Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, “Gesù di Nazaret”: errori del Papa o dei suoi critici?

Alleanza Cattolica 13 anni fa
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Don Pietro Cantoni, Cristianità n. 341-342 (2007)

 

Sulla stampa si è fatto un gran parlare di “errori” commessi dal Papa nell’opera Gesù di Nazaret. Dopo averne letto accuratamente sia l’edizione italiana (Rizzoli, Milano 2007, a cura di Ingrid Stampa ed Elio Guerriero) che quella tedesca (Herder, Friburgo in Brisgovia 2007), che può essere considerata il “testo originale”, ho trovato un solo errore “fattuale”: nella bibliografia, infatti, il noto esegeta John Paul Meier viene definito “un gesuita americano” (p. 410 [le citazioni senz’altra indicazione s’intendono dall’edizione italiana]) mentre è un sacerdote appartenente al clero secolare della diocesi di New York.

Non trattandosi con tutta evidenza, anche per esplicita dichiarazione dell’autore, di un “atto magisteriale” (p. 20), non si pone neppure il problema dogmatico dell’autenticità o addirittura dell’infallibilità di un pronunciamento papale. Un documento non infallibile o non rivestito dell’autorità del Magistero, che ha per autore la persona privata del Papa non è però ipso facto un documento erroneo. Gli errori vanno sempre dimostrati, come per qualunque altro autore, e, in virtù del fondamentale principio ermeneutico della benevolenza interpretativa, non possono essere semplicemente presunti. Ora, gli errori finora segnalati non esistono e dimostrano una sola cosa: l’ignoranza e/o il malanimo di chi li denuncia e li propala come tali. Nel caso del card. Carlo Maria Martini S.J. si tratta di parole riportate e non da lui controllate: le prendo in esame quindi solo in uno spirito di servizio nei confronti di quanti — leggendole — potrebbero trarne motivo per ritenere il libro scientificamente inconsistente, anche in virtù dell’autorità scientifica dello stesso card. Martini. Il che — torno a ripeterlo —, se non crea nessun problema dogmatico, è però profondamente ingiusto nei confronti della scienza e della persona del teologo Joseph Ratzinger. Escludo quindi qualunque polemica diretta nei confronti del porporato, che è un insigne studioso di critica testuale del Nuovo Testamento.

Vediamo ora in sequenza la lista dei presunti errori. Tralascio quelli che possono derivare da una diversa intepretazione dei testi e che appartengono al dibattito scientifico a cui l’autore — posto che scrive in questa sede come teologo privato — non si sottrae affatto (cfr. p. 20).

Riporto il testo del card. Ratzinger, quindi la critica e — di seguito — le mie osservazioni.

1. “La più recente variante di Dt 32,8, accolta poi generalmente, dice: “Quando l’Altissimo […] disperdeva i figli dell’uomo, Egli stabilì i confini delle genti secondo il numero degli israeliti” riferendosi ai settanta membri della casa di Giacobbe al momento della migrazione in Egitto” (p. 214).

Il 23 maggio 2007 il card. Martini ha tenuto una conferenza di presentazione dell’opera Gesù di Nazaret a Parigi. Il Foglio Quotidiano (anno XII, n. 121, Milano 24-5-2007, pp. 1 e II) ne ha riportato un resoconto, Martini corregge Ratzinger in francese, da cui cito: “L’assenza di notazioni testuali non consente di comprendere cosa significano le parole della pagina 203 [si tratta evidentemente dell’edizione francese], a proposito di Deuteronomio 32,8: “Nella versione del Deuteronomio, che è quella più recente”? — Che vuol dire? Tutti i manoscritti ebraici del Deuteronomio hanno questa versione — “Egli stabilì i confini delle genti secondo il numero degli israeliti”. Lo ripeto — ha insistito Martini come un maestro severo — la critica testuale non ama questo modo di esprimersi”. Peggio ancora l’edizione Rizzoli dove si legge: “Una recente variante di Deuteronomio 32,8, accolta poi generalmente dice…”. Nessuna delle due espressioni è esatte [sic], ha chiosato Martini: “Forse ci si riferisce alla variante “angelo di Dio” che si trova in alcuni frammenti di Qumran, nella Bibbia dei Settanta — e cioè la più antica versione greca del Vecchio Testamento. Ma il testo ebraico non è una versione”.

L’espressione “La più recente variante di Dt 32,8, accolta poi generalmente” è in realtà assolutamente esatta. “Figli di Israele” è infatti una variante testuale frutto della correzione di un testo più antico, “figli di Dio”, “angeli di Dio” — attestato in Settanta, Vetus Latina, Siro-esaplare, Simmaco e in un frammento della quarta grotta di Qumran — e che, quindi, può essere considerata “più recente”. Dimostrazione in Jean-Dominique Barthélemy O.P. (1921-2002), Les Tiqquné Sopherim et la critique textuelle de l’Ancient Testament, in Études d’histoire du texte de l’Ancien Testament (Vandenhoek & Ruprecht, Göttingen 1978, pp. 91-110); padre Barthélemy dimostra che la lezione “figli di Israele” è un tiqqun sopherim, una “correzione degli scribi” con motivazione teologica, ed è quindi più recente: “La lezione “figli di Israele” appare dunque come cronologicamente posteriore alla lezione “figli di Dio”” (p. 105, n. 2). Il peso dell’autorità di padre Barthélemy nell’insidioso e difficile campo della critica testuale dell’Antico Testamento è ben noto a tutti coloro che vi lavorano e non solo a loro. Joseph Ratzinger è certamente uno di quei teologi sistematici per i quali la critica testuale non è un inutile lusso da lasciare agli specialisti: non solo perché la costituzione “materiale” del testo è la base imprescindibile di qualsiasi riflessione teologica su di esso, ma anche perché ha essa stessa un valore teologico. Il confronto con il Corano è anche qui illuminante. Da notare che, a differenza della CEI che ha “figli di Israele”, molte traduzioni moderne (Bible de Jérusalem, Einheitsübersetzung, Herder, English Standard Version) adottano la lezione più antica.

2. “Di fatto l’evangelista riprende con ciò la terminologia dell’Antico Testamento per indicare l’investitura al sacerdozio (cfr. 2 Re 12,31; 13,33), qualificando così l’incarico dell’apostolo come ministero sacerdotale” (p. 205).

La citazione è sbagliata, perché si tratta in realtà del I libro dei Re.

– Vero, ma è solo un refuso dell’edizione italiana. Infatti il testo tedesco — che non fatichiamo a considerare il testo originale, per ovvie ragioni — ha correttamente 1 Re (cfr. p. 207).

3. A proposito dello stesso passo, il card. Martini avanzerebbe anche una critica di carattere interpretativo.

– “Pretendere […] che quando Marco, 3,14, scrive “istituì dodici apostoli” riprenda “una terminologia con cui nell’Antico Testamento si indica l’investitura dei preti” lascia Martini perplesso. Infatti lo stesso Marco, altrove 12, 31, 13, 33, parla di preti non legittimi, e l’espressione nella Bibbia greca ha un altro senso e nelle concordanze non se ne trova traccia” (Il Foglio Quotidiano, cit.). Il secondo riferimento a Marco mi pare un evidente refuso del Foglio, perché in realtà è 1 Re.

– Qui non si tratta più di un errore fattuale o di una evidente scorrettezza terminologica, ma d’interpretazione dei testi. Sul punto sono più che legittime posizioni discordanti; mi preme però mettere in luce che la posizione assunta da Ratzinger non è affatto isolata: cfr., per esempio, Edward J. Mally, S.J., Il Vangelo secondo Marco, in Grande Commentario Biblico [The Jerome Biblical Commentary], trad. it., Queriniana, Brescia 1973, p. 855; Rudolf Pesch, Il Vangelo di Marco (Commentario teologico del Nuovo Testamento), vol. I, trad. it., Paideia, Brescia 1980, p. 333.

4. “Gesù “dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame” (Mt 4,2). Al tempo di Gesù il numero 40 era già ricco di contenuto simbolico per Israele. […] Il ricordo può estendersi poi al racconto rabbinico secondo cui Abramo, sulla strada per il monte Oreb dove avrebbe dovuto sacrificare il figlio, non prese né cibo né bevanda per quaranta giorni e quaranta notti” (pp. 51-52).

– L’Espresso. Settimanale di politica cultura economia(anno LIII, n. 21, Roma 7-6-2007, pp. 82-83), con un articolo a firma di Marco Damilano, Cristo, quanti errori, ha trovato nel Gesù di Nazaret una serie di “sviste, confusioni sintattiche, anacronismi, luoghi comuni. E qualche autentico strafalcione” (p. 82). Damilano ha potuto usufruire della consulenza di esegeti che si sono decisi a collaborare solo “con l’assicurazione dell’anonimato” (ibidem). “A pagina 51 […] Ratzinger parla del racconto rabbinico secondo cui “Abramo, sulla strada per il monte Oreb dove avrebbe dovuto sacrificare il figlio, non prese né cibo né bevanda per quaranta giorni e quaranta notti”. Ma qui il papa fa confusione tra due episodi biblici: nel capitolo 22 del libro della Genesi il monte indicato per il sacrificio di Isacco è il Moria. E Abramo arriva nel luogo dell’olocausto il terzo giorno. Mentre, in effetti, c’è un altro personaggio fondamentale che digiuna quaranta giorni camminando verso il monte Oreb: ma è il profeta Elia, come racconta il capitolo 19 del libro dei Re. Scambiare Abramo con Elia è da “non possumus”” (ibidem).

– Qui il Papa si riferisce esplicitamente a un “racconto rabbinico”. Si tratta dell’Apocalisse di Abramo dove si racconta che Abramo viaggia verso l’Oreb per compiervi il sacrificio accompagnato da un angelo: “Andammo noi due insieme, soli, per 40 giorni e notti. Non mangiai pane e non bevvi acqua perché […] cibo era il vedere l’angelo che era con me e la sua conversazione con me era la mia bevanda. Giungemmo alla montagna di Dio, il glorioso Horeb” (Apocalisse di Abramo, in Apocrifi dell’Antico Testamento, a cura di Paolo Sacchi, vol. III, Paideia, Brescia 1999, p. 87). Lo “strafalcione” allora dovrebbe essere attribuito, caso mai, all’ignoto autore dell’Apocalisse di Abramo, un contemporaneo di san Giovanni. Vi è da chiedersi se i consulenti abbiano chiesto l’anonimato per paura degli orrendi strumenti di tortura che il Papa — nonostante le assicurazioni fornite nella premessa dell’opera — tiene in serbo nel Sant’Uffizio per chi oserà contraddirlo, oppure per farsi quattro risate alle spalle dell’ignaro giornalista… Chi conosce anche solo superficialmente questo genere di letteratura sa che la preoccupazione principale dell’autore non è quella dell’ubicazione geografica dell’Oreb e del Moria, ma del significato teologico soggiacente all’episodio e questa è anche la ragione per cui Ratzinger lo cita (come anche: Joachim Gnilka, Il vangelo di Matteo (Commentario teologico del Nuovo Testamento), vol. I, Paideia, Brescia 1990, p. 141). Qui l’identificazione dei due monti è solo un artificio simbolico per tracciare una linea di connessione teologica.

5. “Come già nel Discorso della montagna e nelle notti trascorse in preghiera da Gesù, incontriamo di nuovo il monte come luogo della particolare vicinanza di Dio; di nuovo dobbiamo pensare ai vari monti della vita di Gesù come a un tutt’uno: il monte della tentazione, il monte della sua grande predicazione, il monte della preghiera, il monte della trasfigurazione, il monte dell’angoscia, il monte della croce e infine il monte dell’ascensione; su di esso il Signore — in contrasto con l’offerta del dominio sul mondo in virtù del potere del demonio — dichiara: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18). Sullo sfondo si stagliano però anche il Sinai, l’Oreb, il Moria — i monti della rivelazione dell’Antico Testamento, che sono tutti al tempo stesso monti della passione e monti della rivelazione e, dal canto loro, rimandano anche al monte del tempio su cui la rivelazione diventa liturgia “ (p. 356).

– “Ma a pagina 356, il papa tedesco scivola sull’Oreb, per la seconda volta. Parlando dei “monti della rivelazione” ne indica tre: il Sinai, l’Oreb e il Moria. Ma il Sinai e l’Oreb nel linguaggio della Bibbia sono la stessa cosa, simboleggiano il monte dove Dio parla al suo popolo” (Marco Damilano, ibidem).

– Per la stessa ragione per cui il Papa non intende affermare che tutti i monti di cui si parla nei Vangeli sono in realtà un unico monte (“come ad un tutt’uno”), non intende neppure moltiplicare i monti dell’Antico Testamento, affermando che Oreb e Sinai sono due monti diversi. Qui sta semplicemente perseguendo una esegesi tipologica, scorgendo nelle diverse realtà storiche l’unità di un disegno che le trascende. Così come il mondo — in quanto creazione di Dio — ci parla di lui, anche la storia in quanto da lui guidata è portatrice di un “disegno intelligente” che trascende gli eventi storici nella loro fattualità. Questo tipo di esegesi è presente nella Bibbia stessa e non si oppone affatto al metodo storico critico, ma lo integra: cfr. Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1993, p. 75 (documento nato per ispirazione e sotto la direzione dell’allora card. Ratzinger). Cfr. anche Eadem, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, Libreria Editrice Vaticana, Citta del Vaticano 2001, soprattutto la prefazione del card. Ratzinger alle pp. 5-13. È questo anzi un punto centrale nel libro, che non è contro il metodo storico critico in quanto tale, ma, caso mai — come ha opportunamente osservato il card. Martini — un deciso attacco a “l’imperialismo del metodo storico critico” (Gesù di Nazaret, in La Civiltà Cattolica, quaderno 3768 del 16 giugno 2007, pp. 533-537 [p. 535]), cioè alla pretesa che un unico metodo renda ragione della complessità della parola di Dio. È dunque sbagliato contrapporre metodo storico e metodo tipologico-spirituale. Non o l’uno o l’altro, ma e l’uno e l’altro.

6. “C’è poi l’equivoco per cui Ratzinger scrive che Gesù entrò a Gerusalemme durante la festa della domenica delle Palme: il papa lo ripete quattro volte, a pagina 213, 272, 315, 335. Ma si tratta di un evidente anacronismo: la domenica delle Palme, come è ovvio, all’epoca era una festività inesistente. La benedizione dei ramoscelli d’ulivo che ricorda quel giorno fu istituita molti secoli dopo” (M. Damilano, ibidem).

– È vero! Come si fa a dire, per esempio, che Roma è stata fondata nel 753 avanti Cristo? È ovvio che Romolo e Remo (o chi per loro) non ne sapevano nulla di un tempo prima o dopo Cristo. Né vale ricorrere alla scappatoia dell’”Era volgare”, dobbiamo solo affrettarci a correggere tutti i nostri libri di storia e non solo quelli… Vi è solo da stupirsi che nessuno vi abbia pensato prima.

7. “Il rapporto con la festa delle Capanne diventa convincente se si considera l’interpretazione messianica di questa festa nel giudaismo all’epoca di Gesù. Jean Daniélou ha approfondito questo aspetto in maniera convincente, collegandolo alla testimonianza dei Padri, in cui le tradizioni ebraiche erano senz’altro ancora note e venivano reinterpretate nel contesto cristiano. […] Daniélou cita prima Riesenfeld: “Le capanne furono concepite non solo come ricordo della protezione divina nel deserto, ma [ciò che è importante] anche come una prefigurazione dei sukkot [divini] nei quali i giusti avrebbero abitato nel secolo a venire […]“” (p. 362).

– “A pagina 362 la parola ebraica sukkot (capanne) viene utilizzata al maschile, e invece è femminile” (M. Damilano, ibidem).

– Qui il Papa cita Daniélou, il quale cita Riesenfeld. La faccenda è solo apparentemente complicata: si risolve con estrema facilità confrontando l’italiano con l’originale tedesco che ha “der [göttlichen] sukkot” (p. 362; qui vi è corrispondenza numerica delle pagine). Il genitivo plurale tedesco non distingue fra maschile e femminile. Il ricorso all’originale francese di Daniélou non avrebbe risolto il problema (“des sukkot“), perché la stessa ambiguità vi è anche nella lingua francese. L’errore dunque è del traduttore. Evidentemente pretendere che gli “esperti” de L’Espresso andassero a controllare il testo originale — trattandosi presumibilmente di esegeti professionisti — sarebbe chiedere troppo…

8. “Se prima della partenza Gesù era per Pietro l’”epistáta” — che significa maestro, insegnante e rabbino —, ora egli riconosce in Lui il Kyrios (p. 348).

– “L’”epistàta” di cui si legge a pagina 348, che in greco significa presidente, capo, maestro, è un vocativo, il nominativo è “epistàtes”” (M. Damilano, ibidem).

– Qui il Papa cita un termine del Nuovo Testamento e, ponendolo fra virgolette, lo cita nel caso in cui è nel testo che sta commentando (Lc. 5, 5: kai apokritheìs Símôn eîpen: Epistáta). Più avanti usa un altro termine greco, Kyrios, ma, non trattandosi di una citazione, lo usa al nominativo. Sono regole elementari di metodologia che qualunque studente di teologia impara di solito al primo anno.

9. “Questa sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo, si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando un’asina — la cavalcatura dei poveri, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude. È il re della pace — lo è grazie alla potenza di Dio, non in virtù di un potere proprio” (p. 105).

– “L’asina “cavalcatura dei poveri”, di cui si parla a pagina 105, sa un po’ di fiaba bavarese” (M. Damilano, ibidem).

– La fiaba deve avere travalicato i confini della Baviera, perché la raccontano anche Rudolf Schnackenburg, che è nato nella “vecchia” Slesia tedesca (cfr. Il Vangelo di Giovanni [Commentario teologico del Nuovo Testamento], vol. II, Paideia, Brescia 1977, p. 625); George R. Beasley-Murray (John [Word biblical commentary 36], Word Books, Dallas 1999, 2a ed., p. 210); e C. K. Barrett (St. John, The Westminster Press, Philadelphia 1978, 2a ed., p. 416). Che non sia una favola?

10. “Va ricordata ancora un’importante osservazione linguistica: la radice ebraica malkut “è un nomen actionis […]“” (p. 79).

– “Si può aggiungere che “malkut” è una parola ebraica, e non una radice come afferma il papa a pagina 79″ (M. Damilano, ibidem).

– Il testo tedesco ha infatti “das zugrundeliegende hebräische Wort malkut (p. 85), “la parola ebraica soggiacente [alla parola greca basiléia] malkut“. Anche qui l’errore è del traduttore.

11. “Questa gloria è, come indica il significato della parola greca dóxa, splendore che si dissolve” (p. 62).

– “A pagina 62 Benedetto XVI traduce il termine “doxa” in gloria, ma nel greco classico in realtà la parola significa opinione, solo nel Nuovo testamento, nei Vangeli, assume un nuovo significato” (M. Damilano, ibidem).

– Il fatto è che il Papa non sta commentando Tucidide, ma il Nuovo Testamento. Nel quale — appunto — il termine dóxa prende il significato di gloria.

L’assenza di note ha certamente contribuito a rendere il testo più “vulnerabile”, ma ubbidisce a una evidente preoccupazione comunicativa: quella di rendere l’opera — che si distingue oltre che per precisione teologica anche per chiarezza e bellezza letteraria — meno ostica a un pubblico più vasto. È difficile immaginare un libro carico di note scientifiche a piè di pagina che va a ruba nei supermercati e negli autogrill… Anche la firma del Papa sarebbe servita a poco. Le note le possiamo aggiungere noi.

Vien da pensare che gli “esperti” che hanno suggerito tutti questi spaventosi errori abbiano conservato l’anonimato, cioè un pubblico silenzio, non per paura o per ridere alle spalle dei giornalisti, ma proprio perché esperti in Sacra Scrittura, la quale suggerisce: “Anche lo stolto, se tace, passa per saggio e, se tien chiuse le labbra, per intelligente” (Pr. 17, 28).

Don Pietro Cantoni

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