Il principe e il principio

Giovanni Cantoni 36 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 112-113 (1984)

 

Il principe e il principio

 

Il 2 settembre 1870 crolla a Sedan, sotto i colpi dell’esercito prussiano guidato dal conte maresciallo Helmuth von Moltke, il Secondo Impero francese, e, giunta a Parigi la notizia il giorno seguente, il 4 settembre viene proclamata la Repubblica.

L’Assemblea nazionale – eletta l’8 febbraio 1871 e che conferma la decadenza dei Bonaparte – è caratterizzata da una maggioranza monarchica, per quanto divisa tra legittimisti borbonici, orleanisti e bonapartisti, e differisce quindi di anno in anno la elaborazione dello statuto repubblicano della Francia, dando tempo e modo di pensare alla restaurazione.

Tra il 18 marzo e il 28 maggio dello stesso anno Parigi vive la esplosione rivoluzionaria nota con il nome di Comune, che certifica, a meno di un secolo di distanza, circa gli esiti sociali della Grande Rivoluzione dell’Ottantanove.

Anche sulla base di questa tragica esperienza storica, nell’ottobre 1873 si fa concreta la ipotesi di una restaurazione monarchica, che però non si realizza perché il conte di Chambord – nipote di Carlo X ed erede al trono – rifiuta di accettare la bandiera tricolore, circondato dalla incomprensione anche di parte dei suoi sostenitori, e non solamente loro. Jacques Ploncard d’Assac descrive l’episodio nei suoi termini di principio e di fatto, e ne trae spunto per svolgere importanti considerazioni.

«Il 12 ottobre 1873, Papa Pio IX riceveva il deputato monarchico francese Keller.

«– Voi credete di essere sul punto di fare la monarchia, disse Pio IX.

«– Sì, Beatissimo Padre, rispose subito Keller, lo speriamo e lo desideriamo vivamente.

«– Ebbene, riprese Pio IX con aria di chi se ne intende, non la farete. Di solito non mi occupo di questioni politiche … Ma questa volta la cosa era tanto importante per la Francia e per la Chiesa che ho lasciato dire al signor conte di Chambord ciò che ne pensavo. Il colore della bandiera non ha un così grande valore. I francesi mi avevano ristabilito a Roma proprio con la bandiera tricolore. Vedete che anche con tale bandiera si posso no fare cose buone. Ma il signor conte di Chambord non mi ha voluto credere.

«Il conte di Chambord aveva fornito le sue spiegazioni e Pio IX era stato tanto turbato che rispose al principe [cioè al conte di Chambord]:

«– Ho capito; come sempre quanto fate è ben fatto.

«Si era lontani dalla frase, spesso ripetuta, di Pio IX che, dopo il fallimento della Restaurazione del 1873, avrebbe detto:

«– E tutto questo per oune [sic] salvietta!

«Quali erano; dunque, gli argomenti del conte di Chambord che avevano tanto fortemente scosso Pio IX? 

«A questo punto interviene monsignor Pie.

«Nel marzo 1873, il conte di Chambord aveva fatto chiedere al vescovo di Poitiers un consulto. Monsignor Pie aveva cominciato con il dire messa, prima di prendere in mano la penna. Aveva sottoposto al principe un certo numero di considerazioni, di cui riferirò l’essenziale:

«“Il principe cristiano non si deve porre dal punto di vista dell’interesse; l’interesse è pieno di oscurità, soprattutto in tempi come questi. Ma deve agire in vista di un dovere, deve agire con costanza e con forza. Se vi è pericolo per lui di soccombere sotto la fatica e di morire all’opera, cadere per cadere, non è meglio cadere martire del dovere? Così significa cadere come l’albero che ha dato il suo frutto, che ha lasciato il suo seme, cioè la semente della sua moltiplicazione”.

«Come diceva argutamente il vescovo di Poitiers: “a quanti dicono che Monsignore [cioè, ancora, il conte di Chambord] non sembra desideroso di ritornare, mi permetto di rispondere che è soprattutto desideroso di rimanere quando sarà venuto e che, lungi dal temere di regnare, al contrario non è assolutamente disposto a non regnare”.

«Vi è una situazione che il conte di Chambord rifiuta assolutamente, e consiste nell’essere un semplice passaggio intermedio, un ponte per i suoi successori Orléans.

«Orbene, non ha figli ed è assolutamente evidente che, alla sua morte, gli ambienti politici monarchici, nella loro stragrande maggioranza, acclameranno il conte di Parigi [cioè un Orléans].

«Dal punto di vista degli individui, gli Orléans hanno dunque il trono assicurato nel giro di qualche anno. Nessuno dubita che vi porteranno la loro concezione politica liberale e la loro bandiera, il tricolore. A questo punto, a quale gioco si gioca?

«Restaurare la monarchia tradizionale, cristiana, con la bandiera bianca, significa prendere un impegno che gli Orléans non manterranno.

«D’altronde, il problema si pone già da molto tempo. In una lettera a de l’Estoile, il 19 settembre 1849, monsignor Pie diceva che tutto quello su cui il conte di Chambord poteva appoggiarsi, non era sufficientemente robusto perché potesse “rialzare i veri principi”. Perché? Perché, “non più che dal 1830 al 1849 e che dal 1792 al 1815, gli uomini cosiddetti benpensanti non hanno potuto giungere a ben pensare”.

«Gabriel Hanotaux, nella sua magistrale Histoire de la France contemporaine, ha visto molto bene il fatto che la maggioranza dei deputati del 1873 voleva, “nell’atto che restaurerà la dinastia, fare scivolare la dottrina che già due volte l’ha abbattuta”. 

«Questa dottrina ha una bandiera, è la bandiera tricolore della Rivoluzione.

«“La bandiera tricolore, dirà il cardinale Pie, in quanto bandiera semplicemente politica, è irrimediabilmente rivoluzionaria. Significa la sovranità popolare oppure non significa nulla. In quanto bandiera politica e militare a un tempo, è essenzialmente e logicamente militare e napoleonica, e diventa relativamente e molto precariamente conservatrice soltanto con il regime dittatoriale …

«“Da parte mia, penso che nessuno di noi ha il diritto di esigere dal re, per quanto possa essere rassegnato a tutti i sacrifici per farci uscire dall’abisso. che si getti in una corrente in cui ha la certezza di annegare con noi. È troppo chiedere al salvatore di attaccarsi al collo la pietra che ha trascinato i migliori nuotatori in fondo all’acqua …

«“Se Dio vuole salvare la Francia, ispirerà a essa migliori disposizioni, diversamente perirà vittima delle sue stupide antipatie”.

«Il cardinale Pie giunge a questo punto a una visione politica molto profonda e sempre valida: e cioè che non si può restaurare la monarchia senza il principio, che i regimi sono forti soltanto nei princìpi che li sostengono e che ogni abbandono o indebolimento di questi principi costitutivi apre la porta ai princìpi contrari. Presto il potere passa di mano, e va naturalmente e logicamente là dove prevalgono i principi più forti nella opinione pubblica.

«“Se la monarchia si fosse fatta nelle condizioni preparate dal liberalismo, scriverà monsignor Pie a monsignor Mercurelli, la nostra ultima risorsa religiosa e nazionale era perduta. Chiaramente il re non sarebbe durato sei mesi, e non avrebbe potuto fare nulla di buono durante questo regno cortissimo”.

«Louis Veuillot aveva detto una frase molto forte:

«– Se il conte di Chambord cede, sarà forse il mio re, ma non sarà più il mio uomo!

«Quando fu instaurata la repubblica e perduta ogni speranza di restaurazione da parte dell’Assemblea, monsignor Pie trasse la lezione della Restaurazione mancata in una omelia al suo clero, nel 1876:

«“L’Assemblea che sta per terminare, disse, fa ormai parte della storia. Nata dal sentimento pubblico che prevaleva nel febbraio 1871, aveva in un primo momento potuto fare concepire grandi speranze … Gli elettori fecero allora il loro dovere: gli eletti hanno fatto il loro? … Questi monarchici, imbevuti delle idee del loro tempo, li erano solamente di nome e di sentimento, non li erano di principi e di azione. Così uno dei loro primi atti consistette nell’accettare il termine Repubblica: strani punti di vista di una Camera che tutti dicevano di avere nominato in odio al regime repubblicano. So che adottando il termine si dichiarò che non si intendeva adottare la cosa; ma la parola portava nonostante tutto alla cosa”.

«Questa osservazione del vescovo di Poitiers si collega alle nostre preoccupazioni attuali: accettiamo troppi termini che ci portano dove nessuno vorrebbe andare, se sapesse quello che portano in sé come conseguenze.

«I “benpensanti” non giungono sempre a pensare bene» (1).

Devo forse una spiegazione a chi si chiedesse per quale ragione ho tradotto il pezzo magistrale di Ploncard d’Assac. Confesso che una di tali ragioni – e non è certamente l’ultima – è costituita dal suo lindore, dalla pulizia morale e intellettuale che rivela, dalla limpida testimonianza di prudenza politica che offre: insomma, dalla verità e dalla bellezza della lezione che impartisce, e non ai soli monarchici contingentemente considerati. La motivazione principale, però, mi è venuta dal fatto che, a partire dalla morte di Umberto di Savoia, il mondo monarchico italiano di osservanza sabauda – mi esprimo così per non escludere ogni e qualsiasi monarchico di diversa osservanza, e recenti episodi ne hanno confermato non solamente la dignità, che mi pare assolutamente fuori discussione, ma anche la esistenza cospicua (2) – è in fermento. E questo fermento rivela a chiarissime lettere come esso sia ampiamente costituito – e non soltanto alla base, dove il fatto sarebbe in qualche modo comprensibile – più da legittimisti sabaudi, più da nostalgici quando non da fan di Casa Savoia, che da monarchici di osservanza sabauda vero nomine.

Poiché senza dubbio anche la semplice «nostalgia» monarchica costituisce residuo potenzialmente fecondo di restaurazione sociale e «coagulo» positivo, mi è parso giusto offrire a quanti tale coagulo dicono di possedere, un testo che – proprio per il suo carattere paradossale rispetto alla situazione italiana e al «caso» italiano – può produrre un autentico trauma ed essere alla origine di una meditazione salutare.

Per questo l’ho integralmente tradotto: per i monarchici in travaglio, per tutti i monarchici e per tutti i benpensanti. 

Dal momento che non vedo all’orizzonte – e Dio solo sa quanto vorrei dipendesse dalla debolezza del mio sguardo! – né un Pio IX, né un conte di Chambord, né un cardinale Pie redivivi, spero, facendo eco a un Veuillot del secolo XX e dandogli voce anche nel nostro paese, che i monarchici italiani siano indotti a diventarli non solamente di nome e di sentimento, ma anche di princìpi e di azione, e i cosiddetti «benpensanti» giungano finalmente a pensare bene.

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) JACQUES PLONCARD D’ASSAC, Le Cardinal Pie, le Drapeau Blanc et M. le comte de Chambord, in Lecture et Tradition, n. 106, marzo-aprile 1984, pp. 22-24, più ampiamente, cfr. IDEM, Les idées qui tuent, presso l’autore Lisbona 1971, pp. 171-203.

(2) Mi riferisco, evidentemente, alla eco suscitata non solo nell’aristocrazia dalla traslazione a Napoli, nella primavera del 1984, delle spoglie degli ultimi sovrani del Regno delle Due Sicilie.

 

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