Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia, Editori Riuniti, Roma 1985, pp. XXXII-112, L. 9.500.

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Maurizio Dente, Cristianità n. 126 (1985)

 

Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia, Editori Riuniti, Roma 1985, pp. XXXII-112, L. 9.500.

 

Le Considerazioni sulla Francia – un breve saggio sulla Rivoluzione francese scritto nel 1797, e che per l’acutezza delle intuizioni e la lucidità dei giudizi in esso contenuti ha contribuito a fare meritare al suo autore, Joseph de Maistre, la qualifica di «storico dell’avvenire» – riappaiono in libreria pubblicate dagli Editori Riuniti.

Nato a Chambéry, in Savoia, nel 1753, e dunque suddito del re di Sardegna, il conte Joseph de Maistre ne servì la causa con intelligenza e lealtà, unite a un aristocratico distacco e a una lungimiranza che gli consentirono di affrontare incomprensioni, avversità e perfino le gravi ristrettezze materiali in cui si trovò in alcuni periodi della sua vita di combattente. Per conto del re di Sardegna fu prima agente in patria, poi ministro plenipotenziario a Pietroburgo e senatore del Regno. Morì a Torino nel 1821, cosciente come pochi altri degli sconvolgimenti che la Rivoluzione ancora preparava per l’Europa.

L’unica traduzione precedente delle Considerazioni sulla Francia – molto utili per un approccio all’autore, che è oggi facilitato anche dalla ripubblicazione de Il Papa (Rizzoli, Milano 1984) – risale al 1828, e fu edita nel Regno di Napoli.

Se quest’ultimo dato costituisce un elemento di riflessione sullo stato della cultura cattolica, di cui Joseph de Maistre è un esponente di grande rilievo, merita sicuramente attenzione anche il fatto che sia la casa editrice del Partito Comunista Italiano a riproporre uno dei più acuti e brillanti critici del mondo moderno, così come e uscito da quella fondamentale crisi che e stata la Rivoluzione francese.

La lettura dell’introduzione, scritta da Massimo Boffa, consente, comunque, di escludere immediatamente che ci si trovi di fronte a un tentativo di «annessione» e di «recupero» dell’autore a una prospettiva marxista o di sinistra: le tesi del conte de Maistre non sono dialettizzabili e si prestano assai poco alle abituali letture storicistiche. E all’«annessione», infatti, si preferisce piuttosto da un lato la ripetizione dei giudizi demonizzanti della storiografia liberale, che ha liquidato l’autore de Le serate di Pietroburgo come «l’apologeta del boia» per avere egli scritto, nell’ambito di una produzione assai vasta, una riflessione di alcune pagine – peraltro acute – sulla funzione che assolve chi è materialmente incaricato di fare giustizia e dall’altro accreditare Joseph de Maistre, giusnaturalista di segno classico come ha dimostrato in un bel saggio Domenico Fisichella (Giusnaturalismo e teoria della sovranità in G. de Maistre, D’Anna, Messina 1963) e difensore del diritto di resistenza, come un «teorico della dittatura moderna».

In questa seconda classificazione, con la quale Joseph de Maistre viene «consegnato» al lettore, si può intravedere, però, il probabile significato della sua strana riscoperta da parte comunista. L’attuale società, si riconosce nell’introduzione di Massimo Boffa, fondata sulla elaborazione teorica dei dottrinari della Rivoluzione francese, cioè su una serie di assiomi che vanno dalla rousseauiana concezione della sovranità popolare fino alla teoria democratico-liberale della rappresentanza politica, ha una «base instabile» (p. IX). Chi, come il conte de Maistre, ne contesta in radice i fondamenti può offrire argomenti di prim’ordine a quanti sono in cerca di una reale alternativa – il termine è purtroppo tragicamente usato a sproposito nel gergo politico – di idee e di contenuti, e non soltanto di gestione, alla delusione e alla sfiducia provocate dal fallimento dell’armamentario ideologico su cui si poggiano le moderne democrazie inorganiche e i loro artificiosi meccanismi di partecipazione alla vita politica. Si può affermare, dunque, che questa riproposizione del tradizionalista savoiardo ha le caratteristiche di una sorta di inquinamento preventivo attraverso una chiave di lettura offerta anticipatamente per tentare di sbarrare, a quanti lo scoprissero, gli orizzonti intellettuali che questo pensatore a-sistematico nell’esposizione, ma profondo e lucido come pochi altri nell’analisi, può aprire.

Va ancora notato un tentativo di denigrazione non nuovo ma spinto, qui, fino all’esasperazione. È l’insistenza su una giovanile esperienza massonica di Joseph de Maistre, che viene ingigantita fino a qualificarlo come un «cattolico massone» (p. VIII)

Contro quest’accusa – e senza volersi addentrare in questa sede in una ricerca sulle dottrine che venivano professate dalla massoneria conosciuta dal giovane conte de Maistre, o che egli credeva che fossero professate – basti richiamare quanto ha scritto sull’argomento Robert Triomphe, probabilmente il maggiore biografo del pensatore cattolico contro-rivoluzionario, di cui non può essere minimamente sospettato, peraltro, di condividere la prospettiva. Si ignora – ha scritto appunto Robert Triomphe nel suo Joseph de Maistre. Étude sur la vie et la doctrine d’un matérialiste mystique (Droz, Ginevra 1968, p. 88) – «dove e quando è stato iniziato», «quando e perché ha abbandonato le logge», «a quali assemblee ha partecipato, che cosa vi abbia inteso e che cosa abbia detto».

Naturalmente, dopo queste avvertenze, resta ancora da raccomandare vivamente la lettura dell’opera, che è da ritenersi un classico della letteratura cattolica contro-rivoluzionaria nonostante la sua brevità e l’intonazione pamphlettistica. Proprio nella polemica – si legga, per esempio, il Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche e delle altre istituzioni umane (Il Falco, Milano 1982) – e nel paradosso, d’altronde, Joseph de Maistre riesce a esprimere al meglio, e con uno stile particolarmente brillante, un pensiero che poi esporrà in forma dialogica e più organica ne Le serate di Pietroburgo, pubblicate postume e purtroppo ora introvabili in traduzione italiana (Rusconi, Milano 1972).

Il tema della Provvidenza e del suo dominio sulla storia è la chiave di volta dell’interpretazione maistriana della Rivoluzione francese, evento che lasciava disorientati, per la sua novità, i contemporanei del pensatore tradizionalista. La Provvidenza fa della Rivoluzione un suo strumento; infatti «non esiste il caso nel mondo, e neppure, di conseguenza, esiste il disordine, poiché il disordine viene ordinato da una mano sovrana che lo piega alla regola e lo costringe a concorrere allo scopo» (p. 91). Una rivoluzione, dunque, avverte Joseph de Maistre, «non è che un movimento politico che deve produrre un certo effetto in un certo periodo» (ibidem). Gli stessi uomini della Rivoluzione, pur figurando come protagonisti di essa, non ne sono, in realtà, che esecutori, «non ne sono che meri strumenti» (p. 5); «e non appena pretendono di dominarla, cadono ignobilmente» (ibidem). «Robespierre, Collot o Barère non pensarono mai di instaurare il governo rivoluzionario e il regime del terrore. Vi furono insensibilmente guidati dalle circostanze» (ibidem). Dunque, «non sono gli uomini che guidano la rivoluzione, è la rivoluzione che usa gli uomini. Si dice benissimo quando si dice che essa cammina da sola) (p. 6). L’osservazione è di una attualità sorprendente e fornisce una risposta ai tanti che si stupiscono per le doti assolutamente mediocri di personaggi che le cronache politiche ripropongono quasi quotidianamente alla nostra attenzione: «Uomini senza genio e senza conoscenze hanno guidato assai bene quel che essi chiamavano il carro rivoluzionario; […] e tutto gli è riuscito, poiché erano solo gli strumenti di una forza che ne sapeva più di loro» (ibidem).

Ma perché il castigo della Provvidenza ha avuto come oggetto e, insieme, come strumento la Francia? «Ogni nazione, come ogni individuo, ha avuto in sorte una missione che deve assolvere. La Francia […] si trovava al vertice del sistema religioso, e non senza ragione il suo re veniva chiamato cristianissimo […]. Ora, poiché essa si è servita della propria influenza per contraddire questa vocazione e demoralizzare l’Europa, non bisogna meravigliarsi che vi sia ricondotta con mezzi terribili» (p. 7). Joseph de Maistre scorge nitidamente la portata dell’evento di cui è stato spettatore: «la rivoluzione francese è una grande epoca» e «le sue conseguenze, in tutti i campi, si faranno sentire molto al di là del tempo della sua esplosione e dei confini del suo ambito proprio» (p. 18).

Questo celebre giudizio basta da solo a distinguere la critica maistriana della Rivoluzione francese – facendo del suo autore un contro-rivoluzionario – da quella dei numerosi altri suoi contemporanei, difensori dell’Antico Regime, che si opponevano a essa con un’ampia produzione intellettuale di pamphlet talvolta brillanti, oppure con la forza, come nel caso degli emigrati legittimisti dello sfortunato sbarco a Quiberon, nel 1979. Per questi ultimi, richiamando concetti che sono stati analizzati con precisione da Augusto Del Noce (I caratteri generali del pensiero politico contemporaneo. Lezioni sul marxismo, Giuffrè, Milano 1972, pp. 17-24), bisogna piuttosto utilizzare la definizione di reazionari. Peraltro, per non attribuire meriti non suoi a Joseph de Maistre, che resta ugualmente autore di grande rilievo, e anche per situarlo correttamente nell’ambito di una scuola di pensiero, piuttosto che farlo apparire come un isolato seppure lucido profeta, va detto che la pubblicistica cattolica contro-rivoluzionaria, in buona parte inedita o non più edita, aveva già precedentemente a lui individuato la dimensione epocale della Rivoluzione francese così come la sua matrice metafisica. 

«C’è nella rivoluzione francese qualcosa di satanico che la distingue da tutto ciò che si è visto finora, e forse da tutto ciò che si vedrà in futuro» (p. 36). Un evento unico, dunque, che per il pensatore savoiardo – come ha osservato Massimo Introvigne (La Rivoluzione francese: verso una interpretazione teologica?, in Quaderni di «Cristianità», anno I, n. 2, estate 1985, p. 8) – «non può essere compreso nella sua profondità senza fare riferimento a categorie teologiche». Ma quanto sarebbero durati gli effetti della Rivoluzione? Ne Il Papa, pubblicato nel 1819, Joseph de Maistre individua il «filo rosso» che, attraverso l’Umanesimo e il Rinascimento, giunge fino al protestantesimo che anticipa, nella Chiesa, quanto la Rivoluzione francese trasferirà, «fino alle estreme conseguenze» (Il Papa, Rizzoli, Milano 1984, p. 35), in politica. E questo sconvolgimento, che già pareva avere superato ogni ragionevole limite a tanti osservatori contemporanei del pensatore savoiardo, sarebbe ancora continuato: «La GENERAZIONE attuale è testimone di uno dei più grandi spettacoli che occhio umano abbia mia visto: è la lotta ad oltranza del cristianesimo e del filosofismo» (p. 40). Ma la Rivoluzione resta pur sempre strumento della Provvidenza, e, «se la Provvidenza cancella, lo fa senza dubbio per scrivere di nuovo» (p. 16). Dunque, i suoi mali avrebbero trovato rimedio in una lunga azione benefica, condotta in nome del principio contrario a quello che guida la Rivoluzione. È la Contro-Rivoluzione, di cui il conte de Maistre, che guarda ben oltre il suo tempo, si preoccupa di chiarire la dinamica e la necessaria durata: «la lunghezza stessa dei mali vi annuncia una controrivoluzione di cui non avete l’idea», (p. 14). Essa «non sarà una rivoluzione contraria, ma il contrario della rivoluzione» (p. 96). «Vedremo – avverte – precisamente il contrario di quanto abbiamo visto finora» (ibidem). D’altronde, ammonisce, «il ritorno all’ordine non può essere doloroso, poiché sarà naturale, e poiché sarà favorito da una forza segreta, la cui azione è tutta creatrice» (ibidem). Contro il pessimismo e la disperazione cui inducono quelle concezioni della storia che vogliono espellere da essa il soprannaturale, riducendola a un intreccio senza significato di dialettiche materiali, il «senso cristiano della storia», cui si richiama Joseph de Maistre, apre la porta alla speranza: già in altri casi le sorti del Bene e dell’Ordine parevano, stando a una lettura unicamente naturale e umana degli eventi, compromesse. Ma lo svolgimento degli accadimenti ha poi fatto giustizia del pessimo e dello scoramento. Nell’ultimo capitolo delle Considerazioni sulla Francia l’autore chiama a testimonianza le vicende della restaurazione della monarchia inglese dopo la rivoluzione del 1648, citando i Frammenti di una Storia della rivoluzione inglese di David Hume. E per sottolineare le analogie, al di là di diversità contingenti, tra i due episodi rivoluzionari ma, soprattutto, per ammonire sulle reali possibilità, più concrete di quanto i suoi contemporanei sapessero intravedere, di una contro-rivoluzione, intitola il capitolo XI Frammenti di una Storia della rivoluzione francese: il generale Monk, restauratore, in mezzo allo scetticismo generale, della monarchia inglese «non aveva che sei mila uomini e le forze che gli si potevano opporre erano cinque volte più numerose» (p. 109). La causa di re Carlo «pareva assolutamente disperata al mondo intero» (p. 108) e «nessuno osava confessarsi realista» (ibidem). Eppure, nel volgere di un anno, cambiava la disposizione degli animi e lo stesso generale Monk, sulla strada che lo portava a Londra, si vedeva pregato, dagli «abitanti più eminenti di ogni provincia», di «voler essere lo strumento che restituisse alla nazione la pace, la tranquillità e il godimento di quelle franchigie che appartenevano agli inglesi per diritto di nascita e di cui essi erano stati così a lungo privati a causa di sventurate circostanze» (p. 109). Nell’episodio citato vi è un altro fondamentale insegnamento maistriano: quel principio del Bene e dell’Ordine che costituisce il contrario della Rivoluzione deve essere solo liberato. Poi esso agirà da solo. E la storia, che è «la politica sperimentale» – anzi, per Joseph de Maistre, l’unica politica possibile – offre la puntuale verifica di questa affermazione. Infatti – ammonisce l’autore rivolto ai francesi – «se costoro ancora non si rendono conto che la Provvidenza è la custode dell’ordine, e che non è affatto la stessa cosa agire con o contro di essa, cerchiamo almeno di prevedere quel che essa farà da quel che ha fatto; […] diamo ascolto almeno alla storia, che è la politica sperimentale» (p. 95).

Maurizio Dente

 

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