Jacques Cathelineau, ‘il Santo dell’Anjou’, un combattente sotto lo stendardo del Re del Cielo

Alleanza Cattolica 27 anni fa
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Cristianità n. 222 (1993)

Il 18 luglio 1993, a Le Pin-en-Mauges, nella Francia Occidentale, presente il vescovo di Angers, S. E. mons. Jean Orchampt, è stato ricordato il primo generalissimo degli insorti vandeani contro la Rivoluzione. Nell’occasione S. Em. il card. Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, ha pronunciato un’allocuzione, comparsa in L’Osservatore Romano. Édition hebdomadaire en langue française (anno 44, n. 32, 10-8-1993, pp. 8-9), con il titolo Soldat sous l’étendard du Roi du ciel e sottotitoli. Il nuovo titolo e la traduzione sono redazionali.

 

 

Caro Monsignore,
Signori Rappresentanti delle Istituzioni Civiche e Amministrative,
Caro Parroco di Le Pin-en-Mauges,
Cari fratelli nel Sacerdozio,
Fratelli e sorelle in Gesù Cristo,

è una riunione di famiglia quella che oggi ci raccoglie tutti per celebrare con fervore, nel rendimento di grazie, uno dei nostri in questo villaggio dell’Anjou, Le Pin-en-Mauges, dove Jacques Cathelineau è stato battezzato il giorno dopo la sua nascita, il 5 gennaio 1759. I suoi resti mortali vi riposano in attesa della risurrezione. Qui è presente non solo la Vandea angevina, ma tutta la Vandea, attorno al suo primo generalissimo, Jacques Cathelineau, “il Santo dell’Anjou”, e, secondo la bella espressione di monsignor Chappoulie, l’eroe da vetrata.

 

Eroe da vetrata

Oggi, l’anniversario che ci riunisce, nel fervore del ricordo e nella fedeltà della gratitudine, è quello della morte di Jacques Cathelineau, a Saint-Florent-Le-Vieil, due secoli fa, il 14 luglio 1793. L’esistenza così breve, esattamente trentaquattro anni, l’infanzia nascosta nel cuore della campagna angevina, il sorgere improvviso di un giovane vetturale senza istruzione militare e senza relazioni politiche, la carica vittoriosa che, in un lampo, fa di contadini senz’armi un esercito temibile, e di un giovane dei Mauges senza preparazione un generale di un esercito d’insorti cattolico e regio per la difesa della fede in Cristo, per la fedeltà al Pontefice Romano, e per la libertà di professare la religione con i sacerdoti fedeli alla Chiesa di Dio, e non assolutamente a una Repubblica persecutrice: questa epopea, grazie al suo carattere improvviso e alla sua dimensione, alla sua ispirazione e alla sua dedizione, evoca irresistibilmente il mistero di una Giovanna d’Arco.

 

Famiglia cristiana

Nato da una famiglia di artigiani — muratori e tagliapietre nella bella stagione, tessitori d’inverno — il giovane Jacques cresce in una famiglia cristiana, dove impara, com’è accaduto a molti di noi nel nostro Anjou, ad amare di uno stesso amore i genitori terreni e il Padre celeste, a recitare la sera il rosario durante la veglia, a non cominciare il pane fatto in casa senza segnarlo con una croce, a non passare davanti a un Crocifisso al crocevia senza salutarlo e segnarsi con rispetto. Fra il padre Jean e la madre Perrine Hudon, il fratello maggiore Jean e la sorella minore Marie-Jeanne trascorre giorni felici, come in tutte le case in cui ci si ama. Ma a dodici anni, nei Mauges, bisogna guadagnarsi la vita. Il parroco di La Chapelle-du-Genêt, don Marchais, amico del parroco di Le Pin, lo prende con sé al proprio servizio. Fa il cantore e il sacrestano in chiesa, e lavora in canonica e in giardino. In questi cinque anni la sua fede si rafforza, la sua devozione si arricchisce, il suo savoir-faire cresce, e il suo faire-savoir si sviluppa. A Le Pin ritorna un giovane alto e bello, dagli occhi chiari, con i capelli ricci e che sa parlare, compagnone qualificato nei banchetti di nozze e nelle feste campagnole e cantore trascinante nella chiesa del villaggio. A diciotto anni sposa la sua vicina Louise Godin, di otto anni maggiore di lui, che gli dà undici figli, di cui, nel 1793, restano loro solo quattro figlie e un figlio.

 

La Rivoluzione

Jacques è venditore ambulante. Attraversa il paese, i villaggi e le fattorie a vendere pettini e saponette, filo e aghi, lana e fazzoletti di Cholet, zucchero e sale, medaglie e corone del rosario, che vanno a ruba presso i suoi clienti angevini. Gioviale e servizievole, franco e leale, robusto e fine, con il volto vivace e dolce, la voce chiara e conquistante, vende la sua mercanzia e commenta le novità. Che sono cattive. La Costituzione Civile del clero vuol separare vescovi e sacerdoti da Roma e imporre loro il giuramento che a Le Pin come a La Chapelle-du- Genêt rifiutano. È l’ora della prova e della persecuzione. Cathelineau moltiplica i pellegrinaggi a Notre-Dame de Charité, a Saint-Laurent-de-la-Plaine e a Notre-Dame de Bon Secours a Bellefontaine. Di notte, con la croce processionale davanti, i parrocchiani supplicano la Vergine di conservare la fede cattolica: “Confido, Vergine, nel vostro soccorso”. Un suo amico, don Cantiteau, ne è testimone: “Spesso solo lui era la guida, il conduttore di centinaia di persone che lo seguivano. Già sostenuto — come pare — da qualcosa di più che umano, percorreva avanti e indietro, per quindici o diciotto volte, tre leghe, cantando e facendo in questo modo il viaggio”. Oggi non è un sacerdote a guidare la processione. Domani non sarà un nobile a guidare l’insurrezione. È Jacques Cathelineau, un laico, un semplice fedele, fedele alla sua fede e alla sua coscienza davanti a Dio e davanti agli uomini.

Da Parigi non giungono più solamente cattive notizie, arrivano misure persecutorie. Don Cantiteau si deve nascondere. Cathelineau lo rassicura: “State tranquillo, Signor Parroco, con la mia cassa di mercanzia porterò di casa in casa la vera fede”.

 

Il combattimento per Dio

E questa fu, improvvisamente, la scintilla. La Convenzione decreta l’arruolamento in massa dei cittadini per sbarrare la via dell’Oriente all’invasione straniera, 6.202 volontari per il Maine-et-Loire, dei quali 701 per il solo distretto di Saint-Florent. Sono i giovani del popolo che si sollevano. La piccola nobiltà, che non è potuta emigrare, cerca di farsi dimenticare. Il clero, che non è potuto andare in esilio e che rifiuta il giuramento, si nasconde e cerca di calmare gli animi. La gente del popolo, sfinita dai dispiaceri, rosa dalle indignazioni e dalle preoccupazioni, giovani contadini, artigiani e commercianti rifiutano di servire un regime che li disprezza e li perseguita. Un grido unanime solleva i villaggi e le fattorie, sale dalle case e dalle cantine: “Non partiremo”. Il 12 marzo 1793, a Saint-Florent, avviene la scaramuccia tante volte descritta e narrata. A partire dal giorno seguente, secondo Jean Blon, suo cugino, la decisione di Cathelineau, lungamente maturata, viene presa. Egli si pulisce le mani dalla pasta per il pane casereccio che sta per cuocere nel forno. La moglie gli si getta al collo, lo supplica di non lasciarla sola con i cinque bimbi inferiori ai dodici anni. “Abbi fiducia — risponde —. Dio, per cui vado a combattere, avrà cura di voi”. Prende una spada, si mette un rosario al collo, si appunta un Sacro Cuore sul petto e parte, per la causa di Dio, seguito da ventisette uomini senza fucile, con una forca, una falce in mano e, nel cuore, una fede invincibile. Fra loro non vi sono né ufficiali, né nobili, né sacerdoti. È il popolo, il buon popolo dei Mauges, sono laici, brave persone, di modesta condizione, tessitori, carpentieri, calzolai, contadini. Cathelineau fa aprire la chiesa: “Voi non potete combattere — dice ai vecchi, alle donne e ai bambini —, pregate per il successo delle nostre armi”. Gli uomini, che si sono tolti il cappello davanti al Crocifisso, cantano l’inno della Passione con Cathelineau, che li trascina certamente a combattere per il Re, ma si tratta di Cristo Re:

 

Vexilla regis prodeunt
Fulget Crucis mysterium
Qua vita mortem pertulit
Et morte vita protulit

Avanzano gli stendardi del Re
Risplende il mistero della Croce
Su cui la vita ha sopportato la morte
e con la sua morte dà la vita.

E così si darà, sotto lo stendardo del Re del Cielo, la vittoria di questi giovani contadini inesperti e la sconfitta dei repubblicani, battuti dagli irresistibili colpi di raspa del capo più prestigioso e più popolare della guerra di Vandea, condotta da uomini e da capi fra i diciotto e i trentaquattro anni. Cathelineau meriterà il bel titolo di “Santo dell’Anjou”.

 

Il soldato di Dio

Cathelineau fa un segno di croce e si lancia. Lo seguono tutti. La guerra di Vandea è cominciata. Incredibile epopea vittoriosa che porta questi insorti di Dio, da Jallais a Chemillé, e vola di vittoria in vittoria, da Cholet a Saumur e a Nantes, dove un colpo mortale colpisce al petto il generale in capo. Riportato a Saint-Florent, vi muore il 14 luglio: “Il Buon Cathelineau — annuncia suo cugino Jean Blon — ha reso l’anima a Dio, che gliel’aveva data per vendicare la sua gloria”.

Dall’inizio alla fine di questi quattro mesi Cathelineau è il soldato di Dio, che fa mettere i propri uomini in ginocchio per chiedere, con il grande scontro di Chemillé, il soccorso del Dio degli eserciti, e che li lancia in combattimento al grido “Soldati di Gesù Cristo, avanti! Con le baionette, le picche, i bastoni!”.

Dal Bois-Grolleau alla chiesa di Saint-Pierre de Cholet, con il loro capo, recitano ininterrottamente il rosario, prima di cantare il Te Deum.

A Fontanay Cathelineau porta religiosamente la croce processionale con cui guidava — come ho detto — i pellegrinaggi di Notre-Dame de Charité e di Notre-Dame di Bellefontaine. Con la sua voce forte, chiara e trascinante, lancia il suo appello: “Se durante la carica vi ricordate di essere soldati di Gesù Cristo, vi avventerete come leoni sui barbari nemici del suo nome e delle vostre famiglie. Coraggiosi Compagni, raccomandate l’anima a Dio”.

Questo fu il carattere popolare della guerra di Vandea, a imitazione del capo, Cathelineau, democraticamente eletto: un combattimento per Dio.

 

Come Giovanna d’Arco

A Saumur un testimone racconta: “Tutti i vandeani, sia i capi che i soldati, portavano sul cuore uno scapolare su cui erano le lettere iniziali dei santi nomi di Gesù e di Maria, attorno a un cuore fiammeggiante. Moltissimi portavano il rosario”.

Dall’alto, Cathelineau arringa le truppe con la sua bella voce: “Guardate le torri della fortezza. Presto ne sarete i padroni. Le forze principali della Repubblica sono a Saumur. Questa piazza vi farà padroni del corso della Loira. La via verso Parigi sarà aperta. Allora rialzeremo gli altari e rimetteremo il re sul suo trono”.

Utopia! diranno gli scettici. Ma Napoleone, che era un esperto di uomini e di soldati, scriverà nelle sue Memorie: “Cathelineau aveva ricevuto dalla natura le principali qualità di un capo militare: l’ispirazione a non lasciar mai riposare né i vincitori, né i vinti. Nulla avrebbe potuto fermare la marcia degli eserciti regi. La bandiera bianca avrebbe sventolato sulle torri di Notre-Dame prima che fosse possibile alle armate del Reno correre in aiuto del loro governo”.

In verità, Cathelineau, come Giovanna d’Arco, alimentava la sua ispirazione e la sua determinazione a un’altra fonte: “Il primo movente che lo fece soldato — dirà don Cantiteau — fu la sua devozione: lo zelo ardente per la gloria del suo Dio, il suo attaccamento alla fede cattolica, il desiderio di vedere la monarchia restaurata, ecco i primi e principali motivi che gli hanno fatto prendere le armi e che lo hanno reso intrepido in mezzo ai maggiori pericoli. Nella sua generosa decisione non entrarono assolutamente l’ambizione, il desiderio di fare la propria fortuna, di conquistare gloria e di farsi un nome”.

 

Il Santo dell’Anjou

Cathelineau comincia la guerra con la forza di un crociato, la conduce come un capo militare di grande sagacia e bravura, con coraggio e con prudenza. Nel momento del consiglio, si fa ascoltare. Nel momento del combattimento, si fa seguire. Tutti hanno una fiducia illimitata nella sua parola. Per tutti è “il Santo dell’Anjou”. E lo storico lo nota: finché fu alla testa dell’esercito vandeano, lo mantiene sempre all’apogeo della sua grandezza, “un popolo di giganti”, dirà il vincitore di Austerlitz, la cui anima di corso comprese la fede dei Mauges e l’ammirò. Le testimonianze sono innumerevoli. Secondo la marchesa di Roche de la Rochejacquelein, “non si è mai visto un uomo più dolce, più modesto e migliore. Era dotato di un’intelligenza straordinaria, di un’eloquenza trascinante. I contadini l’adoravano e gli portavano un grandissimo rispetto. Da molto tempo aveva una grande fama di devozione e di temperanza, al punto che i suoi soldati lo chiamavano il Santo dell’Anjou”.

Secondo Boutillier de Saint-André, “il suo valore mirabile, il suo zelo a tutta prova, il suo disinteresse ispiravano una fiducia illimitata ai soldati, che ai suoi ordini facevano miracoli. Era amato dai contadini soprattutto per la sua compassione e perché, nato nella loro classe, ne aveva conservato il costume, i modi e il linguaggio. Per questi motivi venne scelto come generalissimo dell’esercito vandeano, e il semplice mercante di filo fu comandante, senza la sia pur minima opposizione, di grandi signori, sottomessi volontariamente alla sua autorità”.

Secondo don Cantiteau, “aveva veramente la fede”. L’ultimo messaggio alla moglie fu questo: “Mia cara Louise, alleva i figli nel timor di Dio. Ripeti loro spesso che il loro padre, prendendo le armi, cercava solamente di salvare la religione cattolica nella quale sono stati battezzati. Offro la mia vita perché possano crescere da buoni cristiani nella pace religiosa”. Come dice D. Autichamp, sarebbe impossibile negare che Dio ispirò Cathelineau.

La liturgia odierna ci invita a meditare le parabole del Regno dei Cieli. Indubbiamente, Cathelineau, a due secoli di distanza, costituisce per noi una parabola vivente del Regno. Cathelineau fu un cristiano fervente, fedele alla sua coscienza fino all’eroismo, fedele al Dio del Cielo e al Papa di Roma fino all’effusione del sangue. Questo è tutto il segreto della sua epopea: sfida le analisi umane, ma realizza il disegno di Dio.

 

Il sangue versato per Dio

Come Giovanna d’Arco — Jacques Cathelineau ne era convinto —, la sua ispirazione gli veniva dall’Alto: “Dio ci ha chiesto di combattere — dice — perché non avevamo altro mezzo per affermare la nostra fede. Ma non è certo che otterremo la pace religiosa con le armi. Il sangue che si versa per Dio non è mai perso. Con quello di Cristo serve alla redenzione del mondo”. Non sono le parole di un capobanda, ma di un figlio della Chiesa, di un uomo di fede e di speranza, d’amore e di pace. Oggi, nella nostra Francia, nella nostra Europa, nel nostro mondo, abbiamo tanto bisogno di fede e di speranza, d’amore e di pace. Cathelineau ce ne mostra la sorgente.

Fratelli, come Cathelineau ha fatto tante volte nella sua giovinezza felice e gioiosa, come ha fatto nella sua lotta dolorosa e gloriosa, entriamo nel grande mistero dell’Eucaristia, memoriale del sacrificio della Croce, su cui Cristo ha versato il suo sangue per la salvezza del mondo. Permettetemi, concludendo questa rievocazione troppo breve del Santo dell’Anjou, nel bicentenario del versamento del suo sangue per il diritto della coscienza, per la libertà religiosa, per la fedeltà alla Chiesa cattolica, di citare quel grande vescovo d’Angers che fu mons. Chappoulie, nell’invito alla commemorazione del 1959: “L’omaggio che renderemo al “Santo dell’Anjou” ci insegnerà a conservare piamente nei nostri cuori il ricordo di quanti, con lui, lottarono e caddero eroicamente per affermare, di fronte a un potere centrale che trasformava il regime di Francia in una macchina da guerra contro la fede religiosa e contro la fedeltà alla Chiesa nostra madre, contro i diritti di Dio e della coscienza.

“Venerando Cathelineau, non dimenticheremo che, senza il magnifico sacrificio dei vandeani, Bonaparte non avrebbe reso così rapidamente alla Francia il diritto di cantare il Credo dei suoi padri. Senza la morte di migliaia di loro, le nostre chiese non avrebbero ritrovato in una volta sola i loro sacerdoti e le loro campane. Saremmo colpevoli di ingratitudine non ricordandoci che alla Vandea schiacciata sui campi di battaglia Dio diede la vittoria della causa sacra per cui i suoi figli caddero con Cathelineau”.

Fratelli, dobbiamo avere il suo stesso coraggio della fede, lo stesso ardore della speranza, lo stesso fervore dell’amore.

Amen.

+ Card. Paul Poupard
Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura

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