“IO IN LORO E TU IN ME, PERCHÉ SIANO PERFETTI NELL’UNITÀ” (GV. 17, 21)

Silvia Scaranari 4 anni fa
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“L’unità dei cristiani è un’esigenza essenziale della nostra fede” ha affermato Papa Francesco nel discorso ai Partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, riuniti stamattina nella Sala Clementina in Vaticano. Questa affermazione fa eco direttamente al richiamo di san Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut Unum Sint del 1995 che riprendeva il forte monito del Documento conciliare Unitatis Redintegratio del 1964. Giovanni Paolo II scriveva: “Cristo chiama tutti i suoi discepoli all’unità. L’ardente desiderio che mi muove è di rinnovare oggi questo invito, di riproporlo con determinazione, […] uniti nella sequela dei martiri, i credenti in Cristo non possono restare divisi. Se vogliono veramente ed efficacemente combattere la tendenza del mondo a rendere vano il Mistero della Redenzione, essi debbono professare insieme la stessa verità sulla Croce.”
Lo stesso Gesù durante l’Ultima Cena, il giovedì santo, ha pregato il Padre di mantenere uniti i suoi discepoli (ben sapeva in quali fragili mani lasciava la sua buona novella!): «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi […] Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me […] Perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,21.23.26). E il Santo Padre commenta “Secondo la preghiera sacerdotale di Gesù, ciò a cui aneliamo è l’unità nell’amore del Padre che viene a noi donato in Gesù Cristo, amore che informa anche il pensiero e le dottrine. Non basta essere concordi nella comprensione del Vangelo, ma occorre che tutti noi credenti siamo uniti a Cristo e in Cristo.”
Nei secoli passati, ma soprattutto negli ultimi decenni, quanti incontri, quante parole sono state spese, quante fatiche sono state apparentemente vane? Come fare per riunificare i cristiani?
Il Papa avverte prima di tutto che si deve fare attenzione ad “alcuni falsi modelli di comunione che in realtà non portano all’unità ma la contraddicono nella sua essenza” e poi, soprattutto, che “l’unità non è il frutto dei nostri sforzi umani o il prodotto costruito da diplomazie ecclesiastiche, ma è un dono che viene dall’alto.” Il cammino verso l’unità è lungo, ha le sue dinamiche di accelerazioni e rallentamenti, di soste e di riprese, nella consapevolezza che “L’unità come cammino richiede pazienti attese, tenacia, fatica e impegno; non annulla i conflitti e non cancella i contrasti, anzi, a volte può esporre al rischio di nuove incomprensioni. L’unità può essere accolta solo da chi decide di mettersi in cammino verso una meta che oggi potrebbe apparire piuttosto lontana.”
Agli uomini di tutte le generazioni è richiesto di mettere a disposizione la propria buona volontà, di mettersi in cammino verso l’unità, senza volerne per forza vedere i risultati, “…quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa.” Lo stesso Papa Francesco mesi fa sull’aereo in ritorno dal viaggio in Armenia, ad un giornalista che lo interrogava sui rapporti con i Luterani aveva risposto: «… Ma questa è una strada lunga, lunghissima. Una volta ho detto scherzando: “Io so quando sarà il giorno dell’unità piena” – “Quale?” – “Il giorno dopo la venuta del Figlio dell’uomo!”.»
Secondo elemento messo in evidenza è “l’unità non è uniformità”. La varietà di riti e di tradizioni liturgiche, le diverse esperienze spirituali, “quando sono genuinamente radicate nella tradizione apostolica” sono una ricchezza per la Chiesa, manifestano l’infinità ricchezza che lo Spirito Santo dona ai credenti. “Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa. Compito ecumenico è rispettare le legittime diversità e portare a superare le divergenze inconciliabili con l’unità che Dio chiede”.
Terzo elemento proposto dal Santo Padre è “l’unità non è assorbimento. L’unità dei cristiani non comporta un ecumenismo “in retromarcia”, per cui qualcuno dovrebbe rinnegare la propria storia di fede”. Non si può mai riscrivere la storia, ma si può ripartire da quello che è patrimonio comune, ripartire da ciò che all’inizio univa come la Sacra Scrittura, il credo professato dai primi Concilii, per comprendere più a fondo tutto quanto ci accomuna e incominciare con l’agire con queste cose. E’ importante non dimenticare l’invito formulato già nel 1952, proprio a Lund – dove il Papa si è recentemente recato – di «fare insieme tutte le cose, salvo in quei casi in cui le profonde difficoltà di convinzioni avessero imposto di agire separatamente».
Proprio oggi, nel mondo de-cristianizzato in cui ci troviamo a vivere, è bene ricordare quanto scriveva san Giovanni Paolo II nella già citata Ut Unum Sint. La radice di quanto ci accomuna è “La Croce! La corrente anticristiana si propone di mortificarne il valore, di svuotarla del suo significato, negando che l’uomo ha in essa le radici della sua nuova vita; pretendendo che la Croce non sappia nutrire né prospettive né speranze: l’uomo, si dice, è soltanto un essere terreno, che deve vivere come se Dio non esistesse.” Ma i cristiani sono invece chiamati a ricordare che proprio ai piedi della Croce la Chiesa ha iniziato a vivere, nel dolore di Maria Ss. e dell’apostolo Giovanni ma anche nella piena comprensione che il sangue e l’acqua che sgorgavano dal cuore divino trafitto erano la vera fonte della Misericordia per gli uomini.
Gesù insegna a santa Faustina Kowalska che a quel Gesù crocefisso si può dire “Confido in Te” anche per il cammino verso l’unità dei cristiani, oggi ancora tanto lontana.
Che la preghiera possa avvicinare quel giorno!

 

Silvia Scaranari

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