Un Minuetto attribuito a Giandomenico Tiepolo illustra alla perfezione la società del Settecento nelle sue debolezze e nella permanenza di alcuni dati tradizionali, che si sarebbero presto dovuti confrontare con la Rivoluzione, già in atto nelle tendenze
di Michele Brambilla
Esistono diverse versioni del Minuetto di Giandomenico Tiepolo (1727-1804), pittore veneto che si cimentò sia nel sacro che nel profano. La prima è certamente del 1756: quella proposta è posteriore, ma mantiene tutta la vivacità dell’originale, offrendo un maggior numero di particolari, che si prestano a molteplici riflessioni. Tiepolo fu infatti un acuminato satireggiatore della società del suo tempo, intravedendo tutti i caratteri del “piano inclinato” che stava conducendo alla grave crisi rivoluzionaria di cui egli stesso fu testimone, essendo morto nell’anno dell’incoronazione di Napoleone Bonaparte (1769-1821).
Il minuetto era un ballo tipicamente aristocratico. La scena ritratta dal Tiepolo o da suoi allievi è ambientata nei giorni del Carnevale, quando a Venezia (ma non solo) si derogava a molte regole, ma non alla struttura di fondo della società. Infatti anche in questo quadro sono facilmente identificabili i diversi ceti sociali nei loro caratteri distintivi, spesso esibiti. I primi posti, davanti al balletto inscenato, sono ad esempio tutti ricoperti da appartenenti alla nobiltà. Particolare non indifferente, gli aristocratici sono seduti a coppie (il marito con la moglie, la fidanzata con il fidanzato): indica il permanere, nel contesto solo apparentemente “rovesciato” del Carnevale, non solo delle classi sociali, ma anche della distinzione dei sessi e della famiglia, perlomeno “in tesi”, sebbene non si possa più garantire sull’ipotesi (alcuni potrebbero essere amanti). Nonostante il clima rilassato, si osserva pure una certa eleganza nei modi, che risplende in particolare nella coppia dei ballerini: i colori sgargianti dei loro abiti, di foggia rinascimentale, concentrano l’attenzione sulle cortesie che si scambiano.
Il Carnevale veneziano è ancora un “caos ordinato”. Un caos persino galante: i musici sono posti sotto la balconata di una nobildonna, lasciando immaginare che il balletto possa essere iniziato spontaneamente sulle note di quella che doveva essere una serenata.
Eppure sono molti i particolari che stridono con la concezione di ordine dell’antica Cristianità. Proprio al centro, in mezzo ai due ballerini, appena sopra una dama vestita di azzurro, si nota un’altra donna importunata da un uomo gobbo, dalla faccia grottesca, che non doveva essere un aristocratico. I ceti si mescolano voluttuosamente tra loro, mostrando una voglia sempre più audace di “trascendere” i limiti che andava ben al di là della parentesi carnascialesca.
Sulla balconata collocata sullo sfondo è posto in evidenza un ombrellino dalla foggia orientale: siamo nell’epoca delle Lettere persiane di Montesquieu (1689-1755), ovvero del primo tentativo di denigrare l’intera civiltà occidentale mettendola a confronto con una visione edulcorata e ideologica del mondo extraeuropeo. L’Occidente è ancora (e lo sarebbe diventato in maniera crescente, nel corso dell’Ottocento) sicuro della sua forza, come prova la tazzina di cioccolata, prodotto tipicamente coloniale, tenuta in mano dalla giovane ragazza al balcone, ma crede sempre di meno nella sua missione civilizzatrice e, soprattutto, evangelizzatrice.
Il caveat di Tiepolo è assolutamente evidente: la classe dirigente si è lasciata corrompere dai suoi vizi e da una filosofia che ne prevede la dissoluzione, il popolino è sempre più preda dei suoi istinti deteriori e non ha più timore di attaccare direttamente le gerarchie sociali, l’Europa intesa come mondo culturale non ha più amore per se stessa. La Rivoluzione, insegna Plinio Correa de Oliveira (1908-95), agisce sempre prima nelle tendenze e solo dopo nell’azione politica diretta. La presa della Bastiglia era infatti dietro l’angolo.
Sabato, 14 febbraio 2026
