La «democrazia compiuta» ovvero l’Italia rossa grazie alla setta democristiana

Giovanni Cantoni 38 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 85 (1982)

 

Al progetto socialcomunista di giungere alla «alternativa democratica» – cioè alla instaurazione del loro regime -, passando attraverso una fase di «alternanza», con la Democrazia Cristiana in posizione subalterna e con la funzione di falso «polo conservatore», la setta democristiana risponde accettando la «alternanza», ma proponendo, per dopo, un governo di «compromesso storico», con la propria presenza. Allo scopo essa svela la sua natura più profonda con una sfrontatezza e una franchezza inconsuete, rivendicando con energia e con enfasi le proprie benemerenze sovversive, che la abilitano non solo a partecipare al processo rivoluzionario in tutte le sue fasi, ma anche a entrare nel «regno» finale della perfetta secolarizzazione, che confessa essere la sua meta e il «coronamento storico della battaglia politica» dei «cattolici democratici». La vittoria della linea «filocomunista» resa possibile dall’arroccamento a sinistra della maggior parte dei «capi storici». La sostanziale inconsistenza della «opposizione di tipo inglese» interna. Il dramma della emarginazione politica dei cattolici non democristiani e degli italiani conservatori.

 

Il «piano» uscito dal XV congresso della Democrazia Cristiana

La «democrazia compiuta» ovvero l’Italia rossa grazie alla setta democristiana

 

Dopo il lancio della «terza via» da parte del Partito Comunista, nella riunione del comitato centrale e della commissione centrale di controllo, svoltasi a Roma dall’11 al 13 gennaio scorso (1); dopo la presentazione del «programma» da parte del Partito Socialista, nel convegno tenuto a Rimini dal 31 marzo al 4 aprile (2), è venuto il turno della Democrazia Cristiana, che ha fatto la sua solenne «dichiarazione di intenti» in occasione del XV congresso nazionale, celebrato a Roma dal 2 al 6 maggio. Nel corso di tale assise è stato eletto segretario nazionale l’esponente della sinistra on. Ciriaco De Mita, e, in seguito ai risultati congressuali, l’11 maggio il consiglio nazionale democristiano, nel corso della sua prima riunione, ha nominato proprio presidente l’on. Flaminio Piccoli.

 

Un congresso «fatale» per la costruzione del «partito nuovo»

Come riesce evidente, si è trattato di un avvenimento politico di notevole rilievo, sia perché relativo all’unica forza politica di dichiarata ispirazione cristiana operante nell’Italia cattolica; sia perché interessante la realtà partitica che raccoglie, dal dopoguerra, la maggioranza relativa dei suffragi validamente espressi dal corpo elettorale; sia per quanto, in tale occasione, è stato deciso, ma soprattutto per ciò che l’assise democristiana ha rivelato di «fatale», cioè di predeterminato, se «fato» – come afferma Sant’Agostino – è da fari, «parlare», e significa «quanto è già stato detto».

Di questa inequivoca predeterminazione dà certa testimonianza lo stesso nuovo segretario nazionale, dichiarando che «il partito nuovo non può essere costruito soltanto sulla base di garanzie statutarie e di un cambiamento emozionale della immagine esterna; esso abbisogna di un disegno diverso e di un cambiamento che è iniziato con il Consiglio nazionale di luglio, quando la sinistra ha assunto responsabilità di gestione del partito» (3).

Dunque, almeno dal luglio 1981 è iniziata «questa operazione […] confermata dal Congresso» (4) precisamente con la elezione dell’on. De Mita, tesa alla costruzione del «partito nuovo», come lo stesso esponente democristiano lo chiama con terminologia mutuata dal linguaggio di Palmiro Togliatti. Di tale operazione, e della proposta strategica cui è funzionale, vedrò di tracciare le linee portanti, sulla base della documentazione di prima mano offerta dagli interventi in congresso di esponenti di rilievo della fazione vincente.

 

Dal superamento degli «storici steccati» alla apertura ai socialisti

Della stagione del centro-sinistra – assumendo provvisoriamente questo episodio politico come terminus a quo, come punto di partenza nella ricostruzione del processo operativo democristiano – «rimane ancora oggi immutato per le istituzioni della nostra democrazia – sostiene l’on. Giovanni Galloni – il valore di quello che fu definito l’ “incontro storico” tra cattolici e socialisti; esso integrava e completava il significato dell’incontro anch’esso storico tra cattolici e laici che aveva consentito il superamento degli storici steccati compiuto da De Gasperi.

«[…]

«Il rapporto (con i socialisti) va dunque ripreso, ma ripreso su nuove basi, che, alla luce della profonda intuizione di Moro (“Non siamo più i soli”), non possono più essere quelle del sistema tolemaico della D.C. sola al centro dell’intero sistema, ma non possono neppure essere quelle della rassegnazione della Democrazia Cristiana e delle grandi realtà popolari che essa rappresenta alla funzione subalterna di supporto alla gestione del potere altrui.

«Questa concezione di una alleanza con la D.C. in posizione subalterna è stata in questi giorni illustrata da uno dei massimi politologi ed ispiratori della politica socialista, in questi precisi termini: “la D.C. dovrebbe accettare di fornire le truppe parlamentari, al P.S.I. spettando i piani ed il comando”. Una alleanza siffatta si inserirebbe nel quadro di una strategia socialista che – passando attraverso l’alternanza – avrebbe come suo sbocco finale la realizzazione di una alternativa di sinistra, nella quale probabilmente toccherebbe ai comunisti la nostra stessa sorte di fungere da supporto all’egemonia laico-socialista» (5).

Completata la descrizione della strategia alla quale è funzionale la subalternità democristiana, l’esponente della sinistra si chiede: «Si tratta di una fantasia di politologi, di una esercitazione intellettuale con la quale si teorizza come possibile, partendo da un dieci per cento di consenso elettorale, l’egemonia sull’intero paese? O non si tratta invece di un disegno che, di fronte alla rassegnazione, all’inerzia, alla mancanza di iniziativa politica nostra od altrui ha qualche possibilità di successo?» (6).

 

La risposta al «modo» del «programma socialista», «venuta meno per la DC la sponda dell’anticomunismo» (De Mita)

La domanda che chiude la ricostruzione del problema deve essere stata giudicata retorica della setta democristiana fin dal luglio dello scorso anno, se il congresso testé svolto, e il suo esito «sinistro», costituiscono le premeditate risposte a essa.

Importa ora chiedersi a quale aspetto della strategia rivoluzionaria essa intendeva e ha inteso rispondere: forse alla meta di tale strategia, cioè alla «alternativa di sinistra»? Pare che la sensibilità maggiore – anzi, esclusiva – riguardasse e riguardi il «modo» piuttosto che la meta, sicché, forse per risvegliare la suscettibilità comunista – ossia «di fronte alla rassegnazione, all’inerzia, alla mancanza di iniziativa politica […] altrui», cioè comunista – e coinvolgerla nella resistenza al «modo» del «progetto» e del «programma» socialista, si ipotizza che, in un futuro non lontano, anche il Partito Comunista patisca la «stessa sorte [della Democrazia Cristiana] di fungere da supporto all’egemonia laico-socialista».

Quanto viene temuto e denunciato – ignorando o tacendo che, con molta verosimiglianza, il disegno socialista è il disegno rivoluzionario tout court, e che, quindi, a esso si piega con sostanziale docilità il Partito Comunista stesso – è la eventualità che la Democrazia Cristiana sia usata come «una massa di manovra o un piedistallo di potere di un nuovo patto Gentiloni» (7), dal momento che, quanto alla meta e per quello che valeva – e valeva poco -, «oggi il vecchio preambolo non esiste più» (8): «La maggioranza del preambolo aveva chiuso la DC in un vicolo cieco, ecc.» (9), ma, finalmente, almeno a partire dal luglio scorso, «è venuta meno per la DC la sponda dell’anticomunismo» (10).

 

Il processo sovversivo in Italia e nel mondo: i meriti rivoluzionari dei «cattolici democratici»

Dunque, la periodizzazione – talora esplicita, talora soggiacente – del processo in corso parte dal superamento degli «storici steccati» per opera di De Gasperi, per giungere al centro-sinistra: va, cioè, dalla «apertura ai laici» alla «apertura ai socialisti», dall’«incontro storico» con i liberaldemocratici a quello, ugualmente storico, con i socialisti.

Ma questo processo – di cui si coglie evidentemente la «razionalità», con gli sviluppi che essa comporta – non è assolutamente concluso: piuttosto, «è un processo al quale dobbiamo guardare con attenzione e giudicare positivamente nell’interesse della democrazia italiana e della stabilità delle istituzioni, anche se – spiega l’on. Galloni – il suo sbocco non è per noi ne quello della democrazia cosiddetta consociata, né tantomeno quello del compromesso storico, almeno così come viene comunemente inteso; è invece quello di una democrazia articolata per la formazione libera delle maggioranze e delle opposizioni senza pregiudiziali e sulla base delle convergenze sugli ideali e sui programmi. Di questa democrazia non possiamo e non dobbiamo avere paura perché essa è il coronamento storico della battaglia politica per la libertà e per la costruzione dello Stato democratico e moderno che i cattolici democratici hanno combattuto da oltre settanta anni e particolarmente durante la Resistenza e in tutto questo dopoguerra» (11).

Tale processo, svolto «nell’interesse della democrazia italiana», si inserisce a sua volta in «quel grande processo di trasformazione – che in Europa è stato realizzato sotto prevalente egemonia socialdemocratica o laburista – [e che] è stato ottenuto in Italia sotto la prevalente guida di un partito democratico cristiano: è un grande fatto storico – sentenzia l’on. Flaminio Piccoli -, se si pensa che il processo di modernizzazione, altrove collaudato dallo “spirito capitalistico” originario dell’“etica protestante” o da quello illuministico della rivoluzione francese o da quello socialista, marxista-leninista, della Rivoluzione d’ottobre, in Italia affonda nella tradizione cristiana propria dei cattolici democratici, rovesciando, contro i luoghi correnti, le previsioni sia “laiche” sia “socialiste” della storia e del progresso moderni» (12).

 

La proposta democristiana di realizzazione della «terza fase», verso la «democrazia compiuta», cioè verso il «compromesso storico» nella sua accezione settaria

Non la meta, dunque, è messa in questione – ci si vanta, anzi, del proprio contributo al «processo di modernizzazione», analogo, se non identico, alla rivolta protestantica, alla Rivoluzione francese e alla Rivoluzione socialcomunista -, ma si puntano semplicemente, e forse teatralmente, i piedi di fronte all’«immeritato» declassamento rivoluzionario della classe dirigente democristiana, che, avendo fallito il proprio compito di partner dei socialcomunisti nella realizzazione della politica di «compromesso storico», – negli anni dal 1976 al 1979 -, vede ora ipotizzata una propria funzione subalterna nel nuovo progetto che va dalla «alternanza, alla «alternativa democratica», con una semplice parte di «compagna di strada », di «portatrice d’acqua», nonché di retroguardia e di copertura a destra.

La delusione emotiva viene occultata con un patetico rilancio di «patriottismo partitico»; dal punto di vista strategico il «compromesso storico» si ripropone, dopo l’«alternanza», invece della «alternativa democratica»; sostanzialmente, infine, si seleziona il personale destinato, almeno in tesi, a una più lunga sopravvivenza politica, e questa operazione di selezione si rivela e si traduce in un arroccamento a sinistra della maggior parte dei «capi storici».

Oltre i grotteschi richiami al rinnovamento e alla Assemblea Nazionale – del novembre 1981, cioè di quattro mesi dopo l’inizio della operazione di «cambiamento»! -, rimane, dunque, la vittoria congressuale della vecchia linea «filocomunista», rimpinguata da adesioni altamente significative. Il programma di tale linea consiste nello sfruttamento integrale e al meglio del potere contrattuale attuale; sì che essa, allo scopo, fa tatticamente il muso duro al Partito Socialista, al quale, per altro, si prepara a cedere, attraverso il Partito Liberale, quello socialdemocratico e quello repubblicano, egemonizzati dai socialisti nel «polo laico», parte del proprio elettorato moderato – e una parte certo maggiore di quella che avrebbe perduto la Democrazia Cristiana se avesse vinto in congresso la linea «filosocialista» -; e punta sostanzialmente, infine, a elezioni anticipate, per ridurre al minimo il danno inevitabile derivante sia dallo scollamento del corpo elettorale che da una, anche se scarsamente probabile, concorrenza a destra.

Perciò, la nuova dirigenza democristiana rilancia il suo «compromesso storico», non però «così come viene comunemente inteso» (13) – secondo la clausola comunista usata con straordinaria proprietà da l’on. Galloni -, ma nella sua accezione settaria, che viene coperta con il nome nuovo di «democrazia compiuta».

* * *

La causa è calorosamente perorata dall’on. Benigno Zaccagnini: «Noi non possiamo accettare una presunzione di subalternità, cioè che ci spetti una funzione moderata e conservatrice come residuo di una esperienza in via di spegnimento.

«[…]

«La Democrazia Cristiana resta pari al proprio ruolo se rimane partecipe, se non si estranea, se non accetta di essere esclusa, se quindi dà il proprio originale contributo al discorso di fondo della vita politica italiana che è quello della democrazia compiuta.

«La “terza fase” non è stata concepita come la tentazione di un connubio opportunistico con il Partito Comunista italiano per l’avvento di una democrazia consociativa ma, all’opposto, come lo sviluppo di un processo verso la democrazia compiuta» (14).

E ancora: «Noi non possiamo accettare una proposta […] che preveda di ridimensionare prima il senso storico della nostra esistenza (si dice l’“egemonia della DC”) e dopo di risolvere, senza i valori di cui siamo i portatori, la questione comunista.

«[…] La prospettiva della piena alternativa democratica nella gestione del potere, non solo non la rifiutiamo, ma la consideriamo una nostra prospettiva.

«La democrazia compiuta non nasce da una nostra meccanica emarginazione, ma da una evoluzione generale nella quale non può mancare l’originalità del nostro apporto» (15).

Perciò, prosegue l’on. Zaccagnini, se «occorre un patto di più vasto respiro di quanto non sia oggi» (16), «dobbiamo dire che proprio la qualità dell’intesa, la dignità dell’alleanza, presuppongono che la piattaforma […] sia frutto di un patto […], ma di un patto per una comune prospettiva democratica, abbia alla base una comune valutazione dei rapporti con una forza, come quella comunista, un confronto pieno e aperto tra questo patto e l’alternativa che il PCI propone» (17).

Al «cammino verso quella democrazia compiuta di cui ha parlato l’on. Zaccagnini» (18), – rispetto alla quale «l’alleanza con il PSI e con i partiti laici appare una fase importante» (19) – fanno eco sia l’on. Galloni, confermando che «il processo avviato è certamente quello che […] Zaccagnini definiva verso una “democrazia compiuta”» (20); sia, denunciando chiaramente la propria fonte, l’on. De Mita che, nella sua dichiarazione di intenti politici e programmatici, fa riferimento a «l’alternativa come prospettiva di fondo, come sfida che la DC accetta con spirito costruttivo, come espressione attuale del suo ruolo dipartito che promuove, ed ha promosso, lo sviluppo della Democrazia compiuta nel Paese» (21); e sentenzia: «La DC […] deve essere, quindi, promotrice di alternative, cioè dell’edificazione compiuta dello Stato democratico in Italia» (22).

E a tale scopo – sempre secondo il nuovo segretario democristiano – «occorre dunque dare una risposta in termini di nuova statualità; e ciò significa abbandono delle illusioni ideologiche e accettazione della realtà, nella consapevolezza che la politica ha un solo dovere: far sì che lo sviluppo civile passi per la garanzia della libertà» (23), cioè portare a compimento e a perfezione la secolarizzazione dello Stato e della vita politica.

* * *

Come si vede chiaramente, si tratta di un progetto perfettamente funzionale al processo rivoluzionario, alla Rivoluzione, con «compromesso storico» finale invece che «alternativa democratica», cioè con una proposta della classe dirigente democristiana per rimontare, con una battuta intermedia, il fallimento del 1979, assicurandosi la partecipazione non solo a tutte le fasi della operazione, ma anche a quella finale, attraverso una offerta esplicita: «per questa animazione della democrazia i nostri valori, il loro legame con una ispirazione religiosa, la nostra tradizione sono – sostiene l’on. Zaccagnini – ancora indispensabili» (24).

 

Le difficoltà del «piano» democristiano

Non mi pare abbia particolare rilievo chiedersi se il Partito Comunista e il Partito Socialista prenderanno veramente in considerazione questa melodia «cattolico-comunista», questa «interfaccia» rodaniana di parte democristiana (25). Mi limito a osservare che ne potranno prendere atto, almeno fino a un certo punto, purché gli stessi democristiani vincenti sappiano controllare la loro «passione unitiva» – o il loro timore di essere «esclusi», «emarginati» dal «regno» finale -; purché non scoprano, quindi, eccessivamente a destra l’establishment partitico, e purché per tale establishment continuino a lavorare, da un lato il fiorente disimpegno, dall’altro, la minoranza sconfitta nel congresso democristiano, ma fedele alla disciplina di partito e pronta a «un’opposizione di tipo inglese» (26); infine, gli zelanti mass media benpensanti, attivi nell’orientare l’elettorato moderato verso sponde liberali, socialdemocratiche e repubblicane e, dunque, verso il «polo laico» egemonizzato dal Partito Socialista, se non verso il Partito Socialista stesso, sempre meno caratterizzato in senso classista e «operaio», e sempre più «fascista», se tale è, in senso tecnico, ogni forza politica che tenti, con artifici emotivi, di ridurre a unità di azione, piuttosto che ideologica, elementi estranei, «facendo – secondo la locuzione corrente – di ogni erba un fascio». L’ipotesi democristiana, inoltre, potrà essere esaminata e tenuta in vita dalle avanguardie della Rivoluzione, finché rimanga opportunamente desolata la «terra di nessuno» che si stende tra la Democrazia Cristiana stessa e quel masso erratico di una vecchia «eresia socialista» – pur se con indubbie incrostazioni eterogenee – costituito dal Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale; per tacere del Far West qualunquistico, che si apre, lussureggiante, oltre quest’ultimo.

 

Le risonanze millenaristiche della «terza fase» e del «partito come profezia»

Quanto la prospettiva emergente dal congresso democristiano sia settaria e carismatica, si può ricavare con facilità da questa inquietante ed enfatica affermazione dell’on. Zaccagnini: «Il partito è indicazione di un futuro, di una prospettiva, di una intuizione, in qualche misura il partito è “profezia”» (27). A essa fa pendant il sen. Amintore Fanfani, che cita «una lettera del 1936» di don Orione, in cui il beato scrive: «Le basi del vecchio edificio sociale sono rovinate, una scossa terribile cambierà forse presto la faccia del mondo… ma esso non finirà domani… Avremo “Novos coelos et novam terram”… A questa era… dobbiamo portare il contributo di tutta la nostra vita… Quest’era dobbiamo affrettarla… specialmente nella gioventù che è figlia del popolo e più necessita d’essere salvata» (28). E il sen. Fanfani lascia intendere che la Democrazia Cristiana è almeno una risposta, se non la risposta, a «l’appello ricostruttivo di Don Orione» (29)!

Ebbene, «occorre ricordarlo energicamente in questi tempi di anarchia sociale e intellettuale, in cui ciascuno si pone quale dottore e legislatore; non si edificherà la società diversamente da come Dio l’ha edificata; non si edificherà la società se la Chiesa non ne pone le basi e non ne dirige i lavori; non si deve inventare la civiltà, né si deve costruire la nuova società tra le nuvole. Essa è esistita ed esiste; è la civiltà cristiana, è la società cattolica. Non si tratta che di instaurarla, ristabilirla incessantemente sulle sue naturali e divine fondamenta contro i rinascenti attacchi della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: “Omnia instaurare in Christo” (Ef. 1, 20)» (30). Con tutta franchezza, mentre «l’appello ricostruttivo di Don Orione» pare fare eco alla chiara ingiunzione di san Pio X, la «terza fase», che si incarna nella «democrazia compiuta» evocata dal congresso democristiano, richiama piuttosto, e in modo preoccupante, la «terza età» e il «terzo Testamento» di Gioacchino da Fiore (31).

 

La «riconciliazione» democristiana con il mondo cattolico e il dramma dei cattolici non democristiani

Se la esposizione del progetto democristiano, e del corrispondente programma, suscita enormi problemi intrinseci, non meno gravi sono quelli estrinseci a esso. Tra questi, ne scelgo due, che mi sembrano toccare oggettivamente una fascia non trascurabile di cattolici e di italiani, fra i quali mi ascrivo senza difficoltà.

Dunque, «il nodo di questo Congresso – dichiara l’on. Piccoli – è se saremo degni del processo di “riconciliazione” col mondo cristiano italiano che ha in atto una lenta ma sicura rivoluzione copernicana; e che sta riscoprendo – perché lo svela una realtà storica che corre, precipita e divampa sotto i nostri occhi – il valore di una presenza politica nel segno dell’ispirazione cristiana, l’insostituibile necessità di una forza che sia presente là, dove, in una società moderna, sempre più si assumono decisioni che toccano ciò che di più intimo, di più essenziale, e per la persona umana, non solo sul piano del lavoro e dell’economia ma su quello, immenso, della vita, della famiglia, della cultura, dell’educazione, della scuola, su quello del costume» (32).

E ancora: «I cattolici non possono non constatare che, oggi, tutto finisce in politica: ma i cattolici sanno che la politica non è poi tutto. Il “culturale”, il “religioso”, l’ “etico”, il “sociale”, l’“economico” è ciò che il cattolico, anche in quanto cittadino, porta – e deve portare – sulle proprie spalle, dentro di sé, prima del politico, e perciò non può, tutto ciò, non portarlo con sé dentro il politico, e dunque dentro il partito» (33).

Trascurando il riferimento a «una lenta ma sicura rivoluzione copernicana», così come quello alla riscoperta della necessità dell’impegno politico – ma quando mai è stata dimenticata, o addirittura negata, la importanza di tale impegno? -, le affermazioni sarebbero sostanzialmente realistiche e accettabili in tesi, se non finissero «dentro il partito»!

Infatti, questo partito in ipotesi, dentro al quale «il cattolico, anche in quanto cittadino, porta», tra l’altro, pure “il religioso”, ha avuto, per esempio – e si tratta di un problema primordiale – una «posizione […] sul referendum per l’aborto» consistente nel «non […] farne una battaglia di partito», semplicemente perché – proclama l’attuale presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana – «non potevamo farne una battaglia di partito» (34): il tutto dichiarato come se si trattasse di una ovvietà, oppure sottintendesse e supponesse un: «e più non dimandare» (35)!

Inoltre, questo partito sostiene che, «se c’è una “società civile” in Italia, […] essa è, per tradizione incancellabile, creazione dei “cristiano-sociali”, dei “cattolici popolari”, dei “cattolici democratici”, dei “democratici cristiani”» (36); e – dopo la millanteria sfacciata, cui si potrebbe fare il verso, attribuendo ai soggetti elencati anche la creazione, per esempio, dell’architettura barocca, ma che riporto soltanto per la genealogia denunciata -, in modo finalmente chiaro, ma, di fatto, noto ai soli addetti ai lavori e a chi li copre autorevolmente, si confessa che «la DC […] non intende essere assolutamente al centro di una riaggregazione dove il comune sentire religioso è l’unico dato unitario e certo. Questa non è una novità nella esperienza storica dei cattolici italiani perché già Sturzo aveva ricercato, al sostegno del suo partito, non già l’unità precostituita dei cattolici italiani ma il consenso della maggioranza dei cattolici democratici» (37).

A questo punto, delle due l’una: o «sociale», «popolare» e «democratica» sono nuove «note» della Chiesa – e quindi del popolo di Dio gerarchicamente organizzato, che comprende anche il laicato -, da aggiungere a quelle tradizionali, che la caratterizzano come «una», «santa», «cattolica» e «apostolica»; oppure, come non chiedersi quale è la sorte, dei cattolici sempliciter, che non si sentano, non certo lato sensu, ma specificamente, né «cristiano-sociali», né «cattolici popolari», nè «cattolici democratici», né, tanto meno, «democratici cristiani»?

Fra essi ve ne sono certamente che, pure convinti che «tutto finisce in politica», sono, però, ugualmente persuasi che, in modo analogo, «tutto finisce in religione», dal momento che la «autonomia delle realtà temporali» non può essere intesa nel senso «che le cose create non dipendono da Dio, che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore» (38); e, ancora, dal momento che esiste «il piano di Dio» (39) per la società, tracciato nelle sue grandi linee nella dottrina sociale della Chiesa (40); e che, infine, tale dottrina «deve essere fedelmente seguita, né ci potranno essere ragioni di ordine storico che possano giustificare la infedeltà alla medesima» (41).

Di conseguenza, la loro meta consiste nella realizzazione di questo «piano», che, però, non riescono a riconoscere neppure vagamente nella millenaristica prospettiva della «democrazia compiuta», evocata nel congresso democristiano, «obiettivo (nostro da sempre) di allargare e rafforzare le basi della democrazia, sino a creare le condizioni perché il sistema politico italiano possa esprimere una sicura alternativa democratica» (42), anche se, al momento, «i tempi non sono maturi […] perché il PCI partecipi alla costruzione di un polo alternativo di governo» (43), e, quindi, si «esclude ogni prospettiva di governo con il Pci ma [si] comprende questo partito nella strategia complessiva» (44). Francamente, quei cattolici ai quali facevo riferimento, e fra i quali mi schiero, non riescono bene a capire che cosa ci si aspetta: che il lupo perda il pelo e il vizio? Ma, di grazia, sulla base di quale «riforma» del proverbio secondo cui, al massimo, può perdere il pelo, ma non il vizio? Come diversamente interpretare questa proposizione: «Il nostro disegno costante di consolidamento della democrazia potrà dirsi realizzato, infatti, soltanto quando fosse possibile anche nel nostro Paese celebrare la giornata della “grande riconciliazione” popolare» (45)?

Come immaginare tutto questo, nella condizione della nostra nazione, senza promuovere contemporaneamente almeno una crociata di preghiere a san Francesco di Assisi, che ha reso mansueto il lupo di Gubbio?

* * *

I problemi enunciati, e non sono certo tutti, configurano un caso enorme di oggettiva emarginazione politica, di marginalità politica, che merita, a mio avviso, particolare attenzione – insieme a tanti altri casi di emarginazione e di «nuova povertà» emergenti nel contesto sociale contemporaneo -, anche da parte della autorità ecclesiastica. Si tratta, infatti, di riconoscere il diritto ad avere voce anche a chi non ha voce, e può lecitamente non riconoscersi nell’unica possibilità di esprimersi che a tutt’oggi gli è stata offerta e, fino a un tempo non remoto – cioè, almeno fino al 1976 – imposta o caldamente raccomandata, di volta in volta per il pregio della unità dei cattolici o sulla base della necessità storica e della imminenza di un pericolo. In seconda istanza, poi, mi sembra che meriterebbero adeguato e accurato esame dottrinale, da parte della competente autorità, le proposizioni e i propositi dell’unica voce che fino a oggi, è stata, di fatto, offerta.

 

L’area del rifiuto e la emarginazione dell’elettorato conservatore

Venendo al secondo quesito, credo di potere osservare che, oltre alla condizione di emarginazione politica di molti, se non di tutti, cattolici simpliciter – che, cioè, non si riconoscono né nella genealogia, né nel progetto né nel programma democristiano -, ha rilevanza un altro non meno grave caso di emarginazione, solidalmente causato da tutto l’establishment partitico, dentro e fuori l’arco costituzionale.

«Rifiutiamo […] – afferma categoricamente l’on. Piccoli – l’etichetta arbitraria e falsa di forza conservatrice»; e ancora: «Chi pensasse di imprigionarci nell’angolo stagnante della conservazione, sappia che nulla ha da conservare chi tutto ha cambiato!» (40).

Ebbene, se qualcuno – nonostante la Democrazia Cristiana abbia in Italia «cambiato tutto», in analogia con quanto fatto altrove, e in generale, dalla rivolta protestantica, dalla Rivoluzione francese e da quella socialcomunista – ritenesse di avere ancora qualche cosa da conservare – sia di natura spirituale che culturale e materiale -, a chi si dovrebbe rivolgere? 

In tema di «democrazia compiuta» – ma, evidentemente, fuori dalla sua lettura settaria e iniziatica e, quindi, sicut litterae sonant – non si può non notare come il quadro politico offerto al cittadino italiano sia ricchissimo di «poli centrali», per tacere di quelli «sinistri», al punto che vi è lotta –e lotta serrata, come testimonia lo stesso episodio politico che sto esaminando – per la occupazione del centro, ma come tale quadro sia deserto a destra, anche perché gli attuali occupanti ufficiali si dichiarano anch’essi in marcia verso il centro, quando non, addirittura, verso sinistra (47). Un panorama chiaramente squilibrato, per non dire «sciancato»!

Di nuovo, come non chiedersi quale sia la sorte di un povero conservatore, cattolico oppure «uomo di buona volontà»?

Infatti – nota l’on. Piccoli – sono «rilevanti, […] per la conferma di tendenza e per i possibili significati culturali e sociali oltreché politici riferibili al “sistema” nel suo complesso, i tre punti in meno nella percentuale di votanti rispetto al 1975 e il punto e mezzo in meno rispetto al 1979; dati resi ancora più significativi dai 2 milioni di voti non validi (di cui poco più di un milione rappresentato dalle schede bianche) che portavano alla cifra complessiva di 7 milioni e mezzo (pari al 17 per cento del corpo elettorale) quella di coloro che in un modo o in un altro non avevano espresso un voto» (48).

Si tratta di «un dato sul quale […] – insiste l’on. Piccoli – occorre ancora riflettere molto. Perché […] il ridursi del numero di coloro che si recano alle urne ed esprimono un voto positivo è sempre indice di una crisi delle istituzioni rappresentative per la spinta delle grandi trasformazioni sociali, culturali, economiche» (49).

Orbene, in queste condizioni – nelle quali l’incremento del rifiuto, non può certamente essere interpretato come consenso implicito al sistema, ma è lo stesso esponente democristiano a respingere simile ipotesi (50), a suo tempo avanzata dall’attuale presidente del consiglio, sen. Giovanni Spadolini -, in che direzione sarebbe necessario «compiere», cioè completare, la «democrazia»? A sinistra o al centro, dove le alternative si sprecano, oppure a destra, dove gli orfani e gli emarginati crescono a vista d’occhio? Il tutto, però, presupporrebbe una sensibilità orientata al bene comune, e non spirito di parte…, servito da un uso articolato della «opposizione di tipo inglese» oppure dal costante ricatto di imminenti consultazioni elettorali, che impedisca il consolidarsi di una nuova formazione partitica o semplicemente elettorale.

Perciò, quello che in una «democrazia secondo la lettera», cioè come la intende l’uomo comune, l’uomo della strada – la cui intuizione si accosta alla nozione classica di tale regime, più che a quella rivoluzionaria -, dovrebbe essere l’orizzonte politico, il ventaglio delle opzioni e delle possibilità politiche, si è trasformato, e sempre più si va trasformando, in una sorta di «albero della cuccagna», eretto al centro della pubblica piazza, sul quale si sale in cordata, pur senza risparmiare colpi agli stessi compagni di impresa; e io, cattolico contro-rivoluzionario, non posso non pensare che si tratti dello svelamento dell’«albero della libertà» di giacobina memoria.

* * *

Su questi spettacoli di emarginazione e di orfanezza politica credo di dovere chiudere il mio commento, sperando di avere risvegliato slanci patemi e fraterni di «carità politica» (51), affinché la nostra nazione, piuttosto che in una inquietante «democrazia», si compia nella civiltà cristiana, attraverso la costruzione di «una società a misura di uomo e secondo il piano di Dio» (52), nella prospettiva del trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria santissima.

Giovanni Cantoni

13 maggio 1982
Festa della Madonna di Fatima

 

Note:

(1) Cfr. Socialismo reale e terza via. Il dibattito sui fatti di Polonia nella riunione del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo del Pci (Roma 11-13 gennaio 1982). I documenti sulla polemica con il Pcus, Editori Riuniti, Roma 1982. Per i precedenti della proposta politica comunista, ci si può riferire alla cosiddetta «seconda svolta di Salerno», cioè alle deliberazioni della direzione comunista convocata a Salerno il 27 novembre 1980: cfr. l’Unità, 28-11-1980.

(2) Sul convegno programmatico di Rimini, cfr. il mio Il «programma socialista» contro il popolo italiano, in Cristianità, anno X, n. 84, aprile 1982. Complessivamente, sul comune progetto rivoluzionario socialcomunista, cfr. il mio «Studiare e smascherare Mitterrand per opporsi a Craxi e a Berlinguer», «prologo in Italia» a PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Il socialismo autogestionario: rispetto al comunismo, una barriera o una testa di ponte?, in Cristianità, anno X, n. 82-83, febbraio-marzo 1982. 

(3) CIRIACO DE MITA, Interpretare le trasformazioni della società, intervento congressuale, del 5-5-1982, in Il Popolo, 6-5-1982.

(4) Ibidem.

(5) GIOVANNI GALLONI, Intervento congressuale, del 4-5-1982, in Il Popolo, 5-5-1982. L’esponente socialista al quale fa riferimento l’on. Galloni è Giuseppe Tamburrano, citato nominatamente dall’on. Carlo Fracanzani; cfr. C. FRACANZANI, Intervento congressuale, del 45- 1982, ibidem.

(6) G. GALLONI, Intervento congressuale, del 4-5-1982, cit.

(7) Ibidem.

(8) Ibidem.

(9) Ibidem.

(10) C. DE MITA, Interpretare le trasformazioni della società, intervento congressuale, del 5-5-1982, cit.

(11) G. GALLONI, Intervento congressuale, del 4-5-1982, cit.

(12) FLAMINIO PICCOLI, Una DC più forte per una democrazia più moderna, relazione, del 2-5-1982, in Il Popolo, 3-5-1982. Il documento si compone di due parti, una letta e una distribuita, che l’organo democristiano pubblica di seguito e sotto lo stesso titolo. Lo citerò, perciò, senza segnalare se il riferimento è alla parte letta oppure a quella distribuita. Quanto ai processi descritti dall’on. Galloni e dall’on. Piccoli – di fatto, la marcia della Rivoluzione in Italia e nel mondo -, cfr., per il primo, il mio La «lezione italiana». Premesse, manovre e riflessi della politica di «compromesso storico» sulla soglia dell’Italia rossa, Cristianità, Piacenza 1980; e, per il secondo, P. CORRÊA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3ª ed.it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977.

(13) G. GALLONI, Intervento congressuale del 4-5-1982, cit.

(14) BENIGNO ZACCAGNINI, Intervento congressuale, del 3-5-1982, in Il Popolo, 4-5-1982.

(15) Ibidem.

(16) Ibidem.

(17) Ibidem.

(18) GERARDO BIANCO, Intervento congressuale, del 3-5-1982, ibidem.

(19) Ibidem.

(20) G. GALLONI, Intervento congressuale, del 4-5-1982, cit.

(21) C. DE MITA, Dichiarazione di intenti politici e programmatici, presentata il 3-5-1982, in Il Popolo, 4-5-1982. Si tratta di un estratto del documento programmatico dell’on. De Mita; cfr. anche la versione in extenso intitolata Per la democrazia nella trasformazione. Intenti politici e programmatici per il XV Congresso della Democrazia Cristiana, bozze, Avellino s.d.

(22) IDEM, Dichiarazione di intenti politici e programmatici, presentata il 3-5- 1982. cit.

(23) IDEM, Interpretare le trasformazioni della società, intervento congressuale, del 5-5-1982, cit.

(24) B. ZACCAGNINI, Intervento congressuale, del 3-5-1982, cit.

(25) Per una vasta e acuta illustrazione della ideologia cattolico-comunista, cfr. AUGUSTO DEL NOCE, Il cattolico comunista, Rusconi, Milano 1981.

(26) Dichiarazione attribuita all’on. Bisaglia, in il Giornale nuovo, 12-5-1982. Sulla natura di questa «opposizione», l’on. Arnaldo Forlani garantisce che «la Dc è unitaria per basi ideali, programmi e obiettivi politici»; che «la […] dialettica interna […] non riguarda […] la sostanza, l’identità, l’essere, ma i modi di svolgimento e di attuazione di una strategia democratica, ecc.»; che, ancora, «da noi esistono oggi orientamenti che si differenziano più per grado di intensità che per contrasto di colori»; e che, infine, «se la nuova segreteria si muoverà a sostegno dell’alleanza democratica per rafforzarne l’azione di governo, e procederà ad un’opera seria di rinnovamento e di riorganizzazione del partito, ci troverà al suo fianco» (ibid., 16-5- 1982). Il tutto giustifica ad abundantiam l’assenza, nel mio commento, di ogni riferimento a questa opposizione sui generis.

(27) B. ZACCAGNINI, Intervento congressuale, del 3-5-1982, cit.

(28) AMINTORE FANFANI, Intervento congressuale, del 5-5-1982, in Il Popolo, 7-5-1982. Il paragrafo, da cui è tratto il testo citato, ha un titolo con ogni evidenza non redazionale, ma dello stesso sen. Fanfani, che suona: Una profezia e un appello.

(29) Ibidem.

(30) SAN PIO X, Lettera apostolica Notre charge apostolique, del 25-7-1910, in La pace interna delle nazioni, insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., 2ª ed., Edizioni Paoline, Roma 1962, p. 274; ma tutto il documento – una precisa confutazione e condanna del modernismo sociale, cioè del democratismo cristiano – si raccomanda per la sua straordinaria attualità e pertinenza al tema che sto esaminando.

(31) Cfr. KARL LÖWITH, Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia, trad. it., Comunità, Milano 1963, pp. 197-213 e 279-283.

(32) F. PICCOLI, Una DC più forte per una democrazia più moderna, relazione, del 2-5-1982, cit.

(33) Ibidem.

(34) Ibidem. Circa la sconfitta, l’esponente democristiano la commenta con una trasparente chiamata di corresponsabilità nei confronti della gerarchia ecclesiastica: «Il risultato fu sconfortante, direi che in esso si manifestarono le debolezze, le contraddizioni, le confusioni di affrettati e non meditati processi di libertà e di liberazione; e si svelarono carenze di formazione morale e civile di cui anche noi – ma non soltanto noi, per primarie responsabilità di un mondo di valori che va oltre la sfera politica – ci dobbiamo far carico» (ibidem).

(35) DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, Inferno, canto III, v. 96, e canto V, v. 24.

(36) F. PICCOLI, Una DC più forte per una democrazia più moderna, relazione, del 2-5-1982, cit.

(37) C. DE MITA, Per la democrazia nella trasformazione. Intenti politici e programmatici per il XV Congresso della Democrazia Cristiana, cit., p. 71.

(38) CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 36.

(39) GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana sul tema Dalla Rerum novarum ad oggi: la presenza dei cristiani alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, del 31-10-1981, in L’Osservatore Romano, 1-11-1981.

(40) Cfr. Pio XII, Discorso ai partecipanti al Convegno di Azione Cattolica del 29-4-1945, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. VII, pp. 37-38; e IDEM, Radiomessaggio natalizio ai fedeli e ai popoli di tutto il mondo, del 24-12-1955, ibid., vol. XVII, pp. 437-438. Per una messa a punto sul tema, svolta in occasione della pubblicazione dell’ultima enciclica sociale, cfr. il mio Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della «Laborem exercens», in Cristianità, anno IX, n. 78-79, ottobre-novembre 1981.

(41) GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana sul tema Dalla Rerum novarum ad oggi: la presenza dei cristiani alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, del 31-10-1981, cit. Non si può non notare come, nonostante la doverosità della dottrina sociale cattolica, ogni riferimento a essa sia assente negli interventi del congresso, nei quali è invece presente, in modo panico, la generica «ispirazione cristiana».

(42) F. PICCOLI, Una DC più forte per una democrazia più moderna, relazione, del 2-5-1982, cit.

(43) C. DE MITA, Dichiarazione di intenti politici e programmatici, presentata il 3-5-1982, cit.

(44) Ibidem.

(45) F. PICCOLI, Una DC più forte per una democrazia più moderna, relazione, del 2-5-1982, cit. Nella stessa prospettiva irenistica si situa una notazione «culturale» dell’on. Giulio Andreotti, secondo il quale è il caso di ben sperare circa la evoluzione del Partito Comunista, dal momento che «la svolta polacca ha segnato all’Est il riaccredito dichiarato della religione (già Lenin con il suo “divieto di limitazione alla libertà di coscienza” aveva superato il Marx de: “L’ateismo quale soppressione di Dio è il divenire dell’umanesimo teorico”)» (G. ANDREOTTI, Intervento congressuale, del 5-5-1982, in Il Popolo, 6-5-1982).

(46) F. PICCOLI, Una DC più forte per una democrazia più moderna, relazione, del 2-5-1982, cit.

(47) Cfr. i significativi e rivelatori Lineamenti costituzionali della Nuova Repubblica, in Secolo d’Italia, 21-2-1982. Presentati al XIII congresso nazionale del MSI-DN – svoltosi a Roma dal 18 al 21 febbraio 1982 -, al Titolo II, Art. 17, prevedono la socializzazione coatta delle imprese sia statali e a partecipazione statale che private, quindi si pongono nella prospettiva dell’annullamento coatto del regime salariale.

(48) F. PICCOLI, Una DC più forte per una democrazia più moderna, relazione, del 2-5-1982, cit.

(49) Ibidem

(50) Cfr. ibidem.

(51) PIO XI, Discorso ai membri dell’Assemblea Federale della F.U.C.I. e delle U.C.I., del 18-12-1927, in Discorsi di Pio XI, a cura di Domenico Bertetto S.D.B., S.E.I., Torino 1960, vol. I, 1922-1928, p. 745.

(52) GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana sul tema Dalla Rerum novarum ad oggi: la presenza dei cristiani alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, del 31-10-1981, cit.

 

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 Giovanni Cantoni

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