Jean-Baptiste Guiraud, Elogio della Inquisizione, a cura di Rino Cammilleri, con un invito alla lettura di Vittorio Messori, Leonardo, Milano 1994, pp. 192, £. 22.000

Alleanza Cattolica 25 anni fa
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Cristianità, 239 (1995)

I pregiudizi sulla storia della Chiesa sono numerosi e tenaci, radicati non solo nei ceti intellettuali più sensibili alle influenze della cultura laicista ma anche in molti cattolici, affetti da un ingiustificato complesso d’inferiorità a causa di una scarsa conoscenza della loro storia.

Esempio classico del radicamento di tali pregiudizi è l’esistenza, ancora oggi, di una “leggenda nera” sull’Inquisizione, costruita dall’Europa protestante nel Cinquecento, alimentata dai libelli degli illuministi nel Settecento e ripresa dalla letteratura popolare ottocentesca di ispirazione massonica. Eppure l’Inquisizione, grazie alla prescrizione, sempre rispettata, di mettere per iscritto le fasi della procedura, le deposizioni e le testimonianze, è una delle poche istituzioni del passato su cui è disponibile una quantità di dati tale da rendere impossibile ogni travisamento storico. Infatti, gli studiosi che negli ultimi anni hanno cominciato a esplorare l’imponente documentazione archivistica si sono trovati, con stupore, al cospetto di tribunali dotati di regole eque e di procedure non arbitrarie, di corti giudiziarie pronte a sconsigliare l’uso della tortura o a scoraggiare denunce infondate e delazioni, di organismi molto più miti e indulgenti dei tribunali civili del tempo. Inoltre, sebbene certa propaganda insista sul carattere ideologico e totalitario dell’Inquisizione, è sempre più evidente l’abisso esistente fra i metodi propri di questa istituzione e i sistemi di controllo delle persone e di manipolazione delle coscienze messi in atto negli Stati moderni.

Tuttavia, se l’immagine dell’Inquisizione sta mutando, e in senso favorevole, presso gli specialisti, i risultati della rinnovata ricerca storica sono poco conosciuti al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Pertanto è quanto mai opportuna l’iniziativa della casa editrice Leonardo, che ha dato alle stampe il volume Elogio della Inquisizione — traduzione della voce Inquisition, scritta da Jean-Baptiste Guiraud per il Dictionnaire apologétique de la foi catholique, edito fra il 1911 e il 1913 —, allo scopo di mettere a disposizione di un vasto pubblico un testo noto finora soltanto ai frequentatori di biblioteche specializzate.

L’opera, curata da Rino Cammilleri, reca un Invito alla lettura (pp. 5-12) di Vittorio Messori, che traccia anzitutto un profilo biografico dell’autore, “cattolico a visiera alzata, che pagò di persona per le sue convinzioni, eppure lontano — da quello storico vero che era — da ogni doppia verità, da ogni forzatura di apologeta fazioso” (p. 12).

Jean-Baptiste Guiraud nasce nel 1866 nell’Aude, dipartimento della Francia meridionale che ha come capoluogo Carcassonne, frequenta l’École Normale Supérieure di Parigi e l’École Française di Roma e intraprende la carriera universitaria, diventando titolare della cattedra di Storia Medioevale presso l’Università di Besançon. Storico appassionato della Chiesa, e in particolare del Medioevo, nonché militante di combattivi organismi del laicato cattolico, si schiera sia con gli scritti, volti a ristabilire la verità storica gravemente travisata dalla cultura laicista dominante, sia con una serie di iniziative tese a difendere la scuola libera, contro la politica anticattolica della Terza Repubblica francese. “Questa sua lotta gli costò la carriera universitaria, già messa in pericolo dal taglio giudicato “intollerabilmente cattolico” delle opere, pur rigorosamente scientifiche, pubblicate nel frattempo sui temi di storia religiosa medioevale di cui era specialista. […] Come non mancò di notare lo stesso Guiraud, dalla cultura che della “leggenda nera” sull’Inquisizione cattolica aveva fatto un suo cavallo di battaglia, giungeva un provvedimento di censura delle idee e di repressione di atteggiamenti non in linea con i dogmi ufficiali” (p. 6). Costretto a lasciare l’insegnamento, è redattore capo del quotidiano cattolico La Croix fino al 1939, quando riprende gli studi storici, peraltro mai abbandonati del tutto. Fra le sue opere principali vanno ricordate L’Inquisition médiévale (ultima edizione, Tallandier, Parigi 1978), pubblicato in Italia nel 1933 (L’Inquisizione medievale, Corbaccio, Milano), e Histoire de l’Inquisition au Moyen Âge (2 voll., Picard, Parigi 1935), incompiuta alla data della morte, avvenuta nel 1953.

Vittorio Messori spiega, quindi, che la scelta di tradurre e di pubblicare in Italia la voce Inquisition del Dictionnaire apologétique de la foi catholique — una “miniera che, malgrado il tempo trascorso e il cambiamento di clima nella Chiesa, sembra ben lungi dall’essere esaurita” (p. 8) — non è finalizzata al “recupero archeologico” (p. 11) di un testo ormai datato, ma vuole rappresentare un punto di partenza e offrire un’intelaiatura generale ancora valida per un primo approccio allo studio dell’Inquisizione.

Nei primi due capitoli — L’Inquisizione: una risposta cattolica (pp. 15-26) e Istituzione dell’Inquisizione (pp. 27-36) — Jean-Baptiste Guiraud descrive la nascita dell’Inquisizione, alla fine del secolo XII, dimostrando come essa rappresentasse la risposta della Chiesa agli eccessi di movimenti ereticali che non si limitavano a propugnare deviazioni di contenuto esclusivamente teologico — contrastati fino ad allora sul piano dottrinale e solo con mezzi spirituali — ma insidiavano mortalmente la società civile. La ferma riprovazione dei civili contro le vessazioni degli eretici costrinse le autorità ecclesiastiche a intervenire, anzitutto per controllare e frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dai tribunali laici, che si illudevano di risolvere il problema inviando con disinvoltura gli eretici al rogo.

Nel terzo e nel quarto capitolo — Dottrine degli eretici (pp. 37-58) e La Chiesa e gli eretici medioevali (pp. 59-65) — l’autore si sofferma sui contenuti delle dottrine eterodosse più diffuse alla fine del Medioevo, dedicando attenzione particolare al catarismo, che […] non era, come le eresie precedenti, un’interpretazione eterodossa di questo o quel dogma cristiano. Era un sistema religioso completo […]. Non c’è dunque da stupirsi che abbia cozzato frontalmente contro l’ordine sociale del Medioevo fondato sul cristianesimo. Di più: la sua concezione profondamente pessimistica della vita lo poneva contro qualunque ordine sociale” (p. 39).

Il pericolo era rappresentato soprattutto dalla condanna del mondo materiale, che implicava il divieto assoluto di procreare e, come culmine della perfezione, il suicidio rituale, e dal rifiuto di prestare giuramento, che comportava il dissolvimento del legame feudale, uno dei capisaldi della società medioevale. A questo proposito Jean-Baptiste Guiraud cita una nota affermazione dello scrittore protestante Henry Charles Lea, pur poco benevolo nei confronti dell’Inquisizione, secondo il quale in quei tempi “la causa dell’ortodossia non era altro che quella della civiltà e del progresso” (Storia dell’Inquisizione. Fondazione e procedura, trad. it. del primo volume, Bocca, Torino 1910, p. 118). L’autorità temporale e quella spirituale, dopo aver agito a lungo separatamente — la prima con i suoi tribunali, l’impiccagione e il rogo, la seconda con la scomunica e le censure ecclesiastiche — finirono per unire i loro sforzi in un’azione comune contro l’eresia. L’Inquisizione medioevale, dunque, è definita dall’autore come “un sistema di misure repressive, le une di ordine spirituale, le altre di ordine temporale, emanate simultaneamente dall’autorità ecclesiastica e dal potere civile per la difesa dell’ortodossia religiosa e dell’ordine sociale, ugualmente minacciati dalle dottrine teologiche e sociali dell’eresia” (p. 64). Le tappe attraverso cui prende corpo il nuovo organismo — la costituzione Ad abolendam di Papa Lucio III, nel 1184, che obbligava tutti i vescovi a visitare due volte l’anno le loro diocesi alla ricerca degli eretici, l’istituzione della cosiddetta Inquisizione “legatina” da parte di Papa Innocenzo III, che inviò i monaci dell’Ordine Cistercense a predicare nei paesi più colpiti e a disputare pubblicamente con gli eretici, la costituzione Excommunicamus di Papa Gregorio IX, nel 1231, con cui erano nominati i primi inquisitori permanenti, scelti in preferenza fra i domenicani e i frati minori — sono descritte nei capitoli quinto e sesto, Organizzazione dell’Inquisizione (pp. 67-78) e L’Inquisizione monastica (pp. 79-90).

Negli ultimi quattro capitoli — Procedura dell’Inquisizione (pp. 91-102), Tortura? (pp. 103-114), La leggenda nera (pp. 115-124) e Gli argomenti dei detrattori (pp. 125-133) — Jean-Baptiste Guiraud fà giustizia dei più noti luoghi comuni che hanno contribuito alla costruzione della “leggenda nera” sull’Inquisizione. Il lettore apprenderà, fra l’altro, che l’Inquisizione era tutt’altro che un tribunale di sadici, che seguiva una procedura molto rigorosa, che era competente a giudicare solo i battezzati e che dunque gli ebrei e i musulmani non ricadevano sotto la sua giurisdizione. L’Inquisizione del secolo XIV inventa la giuria, consilium che consente all’imputato di essere giudicato da un collegio numeroso, e altri istituti in favore del condannato, come la semi-libertà, la licenza per buona condotta e gli sconti di pena. Inoltre, è falsa l’immagine dell’inquisitore feroce e ignorante: gli inquisitori erano, in genere, persone dotte, oneste e di costumi irreprensibili, non inclini a decidere in poche ore e arbitrariamente sulla sorte dell’imputato, volti invece ad accordare il perdono al reo e a farlo rientrare in seno alla Chiesa. “Ricondurre all’ortodossia un eretico era per loro una grande gioia e, anziché abbandonarlo al braccio secolare e a una morte che uccideva anche ogni speranza di conversione, preferivano molto di più far ricorso a quelle penitenze canoniche e sanzioni temporali che gli avrebbero dato la possibilità di emendarsi” (pp.110- 111). Falsa è anche l’affermazione secondo cui si faceva un uso generalizzato e indiscriminato della tortura, cui gli inquisitori del secolo XIV, a differenza dei giudici civili, ricorrevano raramente e nel rispetto di regole molto severe. L’immagine popolare secondo cui i tribunali inquisitoriali erano teatro di raffinatissime scene di crudeltà, di modi ingegnosi di infliggere l’agonia e di un’insistenza criminale nell’estorcere le confessioni, è l’esito della propaganda degli scrittori a sensazione, che hanno sfruttato la credulità di molti.

Falsa, infine, è l’immagine dell’Inquisizione come tribunale sanguinario. Lo spoglio statistico delle sentenze, da cui si ricava la bassa percentuale delle condanne, soprattutto di quelle alla pena capitale, ha ormai dimostrato che questa tesi è infondata, confermando quanto sostenuto da Jean-Baptiste Guiraud nell’Epilogo (pp. 135-151). L’Inquisizione perseguiva lo scopo di correggere e di riavvicinare alla fede l’eretico: “Ciò spiega perché essa imponeva penitenze di ordine spirituale che potessero inclinare il condannato alla pietà, perché attenuava le pene più gravi quando trovava in lui indizi di ravvedimento morale e perché abbandonava al braccio secolare, cioè alla morte, i recidivi che, essendo tornati ai loro errori, facevano perdere ogni fiducia nella loro conversione e nella loro sincerità” (p. 143).

Il volume si chiude con una Bibliografia (pp. 153-164) delle fonti utilizzate o segnalate dall’autore e con preziose Integrazioni bibliografiche (pp. 165-189), redatte da Marco Invernizzi e da Oscar Sanguinetti, che offrono una rassegna ragionata delle correnti storiografiche sul tema e suggeriscono […] alcune “piste” di indagine, da utilizzare nel caso si vogliano approfondire i diversi aspetti di un fenomeno plurisecolare e dalle molteplici peculiarità a seconda dei luoghi e dei contesti storici nel quale si è esplicato” (p. 165).

I due ricercatori distinguono accuratamente l’istituzione sorta nel secolo XIII, la cosiddetta Inquisizione medioevale, dall’Inquisizione spagnola, creata da Papa Sisto IV, nel 1478, su sollecitazione di Isabella di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona, e dalla Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, istituita da Papa Paolo III, nel 1542, e, sulla scia dello storico inglese Henry Arthur Francis Kamen, notano come […] l’Inquisizione fosse espressione del passaggio da una società contraddistinta dalla convivenza fra le diverse comunità religiose a un’altra sempre più contrassegnata da conflitti, e come essa fosse la risposta della Chiesa e della cristianità alla minaccia rappresentata dall’eresia (Catari e Albigesi) e, successivamente, in Spagna, dalle false conversioni di giudei e musulmani” (pp. 167-168).

Attenzione particolare è dedicata proprio alla storiografia sull’Inquisizione spagnola, che ha prodotto negli ultimi decenni rilevanti contributi, sostanziati da approfondite ricerche d’archivio, che hanno consentito di superare i pregiudizi di carattere ideologico. È oramai evidente che il ruolo svolto dai tribunali inquisitoriali fu decisivo per assicurare la pace sociale e religiosa in Spagna e che non può essere sottovalutata la portata di tale impresa, che costituì una nazione spiritualmente compatta di fronte alla Francia lacerata dalle guerre di religione, all’Inghilterra sulla strada dell’eresia e al sultano difensore del mondo islamico.

Analoghe considerazioni valgono per l’Inquisizione “romana”, che rappresentò nella penisola italiana un bastione invalicabile contro ogni deviazione dottrinale e che ha difeso il patrimonio spirituale del popolo italiano, contribuendo alla vittoria della Contro-Riforma sull’Umanesimo, sul Rinascimento e sulla Rivoluzione protestante.

Francesco Pappalardo

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