Il principio di sussidiarietà

Alleanza Cattolica 38 anni fa
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Hugo Tagle Martínez, Cristianità n. 81 (1982)

 

Il regnante Pontefice Giovanni Paolo II, nel suo discorso ai partecipanti al 29º convegno nazionale di studio della Unione Giuristi Cattolici Italiani, tenuto il 25 novembre 1978, dopo avere ricordato che «l’uomo è essere intelligente e libero, per naturale, destinazione ordinato a realizzare le potenzialità della sua persona nella società. Espressioni di questa sua connaturale socialità sono la società naturale fondata sul matrimonio uno e indissolubile quale è la famiglia, le libere formazioni intermedie; la comunità politica, di cui lo Stato nelle sue varie articolazioni istituzionali è la forma giuridica. Questo deve assicurare a tutti i membri la possibilità di un pieno sviluppo della loro persona», conclude: «Queste libertà non sarebbero rispettate, né, nella lettera né nello spirito, se prevalesse la tendenza ad attribuire allo Stato ed alle altre espressioni territoriali del potere pubblico una funzione accentratrice ed esclusivista di organizzazione e di gestione diretta dei servizi o di rigidi controlli, che finirebbe con lo snaturare la funzione legittima loro propria di promozione, di propulsione, di integrazione e anche – se necessario – di sostituzione dell’iniziativa delle libere formazioni sociali secondo il principio di sussidiarietà». Sempre Giovanni Paolo II, nel discorso alla 169ª assemblea plenaria della conferenza episcopale polacca, del 5 giugno 1979, afferma «che lo Stato comprende la sua missione verso la società secondo il principio di sussidiarietà (principium subsidiarietatis), che cioè vuole esprimere la piena sovranità della nazione». Ancora recentemente il Santo Padre, nella esortazione apostolica Familiaris consortio, del 22-11-1981, ha ribadito che «la società, e più specificamente lo Stato, […] nelle loro relazioni con la famiglia sono gravemente obbligati ad attenersi al principio di sussidiarietà». Questo fondamentale principio dell’ordine sociale e, quindi, della dottrina sociale naturale e cristiana, è accuratamente studiato ed esposto nei suoi molteplici aspetti e nelle sue rilevanti conseguenze da Hugo Tagle Martínez, professore di filosofia e storia del diritto nella facoltà di diritto della Pontificia Università Cattolica del Cile e di storia delle dottrine economiche nella Università Santa María di Valparaíso, autore di numerosi studi, tra i quali due opere sulla dottrina pontificia a proposito di economia e di politica.

 

Un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa

Il principio di sussidiarietà

 

1. Introduzione

Se osserviamo la natura, intesa nella sua accezione più ampia, constateremo che è formata da molteplici esseri, da quelli microscopici a quelli macroscopici, dai più semplici ai più complessi; inoltre, constateremo che tutti svolgono funzioni specifiche, secondo le rispettive essenze, e che nessuno si astiene dallo svolgere il compito che a esso compete o compie funzioni diverse da quelle che derivano dalla sua essenza, a eccezione dell’uomo, che, grazie alla sua libertà, intesa come indeterminazione nell’agire, può allontanarsi dal fine specifico al quale è chiamato. È il cosmo, cioè un tutto complesso ordinato a un fine, che deriva dalla sua natura generale e da quella particolare di quanti lo costituiscono.

Il mondo, il cosmo – come pure l’uomo che appartiene a esso, anche se lo supera con la sua spiritualità e conseguente coscienza e libertà – costituiscono una realtà che stupisce la più potente intelligenza umana e che muove l’uomo, quanto più penetrante è il suo sguardo, a piegarsi umile, rispettoso e grato davanti a Colui che lo ha creato.

Come abbiamo detto, nel mondo esistono l’uomo e la società degli uomini e se osserviamo questa ultima constateremo che è formata da molti esseri umani, uguali nell’essenza ma diversi nelle loro esistenze, sia per il sesso che per l’età, lo stato civile, la funzione sociale o il lavoro e, da ultimo, per la loro ubicazione geografica senza prendere in considerazione le differenze culturali; inoltre, constateremo che, secondo la realtà precedente, gli esseri umani svolgono o tendono a svolgere i compiti che si presentano loro come possibili, secondo la rispettiva natura specifica e la realtà esistenziale, ma – e qui sta la grande differenza tra il mondo naturale e quello umano – in questo l’uomo, che è il loro soggetto sostanziale, può, in virtù della sua libertà, intesa come assenza di determinazione nell’agire, allontanarsi dallo svolgere la funzione specifica che gli compete secondo la sua vocazione personale, non eseguire nessun compito oppure realizzarne altri che appartengono a un altro, impedendogli o rendendogli difficile la loro esecuzione: con questo l’ordine personale e sociale soffre una grave infrazione e attraverso questo si introducono il disordine, la violenza e la rivoluzione.

Se la realtà della società è quella precedentemente descritta, in special modo quella del nostro tempo, è straordinariamente importante, è decisivo per indirizzare il nostro agire al bene comune, conoscere il posto e la funzione che devono occupare e svolgere i diversi esseri che formano la società, o, in altre parole, il rapporto funzionale o gerarchico che li lega, fondato nell’essere degli stessi.

Questo rapporto funzionale, che lega i diversi esseri costituenti la società, si denomina principio o legge di sussidiarietà.

Ebbene, come nel nostro tempo è stato infranto in modo grave l’ordine sociale, così pure risulta proporzionalmente importante studiare la sua restaurazione e poiché all’origine della infrazione dell’ordine sociale sta la violazione del principio di sussidiarietà, il suo studio è oggi della massima importanza e urgenza per restaurarlo.

Da ultimo, poiché il disordine è violenza e questa è un aspetto sinonimo di rivoluzione, almeno nel senso che generalmente si dà a questa parola, lo studio del principio di sussidiarietà indica la sostanza del problema della violenza e della rivoluzione.

 

2. Il concetto

Per cogliere in generale e come prima approssimazione al tema, che cosa è il principio di sussidiarietà, riteniamo necessario ricorrere a tre fonti del sapere, che sono il dizionario, la storia e la dottrina pontificia, poiché esse ci forniscono una prima visione dell’essere che la parola racchiude.

Secondo il dizionario, che contiene la sapienza accumulata nel corso dei secoli dall’uso corrente del linguaggio e secondo quello pubblicato dalla Real Academia Española de la Lengua, «sussidiario» è ciò che si dà oppure si manda in soccorso o sussidio di qualcuno, come anche l’azione o la responsabilità che supplisce oppure rafforza quella principale (1). Dal canto suo, il Diccionario del Uso del Español, di Maria Moliner, ci dice che «sussidiario» è quanto è dato come sussidio ed è definito come «lo stare in attesa di truppe di riserva», concetto che ci avvicina molto alla realtà espressa dal termine (2).

Secondo la storia – il cui sapere ci mostra la vita degli uomini del passato nei loro aspetti multiformi, e, nel caso specifico che ci interessa, in quello della struttura e del funzionamento dell’esercito romano, specialmente durante il periodo repubblicano -, la sussidiarietà deriva dalla coorte sussidiaria, che era un corpo ausiliario dell’esercito di cittadini romani, ai quali, per tale loro qualifica, competeva in modo primordiale la difesa della repubblica romana, formato da quanti non li erano, e che, come truppe di riserva, attendeva l’ordine del capo di quelli per entrare in battaglia.

Secondo la dottrina pontificia – nella quale sono contenuti i princìpi ordinatori della vita individuale e sociale fondati sulla natura umana e sulla rivelazione divina e in considerazione del fine ultimo dell’uomo -, il principio di sussidiarietà è quello che riconosce e dà all’individuo rispetto a tutta la società e a ogni società minore rispetto a una maggiore, priorità nell’attività.

S.S. Pio XI è stato il primo a formulare il principio di sussidiarietà nella enciclica Quadragesimo anno, pubblicata il 15 maggio 1931, e lo ha fatto nei termini seguenti: «È vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche dalle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo della filosofia sociale: che come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera supplettiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle» (3).

S.S. Pio XII, nella lettera Nous avons lu, del 18 luglio 1947, diretta al presidente delle settimane sociali francesi, afferma: «[…] bisogna, nella organizzazione della produzione, assicurare tutto il suo valore direttivo a questo principio, sempre sostenuto dall’insegnamento sociale della Chiesa: le attività e i servizi della società devono avere un carattere “sussidiario”, soltanto aiutare o completare l’attività dell’individuo, della famiglia, della professione» (4).

S.S. Giovanni XXIII, nella enciclica Mater et magistra, pubblicata il 15 maggio 1961, facendo riferimento alla funzione dei pubblici poteri, nota che «la loro azione, che ha carattere di orientamento, di stimolo, di coordinamento, di supplenza e di integrazione, deve ispirarsi al principio di sussidiarietà formulato da Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno» (5); continua più avanti notando che «[…] dev’essere sempre riaffermato il principio che la presenza dello Stato in campo economico, anche se ampia e penetrante,  non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà dell’iniziativa personale dei singoli cittadini, ma anzi per garantire a quella sfera la maggiore ampiezza possibile nella effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti essenziali della persona; fra i quali è da ritenersi il diritto che le singole persone hanno di essere e di rimanere normalmente le prime responsabili del proprio mantenimento e di quello della propria famiglia; il che implica che nei sistemi economici sia consentito e facilitato il libero svolgimento delle attività produttive» (6). Concludiamo il riferimento agli insegnamenti di Giovanni XXIII con la sua affermazione, di fondamentale importanza, secondo cui «l’esperienza infatti attesta che dove manca l’iniziativa personale dei singoli vi è tirannide politica» (7).

Ebbene, è certo che il principio di sussidiarietà nella dottrina pontificia è formulato e sviluppato soprattutto in relazione con materie economiche, ma è anche certo che il principio secondo cui dove esiste la stessa ragione si deve applicare la stessa disposizione trova a questo proposito la sua applicazione principale, il che viene a universalizzare il citato principio.

La conclusione che dobbiamo trarre da tutto quanto detto in questo primo accostamento allo studio del principio di sussidiarietà è, in primo luogo, che esso si applica ai rapporti tra una società minore e una maggiore; in secondo luogo, che riconosce il primato nell’azione all’individuo rispetto alla società e alla società minore rispetto a quella maggiore; e, in terzo luogo, che riconosce tale priorità all’essere che ha maggiore dignità o densità ontologica rispetto a quello di minore dignità o densità ontologica.

Di seguito analizzeremo il principio di sussidiarietà nei quattro elementi che lo costituiscono, e che sono la sua causa materiale o soggetti di esso; la sua causa formale o struttura del principio che si applica ai soggetti; la sua causa efficiente e originaria, a partire dalla quale la sussidiarietà viene edificata e, da ultimo, la sua causa finale e obiettivo, per il quale esiste.

 

3. La causa materiale del principio di sussidiarietà

Intendiamo con essa il o i soggetti al quale o ai quali si applica il principio di sussidiarietà.

Sappiamo già che il principio di sussidiarietà si applica alla società, che è pertanto il soggetto o materia di esso, ma sappiamo anche che la società è solamente un ente di relazione; che è un ordine che lega due o più persone per Uno stesso fine o bene comune a esse; che è retta da una autorità, che è principio di ordine e di unità e che ha il compito di perseguire tale bene comune.

Così, allora, nella società, soggetto immediato del principio di sussidiarietà, distinguiamo in primo luogo una autorità e in secondo luogo quanti sono retti da essa, che denominiamo membri o sudditi.

La società per antonomasia è la società universale, dal momento che comprende tutti gli uomini, senza che li separi da essa né la loro razza né la loro cultura, intendendo questo concetto nel suo significato più vasto, anche se questa società – a causa del peccato originale e dei nostri peccati attuali, che impediscono la esistenza di una autorità comune – non ha una costituzione giuridica universalmente riconosciuta.

Orbene, in questa società del genere umano distinguiamo diversi elementi che la formano, e che sono quelli che indichiamo di seguito.

In primo luogo viene l’uomo.

Definiamo l’uomo, l’essere umano, la persona individuale, come unità sostanziale di natura corporeo-spirituale: egli è, in quanto membro della società, non un ente astratto e indifferenziato, ma esistente e quindi differenziato da accidenti reali che lo caratterizzano e che esprimono la sua individualità o natura propria o specifica, come il sesso, lo stato civile di celibe o di sposato, di padre, di madre o di figlio; la professione, la funzione o il mestiere; la cultura o l’insieme di credenze e di idee che si professano, in conseguenza delle quali è mosso dalla sua tendenza sociale l’uomo costituisce diverse società.

Poiché l’uomo è un essere completo, ma potenzialmente perfettibile – benché anche «defettibile» -, cioè ha la possibilità e la necessità o il dovere di attualizzare le sue potenze, il suo fine consiste precisamente nel conseguire tale attualizzazione, attraverso la quale raggiunge la sua perfezione umana, nella quale consiste il suo obiettivo temporale.

Inoltre, nella prospettiva della perfettibilità dell’uomo, sappiamo che egli è sociale, cioè che ha la possibilità – che è contemporaneamente necessità – di legarsi ad altri per costituire un noi-altri, una comune unità, che aiuti tutti quanti la compongono a conquistare la loro perfezione specifica. Ebbene, le diverse e molteplici società che egli può costituire non sono un fine, ma un mezzo che gli permette di conquistare la sua perfezione personale; inoltre, non le crea né sì incorpora a esse secondo le possibilità astratte di un essere umano ugualmente astratto, ma secondo il suo essere concreto o reale esistente, cioè secondo le sue necessità vitali.

Le necessità vitali umane si manifestano gradualmente o gerarchicamente, in maniera tale che l’uomo costituisce società pure in modo graduale, nell’ordine e nella misura in cui esistenzialmente ne ha bisogno.

Da ultimo è opportuno notare che, poiché l’uomo è l’unico essere sostanziale nella società, è l’unico soggetto delle azioni e delle passioni che si esercitano e che si patiscono in essa, dal momento che le une e le altre si predicano soltanto delle sostanze; pertanto, la società, in qualunque dei suoi gradi o espressioni, deve essere al servizio dell’uomo, cosi come l’accidente deve essere a quello della sostanza.

In secondo luogo viene il matrimonio.

Definiamo il matrimonio come la società indissolubile costituita da un uomo e da una donna, che si uniscono al fine di attualizzare rispettivamente le loro potenze di paternità e di maternità, e di conquistare con questo mezzo la loro perfezione personale.

Circa l’obiettivo del matrimonio, lo abbiamo già detto, esso sta nella attualizzazione della potenza di paternità dello sposo e di maternità della sposa, che si conquista normalmente e ordinariamente attraverso la procreazione dei figli, consistente non soltanto nel dare loro la esistenza fisica, ma principalmente nell’educarli come persone, secondo la natura specifica o vocazione personale di ciascuno di essi, ideale o vocazione personale che è dato a ogni essere umano da Dio.

Da ultimo, benché il matrimonio – come si osserva correntemente – non sia società perfetta come la società civile, è quella di maggiore densità o sostanzialità ontologica, dal momento che è la più prossima all’uomo, poiché ha una durata subordinata solamente alla esistenza fisica di uno dei suoi corrispondenti. Come l’essere umano ha una esistenza subordinata solamente alla unione sostanziale dell’anima spirituale con il corpo materiale, che termina soltanto con la morte, causata dalla separazione della prima dal secondo, così è anche nel caso del matrimonio, nel quale la sua esistenza è condizionata dalla morte di uno dei coniugi, unico mezzo per separare quanto unirono indissolubilmente con un atto cosciente e libero.

In terzo luogo viene la famiglia.

Definiamo la famiglia come la società transitoria costituita dai genitori e dai loro figli e finché questi dipendono da quelli, e il cui fine è la perfezione integrale dei suoi membri, nell’ordine naturale e in quello religioso.

La finalità della società familiare, da parte sua, consiste nel favorire lo sviluppo personale e sociale dell’uomo, non già solamente dalla sua nascita, ma anche dal suo stesso concepimento. L’uomo è un essere sociale, ma è, soprattutto in importanza e anzitutto nel tempo, di natura familiare, nel senso che nasce dalla società di un uomo e di una donna, la quale, se è indissolubile di fatto, tanto meglio per lui, poiché egli necessita della cura personale e permanente dei suoi genitori, costituisce a sua volta una necessità per loro e richiede fratelli per conquistare la sua pienezza umana, così come per dare loro quanto a essi manca. In definitiva, la famiglia è la prima e insostituibile scuola di formazione sociale e politica, poiché è la società universale in miniatura, nella quale si danno tutti i fattori e i rapporti che costituiscono questa ultima.

Da ultimo, la famiglia partecipa del matrimonio come effetto immediato e diretto della sua natura; non ha certamente la sua stessa densità ontologica, ma è la società che, per il fatto di essere la più prossima a esso, partecipa in misura maggiore del suo essere; è il terzo cerchio concentrico di una serie che ha come primo l’uomo, come secondo il matrimonio e come terzo la famiglia, così come la abbiamo definita.

In quarto luogo viene il municipio.

Il municipio o società municipale è il primo ente che forma la società civile ad avere come elemento essenziale del suo essere il legame dei suoi membri, in modo fisico e spirituale e con il carattere di permanenza, a una porzione determinata di territorio; in altre parole, il municipio, per essere tale, richiede che gli uomini si riuniscano in uno stesso luogo per stabilirsi in modo permanente in esso, sottomettendosi a norme di convivenza comuni.

Per definire il municipio è necessario fissarlo in un determinato momento dello sviluppo della società civile.

Affermiamo che la società civile è sempre esistita, nel senso lato di società temporale, ma che non è sempre esistita la società municipale; infatti, con la esistenza della prima coppia umana sorge la società civile, poiché questa si confonde con quella in questo momento; poi, dopo che la coppia ha avuto discendenti, la prima società civile che fa il matrimonio si confonde con la famiglia; più tardi, sorge il raggruppamento di famiglie che riconoscono di avere uno stesso antenato comune, che è la gens, fratría o tribù, e la società civile si confonde con il raggruppamento di famiglie; finché accade che un gruppo di uomini, possibilmente uno o più capi di famiglia, oppure uno o più capi di tribù, decidono di stabilirsi definitivamente in un luogo per ivi vivere secondo un ordine, che è l’adeguato rapporto di diversi elementi per conquistare un determinato fine di pace, cioè il riposo dell’essere che ha conquistato la sua perfezione, o almeno il suo cammino verso di essa.

Ebbene, l’essere umano costituisce società al fine di conquistare la sua perfezione; per ottenerla si lega ad altri in un determinato luogo, ove stabilmente possa convivere con essi, poiché l’associazione permanente con altri esseri umani in un luogo fisso ove si radichi, è condizione fondamentale perché possa conquistare il più pieno sviluppo del suo essere.

A un certo punto, quando nasce il municipio, la sua realtà si confonde con quella della società civile, poiché è la società più vasta, la più universale, dal momento che contiene nel suo seno tutte le altre, quelle che sono ad esso precedenti, nel tempo e ognuna delle quali – come è ovvio – ha un minore numero di soggetti o di membri, ma la differenza fondamentale tra queste e quello sta in un altro aspetto, che è, per un verso, l’elemento fisico o territoriale, essenziale per il municipio e accidentale per il matrimonio e per la famiglia e per altro verso, quello della capacità di soddisfare le crescenti domande di prestazione di servizi, che l’essere umano richiede in modo progressivo per conquistare la sua perfezione.

All’inizio della sua esistenza e per un certo tempo, il municipio ha potuto soddisfare tutte le domande di servizi che la persona umana richiedeva per conseguire il suo pieno sviluppo, ma è giunto un momento in cui la società municipale non è stata capace di soddisfare dette esigenze e in questo preciso istante l’uomo ha dovuto proiettare la sua tendenza sociale verso un campo più vasto e costituire un tipo di società più estesa di quella municipale, ed è stata quella che possiamo chiamare regionale oppure di federazione di città. La nascita di questo nuovo tipo di società civile non ha fatto scomparire la società municipale, ma ha assunto quei compiti che questa non poteva soddisfare, poiché risultavano sproporzionati rispetto alle sue possibilità.

In questo momento e a questo punto, e con le premesse esposte, possiamo affrontare il compito di definire che cosa è il municipio.

Se consideriamo come municipio quello nascente, quello che coincide con la società civile o più vasta, possiamo definirlo con gli stessi termini di questa, cioè come la unione giuridica di quanti hanno un progetto di vita in comune di contenuto universale, oppure come la unione di uomini in un passato, in un presente e in un futuro che sentono comune, sotto la direzione di una stessa autorità, il cui fine è la perfezione naturale dei suoi membri, in quegli aspetti che le famiglie non possono fornire.

Invece, se consideriamo come municipio quello attuale, che è un ente sociale e territoriale integrato in una società e in un territorio più vasto, dobbiamo definirlo come la convergenza in un luogo determinato di un gruppo di famiglie, per ottenere in esso il soddisfacimento delle loro necessità basilari universali.

Così, allora, il municipio è costituito da dite fattori elementi. Uno di essi è quello umano, che è specificato la famiglia, cioè attraverso il matrimonio e i suoi non concepiamo, né storicamente si è mai dato ed è possibile che esista, un municipio formato esclusivamente o maggioritariamente da uomini oppure da donne sole, ancora meno se gli uni o le altre sono minori di età, di modo che, se una tale convergenza si produce, ciò che ne risulta sarà un altro ente, ossia un accampamento militare, un monastero o qualcosa di simile, oppure un centro educativo o ricreativo, ma non un municipio. L’altro fattore o elemento è quello territoriale, che è un luogo o porzione di suolo con limiti precisi, parte integrante di un territorio, maggiore, all’interno del quale sta, in via generale, fisicamente o geologicamente, e legato a esso come la parte al tutto.

Il fine del municipio, cioè la ragione per la quale esiste, sta nel fornire ai suoi abitanti il soddisfacimento delle loro necessità basilari universali, che l’individuo, il matrimonio e la famiglia non possono fornire in pienezza, necessità che si riferiscono alle vite vegetativa, sensibile, spirituale e religiosa dei suoi componenti.

In quinto luogo vengono tutte le altre società le cui cause materiale, formale e finale gli uomini possono modificare e che, per la stessa ragione, ricevono il nome e società seminaturali, semiartificiali o libere.

Queste società sono, principalmente, le associazioni di mestiere, quelle professionali e quelle ideologiche; tutte si costituiscono o si possono costituire, così come il matrimonio e la famiglia, prescindendo o senza rapporto con un determinato territorio.

L’obiettivo di ciascuna di queste società consiste nel perseguire il bene dei suoi associati anzitutto nell’aspetto particolare che deriva dalla sua natura specifica; così, per esempio, una associazione di mestiere ha come fine quello di perfezionare i suoi membri in quanto si riferisce al mestiere e, se è di commercianti, in quanto ha rapporto con il commercio, se è di agricoltori, in quanto ha rapporto con il lavoro dei campi; un collegio professionale ha come fine quello di perfezionare i suoi membri in quanto si riferisce all’esercizio della rispettiva professione e, se è di avvocati, in quanto si riferisce alla difesa del diritto e alla applicazione della giustizia, se è di medici, in quanto ha rapporto con la prevenzione delle malattie e il recupero della salute degli uomini; una associazione ideologica ha come fine quello di perfezionare i suoi membri in quanto si riferisce alla dottrina specifica della istituzione, e poiché con questa denominazione consideriamo tali tutte le società da quelle filosofiche a quelle sportive, se è di filosofia in quanto si riferisce a questa scienza e secondo la dottrina specifica che ciascuna professa, se è sportiva in quanto ha rapporto con lo sport particolare che promuove.

La natura ontologica di queste società, che costituiscono il quinto cerchio concentrico che circonda l’uomo, consiste nell’essere ciascuna di esse una unità di rapporto parziale tra i suoi membri, in ragione del fine specifico cui ogni società tende, che comprende un aspetto della dimensione sociale dell’uomo; ebbene, poiché queste società non hanno un essere che dipenda in un modo immediato dalla natura umana, ma dalle sue facoltà conoscitiva e volitiva, – che permettono a essa di concepire e di creare istituzioni in un modo analogo a come Dio pensa e crea gli enti naturali -, la loro densità ontologica e la loro obbligatorietà istituzionale per l’uomo è moltissimo più debole di quelle precedenti – e di quelle posteriori che menzioneremo -, il che significa che egli può non costituirle, oppure, se le crea e le compone, può uscire dalle stesse con una facilità che non ha rispetto a quelle precedenti, dal momento che se prescinde da esse, non si pregiudica nel suo essere come nel caso delle altre.

In sesto luogo viene la regione.

La regione, o società di municipi, è il secondo ente componente la società civile ad avere come elemento essenziale del suo essere il legame dei suoi membri a una determinata porzione di territorio; la regione si differenzia dal municipio per il l’atto che questa è costituita da una pluralità di municipi, il cui insieme ha un centro comune a tutti, che svolge la funzione di nucleo, e nel cui contorno si uniscono tutti i municipi che costituiscono la regione; a questo nucleo devono essere legati in modo fisico e spirituale, per il fatto di vivere in esso, una minoranza degli abitanti della regione – se non di fatto almeno in un piano ideale di dislocazione della popolazione in una regione, che richiede una armonica distribuzione delle persone nel territorio -, e in modo spirituale la maggioranza, che in esso trova il soddisfacimento dei suoi aneliti culturali superiori.

Come il municipio, la regione è costituita da due elementi. Uno di essi è quello umano, composto da tutte le famiglie che formano i municipi appartenenti alla regione. L’altro è quello territoriale, che è una porzione di suolo di un territorio più vasto, che oggi consuetamente si denomina paese, Stato oppure anche nazione; la regione è caratterizzata da particolari condizioni fisiche o culturali dei suoi abitanti – oppure da entrambi i fattori a un tempo -, che la differenziano dalle altre regioni formanti la unità superiore precedentemente ricordata.

Perciò possiamo definire la società regionale come l’insieme di municipi formati da un principio unificatore comune, che ha come fine la perfezione naturale dei suoi membri in quegli aspetti che i municipi non possono fornire.

In settimo luogo viene la nazione.

La nazione o società nazionale, che nel Medioevo e mondo occidentale si chiamò regno, può essere designata anche con il nome di Stato, nato agli albori dell’Età Moderna e oggi di uso universale, in quanto indica la società politicamente organizzata in un determinato territorio.

Questa società è stata tradizionalmente considerata perfetta, perché si è pensato fino a oggi, e così è accaduto nella storia, che possieda autonomia giuridica e autarchia economica, il che la fa indipendente rispetto ad altre e inoltre perché contiene tutte le altre società dell’ordine naturale. Su queste basi – anche se attualmente non permangono, almeno con la completezza con cui si davano fino ad alcuni decenni fa, o almeno ad alcuni anni fa – veniamo a trattare della società nazionale.

La perfezione che caratterizza la società nazionale, e che perciò la distingue dalle precedenti che abbiamo ricordato, consiste nella sua capacità di fare sì che i membri che la compongono conseguano il pieno sviluppo di tutte le loro facoltà e la realizzazione di tutte le loro aspirazioni dell’ordine naturale, al che può pervenire, in modo generale, in virtù del fatto che comprende nel suo seno ogni tipo di società che l’uomo, spinto dalla sua tendenza sociale, possa costituire.

Definiamo la società nazionale – che attualmente esiste, senza eccezione, legata a una determinata zona grafica in modo fisico e non puramente spirituale, come è potuto accadere nel passato, nel caso di qualche popolo – come unione di società regionali in passato, in un presente e in un futuro che sentono comune, sotto la direzione di una autorità giuridica, il cui fine è la perfezione naturale dei suoi membri, in quegli aspetti che le regioni non possono fornire.

Ebbene, è accaduto che l’uomo, animato dalla sua naturale tendenza a conquistare una perfezione personale sempre maggiore, come pure un sempre più vasto e più profondo dominio della natura, si è reso conto che la società nazionale non è la società più vasta dell’ordine naturale, e anche che non è quella che possa dargli, autonomamente e autarchicamente, tutti i mezzi di cui attualmente egli abbisogna per conseguire la pienezza vitale alla quale aspira e così, su queste basi e considerazioni, sta forgiando, con le nazioni o gli Stati isolati dei tempi moderni, con difficoltà e però con vantaggi incipienti, una nuova società più vasta, che è la Federazione di nazioni.

In ottavo luogo viene la federazione di nazioni.

La federazione di nazioni si costituisce con la unione di due o più nazioni, che hanno comunanza di ideali o di interessi da realizzare – sia che tra esse non sia esistito nessun legame previo di questo carattere, oppure che sia esistito -; o con nazioni diverse per la loro origine, che si associano posteriormente, oppure con una sola che è tale in un certo momento della storia e che, per diversi fattori, si divide in diverse nazioni distinte, che poi si riuniscono o tentano di riunirsi, conservando però ciascuna di esse un aspetto particolare specifico e diverso. Abbiamo esempi, per il primo caso, nella niente più che morale federazione di nazioni spagnole, che con felice denominazione si indica come Mundo Hispánico; per il secondo, nel tentativo, in parte riuscito, di costituire o di ricostituire la federazione di nazioni europee, almeno con parte di esse, che, con denominazione economica, si indica come Mercato Comune Europeo, ma che non si è realizzato nella sua completezza a causa della inciviltà e della forza interna ed esterna a essa – che agisce sempre in consonanza -, che tiene segregate dal suo essere le nazioni prigioniere dell’Europa orientale.

Come la esistenza della nazione non elimina la regione, né questa il municipio, né questo le associazioni di mestiere, professionali o ideologiche, né queste la famiglia, né questa il matrimonio, né questo, da ultimo, l’essere umano individuale, così anche la federazione di nazioni non elimina le nazioni che la compongono, ma, al contrario, è ovvio che ne abbisogna come ciascuna delle precedenti abbisogna di quelle che la precedono, poiché la federazione di nazioni si costituisce con esse e su di esse come proprio fondamento.

Il fine che perseguono le nazioni federandosi è lo stesso, analogamente, che perseguono le famiglie unendosi nel municipio, i municipi unendosi nella regione, le regioni unendosi nella nazione, e consiste nel conseguire attraverso l’unione un bene per i loro membri che le sole nazioni separatamente non possono ottenere.

Definiamo la federazione di nazioni – e tale definizione come ogni definizione, ci mostra la essenza dell’essere definito e, pertanto, la sua prossimità e la sua differenziazione rispetto ad altri esseri – come la riunione di nazioni in un futuro che i suoi componenti sentono comune, sotto la direzione di una autorità giuridica, il cui fine è la perfezione naturale dei suoi membri, in quegli aspetti che le nazioni non possono fornire.

In nono e ultimo luogo viene la società universale.

La società universale, che, come indica il nome, è la più vasta che può esistere dal momento che comprende tutti quanti appartengono al genere umano, e una vera società, anche se in potenza, benché gli uomini – almeno nella loro maggioranza – non ne siano consapevoli e perciò non applichino la loro volontà esplicita ad attualizzarla giuridicamente. Vi sono due fattori che ci obbligano a costituire questa società universale e che si impongono incontestabilmente alla coscienza. Il primo di essi è di ordine personale e consiste nella verità secondo cui noi tutti esseri umani apparteniamo a una stessa specie, abbiamo una stessa natura di base o essenza; abbiamo una stessa origine e siamo chiamati a uno stesso fine temporale, e tutto questo produce una comunanza di fondo che ci fa essere tutti solidali, ancora di più, primordialmente fratelli, perché abbiamo tutti uno stesso Padre e, di conseguenza, siamo tutti chiamati a godere di uno stesso regno definitivo; il secondo fattore è di ordine locale, e consiste nel fatto che abitiamo uno stesso territorio, che è il pianeta Terra, oggi divenuto più piccolo, ma bello; entrambi i fattori ci obbligano a legarci stabilmente a tutti gli altri esseri umani, che sono nostro prossimo, poiché con tutti loro siamo uniti in uno stesso bene comune, che è quello universale, tanto dell’ordine naturale che soprannaturale.

Benché sembri monotona un’altra definizione, siamo obbligati dal dovere della chiarezza e dalla natura degli esseri, e possiamo definire la società universale; la definiamo come la unione delle federazioni di nazioni nel bene comune universale dell’ordine naturale, sotto la direzione di una autorità giuridica, il cui fine è la perfezione naturale dei suoi membri, in quegli aspetti che le federazioni di nazioni non possono fornire.

Riassumendo e per terminare questo già lungo paragrafo, esiste una società universale e in essa ho come prossimo tutti gli altri esseri umani, però lo è in primo luogo chi è esistenzialmente più vicino a me, però lo è anche, in grado decrescente, ma senza perdere tale sua qualità, chi è più lontano da me; secondo questa prossimità esistenziale costituiamo diverse società, che sono unioni stabili, che posseggono minore densità ontologica, hanno minore coesione sociale e minore è il campo della loro obbligatorietà giuridica, nella misura in cui sono più lontane dall’uomo che è il loro centro e hanno più componenti, realtà entrambe che vanno unite.

 

4. La causa formale del principio di sussidiarietà

Con questo termine intendiamo il principio intrinseco che imprime ai soggetti dello stesso una relazione funzionale o di azione determinata.

Abbiamo già visto che l’uomo costituisce diverse società – che sono, insieme a lui, i soggetti o causa materiale del principio di sussidiarietà -, secondo la necessità di perfezione che egli per primo sente in conformità con la sua vocazione personale, in modo progressivo o graduale.

La forma del principio di sussidiarietà si evince dalla potenzialità della materia – che è l’essere umano – attualizzata nelle successive istituzioni sociali da lui create.

In generale e in primo luogo, regge le relazioni dell’uomo con le diverse società, come anche quelle di queste tra di loro, purché siano in diverso grado di vicinanza a lui.

In particolare e in secondo luogo, riconosce il primato nell’azione:

– all’essere che possiede maggiore densità ontologica in rapporto a quello che l’ha in grado minore; così l’uomo, che possiede la densità ontologica massima, ha il primato nell’azione rispetto alla società, e, all’interno di questa, il matrimonio viene prima della scuola, la scuola prima del municipio, il municipio prima dello Stato, ecc.;

– all’essere che ha la maggiore necessità di attualizzare le sue potenze rispetto a quello che le ha già sviluppate, così il figlio, che nel suo inizio vitale ha una assoluta dipendenza dai suoi genitori, ha la massima necessità di attualizzare le sue potenze per conquistare la sua pienezza come essere umano, per il cui conseguimento esistono e devono operare i genitori; questo principio si applica anche nei rapporti tra un laboratorio artigianale e una piccola industria e tra questa e una media e così via, come ugualmente in altri rapporti tra persone, per esempio alunno e professore, come tra società di qualsiasi tipo;

– all’essere maggiormente capace di realizzare un compito in relazione a quello che è meno capace; così, se si tratta di svolgere un lavoro proporzionato alla natura di un individuo, questi è più capace ed efficiente di un gruppo sociale, e questo più dello Stato, qualunque sia la grandezza del lavoro di cui si tratta, dal momento che questo, a causa della sua natura specifica, non è atto a svolgere compiti che siano inferiori al suo livello. Conviene tenere presente che la capacità o la efficacia di un essere deriva dalla sua natura e che un essere non deve pretendere di svolgere compiti che siano inferiori o superiori alla sua natura, che gli indica qual è il suo fine, ma quelli determinati che derivano dal suo essere;

– all’essere che ha una maggiore giustificazione esistenziale in rapporto a quello che la possiede in grado minore; è ovvio che l’essere umano non deve giustificare la sua esistenza, ma non è così per le diverse società, tra le quali ve ne sono di quelle che hanno una maggiore giustificazione o inerenza alla natura umana rispetto ad altre, come il matrimonio e la famiglia rispetto alla società municipale, questa rispetto alla società regionale, e così via fino a giungere alla società universale dei genere umano organizzato giuridicamente e politicamente.

La causa formale del principio di sussidiarietà consiste allora nello strutturare le relazioni dell’uomo con le diverse società e le relazioni di queste tra di esse, in modo che ognuno di questi esseri operi secondo la sua funzione specifica, che deriva dalla sua natura particolare, che indica qual è il fine proprio corrispondente a ciascuno di essi, fine che coincide con la loro perfezione specifica, il che si ottiene attraverso il riconoscimento all’uomo, in rapporto con tutte le società e alla società che è più prossima a lui in rapporto con quelle che sono più lontane da lui, del primato nell’azione, dal momento che attraverso essa gli esseri si perfezionano, poiché l’azione è la attualizzazione dell’essere, che permette a essi di giungere alla loro perfezione e di avvicinarsi pertanto all’essere più perfetto, all’atto puro che è Dio.

 

5. La causa efficiente del principio di sussidiarietà

Intendiamo con causa efficiente e originaria del principio di sussidiarietà i fattori estrinseci che danno origine alla sua esistenza. Questi fattori sono tre: quello metafisico, quello morale e quello economico.

Il fattore metafisico risiede nella essenza dell’uomo e nella essenza della società.

La essenza dell’uomo consiste nell’essere unità sostanziale corporeo – spirituale, che, a causa del suo elemento spirituale, occupa il primo posto nella perfezione degli enti e nella gerarchia fra tutti gli esseri creati, di modo che gli altri esistono in ragione di lui e per lui; l’essere umano è un fine al cui servizio e per la cui perfezione sono disposti tutti gli altri esseri secondo le loro essenze rispettive.

La essenza della società consiste nell’essere unità accidentale di relazione al servizio degli uomini, che, per questo suo carattere, occupa il secondo posto nella perfezione degli enti e nella gerarchia fra tutti gli esseri creati, in modo che tutti gli altri – a eccezione dell’uomo – esistono in ragione di essa e per essa; la società è anche un fine per tutti gli altri esseri, al cui servizio e per la cui perfezione sono disposti secondo le loro rispettive essenze.

Ebbene, il principio di sussidiarietà, che è la è gerarchia discendente o concentrica di attributi per agire, trova la sua origine o ragione metafisica nella essenza e nella natura dell’uomo e delle società indicate nel primo paragrafo di questo studio, dalle quali deriva il suo operare, dal momento che la natura dell’essere determina il suo agire.

Analizzati l’uomo e le diverse società, troviamo che quello occupa il primo posto o centro per operare rispetto alla società e che in questa i posti successivi appartengono alle società che abbiamo indicato nel paragrafo citato e nell’ordine detto.

Per tutto, il principio di sussidiarietà ha la sua origine o fattore metafisico nella diversa essenza e natura dell’uomo e delle società ricordate, riconoscimento di essenza, natura e azione che è l’unico a permettere la sussistenza di tutte le società indicate e, dell’uomo come essere libero compreso, perché diversamente questo e quelle scompaiono in quanto tali di fronte alla società maggiore, che è l’ultima, la più lontana dall’uomo e la più universale.

Riassumendo, il fattore metafisico consiste nella essenza e nella esistenza dell’essere della persona individuale e delle diverse società.

Il fattore morale sta nella essenza etica dell’uomo. Intendiamo con morale l’insieme di norme di condotta che derivano dalla essenza dell’uomo, attraverso la cui osservanza egli conquista la sua perfezione.

Nell’essere umano distinguiamo tre tipi di condotta o di atti attraverso i quali consegue la sua perfezione: sono gli atti monastici, quelli domestici e quelli politici.

I primi sono gli atti interni e quelli esterni che non influiscono su altra oppure su altre persone, anche se sappiamo, noi che fruiamo del dono della fede cristiana, che non è così sul piano soprannaturale, per la realtà del corpo mistico di Cristo, e anche sul piano naturale, benché si tratti solamente di non collaborazione all’ottenimento di un maggiore bene comune corrispondente. I secondi sono gli atti che compaiono nell’ambito del matrimonio e della famiglia, come anche nel seno di altre società, come quelle di mestiere, quelle professionali, quelle ideologiche e altre, tutte di carattere privato. I terzi e gli ultimi sono quelli che realizziamo in rapporto con la società municipale e le altre società territoriali, che sono tutte di carattere pubblico.

Ebbene, la unità sostanziale che è l’uomo, primo soggetto e fondamento di ogni società, è l’unico essere che ha la capacità di conoscere, di agire e di creare il proprio essere personale, anzitutto sulla base della essenza ricevuta, come anche di conoscere gli altri esseri – persone, società e cose -, di agire e di creare con essi realtà nuove, in modo tale che la perfezione della società e delle cose è un effetto della perfezione degli uomini che la compongono, perfezione umana che possiamo denominare felicità, che è il primo obiettivo cui tende l’essere umano; così, allora, nella perfezione degli atti monastici risiede il primo fattore morale e l’origine del principio di sussidiarietà.

L’uomo è un essere sociale, meglio: familiare, poiché lo è inizialmente e in modo progressivo a partire dalla famiglia, nella quale, da quando nasce, si lega in primo luogo nel focolare con i suoi genitori e fratelli, e anche prima di nascere, dal suo concepimento con sua madre nel seno materno; dopo, e già fuori dal focolare domestico, con altre persone, nella scuola e in altri centri di studio, nel lavoro e in altre attività, il cui insieme di legami costituisce la società civile; così, allora, nella perfezione degli atti domestici risiede il secondo l’attore morale del principio di sussidiarietà, poiché la perfezione della società maggiore ha la sua causa immediata o prossima nella perfezione della società minore che la precede.

Da ultimo, l’uomo è un essere sociale nel senso di politico o pubblico, perché, attraverso la comunanza di origine, di natura e di fine di tutti gli uomini, l’essere umano tende a costituire società territoriali o pubbliche, che sono universali in quanto al fine cui tende, per il fatto che ne ha bisogno per conquistare la sua perfezione naturale, che senza di esse, in modo speciale il municipio, sarebbe gravemente pregiudicata; così, allora, nella perfezione degli atti politici risiede il terzo e ultimo fattore morale del principio di sussidiarietà, poiché lo completa come suo risultato finale.

Riassumendo, il fattore morale risiede nella potenzialità e nella necessità della perfezione dell’uomo, in primo luogo come essere in sé o individualmente considerato, e in secondo luogo come essere sociale, o perfezione delle diverse società che egli costituisce, cominciando da quelle che gli sono esistenzialmente più prossime.

Il fattore economico è l’ultimo di quelli che formano la causa originaria del principio di sussidiarietà.

Intendiamo con economia l’ordine creato – effetto dell’azione diretta dalla conoscenza – della casa o del loco lare di un essere determinato, sia esso l’essere stesso dell’uomo, l’ambito e il contenuto di bene di cui necessita una società, sia esso il matrimonio, una famiglia, un laboratorio, Una scuola, ecc., per conseguire la sua pienezza in quanto essere. Questo ambito e contenuto non è esclusivamente né principalmente materiale, ma, al contrario, è principalmente spirituale e secondariamente materiale.

Questo ordine creato è tanto più efficiente per il bene comune della società universale, in tanto in quanto sia il più possibile vasto, profondo e stabile, in primo luogo, nel focolare che è lo stesso essere umano, conquistato da atti di personale decisione, e in secondo luogo in tutte le società come sue progressive applicazioni ed effetti.

L’essere umano, a causa delle sue limitazioni, è più efficace nell’ordinare un ambito ridotto e nel conquistare i beni specifici dello stesso, in modo tale che l’ordine universale è più conquistabile se si favorisce che l’uomo e le società più vicine a lui abbiano la competenza per ordinarsi da sé stesse indipendentemente dalle società più vaste e superiori.

Riassumendo, il fattore economico risiede nella agevolazione o efficacia che possiede l’essere umano per creare con maggiore perfezione opere culturali esterne all’io di ogni uomo – siano esse di ordine religioso, filosofico, letterario, scientifico e tecnico -, quando agisce liberamente, cioè mosso da un impulso creatore interno e personale. L’uomo libero è più responsabile, creatore ed efficace dello schiavo, o di quello sottomesso a limitazioni o a pressioni che lo snaturano.

 

6. La causa finale del principio di sussidiarietà

L’obiettivo del principio di sussidiarietà, dopo quanto detto, risulta facilmente coglibile, poiché il fine di un essere è l’effetto delle sue cause materiale e formale.

In esso possiamo distinguere tre aspetti che si riferiscono agli esseri, che costituiscono la causa materiale del principio di sussidiarietà, al suo operare e alla sua creatività o perfezione.

Quanto al primo, consiste nel permettere che l’uomo costituisca tutte le società che desidera, purché, quanto ai loro fini e ai loro mezzi, siano conformi con la sua stessa natura, permesso che, come è ovvio, deve essere accompagnato dalla difesa della esistenza di esse, compito che deve svolgere la società superiore o più vasta nei confronti di quella inferiore o più ridotta.

Quanto al secondo, consiste nel difendere la libertà di azione dell’essere umano e delle società che costituisca perché quello e queste possano svilupparsi secondo le loro essenze e i loro fini propri, rendendo così possibile a tutti gli esseri umani di dispiegare la loro potenzialità creatrice e la loro responsabilità sociale, secondo il grado e la specie delle loro rispettive vocazioni personali, sia nella famiglia che nel municipio, nella associazione professionale, di mestiere, ecc.

Quanto al terzo, che è la conclusione dei due precedenti, consiste nel difendere la perfezione dell’uomo e di tutte le società che costituisca; perfezione nella quale si compie l’essere e l’agire di tutti gli enti che compongono la società universale; perfezione che si identifica con il bene comune del genere umano. Questa perfezione dell’essere umano e di tutte le società consiste nella piena realizzazione della essenza di quello e di queste, conseguita attraverso il mezzo più perfetto, che è l’impulso che nasce dall’intimo di ogni essere, sia esso l’uomo o qualsiasi società, come il matrimonio, la famiglia, il municipio, la corporazione di mestiere, ecc., in modo libero, come frutto della conoscenza della propria vocazione personale e sociale, che come  magnete spinge all’azione per conquistare la perfezione dell’essere.

 

7. Definizione del principio di sussidiarietà

Per definire che cosa è il principio di sussidiarietà è necessario tenere presenti le seguenti premesse:

a. La società – e tanto più quanto più è universale – è formata da soggetti diversi, di diversa essenza e fine;

b. tra tutti questi deve esistere un ordine, derivato dalle essenze e dai fini dei diversi componenti della società: 

c. a ciascuno di essi corrisponde una perfezione specifica, che deriva dalle loro particolari essenze;

d. per conquistare la perfezione corrispondente a ciascuno – alla quale giungono attraverso la esecuzione di atti realizzati per conoscenza, deliberazione e decisione in ciascuno dei membri della società – vi deve essere una priorità di alcuni rispetto ad altri nella esecuzione o stessi; e

e. il bene comune della società universale è il bene o la perfezione particolare delle persone e delle società che la formano.

Secondo i cinque punti indicati, possiamo dare una definizione del principio di sussidiarietà ed è questa: autonomia dell’uomo e della società inferiore rispetto a quella superiore per proiettarsi nella esistenza secondo la propria essenza, che permette la perfezione di ciascuno dei componenti della società e la perfezione di questa come totalità.

 

8. Teoria e pratica del principio di sussidiarietà

Il principio di sussidiarietà può essere osservato secondo due diversi livelli: quello dei princìpi o della formulazione teorica e quello della applicazione a una realtà sociale determinata.

Per quanto si riferisce al primo livello, lo abbiamo già fatto e speriamo con la sufficiente chiarezza, così che la nostra visione di esso non sia fraintesa.

Per quanto si riferisce al secondo livello, è necessario dire due parole su questo aspetto vitale del principio di sussidiarietà.

In conseguenza della realtà storica dell’uomo, cioè per il fatto che è una unità sostanziale corporeo-spirituale dotata di libertà – che chiamiamo libertà possibile per distinguerla dalla libertà morale -, egli possiede la capacità di compiere atti meritori che lo avvicinino alla sua perfezione, come pure di eseguire atti «demeritori» che lo avvicinino alla sua «defezione». Questa realtà storica è specifica di ogni essere umano di tutti i tempi e di tutti i luoghi e impregna dei suoi effetti positivi o negativi tutte le società che egli costituisce.

Per questo è successo e succede che l’uomo e le diverse società non vengono a esistenza secondo le loro essenze specifiche o ideali di essere, ma che, al contrario, si allontanino in misura maggiore o minore dall’ideale corrispondente a ciascun essere; in questo ultimo caso la realtà di esso – uomo e società – sarà inferiore all’ideale che a esso appartiene e che rappresenta il suo fine o perfezione specifica, sino a giungere anche a essere la esistenza dell’uomo e della società una caricatura grottesca della essenza che è propria a quello e a questa.

Ebbene, a un uomo e a una società che errino nella realizzazione dei loro ideali di essere – ideale che non dipende dall’arbitrio umano, ma che nasce dalla essenza stessa che l’uomo ha ricevuto da Dio – il principio di sussidiarietà non potrebbe essere applicato nella sua integrità, cioè potrà essere applicato, a quello e a questa, in quegli aspetti delle loro attività in cui agiscono in modo autonomo, ma l’autorità civile deve cercare, come primo obiettivo del suo agire, di ottenere che i suoi sudditi conquistino detta autonomia, perché così quello e questa conseguono la realizzazione delle loro rispettive essenze.

Conviene notare un punto di fondamentale importanza in questo aspetto della applicazione del principio di sussidiarietà, e cioè quello della prova del difetto o della mancanza di attualizzazione della o delle potenze dei membri della società; l’onere della prova ricade sull’autorità civile e, in generale, sul superiore al soggetto del possibile difetto o della possibile mancanza, e perciò si deve supporre, come presunzione legale, che l’uomo e la società sono efficienti e attualizzano le loro potenze creatrici, unico mezzo per evitare che l’autorità schiacci i sudditi e le società minori o intermedie e assorba tutte le attività individuali e sociali, dirigendole nella loro forma e nel loro contenuto.

 

9. Importanza del principio di sussidiarietà

La importanza che ha il principio di sussidiarietà è grande e fondamentale; è il principio o la legge della autonomia o della libertà delle persone e della società inferiore di fronte a quella superiore, inteso non nel modo liberale e ancora meno nel modo marxista, ma nel modo cristiano cattolico, secondo il quale è permesso all’uomo proiettare la sua vita in conformità con la vocazione personale ricevuta da Dio, davanti al quale deve rendere conto della amministrazione della sua vita, per la cui proiezione può creare, in quanto causa seconda di Dio, società che siano analoghe alla società divina, conquistare il suo bene specifico naturale e soprannaturale e il bene comune naturale e soprannaturale della società universale degli uomini.

Noi, che per grazia di Dio godiamo dell’immeritato dono della fede, pensiamo che il principio di sussidiarietà – principio inamovibile e immutabile della filosofia sociale, secondo la definizione di S.S. Pio XI nella enciclica Quadragesimo anno – non può essere pensato né applicato integralmente senza l’aiuto di Dio, da cui provengono ogni verità e ogni bene, poiché esso permette all’uomo, che è un semplice privato o suddito e che risponde soltanto per sé stesso, come anche, e in modo speciale, a chi è autorità di una società e, a maggiore ragione, a chi lo è della più vasta società civile o religiosa, di conoscere e di realizzare la verità e il bene nelle loro dimensioni più ampie e profonde, che a molti di noi sfuggono a causa limitazione e del difetto del nostro intelletto e della nostra volontà.

La ignoranza e la conseguente non applicazione del principio di sussidiarietà e, in misura minore, la sua applicazione imperfetta, sono, in modo proporzionale, sinonimi dello schiacciamento dell’uomo e della società da parte dell’autorità, sia essa il padre di famiglia oppure l’autorità civile. Se questo accade e nella misura in cui accade, significa che una tale società è retta dalla forza fisica imposta dagli uomini come norma ordinaria di governo piuttosto che da norme di ragione, poiché la violenza è l’unica forza che può, anche se non indefinitamente, schiacciare la ragione che nasce con potenza irresistibile dalla natura umana per governare gli uomini e i popoli, e che reclama libertà per agire e conseguire la sua pienezza.

 

10. L’applicazione del principio di sussidiarietà nella storia

Anche se il principio di sussidiarietà è stato formulato come tale in data recente, questo non significa che prima non fosse presente, con vigore maggiore o minore, nella storia sociale e politica. Facciamo riferimento alla storia della società occidentale, che ha all’origine la città di Roma.

La storia della società occidentale si divide in tempi o età, che sono l’Età Antica, il Medioevo, l’Età Moderna e l’Età Contemporanea.

L’Età Antica comincia con la fondazione di Roma nel 754 a. C. e termina nel 476 d. C. con la caduta dell’impero romano d’Occidente; in essa si distinguono quattro periodi, che sono quello della monarchia, quello della repubblica, quello dell’Alto Impero o principato e quello del Basso Impero o dominato.

In questi quattro periodi il principio di sussidiarietà fu applicato durante la repubblica e fino a metà del secolo II, tempo che coincide con l’epoca della maggiore grandezza di Roma; poi, e sino alla caduta dell’impero, l’applicazione di questo principio viene progressivamente abbandonata e l’autorità civile Stato comincia ad assorbire la società, a dominarla, dirigendo persino le attività più private dei cittadini, fino a che questi perdono ogni autonomia; è il tempo dell’assolutismo statale, coincidente con la maggiore decadenza di Roma che culmina con la scomparsa dell’impero d’Occidente, come castigo, in parte, del suo peccato di non avere rispettato l’inamovibile e immutabile principio di sussidiarietà.

Il Medioevo comincia con i regni germanici che succedono nel potere allo scomparso impero romano d’Occidente e si estende fino al tramonto del secolo XV; in esso si distinguono tre periodi, che sono il primo Medioevo, l’Alto Medioevo e il Basso Medioevo.

In questi tre periodi il principio di sussidiarietà fu applicato durante l’Alto Medioevo o Cristianità, che si stende dal secolo IX o X al XIII, tempo che fu il culmine, o l’alba dell’epoca precedente, nella quale fu conservato con sacrificio il patrimonio culturale anteriore e furono seminate credenze e idee che nell’Alto Medioevo avrebbero prodotto splendido frutto; poi, dal secolo XIV al termine del XV, periodo che si può considerare di transizione, il principio di sussidiarietà comincia a essere progressivamente abbandonato, ma senza che questo fatto, insieme ad altri fattori connessi, provochi nel secolo XV il disastro del secolo VI con la caduta dell’impero romano d’Occidente.

L’Età Moderna comincia nel secolo XVI con lo scisma religioso d’Occidente, che divide la cristianità in due blocchi, uno cristiano cattolico e l’altro cristiano protestante e termina con l’inizio della prima guerra mondiale nell’anno 1914; in essa si distinguono due periodi: il primo si stende dal secolo XVI fino al secolo XVIII e il secondo comprende tutto il secolo XIX fino al citato anno 1914.

Il primo è caratterizzato dalla trionfante accentuazione della corrente statalistica, che era sorta nell’ultima tappa della età precedente e che in questo trova il suo vertice e la sua applicazione più estesa; il secondo è caratterizzato proprio dal segno contrario, dal più sfrenato individualismo o disarticolazione della vita sociale; si produsse ciò che in psicologia si denomina reazione pendolare: da un estremo si passa bruscamente a un estremo opposto.

Ebbene, entrambi i periodi della Età Moderna hanno in comune il fatto che in nessuno di essi e stato applicato il principio di sussidiarietà, perché è assente dalle concezioni o princìpi che fondano le dottrine sociali e politiche dello statalismo e dell’individualismo, che sono state successivamente applicate come rimedio ai mali che colpivano la società delle rispettive epoche.

In questa dimenticanza sta la radice, non esclusiva. Ma molto importante, dei mali di tutta l’Età Moderna, che termina senza risolverli con la catastrofe della prima guerra mondiale.

Il ricordo di quanto accade nella Età Contemporanea, che è la nostra, lo lasciamo per il paragrafo seguente, e finale, del nostro studio.

 

11. Il crocevia attuale

Il nostro tempo, forse come nessun altro nella storia del mondo occidentale, si caratterizza come un tempo di violenza e di rivoluzione; questa violenza e questa rivoluzione non colpiscono soltanto la vita sociale, ma anche la intimità stessa dell’uomo, il che si manifesta nella pretesa di una dottrina di volere formare un nuovo tipo di uomo, chiamato da esso alla rivoluzione e alla violenza come metodo adeguato per conseguire tale fine.

È certamente necessario formare un nuovo tipo di uomo che sia capace di creare un nuovo tipo di società, ma questo nuovo tipo di uomo non può essere quello individualista e razionalista del passato, e ancora meno quello che ne costituisce la necessaria conseguenza, cioè quello collettivista e materialista del presente.

La nostra è un’epoca di violenza e di rivoluzione proprio perché hanno successivamente predominato entrambi questi tipi di uomo, senza che nessuno di essi abbia risolto – perché le soluzioni che favoriscono sono radicalmente false – i problemi che tormentano l’umanità.

La soluzione individualista e razionalista è falsa perché divinizza l’uomo, lo svincola consapevolmente dalle realtà sociali e materiali, e si disinteressa di quelle soprannaturali, e lo costruisce su fondamenti tanto falsi quanto esagerati, che preparano la sua fulminea caduta, come di fatto è successo.

La soluzione collettivista e materialista è falsa perché abbassa l’uomo alla condizione di materia organizzata con un moto che si deve ritmare su quello della materia inorganica, lo svincola consapevolmente dalle realtà soprannaturali e metafisiche, perché le nega e si disinteressa – per dire il meno – di quelle sociali e individuali: a essa interessa soltanto il materiale retto dall’economico; lo massifica e lo abbassa su fondamenti tanto falsi quanto esagerati, che preparano negli uomini ansie di elevazione, di dignificazione, come in effetti oggi sta accadendo.

Il crocevia attuale consiste nel fatto che siamo di fronte, di fatto, alla alternativa di scegliere – terminata ormai la recita, nel grande teatro del mondo, dell’uomo individualista e razionalista – tra l’uomo collettivista e materialista – che, come un miraggio, attrae molti e che si impone con la forza di una brutale repressione senza limiti – e l’uomo che abbiamo definito come unità sostanziale corporeo-spirituale.

La soluzione del problema della violenza e della rivoluzione può darla solamente quest’ultimo tipo d’uomo, perché unisce in sé stesso i due aspetti o poli che costituiscono l’unità dell’essere umano, a condizione che, e questo è fondamentale, riconosca la dimensione verticale del suo essere, che lo lega a Dio, da cui proviene e al quale deve andare, oltre che la dimensione orizzontale o sociale della sua persona.

È necessario educare l’uomo partendo perciò dalla sua stessa essenza, bisogna ricavare l’essere umano perfetto e la società perfetta dalla potenzialità della natura umana di ogni individuo, unico modo per risolvere i gravi problemi del nostro tempo.

In questo compito la funzione del diritto e degli uomini di legge è molto importante, poiché la loro missione è quella di riconoscere e di dare a ciascuno il suo, ma dobbiamo riconoscere con umiltà e con gioia che la più importante è la funzione che spetta alla Chiesa cattolica e a quanti partecipano attivamente alla sua missione docente. Ci spieghiamo.

Il principio di sussidiarietà affonda le sue radici nella natura stessa dell’uomo e perciò possiamo conoscerlo con le sole forze del nostro intelletto naturale e applicarlo anche se non integralmente – con la sola nostra volontà naturale, anche se entrambi non esistono completamente svincolati dall’aiuto di Dio, ma, a causa della nostra reale condizione di uomini che portano in sé stessi il segno e gli effetti del peccato originale, che ha debilitato il nostro intelletto e la nostra volontà e che ci fa inclini a cadere nella triplice tentazione – la più attraente per noi, quella del potere, della ricchezza e della gloria – abbiamo sempre bisogno – e oggi molto più di prima – di un profondo legame, intimo, personale con Dio, che ci permetta di ricevere più luce nel nostro intelletto e più forza nella nostra volontà, per conoscere e applicare meglio il principio di sussidiarietà, che è principio fondamentale della vera e buona organizzazione sociale.

In questo compito la missione della Chiesa cattolica – che attraverso uno dei suoi Pontefici ha formulato e ha presentato alla umanità il principio ricordato – è oggi come ieri, all’inizio, – quando è stata forgiata la cultura occidentale, della massima importanza.

Ieri, alla caduta della cultura antica, fu essa a educare l’uomo occidentale e quello che arrivava dal nord e dall’oriente, e, con elementi culturali provenienti da diverse latitudini, amalgamò la cultura occidentale; oggi, mentre l’Occidente e il mondo intero sono sconvolti e cercano un nuovo ordine che risolva i problemi ereditati e quelli nati nel presente, essa è l’unica, purché sia fedele alla missione che le è stata affidata, che, con il suo spirito che le dà forma e la vivifica, per il suo fine, come pure per i mezzi con cui deve lavorare, può educare l’uomo di oggi, come lo ha fatto nel passato, per fare di lui un vero uomo e non una caricatura di esso, che salvi da una grave caduta non soltanto l’Occidente, ma il mondo intero.

Hugo Tagle Martínez

 

Note:

(1) Cfr. REAL ACADEMIA ESPAÑOLA, Diccionario de la lengua española, 19ª ed., Madrid 1970, voce subsidiario.

(2) Cfr. Diccionario del Uso del Español, a cura di Maria Moliner, Editorial Gredos S.A., Madrid 1966, voci subsidio e subsidiario.

(3) PIO XI, Enciclica Quadragesimo anno, del 15-5-1931, in Le encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII (1854-1956), a cura di Igino Giordani, 4ª ed. corretta e aumentata, Studium, Roma 1956, p. 462.

(4) PIO XII, Lettera al prof. comm. Carlo Flory, presidente delle Semaines Sociales de France, in occasione della 34ª Settimana Sociale, del 18-7-1947, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. IX, p. 592.

(5) GIOVANNI XXIII, Enciclica Mater et Magistra, del 15-5-1961, in Grandi encicliche sociali, a cura di p. Reginaldo Iannarone O.P., 6ª ed. ampliata, rifatta e aggiornata, Edizioni Domenicane Italiane, Napoli 1972, p. 276.

 

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