Il popolo fra consenso, democrazia e populismo

Alleanza Cattolica 20 anni fa
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GIOVANNI CANTONI, Cristianità n. 299 (2000)

 

1. La tornata elettorale regionale, che si è svolta il 16 aprile 2000, ha fatto registrare un consistente successo del centrodestra, e nel centrodestra di Alleanza Nazionale (1). Grosso modo nel trigesimo dell’evento — evidentemente fausto per i vincitori e infausto per gli sconfitti —, un redattore del quotidiano la Repubblica intervista il sen. Francesco Cossiga (2). “Secondo lei — gli chiede fra l’altro, con riferimento alla sorte della compagine guidata dall’on. Giuliano Amato — dura, questo governo?”. L’ex presidente della Repubblica risponde: “Il bipolarismo — lo dice la parola — ha bisogno di due poli. Elezioni ravvicinate, precedute da un cambio di premiership a sinistra, vorrebbero dire l’annichilimento di una parte, e dunque del bipolarismo. Non me lo auguro, io. E mi auguro invece che Berlusconi capisca di dover collaborare con Amato, se vuole costruire un vero bipolarismo europeo. E che la finisca sia con la storia del “teatrino della politica”, perché lui sta sulla ribalta come tutti, sia con la favola dei comunisti mascherati: forse aveva almeno un senso propagandistico, contro D’Alema. Contro Amato è ridicolo, e velleitario. Chi conta, qui e fuori, sa bene chi è Amato”.

Il giornalista invita l’intervistato a precisare: “Sta parlando dell’establishment, se capisco bene”. L’uomo politico sardo, noto per le sue esternazioni, si esibisce in affermazioni di grande interesse: “Sì, certo. Dell’establishment che consentì a Scalfaro di liquidare Berlusconi. E che è stato determinante, e se lo dico io è vero, per l’ascesa di D’Alema a Palazzo Chigi. Margareth Thatcher mi spiegò una volta che in Gran Bretagna “l’establishment è la cosa per cui di uno si può dire: è uno di noi”. Ecco, non so se ne faccio parte io: ma so di sicuro che di Amato l’establishment italiano e internazionale dice “è uno di noi””.

“E di Berlusconi?”, incalza l’intervistatore. “Direi — sentenzia conclusivamente il sen. Cossiga — che fa fatica. Non lo sente suo. Ma Berlusconi ha i voti. E l’establishment non ha più molto tempo”.

 

2. Dunque, forse nel mondo, per certo in Europa e quindi anche in Italia, il potere reale, cioè la capacità di decidere, se non la sua titolarità, è “tenuto” da una realtà non meglio identificata, definita complessivamente con il termine establishment, di cui fornisce una descrizione giornalistica, ma utile a farne cogliere il carattere fluido, il professor Angelo Panebianco, che lo dice costituito da “la grande industria privata e i sindacati, i grands commis dello Stato, l’industria pubblica, il grosso della magistratura, dei ministeri, degli intellettuali che contano, del clero” (3). Questo “gestore collettivo” della sovranità si avvale di un’aristocrazia, dei “migliori” secondo i parametri culturali della minoranza dominante, scelti principalmente — ma non solo — dal mondo dell’economia e della finanza. Finalmente, esso abbisogna di consenso e di gestori del consenso, ché a questo è ridotta la classe formalmente politica. Ma, mentre l’aristocrazia è controllabile in quanto cooptata dall’establishment stesso, il consenso lo è meno, proprio per le dimensioni del corpo elettorale; e l’alternativa al consenso conquistato e ottenuto con la pressione lato sensu culturale, soprattutto massmediatica, è costituita dalla pressione secondo varie modalità totalitaria.

Poiché, con il 1989, l’establishment mondiale sembra aver grosso modo optato per la conquista del consenso ovunque, predilige con ogni evidenza un consenso guidato da uomini politici di centrosinistra, naturalmente orientati verso un “mondo nuovo” — come quello pianificato dal razionalismo produttivistico, descritto da Aldous Huxley (1894-1963) nel 1932 (4) —, sulla base di slogan quali “globalizzazione” e, appunto, “razionalizzazione” (5). Ma, mentre la percezione dell’impotenza della politica incrementa nel corpo elettorale l’assenteismo (6), il consenso verso i gestori di centrosinistra del consenso — non è un gioco di parole —, i “sindacalisti gialli”, “venduti al padrone”, dell’establishment, si va riducendo a vantaggio di chi conserva qualche tratto “selvaggio” — tipico degl’inadatti o degli esclusi dal “mondo nuovo”, come per esempio preferire che gli uomini “nascano”, cioè non vengano fabbricati in laboratorio (7) —, quindi umano, quali sono per buona parte gli organizzatori del consenso di centrodestra, quegli uomini politici di centrodestra, che il crollo delle ideologie e lo svuotamento del potere delle istituzioni induce a una sorta di “gara dei giuramenti” (8), espressione di nostalgia per i rapporti personali, quasi germe di feudalesimo — un regime politico senza teorici, perché fattuale e naturale (9) —, e per il mandato imperativo (10), nel momento in cui si procede a una sia palese sia strisciante nuova allocazione dei poteri fra le rovine prodotte dalla delegittimazione istituzionale. Questi uomini politici di centrodestra sono soggetti di cui l’establishment diffida — e non solo sulla base di una pubblicamente denunciata incapacità tecnica (11) —, ma sono in qualche modo resi indispensabili dalla decisione di genere di non esasperare la conflittualità sociale quando interessa ancora grandi numeri, non liquidabili, magari manu militari, come se si trattasse di una “setta” qualsiasi, oppure rinchiudibili in una “Riserva di Selvaggi” (12).

 

3. Mentre il tempo per decidere è sempre minore, almeno nel caso della Repubblica Italiana, che deve affrontare una tornata elettorale politica certamente a metà circa del 2001, le forze politiche di centrosinistra organizzano la loro “campagna elettorale nei confronti dei grandi elettori” e si fanno sempre più litigiose in relazione alla “campagna elettorale nei confronti dei piccoli elettori”.

Non dedico neppure un cenno a quest’ultimo aspetto del problema, e mi limito a qualche notazione in relazione al primo. Relativamente a esso, il procedimento “elettorale” adottato consiste nello squalificare il concorrente servendosi del potere di cui al momento si è titolari.

Significativa esemplificazione di questo procedimento è stata fornita, in campo internazionale, dal caso che prende il nome da Joerg Haider, l’uomo politico austriaco il cui successo elettorale ha portato all’uscita dal governo della Repubblica Austriaca del Partito Socialista, dopo decenni di collaborazione con il Partito Popolare, e alla denuncia del Partito Liberale come rigurgito nazionalsocialista. A quest’ultimo proposito, l’incertezza nel prendere decisioni da parte degli uomini dell’establishment dell’Unione Europea, ben rappresentata dalle incertezze rivelate da un organo giudiziario quale la Corte di Giustizia, da un organo esecutivo quale la Commissione Europea, infine da un organo legislativo quale il Parlamento Europeo, è stata surrogata dal decisionismo del Consiglio d’Europa, che raccoglie i capi di governo, cioè gli uomini politici al potere (13).

Lo stesso procedimento si può verificare in campo interno, dove, in seguito alla formazione del Governo Amato, in carica del 26 aprile 2000, è stato cooptato fra i tecnici — “tecnico” è, almeno a partire dal primo Governo Amato, qualifica talismanica, che garantisce una copertura pressoché totale della legittimazione (14) —, come ministro della Pubblica Istruzione, il professor Tullio De Mauro, del quale apologeticamente si è scritto che “la sua attività di studioso ha sempre avuto anche un risvolto ideologico e politico […]. Collaboratore storico di una rivista come Riforma della Scuola [già organo per la politica scolastica del Partito Comunista Italiano, ora dei Democratici di Sinistra], […] ha fatto anche parte della Commissione per la Riforma dei Programmi e del gruppo di saggi sul riordino dei cicli scolastici nominati dal Ministro Berlinguer” (15), ed è stato assessore alla Cultura del Comune di Roma. Se questa è la storia politica del “tecnico”, meritano di essere ricordate sue dichiarazioni, rilasciate in occasione della bozza relativa al riordino dei cicli scolatici: “Oggi portiamo a compimento un lavoro durato trent’anni” (16) e “non possiamo dare troppa fiducia ai genitori e agli insegnanti nel creare la riforma, perché sono delle realtà immature, dobbiamo quindi governare la riforma dal centro” (17).

Nella stessa linea si collocano dichiarazioni immediatamente postelettorali di Grazia Francescato, portavoce dei Verdi, secondo la quale […] c’è una quota di società, e questo soprattutto al Nord, che è incivile, e ciò a causa di una povertà culturale che in queste elezioni ha contato molto e, temo, conterà sempre di più. Povertà culturale che è di tutta Italia, ma che al Nord ho l’impressione sia più diffusa” (18).

 

4. Dunque, non potendo più contare su un consenso elettorale sufficiente a vedersene affidata la gestione da parte dell’establishment, i politici di centrosinistra squalificano quanto costituiva la base del loro potere, appunto il corpo elettorale e il suo “consenso democratico”, e tentano di venire “eletti”, “trascinati in alto”, per cooptazione, dal momento che non vi si può più salire per elevazione, cioè per elezione da parte della base.

Allo scopo si rinverdisce nella vita politica una pratica tipica del processo rivoluzionario nell’età dell’assolutismo illuminato, anche in campo religioso: si squalifica la base. In altri termini e in poche parole, quando il “popolo di Dio” concorda con l’opinio del teologo giansenista o progressista esprime per certo il sensus fidei, se non verifica addirittura il detto Vox populi, vox Dei; in caso contrario, cioè quando la sua religiosità, la “religiosità popolare”, viene a collidere con tale opinio, è immediatamente derubricata in un insieme immondo di pratiche superstiziose e anatematizzata, e il popolo stesso dichiarato affetto dal peggiore dei fanatismi, quello religioso.

Così, mutatis mutandis, se l’elettorato non vota per le forze di centrosinistra, l’espressione politica del popolo perde la qualificazione di “consenso democratico” e viene quasi automaticamente stigmatizzata come populismo; così — ancora —, se non apprezzano le riforme illuminate, intere categorie generazionali, per esempio i genitori, o sociali, per esempio gl’insegnanti, diventano realtà immature, e ai detentori del potere reale vengono suggerite non troppo implicitamente gestioni di esso centralizzate, cioè totalitarie. Se intere regioni dello Stato non votano per il centrosinistra, benché siano quelle che sono state oggetto della maggior pressione alfabetizzatrice e “coscientizzatrice”, quelle più illuministicamente acculturate, esse divengono improvvisamente rozze e incivili: si potrebbe fare dell’ironia chiedendosi se tale “inciviltà” non sia il frutto, appunto non voluto — eterogenesi dei fini —, della dimensione critica dell’acculturazione patita.

Giovanni Cantoni

***

(1) Cfr. Chi perde chi vince secondo l’Istituto Cattaneo. (Raffronto regionali 2000 europee ’99), in la Repubblica, 20-4-2000.

(2) Cfr. Cossiga: “Caro Sergio resta con la sinistra”, intervista a cura di Stefano Marroni, ibid., 12-5-2000; tutte le citazioni senza indicazione della fonte sono tratte da questa intervista.

(3) Angelo Panebianco, L’occasione del Polo, in Corriere della Sera, 10-5-2000; cfr. pure il mio Il cittadino, la “democrazia” e i laboratori del potere, in Cristianità, anno XX, n. 205-206, maggio-giugno 1992, pp. 3-5; nonché le riflessioni di Geminello Alvi, Lo strano caso del Professor Quigley, in surplus. Rivista bimestrale di economia, anno II, n. 6, Roma 2000, pp. 95-104.

(4) Cfr. Aldous Huxley (1894-1963), Il mondo nuovo, in Idem, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, trad. it., Mondadori, Milano 1991, pp. 1-231.

(5) Cfr. il mio Il Polo fra le due sinistre: poteri forti e Ulivo, in Cristianità, anno XXIV, n. 254-255, giugno-luglio 1996, pp. 3-6.

(6) Cfr. Cresce l’astensionismo, ha votato il 72,6 per cento, in la Repubblica, 17-4-2000, in cui si nota come nel 1995, in occasione della precedente tornata elettorale regionale, la percentuale era stata dell’81,3%, e che l’affluenza alla urne è stata appena più alta delle europee del 1999.

(7) Cfr. A. Huxley, op. cit., p. 91.

(8) Cfr. Giuliano Zincone, La gara dei giuramenti, in Corriere della Sera, 2-6-2000.

(9) Cfr., in genere, il mio Dopo il “crollo delle ideologie”: la politica e il “ritorno al reale”, in Cristianità, anno XXVI, n. 275-276, marzo-aprile 1998, pp. 3-4; in specie, François-Louis Ganshof (1895-1980), Che cos’è il feudalesimo?, trad. it., Einaudi, Torino 1989, e la mia recensione in Cristianità, anno XVIII, n. 180-181, aprile-maggio 1990, pp. 17-18.

(10) Cfr. il mio Oltre la moralità e l’immoralità politica: il problema del mandato imperativo, in Cristianità, anno XXVI, n. 282, ottobre 1998, pp. 24-26.

(11) Cfr. A. Panebianco, art. cit.

(12) A. Huxley, op. cit., p. 91.

(13) Cfr. Vittorio Emanuele Parsi, Il caso Haider: la decisione “giusta” in una sede “sbagliata”?, in Vita e Pensiero. Rivista culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, anno LXXIII, n. 2, Milano marzo-aprile 2000, pp. 191-200.

(14) Cfr. i miei Repubblica Italiana: laboratorio per un regime tecnocratico?, in Cristianità, anno XXIII, n. 247-248, novembre-dicembre 1995, pp. 3-4; Dal “governo dei tecnici” al “partito dei tecnici” e oltre, ibid., anno XXIV, n. 250-251, febbraio-marzo 1996, pp. 3-4; e Fine della Democrazia Cristiana, inizio della Seconda Repubblica e del regime tecnocratico, ibid., anno XXVII, n. 289, maggio 1999, pp. 3-4 e 30.

(15) De Mauro, una vita dedicata allo studio della lingua italiana, in l’Unità, 26-4-2000.

(16) Tullio De Mauro, “I risultato di trent’anni di lavoro”, intervista a cura di A. P., in il Manifesto quotidiano comunista, 15-1-1997.

(17) Ibidem.

(18) Francescato soddisfatta del recupero, in Corriere della Sera, 18-4-2000.

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