Implicazioni politiche dell’«ecumenismo»

Giovanni Cantoni 36 anni fa
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Giovanni CantoniCristianità n. 114 (1984)

 

Implicazioni politiche dell’«ecumenismo»

 

Non intendo assolutamente entrare nel merito di quel fenomeno complesso e articolato, che cade sotto il nome cumulativo di «ecumenismo». In proposito, credo sarebbe di straordinaria utilità una accurata classificazione delle sue componenti, che, sola, permetterebbe forse una corretta valutazione di fatti molteplici e spesso, per dire il meno, ambigui, che si susseguono a turbare le sempre più ridotte certezze non solo degli uomini simpliciter, ma degli stessi fedeli cattolici. In attesa di questa benefica chiarificazione, ho però sempre tenuto e tengo un atteggiamento di confessata diffidenza verso i «fatti ecumenici», facendo una eccezione motivata e meditata esclusivamente per quanto, e non da ieri, è stato definito, con formula felice, «comunione di sofferenze», una sorta di «ecumenismo del sangue», prodotto dalla persecuzione socialcomunistica contro ogni realtà religiosa.

Esattamente cinquant’anni fa Gonzague de Reynold scriveva, infatti, che «durante e dopo la guerra» – e il riferimento era al primo conflitto mondiale – «tutte le Chiese hanno sofferto, hanno sofferto insieme. Esse – aggiungeva con tragica chiaroveggenza, come sanno quanti non si lasciano ingannare dalla «congiura del silenzio» (1) – dovranno soffrire ancora. Questa comunione di sofferenze è una caparra di unità: è già unità realizzata nelle anime. Chi sa, per esempio, se la misteriosa Russia, nella quale si elabora un avvenire sconosciuto, non sarà, più avanti, il luogo sacro in cui la unità del cristianesimo si ricostituirà? Joseph de Maistre l’aveva previsto: mi rifugio dietro questo grande nome, per non avere l’aria di profetizzare» (2). E fra le «condizioni preventive» per questo straordinario accadimento poneva «in primo luogo, la coscienza del nemico comune, che è il bolscevismo e il movimento dei senza-Dio; la coscienza del pericolo comune, che è la scristianizzazione progressiva del mondo» (3).

Quanto alla fondatezza della diffidenza che ho sinceramente confessato, ho tra le mani un documento di straordinaria importanza, che ritengo di trascrivere nella sua completezza, per rendere un autentico servizio a quanti sono nella mia stessa condizione, e forse anche a quanti ritengono poco caritatevole «sospettare» degli interlocutori ecumenici in genere. 

Il testo cui faccio riferimento è il discorso pronunciato dal patriarca Pimen durante il rito funebre in suffragio di Jurij Andropov celebrato a Mosca, nella cattedrale dell’Epifania, il 12 febbraio 1984. «Fratelli e sorelle diletti nel Signore – esordisce il maggiore esponente ufficiale della «ortodossia» russa nella Unione Sovietica -, i figli fedeli della Chiesa ortodossa russa sono oggi gravati da un profondo dolore. Condividono infatti con i compatrioti l’amarezza per la grande perdita che ha colpito la nostra Patria: la scomparsa del Presidente del Presidium del Soviet supremo dell’URSS Jurij Vladimirovic Andropov, seguita a lunga e penosa malattia.

«Il nostro popolo ha conosciuto e stimato profondamente Jurij Vladimirovic come uomo di elevate virtù personali, sensibile e attento ai bisogni e alle speranze della gente, totalmente dedito al bene del popolo, sempre teso ad accrescerne il benessere e a promuoverne il progresso spirituale. Al nome di Jurij Vladimirovic sono indissolubilmente legati il perfezionamento della nostra vita sociale, la crescita della potenza economica e difensiva dello stato sovietico, la scelta coerente di una politica estera portatrice di pace.

«Durante l’intero arco della sua vita, in tutte le cariche che ha occupato dagli anni giovanili, Jurij Vladimirovic ha sempre lavorato con grande abnegazione e altruismo, senza risparmiare le forze né la salute. Le doti insigni di Jurij Vladimirovic, le sue elevate qualità spirituali furono messe particolarmente in luce quando gli fu affidata la guida della nostra grande Patria, guida che egli resse con sapienza e dedizione fino all’ultimo respiro.

«I cittadini della nostra Patria e gli uomini di buona volontà di tutta la terra dovranno rendere un grande tributo di riconoscenza a Jurij Vladimirovic, perché si è instancabilmente dedicato a rinsaldare la pace e l’amicizia fra tutti i popoli e gli stati, e ha tenacemente perseguito la demilitarizzazione e la liberazione della terra dal male delle armi atomiche e di altre armi micidiali, e tutto per amore del sacro dono della vita.

«Esprimendo il volere di tutto il nostro popolo – che aborre ogni tentativo di risolvere le controversie con la forza – Jurij Vladimirovic si attenne incrollabilmente ai principi della convivenza pacifica e della collaborazione amichevole con tutti i governi disposti a operare in modo onesto e costruttivo per il bene della pace. Le innumerevoli iniziative e proposte di pace da lui avanzate incontrarono il consenso incondizionato di tutti gli uomini di stato realisti e di tutti gli uomini di buona volontà che, vogliamo crederlo, ricorderanno sempre le parole di Jurij Vladimirovic, così cariche di spirito umanitario: “Il benessere del nostro popolo, la sicurezza dello stato sovietico non si discostano né tanto meno si contrappongono al benessere e alla sicurezza degli altri popoli, delle altre nazioni”.

«Per tutti questi motivi la morte di Jurij Vladimirovic Andropov è un’enorme perdita non solo per il nostro popolo ma per tutte le forze amanti della pace nel mondo. Abbiamo ricevuto innumerevoli telegrammi di cordoglio di vescovi, clero, monaci e laici della nostra Chiesa, ma anche da Primati, esponenti e semplici fedeli di molte Chiese ortodosse locali e di altre confessioni, nonché da varie associazioni di diverse nazioni. Tutti esprimono sentite condoglianze e innalzano preghiere per il defunto.

«Noi ricorderemo eternamente con profonda riconoscenza che Jurij Vladimirovic guardò sempre con benevola comprensione ai bisogni della nostra Chiesa e apprezzò caldamente il nostro servizio patriottico e pacificatore.

«Cari fratelli e sorelle diletti nel Signore, in questi giorni di grande dolore nazionale rendiamo onore religioso a un uomo che ci è stato tanto vicino, che ha reso un servizio inestimabile al popolo e alla Patria. Tutti noi abbiamo subito una grandissima perdita e, mentre preghiamo per il defunto, promettiamo di fare ogni sforzo per promuovere il benessere della Patria e consolidare la pace e la giustizia fra i popoli, causa cui il defunto dedicò la vita.

«Nell’accompagnare lo scomparso nel suo ultimo viaggio, preghiamo fervidamente per lui e crediamo nella forza della preghiera che con umiltà e speranza si eleva al Signore dal profondo dei nostri cuori. La figura luminosa dello scomparso rimarrà per sempre nel nostro grato ricordo.

«Leviamo dunque, miei carissimi, le nostre ferventi preghiere per il compianto Jurij e intoniamo per lui l’eterna memoria”» (4).

Non credo assolutamente che siano necessari commenti di sorta, né che sia il caso di evocare la eredità della autocrazia zaristica raccolta dai sovietici, né quella bizantina e cesaropapistica ricevuta dalla Russia degli zar. Credo, molto semplicemente, che sia invece indispensabile meditare su quali basi si fondi un certo «ecumenismo», e come, per contro, sia oggettivamente fondata e alimentata la diffidenza che confessavo all’inizio: almeno fino a limpida e reiterata chiarificazione, anche a proposito delle implicazioni politiche dell’«ecumenismo» stesso.

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla conferenza episcopale canadese, del 20-9-1984, in L’Osservatore Romano, 22-9- 1984, inserto p. XLVII.

(2) GONZAGUE DE REYNOLD, L’Europe tragique, Spes, Parigi 1934, p. 499.

(3) Ibid., p. 498.

(4) Discorso pronunciato dal patriarca Pimen durante il rito funebre in suffragio di Jurij Andropov, in Rivista del Centro studi Russia Cristiana, anno IX, n. 4 (196), luglio-agosto 1984, pp. 73-74.

 

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