Jan Mikrut (a cura di), La Chiesa Cattolica in Unione Sovietica. Dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka, con Prefazione di mons. Tadeusz Kondrusiewicz, Gabrielli Editori, Verona 2017, pp. 1024, € 50,00

Alleanza Cattolica 2 anni fa
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Renato Veneruso, Cristianità n. 393 (2018)

 

Jan Mikrut (a cura di), La Chiesa Cattolica in Unione Sovietica. Dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka, con Prefazione di mons. Tadeusz Kondrusiewicz, Gabrielli Editori, Verona 2017, pp. 1024, € 50,00

 

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me […]. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi […]. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato» (Gv. 15,18. 20-21). La terribile profezia di Gesù, all’approssimarsi della sua Passione e morte, anticipa il destino storico dei suoi seguaci e, in un certo senso, addita la vocazione universale al martirio di cui il cristianesimo fin da subito si è nutrito, traendo dalle persecuzioni la ragione del suo successo missionario: «semen est sanguis Christianorum» (1). Questa ondata persecutoria ha raggiunto il suo apice nel secolo XX, chiamato «il secolo dei martiri», in quanto il loro numero ha superato di gran lunga quello dei primi secoli dell’era cristiana.

Tale trend prosegue in questo scorcio iniziale di terzo millennio, sia nelle forme cruente dei massacri di matrice islamista sia in quelle più subdole ma non meno pervasive della cristianofobia di matrice culturale e amministrativa che tipicamente interessa i Paesi dell’Occidente già cristiano. Comunque, a indurre all’approfondimento della storia delle persecuzioni cristiane nel secolo dei totalitarismi — «secolo breve» (2) ma ricco di martiri della fede — è piuttosto l’obbligo di purificazione della memoria (3), perché «chiunque […] fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv. 3, 20-21).

Memoria, quindi, intesa, alla scuola del filosofo tedesco Josef Pieper (1904-1997), come «anzitutto qualche cosa che non ha nulla a che vedere con qualsivoglia abilità “mnemotecnica” del non-dimenticare. La “buona” memoria, come premessa per la perfezione della prudenza, non vuol dire altro che: la memoria “fedele all’essere” delle realtà […]. Il senso della virtù della prudenza è: che la conoscenza oggettiva della realtà diventi norma per l’agire; che la verità delle cose reali divenga orientativa. Questa verità delle cose reali viene però “serbata” nella memoria fedele alla realtà» (4), cosicché «[…] anche la “purificazione della memoria” è parte della purezza del cuore, dell’imitazione di Maria. E come la memoria è una componente della virtù politica per eccellenza, la prima delle virtù cardinali, la prudenza, così la sua purificazione è vertice dell’ascesi naturale — impraticabile costantemente e ordinariamente post peccatum senza la grazia — e premessa della relazione soprannaturale per eccellenza con Dio, la visio Dei: ricordo di cose e di fatti sub specie aeternitatis, cioè ricordo di cose e di fatti così come li percepisce chi si appresta all’in­contro con Dio» (5).

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Grandemente meritoria appare, dunque, l’opera collettanea, curata da Jan Mikrut nel centenario della Rivoluzione bolscevica e pubblicata nella Collana di Storia della Chiesa in Europa Centro-Orientale da lui diretta.

Nato in Polonia, sacerdote dell’ar­cidiocesi di Vienna, professore presso le Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa e di Teologia della Pontificia Università Gregoriana, Mikrut — nell’introduzione intitolata «Et portae Inferi non praevalebunt adversus eam»: la Chiesa cattolica in Unione Sovietica (pp. 17-32) — spiega che l’opera si avvale dei contributi di valenti studiosi «[…] provenienti da diversi paesi, sicché ciascuno può essere considerato non soltanto autore dell’articolo, ma anche e soprattutto credibile testimone degli eventi che ha raccontato. Il lavoro è basato su una seria ricerca archivistica e documentale, con un validissimo ed insostituibile contributo dei testimoni oculari. Gli autori sono in gran parte o professori universitari o docenti presso i seminari delle loro diocesi, alcuni sono giornalisti o ricercatori. I contributi pubblicati sono stati scritti nelle lingue degli autori e tradotti in italiano, per dare all’opera maggiore diffusione» (p. 32).

I singoli interventi, quindi, pur disomogenei per connotazione e per profondità di contenuti, garantiscono complessivamente freschezza di approccio, autenticità delle fonti e accuratezza della descrizione.

In particolare, l’opera si articola in tre grandi capitoli cronologicamente orientati — Dalla Rivoluzione d’Ottobre alla Seconda Guerra Mondiale. 1917-1939 (pp. 33-226), I territori occupati dall’URSS e dalla Germania. 1939-1945 (pp. 227-330), e La Chiesa cattolica in Unione Sovietica. 1945-1991 (pp. 331-453) —, cui si aggiungono quello dedicato a La testimonianza dei cattolici nella vita quotidiana (pp. 455-586) e quello relativo a La Chiesa romana-cattolica nelle Repubbliche sovietiche occidentali. 1945-1991 (pp. 587-966). Quest’ul­timo è distinto in contributi per singoli Paesi: Lituania Lettonia ed Estonia, le Repubbliche baltiche, «[…] dove la Chiesa poté avere una maggiore libertà rispetto al resto dell’Unione Sovietica» (p. 27), nelle quali rimasero aperti due seminari seppure con ingresso controllato dallo Stato e aperti a non più di cinquanta candidati al sacerdozio, destinati a servire una popolazione di dieci milioni di fedeli; Bielorussia e Ucraina, per relazione sia alla situazione della Chiesa greco-cattolica che a quella di rito latino, dove la repressione, prima fisica e poi amministrativa, ben presto estinse la presenza del clero, donde il fenomeno, invero commovente, delle «messe senza sacerdote» (cfr. pp. 28-29); e infine il Kazakhstan, dove, come in Siberia, furono deportati i cattolici uniati dall’Ucraina e dagli altri territori inglobati definitivamente nell’URSS, quale sua marca occidentale, all’esito degli accordi di Yalta, «[…] dove non c’erano chiese aperte e i sacerdoti non avevano l’autorizzazione per la missione pastorale» (p. 29).

 Il quadro che se ne trae è impressionante: dopo la brevissima estate del 1917, nel corso della quale il governo di Aleksandr Fëdorovič Kerenskij (1881-1970), insediatosi dopo l’abdica­zione dello zar, ripristina la libertà religiosa, non solo a favore della Chiesa cattolica ma della stessa Chiesa ortodossa che riottenne l’autonomia e il ritorno dell’ufficio del patriarcato — soppresso dalla riforma di Pietro il Grande (1672-1725) nel 1700 —, la leninista presa del potere da parte dei bolscevichi il 9 novembre immediatamente introduce la feroce repressione comunista di tutte le attività religiose: la nazionalizzazione dei monasteri e delle proprietà fondiarie delle confessioni religiose, l’abolizione del matrimonio religioso, l’incarcerazione dei sacerdoti, l’uccisione dei vescovi (il metropolita di Kiev viene assassinato il 7 febbraio 1918), la diaspora coatta dei cattolici in Siberia o nelle steppe kazake, la «riabilitazione» forzata dei religiosi nei campi di rieducazione (presto organizzati nel sistema dei gulag) ridussero drasticamente nel ventennio successivo i circa due milioni di cattolici presenti in Russia a quella data, con circa mille sacerdoti, 6.400 chiese, due seminari e una facoltà teologica. Alla fine dell’impero socialcomunista nel 1989, la presenza cattolica in Russia era pressoché estinta. 

«La lotta contro la religione era condotta in tutte le istituzioni in cui lo Stato sovietico esercitava la propria influenza e in tutti gli ambiti della vita sociale. Un particolare impegno nella propagazione dell’ateismo fu dedicato alle scuole di ogni ordine e grado e alle università, dove erano attive numerose organizzazioni di ateisti. […] L’apparato statale fu messo a disposizione della propaganda dell’ateismo che era promosso, non solo ideologicamente, con tutti i mezzi possibili» (pp. 21-22), ma, nondimeno, «le popolazioni cattoliche, nonostante le terribili persecuzioni, rimasero fedeli alla loro fede e nei nuovi luoghi di permanenza, spesso con grandi sacrifici, organizzarono una comune vita religiosa. Nonostante la mancanza di sacerdoti e delle strutture ecclesiali vivevano secondo i precetti della fede cattolica» (p. 23).

Fu così che «il 7 maggio del 2000 a Roma durante la celebrazione ecumenica dei testimoni della fede del XX secolo, in occasione dell’Anno Santo, un papa slavo, Giovanni Paolo II, additava, con fierezza e dignità, alla folla di cattolici radunati al Colosseo, l’eroismo di tanti martiri sconosciuti di quel secolo sanguinoso che volgeva al termine: “I nomi di molti non sono conosciuti; i nomi di alcuni sono stati infangati dai persecutori, che hanno cercato di aggiungere al martirio l’ignominia; i nomi di altri sono stati occultati dai carnefici. I cristiani serbano, però, il ricordo di una grande parte di loro. […] Questi nostri fratelli e sorelle nella fede, a cui oggi facciamo riferimento con gratitudine e venerazione, costituiscono come un grande affresco dell’umanità cristiana del ventesimo secolo. Un affresco del vangelo delle Beatitudini, vissuto sino allo spargimento del sangue”» (p. 31). 

L’opera, che reca anche un prezioso Indice dei nomi (pp. 979-1004), è significativamente prefata (pp. 11-15) da mons. Tadeusz Kondrusiewicz, nato nel 1946 da famiglia di etnia polacca nei territori annessi alla Bielorussia sovietica, attuale arcivescovo metropolita della diocesi di Minsk-Mahilëu in Bielorussia, già vescovo di Mosca dal 1991 — primo anno dopo l’e­stinzione dell’URSS — al 2007, il quale, dopo averla qualificata come una presentazione della «[…] Via Crucis che la Chiesa cattolica, di ambedue i riti, attraversò in quel periodo» (p. 11) durante il quale la fede fu apparentemente del tutto annientata dall’ateismo militante dello Stato sovietico socialcomunista, conclusivamente ammonisce: «Dobbiamo ricordarci la nostra storia poiché essa è la nostra Madre maestra. Se non vi fossero stati gli eroi della fede ai tempi delle repressioni, non ci sarebbe stata una rinascita così rapida della Chiesa, condannata all’annien­ta­mento, e i territori cristianizzati già nel X secolo sareb­bero divenuti un deserto spirituale. Poichè i tempi moderni confermano la massima di Tertulliano: il sangue dei martiri è il seme dei cristiani. 

«E nonostante, da un punto di vista umano, sembrasse che con la morte del­l’ultimo sacerdote la Chiesa sarebbe sparita dalla mappa dell’URSS, Dio volle dimostrare che sa indicarci una strada diritta attraverso i meandri della storia. Poiché è Lui, e non qualcun altro, a mettere l’ultimo puntino sulla “i”» (p. 15).

Renato Veneruso

Note:
(1) Quinto Settimio Fiorente Tertulliano (150-220 ca.), Apologeticum, 50, 13.
(2) Cfr. Eric Hobsbawm (1917-2012), Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, trad. it., Rizzoli, Milano 1995.
(3) Cfr. Commissione Teologica Internazionale, Memoria e Riconciliazione, 7-3-2000, e, più in generale, il concetto come presente negli atti del Magistero di san Giovanni Paolo II (1978-2005).
(4) Josef Pieper, La prudenza, trad. it., con prefazione di Giovanni Santambrogio, Morcelliana-Massimo, Brescia-Milano 1999, p. 38.
(5) Giovanni Cantoni, La «purificazione della memoria» e la devozione al Cuore Immacolato di Maria per la Nuova Evangelizzazione, in Cristianità, anno XXX, n. 313, settembre-ottobre 2002, pp. 25-30 (p. 26).

 

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