Inferno nelle carceri del Nicaragua

Alleanza Cattolica 34 anni fa
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Lino Hernández, Cristianità n. 141 (1987)

 

Nella circostanziata denuncia del presidente della CPDH, la Commissione Permanente per i Diritti Umani nel paese centroamericano, un quadro d’insieme e particolari raccapriccianti sulle condizioni di migliaia di prigionieri politici del regime sandino-comunista.

 

Per rompere la congiura del silenzio

Inferno nelle carceri del Nicaragua

 

In Nicaragua funzionano tre principali tipi di carceri per prigionieri politici, tutte gestite dal ministero dell’Interno: sono le carceri d’inchiesta della DGSE, la Direccion General de Securidad del Estado, cioè la polizia politica, dette Unità Operative della Sicurezza dello Stato; quindi le carceri generali del Sistema Penitenziario Nazionale, dette «centri di riadattamento sociale», e in terzo luogo le cosiddette «fattorie a regime aperto».

In Nicaragua la polizia politica opera al di sopra delle leggi del paese a partire dalla proclamazione dello stato di emergenza nazionale, il 15 marzo 1982, quando fu sospesa la possibilità di ricorrere all’habeas corpus. Alcune organizzazioni straniere hanno sollecitato il governo sandinista a porre nuovamente in vigore questa possibilità di ricorso per garantire i diritti elementari dei prigionieri. Il governo lo ha messo in vigore solamente per i detenuti comuni.

Attualmente in Nicaragua una persona può rimanere indefinitamente «sotto inchiesta», o può essere sottoposta a trattamenti crudeli oppure può venire torturata, e non esiste nessuna procedura legale per mutare questa situazione: sulla base di essa viene commesso ogni genere di violazione dei diritti dei detenuti.

In Nicaragua funzionano nove centri operativi della polizia politica, uno in ogni regione o zona specifica del paese. Fra tutti questi si distinguono le carceri note con il nome di El Chipote, «La Manata», che funzionano nella città di Managua, sulle rive della laguna di Tiscapa, dove prima vi erano gli uffici della polizia nazionale, ai tempi della dittatura di Somoza.

Queste carceri sono state «rimodellate» per rendere ancora più difficile la condizione dei prigionieri. I cancelli sono stati tolti e al loro posto sono state messe lamine o porte metalliche, con una piccola finestrella al centro, che si apre da fuori e attraverso la quale vengono introdotti gli alimenti.

Queste carceri si trovano sotto il livello del suolo, sono cioè sotterranee, e la loro aerazione avviene attraverso un tubo che sale dal soffitto delle celle all’esterno oppure attraverso un’apertura nella parte superiore o inferiore della porta. Per la maggior parte del tempo alcuni prigionieri sono tenuti completamente al buio, i più con una luce accesa ininterrottamente, per cui non possono determinare quando è giorno e quando è notte. 

In queste celle i servizi igienici consistono in un piccolo orifizio nel pavimento, orifizio che in qualche caso ha il bordo segnato con un colore fosforescente affinché il prigioniero possa situarlo nell’oscurità.

Nella quasi totalità dei casi i prigionieri restano senza la possibilità di comunicare o in isolamento, e da questo isolamento vengono tratti soltanto quando sono permesse visite da parte dei loro familiari, visite che si svolgono in presenza di uno o di due agenti della polizia politica, il che impedisce al prigioniero di dire ai suoi familiari qualcosa relativamente ai suoi problemi o alla sua condizione tisica. Terminata la visita il prigioniero ritorna al suo isolamento.

I prigionieri sono identificati solamente da numeri e questo evita che i detenuti di una cella vengano a sapere i nomi di quelli di altre celle. Inoltre si cerca di spersonalizzarli. Camminando negli anditi e nei corridoi del carcere il prigioniero può guardare soltanto il pavimento, e quando si ferma deve mettersi immediatamente con la faccia rivolta verso il muro più vicino. Non gli viene permesso di parlare senza autorizzazione e, rivolgendosi ai carcerieri, deve chiamarli «ufficiali». Allo stesso modo deve alzarsi in piedi appena un «ufficiale» entra nella cella.

Pur nella diversità dei casi, relativi ai metodi di inchiesta oppure ai modi utilizzati nelle carceri della polizia politica per ottenere dichiarazioni da parte dei prigionieri accusati di aver svolto attività contro-rivoluzionarie, alcuni sono di uso comune: 

– Periodi di isolamento, la cui durata dipende dalla «collaborazione» che i rei prestano ai militari, cioè se ammettono e sottoscrivono le accuse contro di loro; se denunciano altre persone per attività contro-rivoluzionarie oppure se prendono parte a registrazioni televisive per rivolgere accuse a persone o a organizzazioni che si oppongono al regime. Normalmente un prigioniero è processato sei o sette mesi dopo il suo arresto.

– L’appendere i prigionieri per diversi giorni per le mani, usando protezioni in gomma nel punto per cui sono appesi, al fine di non lasciare tracce sul corpo.

– L’obbligare i prigionieri a eseguire «esercizi fisici» completamente nudi, senza tenere conto dell’età e/o del sesso: mentre fanno questi esercizi sono oggetto di burle da parte dei loro sequestratori.

– Colpi fisici ai prigionieri mentre sono ammanettati o legati con cavetti metallici durante gli interrogatori. Questo tipo di tortura è stato usato soprattutto nelle carceri della polizia politica. Nell’interno del paese è utilizzato normalmente contro i contadini, ma è stato applicato in forma brutale anche a persone note di Managua.

– Privazione dell’acqua e del cibo per periodi continuati oppure alterni allo scopo di ottenere dichiarazioni o «confessioni».

– Immersione dei prigionieri in barili d’acqua esposti alle intemperie, per tratti da uno a tre giorni, specialmente nelle carceri note come La Barranca, «Il Precipizio», a Esteli, e La Perreru, «Il Canile», a Matagalpa, zone in cui si registrano le temperature più fredde del Nicaragua.

– Violenze sessuali, nel caso di prigioniere.

– Simulazioni di fucilazione consistenti nel portare i rei fuori dalle loro celle nel pieno della notte e nel far loro scavare la fossa che sarà la loro presunta tomba, oppure nel far scattare le pistole scariche nella schiena dei prigionieri nel corso degli interrogatori.

– Far udire durante la notte ai prigionieri le presunte voci dei loro cari, come la moglie, la madre, i figli, e così via, facendo loro credere che anch’essi sono incarcerati e che stanno soffrendo.

– Ricatto nei confronti di prigionieri innocenti che vengono lasciati liberi a condizione di diventare collaboratori della polizia politica.

Infine, l’utilizzazione di farmaci oppure di droghe prima degli interrogatori o di dichiarazioni pubbliche alla televisione: le droghe lasciano i prigionieri in uno stato di semi-incoscienza e, quando passa l’effetto della droga, essi non ricordano nulla di quanto hanno detto.

Lino Hernández

 

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