Il «problema politico italiano» e il «problema politico dei cattolici italiani»: no al «fronte popolare» versione anni 1990

In una transizione al «nuovo» che è piuttosto una metamorfosi del «vecchio»
Giovanni Cantoni 27 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 223 (1993)

 

Il «problema politico italiano» e il «problema politico dei cattolici italiani»: no al «fronte popolare» versione anni 1990

 

Considerazioni sulle emergenze e sulle priorità nella vita politica italiana dopo i ri­sultati delle elezioni amministrative del 21 novembre 1993 e del ballottaggio del 5 dicembre.

1. Gli avvenimenti che hanno interessato — e vanno in­teressando — visibilmente i paesi soggetti a regime di so­cialismo reale a partire dal­­­l’insediamento al potere di Mi­khail Sergheevic Gor­ba­ciov, cioè dal marzo del 1985, so­no la premessa remota dei mutamenti politici in corso in Italia. Questi cambiamenti si vengono rea­lizzando dal­l’ultima fase del­­la presidenza di Francesco Cossiga, quin­di dai giorni immediatamente precedenti la tornata elet­torale del 5 aprile 1992, cioè dall’esordio dell’operazio­ne giudiziaria detta Mani Pulite.

2. Tali avvenimenti permettono di identificare anzitutto un «problema politico italiano», il cui profilo istituziona­le è stato ampiamente definito dalla consultazione re­­ferendaria del 18 aprile 1993, che viene segnando in mo­do rilevante la vita politica nazionale attraverso gli esi­ti delle consultazioni seguite al referendum, quindi dal­la riforma elettorale, approvata dai due rami del par­lamento il 3 e il 4 agosto 1993 e, da allora, in via di de­finizione operativa e di regolamen­ta­zio­ne.

3. Quanto alle conseguenze dell’esito referendario e del nuovo regime elettorale, forse, finalmente, si comincia a vedere, quindi — non resta che sperarlo — a capire qual­­­cosa. Infatti, i risultati elettorali di domenica 5 di­cembre 1993 hanno perfezionato, ove era necessario, quel­li del 21 novembre — interessanti circa undici mi­lioni di elettori — e si è prodotto un autentico terremoto, sì che le incertezze interpretative sopravviventi possono essere so­lamente poche, più frutto di vel­lei­ta­ri­smi — cioè degli at­teggiamenti di quanti vorrebbero che le cose fos­sero andate e, soprattutto, andassero di­versamente, contra fac­tum, contro l’evidenza — che di possibili frain­ten­di­men­ti.

Infatti — ancora — la consultazione referendaria del 18 aprile 1993 è stata certamente importante e pro­mossa con l’intenzione esplicita di mutare un parame­tro significativo della vita politica nazionale, quello re­lativo alle regole del gioco appunto in cam­po elettorale. Men­tre il regime elettorale precedente era caratterizzato dal­l’aspirazione a una rappresentanza articolata, o almeno abbastanza dettagliata e specializzata, del corpo sociale, e tale articolazione e tale dettaglio erano talora assunti ad­dirittura come misure della cosiddetta «democraticità» del sistema, questi possibili articolazione e dettaglio so­no venuti meno. Il nuovo metro della democraticità è ora la governabilità e la competizione è stata ridotta a un aut aut, a un segnale molto sintetico e molto drastico, in per­fetta con­formità con la pratica propagandistica che ope­ra sulla base dei «riflessi condizionati», identificati e accuratamente de­scritti da Ivan Petrovic Pavlov all’inizio del secolo XX.

4. Perciò il nuovo sistema denuncia — per chi sappia leggerne il messaggio globale — che lo strumento del potere non certo quanto all’esercizio, ma quanto all’origine, alla legittimità, non è più il consenso di qualche durata ottenuto attraverso le «famiglie ideologiche», cioè i partiti politici, ma si esprime nella suggestione, nell’orientamento episodico e precario attraverso i mass media; e che il gestore quasi immediato del potere non è più chi fi­nanzia gli esponenti e gli apparati di partito, ma il capitalista del mondo dell’informazione, il capitalista dei mass media (1).

Comunque stiano le cose — e al di qua di ogni analisi che potrebbe, ingiustamente, essere considerata come troppo raffinata —, agli occhi del cosiddetto «uomo della strada» sembra essere venuta meno la possibilità del trionfo dei «disonesti»: di fatto, dal voto di scambio fra elettori ed eligendo, con la mediazione di capibastone partitici, si passa alla «politica spettacolo», dove lo scambio vede solo due protagonisti, il gestore della scena e l’attore politico, dal momento che gli elettori vengono derubricati a indotto, a audience. Così il voto di scambio passa a vedere come protagonisti non più gli «elettori organizzati» ma i «grandi elettori».

5. In queste condizioni, rilevano altre conseguenze, non ugualmente apprezzate dalle «vittime» della riforma e — quanto al concreto — sembra persino da pro­motori verbali di essa. La maggiore di queste conseguenze è costituita dal fatto che il sistema maggioritario è un sistema finalmente binario, cioè un sistema polarizzante, perciò tale da drammatizzare la vita politica, quindi da vanificare il centro della rappresentanza parlamentare.

Se si hanno presenti le numerose condizioni che già con­giuravano, nella fase vigente della vita politica na­zio­na­l­e, a determinare la debolezza del­l’esta­bli­s­hment, cioè del centro costituito da chiunque governi — infatti, si go­­verna sempre al centro, cioè sempre in una faticosa e pre­caria situazione di equilibrio fra forze contrastanti —, si capisce come tale centro sia ancor più facilmente scomparso e costituisca l’araba fenice di queste settimane post­elet­to­rali per relazione alla tornata amministrativa appena realizzata, e di questi mesi preelettorali per rapporto alla ormai imminente tornata politica.

6. Ma, se tutto questo era prevedibile in una misura non piccola, se la radica­liz­za­zio­ne era in rebus, «nelle cose», cioè nel sistema elettorale adottato, anche chi era conscio della tesi, cioè della situazione che si sarebbe necessariamente venuta a creare, forse sperava che le medesime «cose» poi, in ipotesi, andassero diversamente, cioè sperava che il sistema avrebbe visto immediatamente rappresentare l’alternativa ai vincitori da parte dei classici «ladri di Pisa». Tutti conoscono l’espressione secondo cui «il Diavolo fa le pentole, ma non i coperchi», espressione con cui si indica l’eterogeneità delle conseguenze rispetto agli atti compiuti, sia sul piano individuale che su quello dei gruppi umani, grandi o piccoli che siano: ebbene, nel quadro definito da tale espressione, si può affermare che chi ha fatto le pentole sembra aver sbagliato la misura dei coperchi, anche se è difficile indicare lo scarto dell’incastro. Comunque, sono particolarmente patetici coloro che, siccome non sono arrivati almeno secondi nella prima tornata amministrativa, quindi sono stati esclusi dal ballottaggio, perciò sono divenuti nostalgici di un gioco diverso, possibilmente di un «gioco a tre», e vanno fan­tasticando di un centro in un sistema nato per eli­minarlo certamente di fatto, ma anche di principio.

7. A questo punto, non intendo assolutamente tessere un ambiguo e demagogico elogio degli elettori italiani che avrebbero «colto» straordinarie sottigliezze sfuggite ai politici di professione, se non ai politologi, quando — nella migliore delle ipotesi — si può parlare di un’intuizione «da rigetto», dove la parte della razionalità è abbondantemente, se non totalmente, assente. E non è neppure mia intenzione accreditare come straordinariamente rilevante una «diversità», quella del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale e della Lega Nord — tutta da verificare, soprattutto, se non esclusivamente, nel caso della seconda —, ma non posso non registrare con gioia che le cose non sono andate completamente e visibilmente secondo i desiderata dei gestori del potere, informativo e non.

8. A questo punto — ancora — per gli elettori si apre un periodo di indispensabile riflessione e di verifica:

a. in primo luogo, la riflessione deve riguardare quanto è accaduto, nello sforzo di ricavare dal fatto lumi sulle nuove regole elettorali e sulle intenzioni di chi le ha promosse, oltre l’enfatico e ingannevole «per cambiare»;

b. in secondo luogo, la verifica deve portarsi su chi è in concreto protagonista dell’alternativa istituzionalizzata, per esaminarne con attenzione e con prudenza programmi e progetti, prima di affidare tutte le parti del gioco agli esponenti dello stesso establishment.

9. Ma a ogni riflessione e a ogni verifica è non meno indispensabile premettere l’esame dei vincitori definitivi della tornata elettorale di domenica 21 novembre, poi di domenica 5 dicembre 1993, cioè delle forze cosiddette «progressiste», allo scopo ricuperando vecchie categorie della vita politica, Destra e Sinistra, che, buttate fuori dalla porta con l’operazione «fine delle ideologie», sembrano rientrare prepotentemente dalla finestra.

Infatti, pur rimandando ad altra occasione l’esame della differenza sostanziale fra ideologia e dottrina, non si può non rilevare l’indispensabile sopravvivenza, in ogni giudizio, di parametri almeno impliciti, e il fatto che il giudizio sia premessa — di nuovo, almeno implicita — di ogni azione.

Dunque, quanto è cominciato con il formale proposito di «cambiare», la cui ambiguità era per altro ben segnalata dalla mancanza di un complemento oggetto nell’uso di un verbo transitivo, cioè nella non indicazione del «che cosa» cambiare, e che sta rivelando come il cam­biamento sia solamente tecnico e non sostanziale, verifica il peggior «gattopardismo» in quanto si è mutato so­la­men­­te il «come». Infatti, proprio da un punto di vista sostanziale, ci si trova di fronte a una restaurazione terribile, in quanto non consiste nel riaffermare l’accettazione del settimo e del de­­cimo comandamento, «non rubare» e «non desiderare la roba d’altri», ma nel rifiutare il fondamento di tutto il decalogo, «Io sono il Signore Dio tuo».

Si tratta di un’affermazione infondata e dell’espressione di una retorica di dubbio gusto? Sostengo proprio e assolutamente di no.

Infatti, dopo l’identificazione e l’emarginazione dei «ladri di regime partitico» e di quelli — più all’antica — pro domo sua, la forza trainante della vita politica italiana è la sinistra, che ha trionfato il 5 dicembre 1993. Così, coloro che dovrebbero patire un’emar­gi­na­zio­ne almeno identica a quella dei «ladri di regime», in quan­to colpevoli moralmente e politicamente, quando non anche giuri­di­camente, dei guasti di cui soffre il popolo italiano, guasti che sono ben lungi dall’essere soltanto economici e riducibili a malversazioni contabili, quanti hanno promosso e guidato il vilipendio e l’offesa pluridecennali di tutti gli altri comandamenti — quando non anche del settimo e del decimo — salgono sulle spoglie di chi ha violato il settimo e il decimo comandamento e di questo gesto fanno la base teatrale per riproporre il loro vec­chiume, in una versione ancora e inevitabilmente più putrida.

Infatti — ancora — la forza trainante della vita po­litica italiana presenta ben poche novità: si tratta, molto sempli­ce­mente e molto evidentemente, del prodotto, in un’edizio­ne aggiornata agli anni 1990, della strategia dei cosiddetti «fronti popolari» — in auge negli anni 1930 —, attraverso i quali si costruisce una sorta di fascio, egemonizzato dal partito comunista nelle sue più recenti articolazioni par­titiche maliziose — il Partito Democratico della Si­nistra e Rifondazione Comunista, le «colombe» e i «fal­chi», i «giovani» e i «vecchi», i «pragmatici» e gli «idea­listi» —, nonostante i suoi minimi elettorali sto­rici; il tutto mutatis mutandis, cioè con i tratti del «pen­siero debole», del relativismo, del «partito radicale di massa».

10. Dopo cinquant’anni — ma il punto di partenza po­trebbe essere ben precedente — di un’azione politica che ha reso «legale» tutto quanto è immorale, lascio che i sofisti «laici» giochino con le parole e decidano chi è con­servatore e chi è progressista, se chi vuole conservare lo status quo oppure mutarlo radicalmente; allo stesso mo­do, lascio che i so­­fisti «clericali» manipolino irrespon­sa­bilmente o colpevolmente solida­rie­tà e sus­si­dia­rie­tà per coprire il solito utopismo, che secondo il più vieto luogo comune sarebbe obbligatoriamente «generoso», anche quando sfocia — per esempio — nella teo­­riz­za­zio­ne e nella pratica del terrorismo; ma non in­tendo transigere sui contenuti: se quanto sta trionfando è il «vecchio», è ora di passare al «nuovo»; se è il «nuovo», è ora di tornare al «vecchio»; tertium non datur.

11. Nel quadro del «problema politico degli italiani» si situa, non meno grave e non meno bisognoso di riflessione, anche il «problema politico dei cattolici italiani», il cui esame è fattualmente favorito dal crollo elettorale della Democrazia Cristiana, annientata con il centro, e necessita di serenità e di attenzione, elementi entrambi vistosamente assenti nella situazione. In queste condizioni, la prudenza consiglia di affrontare il pro­blema che maggiormente urge, quello costituito dal con­tenimento dell’ondata di sinistra, aggiornando ogni al­tra decisione a tempi migliori, non certamente per affossare il problema — la specificità politica dell’esse­re cattolici e l’essere cattolici nella storia d’Italia —, ma sfruttando il tempo a disposizione come tempus meditandi et lugendi, come «tempo di meditazione e di pianto», per cui non manca certamente la materia.

12. Le considerazioni precedenti costituiscono conferma della puntualità del manifesto Un’azione umana e cristiana per ricostruire l’identità del popolo italiano, lanciato da Alleanza Cattolica il 4 ottobre 1993 (2), al quale si è aggiunto — reso pubblico il 30 novembre — l’appello elettorale Di fronte al ballottaggio amministrativo del 5 dicembre 1993(3).

Infatti il manifesto costituisce documento che non pre­lude alla costituzione di nessun nuovo soggetto par­titico, ma vuole solamente essere promemoria di mas­sima per riflessioni di singoli e piattaforma irrinun­cia­­bile per riflessioni di gruppi informali oppure già or­­ga­nizzati; e l’appello elettorale ha indicato, e può indicare, la via da battere certamente nel breve periodo. E quello che separa dalle elezioni politiche non è certo un tempo lun­go.

Giovanni Cantoni

 

Nota:

(1) Discorso a parte — sia detto di passaggio — meriterebbe il rapporto fra il capitalismo dell’informazione — il capitalismo del terziario per eccellenza — e quello produttivo, quello industriale, cioè il capitalismo del secondario; e, a proposito di questo rapporto, sarebbe illuminante istituire ed esaminare l’analogia con quello fra i servizi segreti e la nomenklatura nei regimi di socialismo reale: sul punto, cfr. Vladimir Volkoff, Il Montaggio, trad. it., Rizzoli, Milano 1983, pp. 221-222, dove si può leggere: «Non si possono usare dei bugiardi di professione senza dare loro il monopolio della verità».

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