Intervista Mons Mario E. Delpini, Arcivescovo di Milano

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Alleanza Cattolica 3 mesi fa
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Le interviste ai Vescovi delle diocesi italiane proseguono. L’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Enrico Delpini, figlio della diocesi che governa, risponde alle nostre domande.


D. Ec.za mons. Delpini, molti fedeli, ma anche cittadini non particolarmente praticanti, sono preoccupati davanti al crescere del numero dei contagiati e dei morti a causa del coronavirus e d’altra parte dal protrarsi della impossibilità di partecipare alle Messe, impedimento che molti dicono si protrarrà per tutta la Settimana Santa. Eppure la Chiesa non ha rinunciato al suo compito e soprattutto nelle diocesi si sforza di essere vicina ai fedeli il più possibile. Ci vuole raccontare cosa avviene nella sua?

R. La Chiesa è vicina ai fedeli. Anzi, i fedeli sono la Chiesa. I fedeli offrono il vero culto spirituale gradito a Dio perseverando nella fede, nella preghiera, nella carità operosa. La Chiesa è fatta di medici, di infermieri, di dipendenti comunali che lavorano nei cimiteri, di commesse dei negozi, di operatori dei servizi sociali, di volontari della carità, di uomini e donne che compongono le forze dell’ordine. I cristiani sono come l’anima del mondo. Il mondo forse li disprezza, come il corpo disprezza l’anima. Ma è l’anima che tiene vivo il corpo, scriveva un cristiano molti secoli fa. Si può riscrivere la stessa cosa oggi.

Quello che manca è la celebrazione eucaristica nella forma assembleare, manca la condivisione della preghiera di suffragio e la celebrazione delle esequie, manca la celebrazione dei sacramenti.

È mancanza di una modalità insostituibile dell’essere cristiani. La celebrazioni teletrasmesse sono un surrogato. Adesso dobbiamo accontentarci di questo, come di una nostalgia: come se invece del pane ci fosse offerta la fotografia del pane: chi se ne può saziare? come se invece del fuoco ci fosse offerta una fotografia del fuoco: chi può scaldarsi?

Non siamo privati della parola di Dio, non siamo privati della parola del Papa, dei Vescovi, dei preti, di tutti i fedeli che comunicano in tanti modi; non siamo privati della preghiera personale e familiare; non siamo privati della pratica quotidiana della carità, della fede, della speranza.

Siamo privati però della celebrazione dei sacramenti: niente può sostituire questo. Speriamo che questa privazione non duri troppo a lungo.

D. Oltre all’essere accanto ai fedeli e a tutti i cittadini che soffrono, la Chiesa appare emarginata dal dibattito pubblico seguito al diffondersi dell’epidemia. Si tratta quasi esclusivamente degli aspetti medici, della prudenza che bisogna avere rimanendo a casa, delle conseguenze economiche, tutte cose importanti e sacrosante, ma non si accenna quasi mai agli aspetti antropologici, quasi che l’uomo fosse solo una macchina produttiva dedita al consumo. Esiste una “questione culturale” che appare anche in questa circostanza, e se sì come interverrebbe sul punto?

La questione “culturale” è molto seria, almeno nel nostro contesto italiano. Non so che cosa capiti in altri paesi, nei paesi di tradizione ortodossa orientale o nei paesi islamici, o nei paesi di tradizione cattolica di altri continenti. Ma certo in Italia la dimensione religiosa e più generalmente antropologica stenta ad entrare e ad essere recepita nella comunicazione pubblica.  Con il durare dell’isolamento mi sembra che emerga con più chiarezza che alcuni aspetti antropologici sono irrinunciabili e quindi si consultano frequentemente gli psicologi e altri cultori di “scienze umane”, come si chiamavano una volta.

Con l’incombere della paura, mi pare che diventi più gradita una parola di benedizione e qualche segno di prossimità espresso dal Papa o dai vescovi o dai preti. Probabilmente molti invocano l’aiuto di Maria e dei santi taumaturghi, chiedendo manifestazioni pubbliche di consacrazione o di devozione. Presumo che anche forme di religiosità più ambigua e persino superstiziosa si diffondano molto.

Come mai tutto questo mondo non entri nella comunicazione pubblica è un tema importante di riflessione e non so come si potrebbe intervenire. L’esito, per la mia sensibilità personale, è un incremento di discredito della comunicazione pubblica, che mi pare inadeguata alla realtà e perciò inaffidabile. Ma forse è solo un pregiudizio e una dichiarazione di impotenza.

R. A seguito delle disposizioni contenute nei decreti del Presidente del Consiglio (e, pertanto, in atti non aventi forza di legge), concernenti le cerimonie religiose (proibite alla stessa stregua degli altri eventi ludici, culturali o fieristici), autorevoli giuristi hanno ritenuto di vedere una aperta violazione delle norme concordatarie. Non ritiene che, in tal modo il principio di laicità dello Stato ha conosciuto una pericolosa involuzione, passando dall’indifferenza nei confronti dell’organizzazione religiosa a forme di vera e propria proibizione degli atti di culto, seppur giustificate dall’emergenza sanitaria? Pensa che possa esservi il rischio che un tale atteggiamento, che incide inevitabilmente sulla dimensione pubblica del culto, possa riproporsi in futuro dinanzi a nuove “emergenze”, così progressivamente relegando la fede ad affare esclusivamente privato ed intimistico e, di fatto, limitandone per i fedeli la libertà di pubblica professione?

Non sono in grado di interpretare i provvedimenti come trame contro la manifestazione pubblica della fede. I decreti non hanno proibito le cerimonie religiose, ma gli assembramenti. Perciò si continua a celebrare e le trasmissioni di celebrazioni di diffondono sui media, anche sulle reti nazionali. Se il provvedimento contro gli assembramenti, anche nelle chiese, sia una indicazione prudenziale saggia o un pretesto per confinare la fede nell’ambito del privato non saprei. Del resto a confinare la fede nel privato pensano già, e con notevole efficacia, gli stessi credenti, talora così timidi e imbarazzati a condividere e testimoniare la loro fede.

                                                                           Lunedì, 6 aprile 2020

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