, le porte dell’inferno avrebbero prevalso contro la Sposa di Cristo. Essa si sarebbe trasformata in maestra di errori, alla cui influenza pericolosa e perfino nefasta i fedeli non avrebbero modo di sfuggire» (22).

La condanna del liberalismo da parte del Magistero ordinario della Chiesa è ininterrotta e, dopo i solenni documenti di Pio IX, fu riaffermata dai suoi successori, a cominciare da Leone XIII, nelle magistrali encicliche Immortale Dei del 1º novembre 1885 e Libertas del 20 giugno 1888 (23). La Chiesa, hanno ribadito i Pontefici, non ammette il diritto all’errore: nella vita sociale delle nazioni l’errore può essere al più tollerato come un fatto, mai ammesso come un diritto. Gli Stati hanno l’obbligo di riconoscere la verità e di rendere un culto ufficiale a Dio, loro sovrano e Signore. «Gli Stati non possono, senza empietà, condursi come se Dio non fosse, o passarsi della religione come di cosa estranea e di nessuna importanza, e adottarne indifferentemente una fra le molte: avendo invece l’obbligo di onorare Iddio in quella forma e in quel modo che Egli stesso mostrò di volere» (24).

Il liberalismo, che predica il diritto dell’errore e, affermando il principio della libertà di coscienza, il diritto all’apostasia, rifiuta la regalità di Nostro Signore Gesù Cristo sulla società; come tale si oppone radicalmente ai diritti di Dio, di Gesù Cristo, della santa Chiesa, e deve essere confutato e combattuto come grave peccato (25).

ROBERTO DE MATTEI

 


Note:

(1) HENRI FLOCH C. S. Sp., Il cardinale Billot sul liberalismo, in Cristianità, n. 24, aprile 1977, p. 2. Al cardinale Louis Billot 1846-1931) si deve, nel suo trattato De Ecclesia, tomo II, pp. 19-63, una delle migliori esposizioni e confutazioni del liberalismo, magistralmente riassunta da padre Le Floch nel volume Le cardinal Billot lumière de la théologie, Beauchesne, Parigi 1947, di cui l’articolo citato traduce le pagine fondamentali.

(2) «La sua prima rivelazione nella civiltà moderna si dà con la Riforma protestante». «Abbiamo indicato nel principio del libero esame la fonte non solo della libertà religiosa ma di tutto il liberalismo moderno. Nessun interprete tra l’uomo e i libri santi, nessuna mediazione ecclesiastica tra i credenti e Dio: dalla stessa solitudine della sua coscienza l’individuo attinge un intimo senso di fiducia e di responsabilità. Questo medesimo atteggiamento lo ritroviamo nella filosofia moderna che, tra la ragione e il proprio oggetto speculativo, rimuove ogni autorità e tradizione intermedia e ricostruisce da sé il suo mondo ideale. La dottrina che, prima d’ogni altra, e in modo più evidente (ciò che ha una grande importanza essoterica) ha professato il libero esame e rimosso gl’ingombri della tradizione scolastica e dogmatica è il cartesianesimo». Nei principi dell’89 infine «[…] si compendia la carta – storica come tutte le carte – del liberalismo moderno». Così lo storico (liberale) GUIDO DE RUGGIERO, in Storia del liberalismo europeo, Feltrinelli, Milano 1971, 3ª ed., pp. 15, 21, 67.

(3) Nel corso del XIX secolo polemizzarono inoltre, tematicamente, contro il liberalismo Louis Veuillot, dom Guéranger, padre Liberatore, dom Benoit, Jules Morel, don Sarda y Salvany. Tra tutte giganteggia la figura del cardinale Louis Pie (1815-1880), «martello del liberalismo» come il suo predecessore nella sede episcopale di Poitiers, sant’Ilario, lo era stato dell’arianesimo. Cfr. Oeuvres de Monseigneur l’Evêque de Poitiers, Leday, Parigi 1890-94, di cui ci offre una pregevole sintesi il canonico ETIENNE CATTA, La doctrine politique et sociale du Cardinal Pie, Nouvelles Editions Latines, Parigi 1959.

(4) «Il liberalismo dei cattolici liberali – osserva il cardinale Billot – sfugge ad ogni classificazione, e ha una sola nota distintiva e caratterizzante, quella di una perfetta e assoluta incoerenza». (HENRI LE FLOCH, art. cit., p. 4). «Questo sforzo di avvicinamento e di conciliazione vario e talora diverso di spiriti nei vari paesi e variamente temperato o frammischiato, – scrive a sua volta un filosofo liberale -, si chiamò “cattolicesimo liberale” nella quale denominazione è chiaro che la sostanza era nell’aggettivo, e la vittoria era riportata non dal cattolicismo ma dal liberalismo, che quel cattolicismo si risolveva ad accogliere e che introduceva un lievito nel vecchio suo mondo» (BENEDETTO CROCE, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari 1965, p. 25).

(5) Cit. in JULIO MEINVIELLE, De Lamennais a Maritain, 2ª ed. riv. e aumentata, Ediciones Theoria, Buenos Aires 190, p. 282. L’opera di Meinvielle costituisce importante contributo per intendere il rapporto tra liberalismo cattolico e democrazia cristiana. Su questo punto cfr. anche GIOVANNI CANTONI, La questione democristiana, in Cristianità, n. 10, marzo-aprile 1975. Di fronte all’ordine nuovo rivoluzionario, scrive Cantoni, il movimento cattolico e tradizionale «divenuto di fatto e di necessità un partito, vede nascere una destra coerente, intransigente e oltranzista; poi un centro – sarà il liberalismo cattolico – che accetta la liberté e cerca di interpretare pro bono egalité e fraternité: da ultimo quindi, una sinistra, – sarà il democristianismo -, che legge la Rivoluzione nei termini di positivo “segno dei tempi”, di ulteriore Rivelazione».

(6) I testi di Lamennais e Montalambert sono stati raccolti nell’antologia Le libéralisme catholique, a cura di MARCEL PRELOT e FRANÇOIS GALLOUEDEC GENUYS, Armand Colin, Parigi, 1969.

(7) Per il testo del Sillabo e della Quanta Cura, pubblicati in ASS, 3 (1868), pp. 161 sgg., cfr. DENZ.-U., coll. 1688-1699. Tra le numerose traduzioni, mi riferisco alla più recente: Sillabo, ovvero sommario dei principali errori dell’età nostra che sono notati nelle allocuzioni concistoriali, encicliche ed altre lettere apostoliche del SS. Signor Nostro Pio Papa IX, nuova edizione italiana con testo a fronte, introduzione e appendice documentaria a cura di Gianni Vannoni, Cantagalli, Siena 1977.

(8) Cfr. L. BRIGUÉ, sub voce Syllabus, in Dictionnaire de Théologie catholique, vol. XIV, Letouzey et Ané, Parigi 1941, coll. 2877-2923.

(9) Il conte Avogadro aveva espresso nel suo Saggio il concetto che la definizione del dogma dell’Immacolata, sebbene argomento strettamente teologico, avrebbe dato un colpo decisivo agli errori della filosofia moderna. P. Giuseppe Calvelli, rettore degli scrittori della Civiltà Cattolica, nell’articolo Congruenze sociali di una definizione dogmatica sull’Immacolato Concepimento della B.V.M. sviluppò il concetto, auspicando una condanna degli errori moderni. L’articolo apparve sulla rivista dei gesuiti il primo sabato di febbraio del 1855. Il 5 marzo, il padre Taparelli scriveva al conte Avogadro della Motta: «Converrebbe fare, in formole esattissime per quanto si può, un elenco di tutte le proposizioni speculative e pratiche che formano il carattere e il simbolo dei razionalisti e dei semi-razionalisti dei quali abbiamo parlato in quest’articolo primo del fascicolo XLVI, avendo sempre l’occhio alla relazione che gli errori medesimi hanno col peccato originale, perché la loro condanna possa connettersi colla definizione sospirata del privilegio della Vergine; e capirete benissimo che quanto più sarà completo l’elenco, tanto riuscirebbe più pronto e sicuro l’esito del lavoro col conseguimento dell’intento». (Cfr. Carteggi del P. Luigi Taparelli D’Azeglio della Compagnia di Gesù, a cura di Pietro Pirri, Fratelli Bocca, Torino 1932, p. 332). Il 26 giugno, nella sua risposta, il conte Avogadro esprimeva le sue riserve a proposito dell’inserimento della condanna degli errori nella bolla di definizione del dogma dell’Immacolata, argomento che «ha delle relazioni certissime con alcuni punti dell’errore, e apostasia attuale, ma non tutti, non coi più capitali, che sono errori di teologia e morale naturale anziché rivelata, di filosofia anziché di teologia in senso stretto» (ibid., p. 339).

(10) Cfr. L. BRIGUÉ, art. cit., col. 2883.

(11) Mgr. Dupanloup, illustre esponente dei «cattolici-liberali», tentò, con il suo opuscolo La convention du 15 septembre et l’encyclique du 8 décembre, apparso il 26 gennaio del 1865, di falsare lo spirito dell’enciclica, suscitando la pronta reazione di Louis Veuillot che l’anno successivo in L’illusion libérale confutò vigorosamente l’equivoca presa di posizione del vescovo francese. Pio IX apprezzò grandemente il volume di Veuillot, ritenendo che in esso fossero espresse «tutte le sue idee». (Cfr. L. BRIGUÉ, art. cit., col. 2888).

(12) Esemplare testimonianza della «svolta» il numero unico della rivista Recherches et débats del Centre Catholique des Intellectuels Français, Essai sur la liberté religieuse, Librairie Artéme Fayard, Parigi 1965, con articoli di Roger Aubert, Etienne Borne, M. D. Chenu, che del Sillabo, con sconcertante carenza di argomentazioni, propongono rispettivamente «l’analisi dello storico», «la riflessione del filosofo», «la lettura del teologo».

(13) GIACOMO MARTINA, Lezioni di storia della Chiesa. La Chiesa nell’età dell’assolutismo, del liberalismo, del totalitarismo, Ad usum privatum, Pontificia Università Gregoriana, Roma, 1969, II vol., p. 488.

(14) Ibid., p. 489. «La Chiesa – continua Martina, a miglior chiarimento del suo pensiero – unita oggi ai suoi avversari di ieri, i liberali, ha combattuto insieme con essi il socialismo, e quando si è verificata in questo sistema un’evoluzione analoga a quella che si è parzialmente realizzata nel liberalismo, si è reso possibile un incontro anche con il socialismo. Possiamo anzi osservare che anche a proposito del comunismo, si è verificata un’evoluzione, dal drastico giudizio di Pio XI sul comunismo “intrinsecamente perverso” (Divini Redemptoris) alla distinzione della Pacem in terris fra sistema economico e presupposti filosofici» (ibid., p. 490).

(15) GIACOMO MARTINA, Pio IX. Chiesa e mondo moderno, Edizioni Studium, Roma 1976. p. 79. Sulla stessa falsariga ROGER AUBERT nel suo volume Il pontificato di Pio IX, 1846-1876, S.A.I.E., Torino 1970, II ediz. it. a cura dello stesso Martina. Da questa ipoteca storiografica non sembra purtroppo essere immune lo stesso avvocato della Causa di Pio IX presso la S. Congregazione per le Cause dei Santi, dott. Carlo Snider. «Occorre saper vedere Pio IX, l’uomo e il Papa, nel suo esatto contesto storico, politico, religioso e culturale», scrive lo Snider.

«Si capiranno allora certi suoi atteggiamenti, certe sue reazioni, che senza dubbio non convengono all’epoca attuale […]».«Il pontificato di Pio IX si inserisce appunto nella grande transizione che la Chiesa sta compiendo dalle condizioni in cui si trovò ed operò nell’antico regime a quelle che sono maturate e si vanno tuttora precisando per la sua missione in un’età completamente nuova e dal volto inconfondibile». Cfr. CARLO SNIDER, Considerazioni sulla causa di beatificazione di Pio IX, in Pio IX nel primo centenario della sua morte, numero speciale della rivista Pio IX, gennaio-dicembre 1973, p. 763.

(16) Per un’ampia rassegna delle posizioni degli autori citati, cfr. L. CHOUPIN, voce Syllabus, in Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique, vol. IV, Beauchesne, Parigi 1922, coll. 1569-1577, e L. BRIGUÉ, voce cit., coll. 2913-2923.

(17) LUCIEN CHOUPIN S. J., Valeur des décisions doctrinales et disciplinaires du Sainte-Siège, Beauchesne, Parigi 1928, 3ª ed. riv. e aumentata, pp. 111-157.

(18) Ibid., pp. 156-157.

(19) Hoc ultimum esse minimum, quod admittendum sit, convenit inter theologos (cfr. de Groot, Summa apolog., 634 sqq., I. Muncunill, De Christi ecclesia 607 sqq.)». Così CHRISTIAN PESCH S. J., Compendium theologiae dogmaticae, vol. I, De ecclesia Christi, 5ª ed., Herder et Co., Friburgo in Brisgovia 1935, p. 241.

(20) Una importante testimonianza in questo senso ci è offerta dal recente volume di REINHOLD SEBOTT S. J., Religionsfreiheit und Verhãltnis von Kirche und Staat, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1977. L’autore, progressista, documenta infatti la comune opinione dei teologi del XIX secolo, che concordano pressoché unanimamente sulla infallibilità della Quanta cura.

(21) MICHEL MARTIN, Les conditions de l’infaillibilité pontificale. L’enciclyque «Quanta cura», in Courrier de Rome, n. 180, marzo 1978, pp. 2-21. Si tratta dell’ultimo articolo finora apparso di una serie in cui l’autorevole studioso solleva il problema della evidente contraddizione tra l’insegnamento tradizionale e la dichiarazione conciliare. Non risulta che questi articoli abbiano a tutt’oggi ricevuto risposta.

(22) ARNALDO VIDIGAL XAVIER DA SILVEIRA, Qual è l’autorità dottrinale dei documenti pontifici e conciliari, in Cristianità, n. 9, gennaio-febbraio 1975, p. 5.

(23) «Quodsi Pius IX in Encycl. “Quanta cura” et in Syllabo directe errores prescripsit, Leo XIII praeclaris suis Encyclicis doctrinae catholicae capita, e quibus non pauca ad jus canonicum referuntur, potius positiva ratione exposuit et demonstravit. Quare inter sententias condemnatorias errorum Pii IX et Encyclicas Leonis XIII eadem fere intercedit relatio atque inter canones et capita de doctrina Concilii Tridentini et Concilii Vaticani. Unus seminavit, alter rigavit, atque ita Deus Ecclesiae suae dedit incrementum». (FRANCISCO XAV. WERNEZ S. J., Ius Decretalium, Giachetti, Prato 1913, vol. I, p. 394).

(24) LEONE XIII, Enciclica Immortale Dei.

(25) «Conviene dire che il liberalismo nell’ordine delle idee è l’errore assoluto e nell’ordine dei fatti l’assoluto disordine. Di conseguenza, in entrambi i casi, è peccato grave di sua natura, ex genere suo, peccato estremamente grave, peccato mortale». Così DON FELIX SARDA Y SALVANY, Le libéralisme est un péché. Suivi de la lettre pastorale des Eveques de l’Equateur sur le libéralisme, Nuova edizione, Pierre Tequi, Parigi 1910, p. 11. La Sacra Congregazione dell’Indice, in data 10 gennaio 1887, dopo aver esaminato il volume, lo dichiarava meritevole di lode «perché espone e difende la sana dottrina sulla suddetta materia, con solidi argomenti, sviluppati con ordine e chiarezza, senza nessuna offesa a chicchessia» (cfr. op. cit., pp. XI-XIX). A conclusioni analoghe perviene l’abbé A. ROUSSEL nel suo Libéralisme et Catholicisme. Rapports présentés à la Semaine Catholique en Fevrier 1926 sous les auspices de la Ligue Apostolique, pour le retour des Nations à l’ordre social chrétien. Il volume costituisce una delle migliori introduzioni all’argomento. «[…] il Liberalismo – scrive Roussel – è un peccato, un peccato grave dello spirito, il peccato stesso, perché è essenzialmente la rivolta contro Dio e contro l’ordine da lui stabilito […]. Dopo l’odio formale a Dio non vi è peccato più grave, perché attacca direttamente la fede e i primi principi della vita soprannaturale» (pp. 50-51). Questo insegnamento è stato comune ai teologi fino alla dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae. Cfr. ALFREDO OTTAVIANI, Institutiones Iuris publici ecclesiastici, vol. II, Ecclesia et Status, editio quarta emendata et aucta, Typis Polyglottis Vaticanis, Città del Vaticano 1960. In un capitolo dedicato al Novissimus liberalismus catholicus (cfr. pp. 55-88) l’autore confuta vigorosamente il neoliberalismo di scrittori contemporanei come Maritain, Congar, Leclercq, ecc. All’indomani della elezione del nuovo Pontefice Giovanni Paolo I, Le Monde, rievocandone l’esperienza conciliare, attribuisce al cardinale Luciani queste parole: «La thèse qui m’a le plus troublé, a était celle sur la liberté religieuse. Pendant des années, j’avais enseigné la thèse que j’avais apprise au cours de droit public donné par le cardinal Ottaviani, selon lequel sede la vérité avait des droits. On m’a convaincu de mon erreur». È legittimo augurarsi che si trattasse di una interessata falsificazione del quotidiano francese e sperare che il Pontefice, ora scomparso, avrebbe voluto dissipare tutte le ombre e gli equivoci suscitati dalla Dignitatis humanae, riaffermando l’insegnamento tradizionale sul liberalismo e sulla libertà religiosa, che non è ovviamente l’opinione del cardinale Ottaviani, ma la dottrina immutabile della santa Chiesa.

 

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 Roberto De Mattei

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