La guerra per la memoria

Massimo Introvigne 25 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 246 (1995)

 

A partire dal 1980 migliaia di persone – soprattutto, ma non esclusivamente, negli Stati Uniti d’America – «ricordano», anche a distanza di venti o trent’anni, abusi sessuali che avrebbero subito nell’infanzia e che in seguito avrebbero completamente dimenticato prima di «riscoprirli» nel corso di una terapia. Questi survivor «sopravvissuti», accusano così i loro genitori, educatori o anche figure pubbliche, spesso con grande risonanza. La storia della formazione, dell’ascesa e dell’attuale parziale declino dell’ideologia dei survivor – talora presa sul serio anche da ambienti cattolici – ne mostra il carattere infondato e pericoloso.

 

La guerra per la memoria

 

I. Lo scenario 

Che cosa hanno in comune il cardinale Joseph Louis Bernardin, arcivescovo di Chicago, Gilbert Bourdin – fondatore della religione aumista in Francia e noto ai suoi seguaci come il Signore Hamsah Manarah –, il cardinale Hans Hermann Groer, già arcivescovo di Vienna, l’ex presidente degli Stati Uniti George Herbert Walker Bush, l’attuale presidente della Chiesa mormone Gordon B. Hinckley, lo scrittore di successo Mark Pendergrast – autore del fortunato Per Dio, la Patria e la Coca Cola (1) e Paul Ingram, vice-sceriffo della cittadina di Olympia, nello Stato americano di Washington? Tutti sono stati accusati negli ultimi dieci anni di avere abusato sessualmente di minorenni. In tutti i casi, l’accusa è venuta molti anni – spesso decenni – dopo il presunto crimine: gli accusatori erano survivor, «sopravvissuti», persone che dichiarano di avere rimosso la memoria di una violenza sessuale subita nell’infanzia e di essere stati in grado di ricordarla soltanto molti anni dopo, da adulti. Gli esiti delle accuse sono stati diversi: per George H. W. Bush si è trattato di una nota a piè di pagina nella turbolenta vita politica americana, senza particolari conseguenze. Gordon B. Hinckley ha ignorato le accuse, che vengono ripetute solo da una minoranza all’interno degli stessi ambienti dell’anti-mormonismo militante. Il cardinale Hans Hermann Groer si è dimesso, mentre nel caso del cardinale Joseph L. Bernardin il suo accusatore ha confessato di essersi, semplicemente, sbagliato. Il Signore Hamsah Manarah – accusato da una ventottenne che dichiara di ricordare una violenza subita all’età di quattordici anni – è stato brevemente imprigionato nel giugno del 1995; rilasciato, rimane sotto inchiesta. Lo scrittore Mark Pendergrast non ha subito alcun procedimento giudiziario, ma ha visto le sue due figlie rompere qualunque relazione con lui: ha risposto scrivendo uno dei testi più appassionati contro gli psicoterapeuti che «aiutano» le loro clienti – fino a qualche anno fa quasi sempre donne, oggi talora anche uomini – a «ricordare» presunti abusi «dimenticati» da decenni (2). Peggio di tutti è andata a Paul Ingram. Un devoto pentecostale, membro della Chiesa del Vangelo Quadrangolare, il vice-sceriffo di Olympia ha escluso categoricamente che le sue figlie, allevate nel culto della verità, potessero mentire, e ha concluso che evidentemente doveva aver abusato di loro molti anni prima sotto l’influenza del Diavolo, che in seguito gli aveva fatto dimenticare completamente i fatti. Sulla base di questa «confessione» è stato condannato a una pesante pena detentiva. Quando le figlie hanno cominciato a accusare non solo il vice-sceriffo ma diverse altre persone insospettabili – colleghi del padre nell’ufficio dello sceriffo di Olympia, che hanno sempre energicamente negato –, Paul Ingram ha cercato di ritrattare ma, fino a questo momento, il peso della sua «confessione» non ha permesso una riapertura del processo, a favore della quale si sono mobilitati giornalisti di fama nazionale, professori universitari di psichiatria e anche diverse organizzazioni religiose (3).

Le storie di questi personaggi famosi, o diventati famosi – sono tuttavia soltanto la punta di un iceberg: nei soli Stati Uniti d’America i casi di «memorie» ricostruite di abusi sessuali nell’infanzia sono decine di migliaia (4): circa ottocento, fino agli inizi del 1995, si erano conclusi con un processo ai presunti responsabili (5). Si è così sviluppata – fra sostenitori e avversari dei survivor, ormai organizzati in gruppi di pressione nazionali – una strana guerra per la memoria che ha, fra l’altro, spaccato al suo interno lo stesso movimento anti-sette. 

Per comprendere la posta in gioco di questa guerra occorre anzitutto distinguere fra due tipi di «memorie» di un abuso sessuale subito nell’infanzia. La prima è la memoria nel senso più corrente del termine, di cui naturalmente nessuno contesta la possibilità e l’esistenza: chi ha subito una violenza la ricorda, anche se può cercare di non pensare a un ricordo sgradevole, senza però riuscire a eliminarlo del tutto. Ricordi di questo genere possono essere tragicamente presenti nelle menti di bambini o anche di adulti che, per qualche ragione, non hanno mai parlato a nessuno della loro esperienza. Questo non significa, evidentemente, che chiunque si presenti a dichiarare dopo anni di aver finalmente trovato il coraggio di denunciare una violenza subita nell’infanzia di cui non aveva mai parlato – ma che non aveva mai, propriamente, dimenticato – meriti automaticamente fiducia. Potrebbe trattarsi, semplicemente, di menzogne, tanto più possibili quando si tratta di colpire una personalità pubblica o – come spesso avviene – quando vengono reclamati in un processo civile danni esorbitanti, che l’accusato si induce spesso a pagare comunque purché alla vicenda non venga data pubblicità. Questi casi – in cui le accuse vanno quindi corroborate secondo i principi normali della prova – sono tuttavia molto diversi da altri, in cui per un lungo periodo della sua vita la presunta vittima non ricorda nulla dell’abuso infantile che avrebbe subito. Qualche volta – abbastanza raramente – «ricorda» all’improvviso, come in un lampo: è il cosiddetto flash back; molto più spesso si rivolge a un «terapista» lamentando disturbi del genere più diverso, dall’inappetenza al persistente mal di testa, e – dietro suggerimento e sotto la guida del terapista – inizia, con o senza ipnosi, un’esplorazione del proprio passato alla ricerca di un possibile abuso. I casi più tipici, che hanno diviso l’opinione pubblica nell’attuale guerra per la memoria, riguardano survivor adulti. Tuttavia, anche nel caso dei bambini – che pure presenta importanti differenze – occorre distinguere attentamente tra violenze denunciate dal bambino di sua iniziativa e violenze suggerite dal terapista. Certamente il bambino non si esprime nel linguaggio degli adulti: ma altra è la dichiarazione di una bambina secondo cui «il maestro mi ha fatto male giocando al dottore con me», altra è la semplice risposta positiva – «sì» – dopo ore di insistito interrogatorio da parte di un terapista a cui il bambino è stato condotto per un semplice mal di testa, e che sembra non volere accettare la risposta negativa alla domanda ripetuta per ore: «È vero che il maestro ti ha toccato lì?». Chi ha dubbi sul modo in cui alcuni terapisti conducono gli interrogatori di bambini, anche di tre o quattro anni, quando  sospettano un abuso sessuale – fino a dichiarare loro, nei termini più espliciti, che non li lasceranno tornare a casa fino a quando non risponderanno positivamente alle loro domande – può leggere, semplicemente, i resoconti del caso McMartin. Il caso era relativo a un asilo nido di lusso della California, i cui gestori sono stati accusati, in un processo penale durato sei anni – dal 1984 al 1990 – e considerato il più costoso nell’intera storia giudiziaria degli Stati Uniti d’America, di un’ampia e bizzarra varietà di abusi sessuali compiuti nel 1983 nei confronti di decine di bambini. Nel 1990 anche l’ultimo degli imputati è stato assolto, non avendo la giuria potuto escludere che il metodo estremamente aggressivo usato dai terapisti nell’«esigere» confessioni dai bambini avesse «creato» tutta la storia, di cui non esistevano prove indipendenti.

Con questo studio – mi preme affermarlo con chiarezza – non intendo negare o sminuire in nessun modo la rilevanza della pedofilia come problema sociale del nostro tempo, all’interno di un contesto dove il relativismo morale tende a scusare qualunque forma di deviazione sessuale, del resto eccitata da un ambiente sempre più saturo di pornografia. Non intendo neppure negare l’esistenza – particolarmente negli Stati Uniti d’America e in Canada – di diverse decine di casi effettivi di pedofilia di cui si sono resi responsabili sacerdoti cattolici e pastori protestanti nei confronti di bambini che erano stati loro affidati. Sia negli Stati Uniti d’America che in Canada la gerarchia cattolica ha da anni affrontato con serietà il problema, che peraltro va al di là dei disturbi personali dei sacerdoti responsabili, e si inserisce in un quadro più vasto di crisi dell’educazione nei seminari e della teologia morale. Tuttavia è importante da una parte non trasformare le decine di casi effettivamente accertati in centinaia o in migliaia, dall’altra distinguere – anche per quanto riguarda i sacerdoti e i pastori  i casi in cui viene denunciato – a distanza di qualche giorno o di qualche anno dai fatti – un abuso sessuale che non è mai stato veramente dimenticato dagli episodi diversi in cui – come avvenne nel 1993 per le accuse dell’omosessuale trentaquattrenne Steven Cook nei confronti del cardinale Joseph L. Bernardin – il presunto abuso, del quale in precedenza non esisteva nessuna memoria, viene «ricordato» venti o trent’anni dopo durante il trattamento presso un terapista – che, nel caso di Steven Cook, usava l’ipnosi. Proprio la ritrattazione di Steven Cook nel 1994 ha reso la stampa americana meno disponibile a credere immediatamente a chiunque si presenti a denunciare violenze subite da sacerdoti o da pastori. Quando un sacerdote – o un laico – viene accusato di crimini abominevoli da qualcuno che afferma di «ricordarli», occorre anzitutto chiedersi di quale tipo di «ricordo» si tratta, e quindi – prima di giungere a frettolose conclusioni – indagare con serietà proporzionata alla gravità delle accuse.

 

II. Breve storia della guerra per la memoria 

1. 1980-1988: la creazione di un problema 

La preistoria della guerra per la memoria contemporanea risale a circa cento anni fa, quando, fra il 1895 e il 1897, agli esordi della sua carriera, Sigmund Freud (1856- 1939) creò un problema, credette di averlo risolto, e quindi si convinse che la soluzione era sbagliata. Dopo aver studiato diciotto pazienti «isteriche» – sulla base di esperienze che aveva fatto in Francia e che si inserivano in una tradizione risalente a Franz Anton Mesmer (1734-1815) – Sigmund Freud ritenne di essere pervenuto
a una nuova spiegazione dell’isteria. Lo psichiatra viennese pensava di aver fatto quattro scoperte fondamentali: a. l’isteria femminile deriva da ricordi traumatici «rimossi», cioè eliminati dalla consapevolezza e depositati nell’inconscio; b. il trauma ha spesso carattere sessuale, con «seduzione» della paziente in giovane età, in genere da parte del padre o di un parente, con frequenti violenze carnali e perversioni di carattere sadico; c. le pazienti oppongono un’estrema resistenza al ricupero di questi ricordi; d. ma, finalmente, la discesa nell’inconscio permette di spezzare le barriere artificialmente costruite per isolare il ricordo traumatico e di condurre la paziente alla guarigione. Tutte le biografie «classiche» di Sigmund Freud riferiscono di un iniziale stupore del medico viennese di fronte ai racconti delle sue pazienti, che si sarebbe indotto ad accettare solo con riluttanza. Recentemente – sulla base di scritti successivi dello stesso Sigmund Freud – questa ricostruzione delle sue esperienze degli anni 1895-1896 è stata messa in dubbio, sostenendo che in realtà, nella terapia, era sempre lo psichiatra a suggerire per primo la possibilità di una violenza carnale «rimossa» e quindi a convincere la paziente. In ogni caso, con la sua teoria della «seduzione», Sigmund Freud riteneva in quegli anni di aver dato un contributo decisivo alle ricerche sull’isteria. Nei mesi successivi – dalla fine del 1896 all’ottobre del 1897 – accadde però qualche cosa di davvero inatteso. Continuando l’analisi, le pazienti di Sigmund Freud cominciavano – a proposito dei loro traumi giovanili «rimossi» – a fornire particolari sempre più orripilanti. Emergevano torture, cannibalismo, riti satanici: tutto l’armamentario del satanismo e del «sabba delle streghe». Nella corrispondenza dal gennaio all’ottobre del 1897 con l’amico Wilhelm Fliess, Sigmund Freud dapprima si entusiasma per queste scoperte – anche se naturalmente, da buon ateo, non crede affatto che alle sue pazienti sia apparso, come alcune di esse dicono, ilDiavolo –; poi si manifesta sempre più scettico, e infine, nel mese di ottobre, getta la spugna. Lo psichiatra si è convinto, e lo confessa al suo corrispondente, che i racconti delle pazienti sui riti satanici, a cui molti anni prima sarebbero state costrette a partecipare, non corrispondono a fatti storici che si sono davvero verificati, ma a semplici fantasie. Ma – se sono fantasie i riti satanici – possono non avere realtà fattuale anche gli altri ricordi sulla violenza carnale, l’incesto e gli abusi sessuali. Sigmund Freud mantiene la possibilità della «repressione», ritenendo però che, nella grande maggioranza dei casi, venga «represso» il ricordo non di episodi sessuali veri e propri, ma di semplici fantasie. Quindi, i disturbi isterici deriverebbero da conflitti interni all’inconscio e non principalmente da episodi traumatici esterni. Questa svolta sarà determinante per la nascita della psicoanalisi. 

La teoria della seduzione di Sigmund Freud passò così nel dimenticatoio, da cui riemerse soltanto intorno al 1980 a causa di tre fattori concomitanti. Anzitutto, i casi di sindrome da personalità multipla – MPD, Multiple Personality Disorder, una rara malattia la cui esistenza era già stata ipotizzata, ancora una volta sulla scia di Franz Anton Mesmer, da psichiatri francesi nell’Ottocento (6), secondo cui lo stesso paziente potrebbe essere «abitato» da diverse personalità che non sono in contatto fra loro, così che ciascuna può ignorare l’esistenza delle altre –, dopo essere diventati rarissimi nel nostro secolo ed essere riemersi con pochi casi celebri negli anni 1950 e 1960, cominciavano a essere diagnosticati con notevole frequenza fino a essere accolti nel 1980 dal manuale diagnostico DSM-III dell’American Psychiatric Association (7). Molti specialisti ritenevano che lo sdoppiamento di personalità e il conseguente MPD derivassero da un trauma subito nell’infanzia, quasi sempre di carattere sessuale. In secondo luogo, il movimento femminista contribuì al successo «politico» del MPD, reinterpretato come protesta delle donne contro la violenza maschile (8). In questo contesto, Sigmund Freud venne accusato di non aver voluto credere alle sue pazienti perché vittima, a sua volta, di un pregiudizio vittoriano contro le donne. In realtà la teoria della seduzione era «giusta», e la sua soppressione era stata un «assalto alla verità», un’operazione politica compiuta da Sigmund Freud all’insegna del peggiore maschilismo (9). Infine, il ricupero anche dei riferimenti alla stregoneria e al Diavolo nei racconti delle pazienti di Sigmund Freud poteva avvenire grazie alla diffusione di tesi secondo cui network segretissimi e potenti di satanisti, responsabili di gravissimi crimini, sarebbero stati molto più diffusi di quanto per anni non si era creduto (10).

Le tre correnti – diagnosi frequente di diagnosi di MPD, «revisionismo» femminista nella psicoanalisi e credenza in un vasto complotto di satinasti – confluirono nell’assicurare un successo internazionale al volume del 1980 Michelle Remembers, scritto a due mani dallo psicologo cattolico canadese Lawrence Pazder e dalla sua paziente Michelle Smith (11). Lo psicologo aveva «aiutato» la sua paziente, in una lunga terapia, a «ricordare» un’orribile storia infantile di violenze ripetute da parte di un’organizzazione internazionale di satanisti, di cui avrebbero fatto parte i suoi genitori, e infine del Diavolo stesso. Successivamente lo psichiatra abbandonò la moglie e i figli per sposare Michelle Smith, a sua volta divorziata. Questo episodio rese più difficile la diffusione delle idee di Lawrence Pazder nell’ambito del mondo cattolico. Tuttavia Michelle Remembers ebbe un grande successo – interpretando convenientemente in modo simbolico i riferimenti personali al Diavolo – in alcuni settori delle professioni terapeutiche e del movimento anti-sette laico, che cominciava a includere fra i suoi nemici – di cui aveva tutto l’interesse a sopravvalutare la consistenza – il satanismo (12). Ne seguì una saga straordinaria – di cui ho dato conto nel mio volume Indagine sul Satanismo. Satanisti e anti-satanisti dal Seicento ai nostri giorni, del 1994 – nella quale decine di survivor, in tutti gli Stati Uniti d’America e in misura minore in Canada e in Inghilterra, spesso diagnosticati come affetti da MPD, cominciarono a raccontare a ogni sorta di terapisti – psichiatri, psicologi, psicanalisti e perfino massaggiatori ritenuti capaci di evocare «memorie corporali» massaggiando certi specifici muscoli – ogni sorta di particolari orripilanti su cerimonie sataniche, sacrifici umani ed episodi di «abuso rituale». Tuttavia, nessuna storia di «abuso rituale satanico» – su oltre diecimila proposte dai terapisti e dai survivor all’attenzione della stampa e talora anche delle autorità di polizia e dei tribunali – ha potuto essere corroborata da riscontri fattuali (13). A queste conclusioni – particolarmente severe per il movimento dei survivor – sarebbero pervenuti prima l’FBI, il Federal Bureau of Investigation, «Ufficio federale di investigazione», poi – nel 1994 – il governo inglese e, negli Stati Uniti d’America, il National Center for Child Abuse and Neglect, «Centro nazionale per l’abuso e l’abbandono dei bambini»: le loro relazioni rappresentano un duro colpo a quanti ancora ritengono che, tramite le memorie dei survivor, sia possibile ricostruire crimini satanici che si sono effettivamente verificati (14). Già negli anni 1980 una parte dei terapisti che sostenevano il movimento dei survivor rimaneva scettica sul materiale «satanico», mentre altri ne affermavano enfaticamente la veridicità. Anticipando posizioni degli anni 1990 dello stesso Lawrence Pazder – che avrebbe finito per dichiarare che forse sua moglie non era mai stata vittima dei satanisti, ma aveva «abbellito» con particolari «satanici» la tragica memoria di un incesto (15) – molti terapisti ritenevano che – anche se il materiale «satanico» costituiva semplicemente una metafora – le memorie dei survivor rimanevano vere per l’essenziale, cioè per quanto riguardava un abuso sessuale subito nell’infanzia. Nel 1988 un libro, che avrebbe giocato un ruolo cruciale nella guerra per la memoria, insegnava alle donne come ricordare l’abuso sessuale subito nell’infanzia e, in quasi seicento pagine, dedicava solo due rapidi riferimenti ai satanismo, a proposito del quale dichiarava comunque di considerare attendibili anche le storie più estreme dei survivor. Si trattava di The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse, scritto da due terapiste – prive di titoli accademici –, Ellen Bass e Laura Davis (16). 

2. 1988-1992: la formazione di un’ideologia 

The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse, «Il coraggio di guarire. Una guida per donne survivor a un abuso sessuale giovanile», può essere definito la bibbia del movimento dei survivor. Nella letteratura in materia tutte le volte che una donna diventa survivor si trova quasi sempre, presto o tardi ma comunque prima della «scoperta» dell’abuso dimenticato, l’incontro della «vittima» con il volume di Ellen Bass e Laura Davis. Benché non si tratti dell’unico «testo sacro» in materia – le stesse Ellen Bass e Laura Davis, dopo il successo di The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse, hanno prodotto altre opere, e si è sviluppata anche una concorrenza –, rimane ancora oggi un testo essenziale per comprendere l’ideologia dei survivor. Questa ideologia può essere riassunta in tre tesi: l’abuso sessuale nell’infanzia è epidemico, la «repressione» è comune, ricordare è possibile. 

Il lettore di The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse e di altre decine di opere simili – nonché il cliente di migliaia di terapisti specializzati nel ritrovare memorie perdute – deve essere previamente convinto che l’incesto e gli abusi sessuali da parte di figure autorevoli diverse dai genitori – insegnanti, sacerdoti e simili – sono fenomeni estremamente comuni. Se si trattasse di fenomeni relativamente rari non avrebbe molto senso andare alla ricerca dei loro ricordi perduti quasi in ogni caso di disagio psicologico. Viene così assicurato che «una donna su tre» – e «un uomo su sette» – sono stati vittima di abusi sessuali nel

l’infanzia. Da dove vengono queste statistiche? Oltre che dall’esperienza di diversi terapisti – che le confermano sulla base del piccolo universo dei loro pazienti, certamente non rappresentativo da un punto di vista statistico – la letteratura dei survivor fa riferimento principalmente a tre fonti: un’inchiesta del Los Angeles Times dell’agosto del 1985 secondo cui trentotto milioni di americani adulti sono stati vittima di abusi sessuali nell’infanzia; lo studio condotto su 250.000 casi denunciati al Child Sexual Assault Treatment Program, «Programma per il trattamento dell’aggressione sessuale infantile»; e una serie di studi della sociologa Diana Russell, il cui lavoro principale ha preso in considerazione un campione di 930 donne dell’area urbana di San Francisco (17). Vi sarebbe da discutere sul carattere rappresentativo anche di questi campioni: evidentemente chi si rivolge al Child Sexual Assault Treatment Program ha già, di per sé, problemi reali o presunti di abuso, mentre l’area urbana di San Francisco e quella di Los Angeles – da cui era partito il Los Angeles Times per estrapolare poi i dati nazionali – non sono certamente rappresentative dell’intera popolazione americana. Tuttavia il punto cruciale è un altro: molti citano i risultati di queste indagini senza controllare le fonti, da cui scoprirebbero facilmente una definizione di «abuso sessuale» estremamente ampia: in queste indagini per «abuso sessuale» non si intende «necessariamente un contatto fisico. Vi sono molti altri modi in cui lo spazio o i sentimenti di un bambino possono essere violati»; può trattarsi di semplici «parole, suoni, o anche di situazioni in cui il bambino viene messo in condizioni di vedere atti sessuali in cui non è personalmente coinvolto» (18).

Se – in qualunque tipo di indagine, tanto più nelle grandi metropoli americane dei nostri giorni – si chiede a giovani e ad adulti se hanno subito «abusi sessuali» di questo genere, vi è francamente da stupirsi che soltanto un terzo delle donne e un settimo degli uomini risponda positivamente. È vero che negli Stati Uniti d’America la legislazione relativa ai manifesti che possono essere affissi per strada, alle pubblicazioni che possono essere vendute nelle edicole e al tipo di spettacoli che possono essere trasmessi dalle televisioni è molto più severa che in Italia. Tuttavia anche negli Stati Uniti d’America è estremamente difficile che qualcuno possa crescere in una grande città senza essere «messo in condizioni di vedere atti sessuali» o anche – soprattutto nel caso di donne – essere vittima presto o tardi di «abusi» verbali, per esempio sotto forma di «complimenti» pesanti e non sollecitati. Si tratta di fenomeni che devono essere sicuramente condannati, ma che non possono essere equiparati semplicemente alla violenza carnale. Si deve anche riconoscere che il generale declino della morale e la produzione sociale di un’atmosfera carica di riferimenti alla sessualità hanno fatto aumentare in modo significativo il numero delle violenze carnali e degli atti di pedofilia. Costituirebbe però un’esagerazione grossolana credere che veramente, negli Stati Uniti d’America o altrove, «un terzo delle donne» e «un settimo degli uomini» abbiano subito una violenza carnale nell’infanzia. Attribuire la grande maggioranza di queste presunte violenze ai genitori – e considerare l’incesto epidemico – deriva, inoltre, da ideologie che nutrono pregiudizi e riserve nei confronti della famiglia e la ritengono un ambiente più «pericoloso» per i bambini rispetto, per esempio, agli asili e alle scuole gestite dallo Stato, a loro volta – e forse non per caso – considerate più «sicure» delle istituzioni educative private o gestite da religiosi, dove più spesso si anniderebbero pedofili.

Queste statistiche grossolanamente esagerate, che traggono la loro autorevolezza, nel movimento dei survivor, dall’essere ripetute acriticamente di testo in testo – sono alla base del secondo cadine dell’ideologia dei survivor. Se una donna su tre – degli uomini si parla molto meno, se si eccettuano i casi di coloro che «ricordano» di essere stati vittima di molestie omosessuali da parte di membri del clero – è davvero stata violentata da piccola, mentre il numero di donne che ricordano simili episodi di violenza è molto più basso, è evidente che fra la violenza e l’età adulta è successo qualcosa. Questo qualcosa è, nell’ideologia dei surivor, la repressione: un meccanismo psicologico per cui il ricordo traumatico viene depositato nell’inconscio che lo custodisce inalterato, come in una cassaforte, ma nello stesso tempo gli impedisce di riaffiorare alla coscienza. Il ricordo della violenza infantile o giovanile, peraltro, è sepolto sotto il livello della coscienza, ma non è – secondo queste teorie – completamente eliminato. Continua a produrre effetti sgradevoli, che però la vittima non è in grado di ricondurre alla loro vera causa. Questi effetti – che diventano altrettanti «indizi» da cui il terapista o la paziente stessa possono riconoscere la probabilità di una violenza dimenticata – sono descritti in termini così generali da rendere difficile pressoché per chiunque non sospettare di essere stato vittima di una violenza e di averlo dimenticato. L’onnipresente The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse enumera, fra questi sintomi, «il sentirsi diversi dalle altre persone», l’«aver paura del successo», il «desiderio di essere perfetti», e al contrario «il sentirsi senza potere come una vittima». Sintomi probabili sono le «depressioni», gli «incubi», gli «attacchi di panico», l’«insoddisfazione nei rapporti familiari», l’emicrania frequente, il mangiare troppo o il mangiare troppo poco (19). Se una donna pensa o sospetta di essere stata violentata e di non ricordarlo «probabilmente lo è stata». Ma, al contrario, il non ricordare e il non sospettare nulla non significano che una violenza non si sia verificata. «Puoi pensare – scrivono Ellen Bass e Laura Davis – di non avere nessuna memoria, ma spesso quando cominci a parlarne emerge una costellazione di sentimenti, reazioni e impressioni che, sommate insieme, possono essere considerate vere e proprie informazioni. Per dire “sono stata violentata ” non hai bisogno del tipo di prova che sarebbe accettata da un tribunale. Spesso la conoscenza del fatto che sei stata violentata comincia con una sensazione piccola piccola, un’intuizione. È importante dare fiducia a questa voce interiore e lavorarci su. Presupponi sempre che i tuoi sentimenti siano validi. È raro che una donna sospetti di essere stata violentata e successivamente scopra che non lo è stata. La cronologia normalmente va nell’altro senso, dal sospetto alla conferma. Se pensi di essere stata violentata e la tua vita ne mostra i sintomi [che, come abbiamo visto, sono davvero vastissimi] vi è una forte probabilità che tu lo sia stata davvero. Se non sei sicura, mantieni almeno una mente aperta» (20). Se una donna sospetta di essere stata violentata e di averlo dimenticato, con ogni probabilità lo è stata; se non lo sospetta, probabilmente lo è stata lo stesso.

I sospetti, peraltro, possono essere trasformati in certezze. È il terzo pilastro dell’ideologia dei survivor: la gamma delle terapie contemporanee mette a disposizione tecniche sufficientemente sicure per ricordare con precisione l’abuso. La terapia offre le chiavi per aprire la cassaforte dove il ricordo dell’abuso, una volta represso, è stato custodito intatto. Queste chiavi sono le più diverse: alcune coinvolgono l’ipnosi o l’uso delle droghe, ma molte altre – soprattutto negli Stati americani e nei paesi al di fuori degli Stati Uniti d’America dove vi sono limiti legali all’uso di queste tecniche – procedono diversamente. Si va dalle semplici sedute ripetute sul lettino del terapista fino al massaggio che dovrebbe liberare «memorie corporee», al dialogo reiterato in un gruppo di donne che pensano tutte di essere state violentate e di averlo dimenticato, all’analisi dei sogni, e soprattutto al «lavoro sulle immagini», imagistic work, in cui il terapista suggerisce alla paziente che non ritiene di avere ricordi di immaginare come avrebbe potuto essere un abuso ipotetico, sperando che – dopo molte sedute di elaborazione delle immagini – finisca per convincersi che l’ipotesi corrisponde alla realtà. Alcune di queste tecniche – come quelle proposte dai massaggiatori che assicurano di poter ritrovare memorie represse nei muscoli – sono vere e proprie pratiche da ciarlatano. Altre sono state cautamente difese anche da psichiatri accademici.Tutte, in ogni caso, si basano su una teoria della repressione che postula la possibilità di conservare, per un tempo indefinito, nella cassaforte dell’inconscio memorie che per anni non affiorano ma che rimangono intatte. Quando la cassaforte viene aperta, la memoria – assicurano molti survivor – è viva e «sicura» come se l’episodio fosse stato vissuto il giorno prima. Contro questa possibilità si sono schierati, a grandissima maggioranza, i neurologi universitari che da anni studiano la memoria. Questi specialisti – quasi loro malgrado – sono emersi fra i maggiori protagonisti della guerra per la memoria. Autorità nel campo degli studi sulla memoria umana come Elizabeth Loftus si sono presentate ripetutamente nei tribunali, combattendo i terapisti che sostengono i survivor, e spiegando che la memoria non è affatto un insieme di casseforti che conservano intatti per decenni filmati precisissimi di eventi dimenticati, ma una realtà assai più complessa, altamente fallibile, capace di essere manipolata. Usando un minimo di suggestione, Elizabeth Loftus è riuscita a «creare» ricordi vivissimi, su cui i soggetti dell’esperimento erano disposti a giurare, di eventi dell’infanzia – come l’essersi persi in uno shopping center – che non si erano mai verificati (21). Nel corso della sua perizia sul caso di Paul Ingram – un soggetto particolarmente suggestionabile – il sociologo Richard Ofshe è riuscito a far «ricordare» allo sventurato poliziotto di Olympia un episodio fittizio di abuso sessuale che certamente non poteva aver perpetrato (22). Probabilmente tutti ci sentiremmo più sicuri se sapessimo di poter contare incondizionatamente sull’affidabilità della nostra memoria. Al contrario, la memoria è un meccanismo fragile, delicato, e particolarmente esposto alle manipolazioni di terapisti più o meno scrupolosi o impregnati dell’ideologia dei survivor. 

La difesa di una corretta nozione insieme scientifica e culturale della memoria – contro la pretesa positivistica di potere, tramite apposite tecniche, garantirne l’esattezza «fotografica», anche a decenni di distanza e nel caso di eventi che sarebbero stati completamente dimenticati – non è l’unico motivo per cui accademici, giornalisti ed esponenti religiosi hanno deciso di attaccare in modo militante i survivor e chi li sostiene. Sono stati infatti per primi i survivor stessi a trasformare la controversia sulla memoria in un’autentica guerra. The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse e altri manuali insegnano che, dopo aver ritrovato la memoria delle violenze dimenticate, per guarire è necessario dare sfogo alla propria rabbia, mettendo il colpevole – perpetrator – di fronte alle proprie responsabilità, e attaccandolo tanto più violentemente quanto più costui rimane in una situazione di «negazione» – denial –, ultimamente distruttiva per sé stesso e per
gli altri. Così migliaia di genitori hanno ripetuto l’esperienza descritta dallo scrittore Mark Pendergrast nel suo Victims of Memory. Incest Accusations and Shattered Lives (23). Dopo aver saputo che le loro figlie adulte, con cui erano in ottimi rapporti, si erano rivolte a un terapista per un problema più o meno banale – perché si sentivano depresse o mangiavano troppo – hanno ricevuto violente lettere – di cui The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse e altri manuali forniscono precisi modelli –, quando non atti di citazione, dove le figlie dichiaravano solennemente di ripudiarli come genitori e di non volere mai più ricevere loro notizie, dopo aver «ricordato» che il padre – e spesso anche la madre – le avevano violentate venti o trent’anni prima nei modi più sadici e grotteschi, non di rado nel corso di cerimonie sataniche. Sono questi genitori – migliaia, probabilmente decine di migliaia – le vittime principali della guerra per la memoria: alcuni, tragicamente, hanno scelto il suicidio. Inoltre la battaglia si è spostata sul piano culturale e politico. Non solo sono nate associazioni di survivor e di loro sostenitori come Believe the Children, «Credete ai bambini», con ampio accesso ai mezzi di comunicazione di massa, ma si sono costituite anche organizzazioni di survivor «specializzate» nel denunciare specifiche categorie di responsabili delle violenze «ricordate». Così, a Chicago, è stato fondato un Survivors Network of Those Abused by Priests –SNAP, «Rete di collegamento dei survivor che hanno subito un abuso da parte di preti» –, che attacca soprattutto la Chiesa cattolica, mentre Florence, nel Massachusetts, ha la sua sede SMART – «furbo» in inglese, ma sigla di Stop Masonic Ritual Abuse Today, «Fermiamo oggi l’abuso rituale massonico» – che riunisce le survivor che «ricordano» di essere state violentate nel corso di rituali sessuali o satanici nelle logge massoniche. Gli scettici – soprattutto i genitori accusati dai figli survivor – hanno reagito, insieme ad alcuni accademici ed esponenti religiosi, costituendo nel 1992 la False Memory Syndrome Foundation, «Fondazione sulla Sindrome della Falsa Memoria», che attacca la credibilità dei survivor e raccoglie le testimonianze dei retractor, cioè di ex survivor che si sono convinti del carattere fantastico delle loro presunte memorie (24).

3. 1992-1995: la crisi di un’ideologia 

Le organizzazioni militanti di survivor hanno ottenuto, intorno al 1990, alcuni dei loro principali successi. Benché normalmente sconfitti nei tribunali nei casi più improbabili relativi agli «abusi rituali satanici», i survivor potevano registrare nel 1990 un importante successo giudiziario in un caso, peraltro, non tipico. Nel 1969, in California, venne rapita, seviziata e uccisa da ignoti una bambina di otto anni, Susan Nason. Vent’anni dopo, nel 1989, Ellen Franklin-Lipster – che vent’anni prima era stata la migliore amica della bambina uccisa – si «ricordò» in un flashback improvviso di aver visto suo padre, George Franklin, violentare e uccidere Susan. I ricordi – dapprima molto confusi – divennero più vivi dopo sei mesi di terapia a base di analisi dei sogni, «lavoro sulle immagini» e ipnosi. Sulla sola base dei «ricordi» della figlia, George Franklin venne condannato all’ergastolo. Il fatto che George Franklin avesse alle spalle un passato di maltrattamenti nei confronti delle due figlie ebbe certamente un peso nella decisione dei giurati, che venne propagandata dal movimento dei survivor come una prova del fatto che i tribunali erano ormai disponibili a condannare sulla base di «memorie» ricostruite dopo molti anni. La California, seguita da altri Stati, nel 1990 modificò la norma sulla prescrizione dei reati di violenza sessuale su minori del suo codice penale, articolo 340.1. Mentre precedentemente chi aveva subito un abuso sessuale da minorenne poteva denunciare i responsabili entro tre anni dal compimento della maggiore età, la modifica prevede che la denuncia possa essere sporta entro tre anni dalla «scoperta che un danno psicologico si è verificato a causa dell’abuso». Gli ottocento casi in cui i survivor si sono rivolti ai tribunali hanno generato soltanto una quindicina di condanne, ma nel 1990 il futuro poteva sembrare promettente ai loro sostenitori. Di fatto non è stato così. A partire dal 1992 la False Memory Syndrome Foundation conduce una battaglia particolarmente vigorosa, che ha dato i suoi frutti. La stampa e la televisione continuano a proporre di tanto in tanto storie di survivor; ma ugualmente popolari sono le storie di retractor e altre che dipingono con simpatia genitori accusati da figlie vittime di terapisti senza scrupoli. Nella terza edizione di The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse, del 1994, Ellen Bass e Laura Davis ammettono che la situazione è cambiata e che i media non sono più incondizionatamente dalla loro parte (25).

Benché la costituzione della False Memory Syndrome Foundation, nel 1992, rappresenti l’inizio del declino del movimento dei survivor negli Stati Uniti d’America, il ruolo di questa organizzazione non deve essere sopravvalutato. Al suo interno, inoltre, coesistono posizioni molto diverse e talora contraddittorie (26). Il fatto che le sue contraddizioni non abbiano impedito alla False Memory Syndrome Foundation di continuare ad avere accesso ai media è un segno del fatto che il clima è veramente cambiato. Fra il 1992 e il 1995 i tribunali americani hanno cominciato non solo ad assolvere sistematicamente gli accusati contro i quali esisteva soltanto la testimonianza di uno o più survivor, ma anche a emettere condanne contro terapisti citati da genitori che erano stati accusati di violenza carnale sulla base di «memorie» ricostruite dai figli. Nel 1994 il Council on Scientific Affairs della American Medical Association, la più prestigiosa associazione medica americana, ha pubblicato una dichiarazione secondo cui «l’American Medical Association considera le memorie “ritrovate”[recovered] di un abuso sessuale subito nell’infanzia di incerta autenticità e bisognose di verifiche esterne. L’uso di memorie “ritrovate” è pieno di problemi ed è esposto a un gran numero di potenziali abusi» (27). Sempre nel 1994 i tribunali americani hanno cominciato ad applicare ai casi di «memorie» ricostruite il princi- pio stabilito dalla Corte Suprema nella decisione Daubert del 1993 (28), secondo cui non è ammissibile l’introduzione in cause civili o penali, tramite la testimonianza di esperti, di teorie semplicemente considerate accettabili» nella comunità scientifica, come richiedeva la precedente decisione Frye del 1923; è necessario che si tratti di «buona scienza», «largamente» condivisa dagli esperti dello specifico settore. Tenendo conto di questi principi, il 4 aprile 1995 la Corte Federale Distrettuale di San Francisco ha annullato la decisione di primo grado nel caso Franklin, rinviando a un nuovo processo in cui la memoria «ritrovata» della figlia dell’accusato non dovrebbe più essere considerata, da sola, una prova sufficiente della sua colpevolezza. Se si considera il significato simbolico del caso Franklin nella propaganda dei survivor, si tratta di un colpo molto grave per il loro movimento e per la loro ideologia.

Già prima della decisione di appello nel caso Franklin il mensile dell’ordine degli avvocati californiani, California Lawyer scriveva, nel marzo del 1995, che – se «il grande dibattito sulle memorie “ritrovate”» potrà rimanere vivace ancora per qualche anno nella comunità terapeutica – «nei tribunali, come base di argomentazioni legali, se ne vede la fine che sta per venire». Lo stesso periodico osservava che, venendo meno il supporto legale per le teorie dei survivor, le società di assicurazioni cominciano a rifiutare di pagare le loro cure – spesso protratte per anni con parcelle totali superiori al milione di dollari – mentre gli accusati ora si rivolgono spesso ai tribunali per far condannare i terapisti, con buone possibilità di successo (29). Lo stesso movimento anti-sette (30), che in un primo tempo aveva considerato con simpatia i survivor e soprattutto le loro accuse contro i satanisti, si è oggi spaccato in due. Esponenti di rilievo del movimento anti-sette come Margaret Singer e Richard Ofshe partecipano alle iniziative della False Memory Syndrome Foundation e ritengono che una nuova «setta» da aggiungere alla loro lista sia composta non dagli inafferrabili satanisti pedofili di cui parlano i survivor nei loro ricordi ma piuttosto dai terapisti che li aiutano a «ricordare»; sarebbero questi ultimi i veri responsabili di una nuova forma di «lavaggio del cervello» (31).
Sembra quindi che nei tribunali americani, nei media, e all’interno stesso dei movimento anti-sette statunitense, nella guerra per la memoria i survivor e i loro sostenitori stiano cominciando ad arretrare. Chi è convinto che questa strana guerra abbia fatto troppe vittime innocenti – e, ultimamente, non abbia neppure giovato alla giusta causa di una più severa repressione della pedofilia – non può ancora, tuttavia, abbassare la guardia. Anzitutto perché i media sono volubili, possono facilmente cambiare atteggiamento e distruggere reputazioni e carriere anche in casi dove i tribunali daranno ultimamente ragione agli accusati. In secondo luogo perché – purtroppo – le mode sociali e culturali nordamericane arrivano in altri paesi, particolarmente in Europa, con qualche anno di ritardo, e non è impossibile che l’ideologia dei survivor, oggi in netto declino negli Stati Uniti d’America, venga esportata nei prossimi anni in paesi come l’Italia, magari sulla scia di un rinnovato interesse per la sindrome da personalità multipla e le sue cause. L’episodio dell’estate 1995 in Francia relativo al leader della religione aumista, Hamsah Manarah, mostra come nei movimenti anti-sette francesi – che si sono schierati compatti con l’accusatrice del leader religioso – non vi sia traccia del dibattito che divide i loro omologhi americani, e come in Francia gran parte della stampa ignori completamente le critiche radicali a cui le «memorie» ricostruite o tardive sono state sottoposte negli Stati Uniti d’America. Infine – ma non si tratta di un aspetto secondario – il dibattito sulle «memorie» ricostruite si sta oggi spostando all’interno delle Chiese. Molti – di fronte alle accuse frequenti, e frequentemente del tutto infondate, rivolte contro sacerdoti e pastori – diffidano giustamente dei survivor in genere. Altri, tuttavia, ritengono che il processo terapeutico con cui si «ritrovano» le memorie dimenticate di abusi subiti nell’infanzia possa assumere un aspetto rassicurante se è accompagnato dalla preghiera e si svolge in un contesto cristiano. Non manca, soprattutto in ambienti pentecostali e carismatici – come la sventurata esperienza di Paul Ingram conferma –, una versione religiosa del processo terapeutico che produce i survivor dove – nel corso di un itinerario chiamato inner healing, «guarigione interna» – la presunta vittima – o, più raramente, il presunto colpevole – ritrova le sue memorie mentre la comunità prega per lei (32). È normale che in ambienti cristiani un contesto religioso e di preghiera appaia rassicurante. Tuttavia le buone intenzioni non garantiscono il risultato, e non dispensano da un’analisi critica sulla possibilità stessa di «ricostruire» dopo decenni memorie che erano completamente sparite e sulla loro attendibilità (33).

Avendo partecipato spesso ad accesi dibattiti pubblici sui survivor nel corso di congressi sociologici, negli Stati Uniti d’America e altrove – dalla parte degli scettici, certo, ma senza rinunciare a cercare le situazioni di disagio reale da cui spesso partono i survivor, che ne fanno qualche cosa di diverso da semplici mentitori patologici – mi è capitato più di una volta di essere avvicinato da persone che mi hanno fatto osservare come rinunciare alle «memorie» ricostruite significa privarsi di un’arma preziosa nella lotta, di volta in volta, contro i sacerdoti omosessuali, contro i massoni, contro gli uomini politici corrotti, contro le «sette» e contro altre categorie di volta in volta poco apprezzate – talora più che giustamente – dall’interlocutore. Con pazienza, ho sempre cercato di spiegare che si tratta di un tipo di arma che, forse, dovrebbe essere bandita dalla convenzione di Ginevra: il gioco delle «memorie» ricostruite è troppo pericoloso, e tutti possono esserne vittima, dati letteralmente in pasto all’opinione pubblica prima di aver avuto una possibilità di difendersi. A chi obietta che, per esempio, «le sette sono capaci di tutto» e quindi le «memorie» ricostruite di violenze da parte di leader di «sette» sono credibili, rispondo che nella letteratura dei survivor tutti possono essere accusati, sostituendo semplicemente a «le sette» – fra i soggetti asseritamente capaci di tutto» – «gli uomini politici», «i sacerdoti cattolici» e così via, a seconda delle preferenze dell’interlocutore, e molto spesso semplicemente «gli uomini» – nel senso di «esseri umani di sesso maschile» secondo una vulgata femminista di cui volumi come The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse sono un classico esempio. D’altro canto – e dopo tutto – chi, di fronte alle accuse di un survivor, sarebbe in grado di dire precisamente dove si trovava e che cosa faceva un certo pomeriggio di trent’anni fa?

Un’obiezione, infine, che mi è stata talora mossa – e che prendo assolutamente sul serio – riguarda il Diavolo. Non potrebbe il Diavolo effettivamente – mi si dice – far compiere gesti abominevoli e indurne poi l’oblio nei colpevoli e nelle vittime? Molte cose, certo, sono possibili al Diavolo ma – forse – non un sovvertimento sistematico delle leggi di natura in materia di memorie e di ricordi in migliaia o in decine di migliaia di casi. Vi è, inoltre, un’altra possibilità di cui chi crede nell’esistenza del Demonio e nella sua azione del mondo dovrebbe tenere seriamente conto. Nel processo terapeutico che porta i survivor a ritrovare la memoria delle violenze subite nell’infanzia, essi vengono invitati a prendere contatto con il «bambino
interiore», inner child,
che vive, ignorato, all’interno di ciascuno di noi anche al di fuori del contesto patologico della sindrome da personalità multipla (34). I1«bambino interiore» – una sorta di scintilla gnostica, divina e infallibile, ma accessibile soltanto nella terapia – rivelerà, si assicura, tutti i particolari della violenza dimenticata. Il «bambino interiore», però, rivela anche altre cose. Secondo un’indagine condotta nel 1992 su 860 terapisti attivi nel movimento delle «memorie» ricostruite, il 28% ritiene di aver ritrovato presso i propri pazienti anche memorie di abusi subiti nelle vite passate (35). Non quantificato nella stessa indagine – ma niente affatto raro – è anche il caso in cui vengono «ricordati» abusi sessuali subiti da parte di extraterrestri. Infine non mancano terapisti – più rari, ma talora paradossalmente presi sul serio – che si dichiarano capaci di far avanzare anziché arretrare i loro clienti sotto ipnosi lungo la pista del tempo, facendo loro vivere in anticipo esperienze traumatiche che non si sono ancora verificate ma che si verificheranno puntualmente in un futuro più o meno lontano (36).

Dunque il «bambino interiore» annuncia la dottrina della reincarnazione. Secondo The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse, inoltre, il «bambino interiore» – che è pressoché infallibile – suggerisce spesso alle donne che hanno «ritrovato» la memoria di una violenza subita nell’infanzia di diventare lesbiche, «un modo di essere perfettamente sano, non un altro effetto dell’abuso che avete bisogno di superare». Queste donne possono ripetere: «Sono lesbica perché sono stata vittima di un abuso sessuale, e così almeno da questo abuso è venuto qualche cosa di buono» (37). Un «bambino interiore» che, quando viene evocato dalla terapia, accusa gli innocenti, predica la reincarnazione e suggerisce l’omosessualità lascia veramente perplessi. Se nel processo terapeutico, che dovrebbe portare a «ritrovare» le memorie degli abusi subiti nell’infanzia, si entra davvero in contatto con qualche spirito che si è nascosto nei più remoti recessi dell’intimità del paziente, questi strani suggerimenti lasciano intendere che non deve trattarsi di uno spirito buono.

Massimo Introvigne

 

Note:

(1)Cfr. MARK PENDERGRAST, Per Dio, la Patria e la Coca-Cola, trad.it., Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 1994.
(2) Cfr. IDEM, Victims of Memory. Incest Accusations and Shattered Lives, Upper Access, Hinesburg (Vermont) 1995.
(3) La storia di Paul Ingram è diventata un caso nazionale negli Stati Uniti d’America grazie alla campagna in suo favore condotta su The New Yorker dal giornalista Lawrence Wright, i cui articoli sono stati raccolti in volume: cfr. Lawrence Wright, Remembering Satan, Alfred A. Knopf, New York 1994.
(4) Cfr. RICHARD OFSHE e ETHAN WATTERS, Making Monsters. False Mernories, Psycho-therapy, and Sexual Hysteria, Charles Scribner’s Sons, New York 1994.
(5) Cfr. MARK MACNAMARA, Fade Away. The Rise and Fall of the Repressed-Memory Theory in the Courtroom, in California Lawyer, vol.15, n.3, marzo1995, pp.36-41 e 86.
(6) Cfr. JACQUELINE CARROY, Les Personnalités doubles et multiples. Entre science et fiction, Presses Universitaires de France, Parigi 1993.
(7) AMERICAN PSYCHIATRIK ASSOCIATION, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 3a ed., American Psychiatric Association, Washington 1980.
(8) Un manuale sul MPD di cui sono autori docenti universitari di psichiatria, che si distingue per il suo carattere equilibrato e che non esclude la frequente simulazione consapevole oppure inconsapevole da parte dei pazienti, è quello di CAROL S. NORTH, JO-ELLYN M. RYALL, DANIEL A. RICCI e RICHARD D. WETZEL, Multiple Personality, Multiple Disorders. Psychiatric Classification and Media Influence, Oxford University Press, New York-Oxford 1993. Per le dimensioni culturali e «politiche» del MPD e i suoi rapporti con il femminismo, cfr., da prospettive diverse, JAMES M. GLASS, Shattered Selves. Multiple Personality in a Postmodern World, Cornell University Press, Ithaca (New York) 1993; e IAN HACKING, Rewriting the Soul. Multiple Personality and the Science Memory, Princeton University Press, Princeton (New Jersey) 1995.
(9) Questa tesi venne resa popolare nel 1984 dal volume di JEFFREY MOUSSAIEFF MASSON, The Assault on Truth. Freud’s Suppression of the Seduction Theory, Farrar, Straus and Giroux, NewYork 1984. È interessante notare che la scarsa fiducia di Jeffrey Moussaieff Masson nella natura umana – e nei «maestri» che si presentano come autorevoli – derivava, come lo stesso autore avrebbe spiegato in un’opera successiva, dal fatto che la sua famiglia, di ricchi commercianti ebrei, era stata completamente dominata per lunghi anni dal guru neo-teosofico Paul Brunton (1898-1981): cfr. J. M. MASSON, My Father’s Guru. A Journey through Spirituality and Disillusion, Addison-Wesley Publishing Company, Reading (Massachusetts) 1992.
(10) Cfr. un’ampia discussione di questa tesi nel mio Indagine sul Satanismo. Satanisti e anti-satanisti dal Seicento ai nostri giorni, Mondadori, Milano 1994.
(11) Cfr. MICHELLE SMITH e LAWRENCE PAZDER, Michelle Remembers, Congdon & Lattès, New York 1980.
(12) Cfr. una dettagliata analisi degli esiti di Michelle Remembers negli Stati Uniti d’America e altrove nel mio Indagine sul Satanismo. Satanisti e anti-satanisti dal Seicento ai nostri giorni, cit., pp. 321-382.
(13) Questo non significa – com’è evidente a chi legga con un minimo di attenzione il mio Indagine sul Satanismo. Satanisti e anti-satanisti dal Seicento ai nostri giorni, cit. – che manchino casi accertati – qualche decina – di omicidi commessi da gruppi satanisti, spesso effettivamente in circostanze raccapriccianti. Tuttavia nessuno di questi casi è stato scoperto tramite le memorie dei survivor «ricuperate» nel corso di una terapia.
(14) Cfr. KENNETH W. LANNING, Satanic, Occult Ritualistic Crime. A Law Enforcement Perspective, National Center for the Analysis of Violent Crime-FBI Academy, Quantico (Virginia) 1989; e J. S. LAFONTAINE, The Extent and Nature of Organised and Ritual Abuse, Her Majesty’s Stationery Office, Londra 1994. Per lo studio del National Center of Child Abuse and Neglect – che su dodicimila denunce di survivor esaminate conclude che «neppure un solo caso ha potuto essere sostenuto da prove» –, cfr. Little Evidence Found for Satanist Factor in Ritual Abuse Cases, in Religion Watch, vol. X, n. 1, novembre 1994, p. 7.
(15) Cfr. ROBIN PERRIN e LES PARROT III, Memories of Satanic Ritual Abuse. The Truth Behind the Panic, in Christianity Today, vol. 37, n. 7, 21-6-1993, pp. 19-23 (p. 23). Dal canto suo il padre di Michelle Smith continua ad affermare che né lui né la sua defunta moglie sono mai stati coinvolti in episodi che possano anche solo lontanamente assomigliare a un incesto o a un abuso sessuale della figlia, «satanico» o meno.
(16) Cfr. ELLEN BASS e LAURA DAVIS, The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse, Harper-Collins, New York 1988.
(17) Cfr. una sintesi di questi studi dai punto di vista del movimento dei survivor in E. SUE BLUME, Secret Survivors. Uncovering Incest and its After-Effects in Women, Ballantine Books, New York 1990; cfr. pure D. E. H. RUSSELL, Sexual Exploitation. Rape, Child Sexual Abuse and Sexual Harassment, Sage Publications, Beverly Hills (California) 1984.
(18) E. S. BLUME, op. cit., p. 18.
(19) E. BASS e L. DAVIS, op. cit., pag. 37-44.
(20) Ibid., pp. 25-26.
(21) Cfr. ELIZABETH LOFTUS e KATHERINE KETCHAM, The Myth of Repressed Memory. False Memories and Allegations of Sexual Abuse, St. Martin’s Press, New York 1994.
(22) R. OFSHE e E. WATTERS, op. cit., pp. 173-175.
(23) Cfr. M. PENDERGRAST, Victims of Memory. Incest Accusations and Shattered Lives, cit.
(24) Cfr. le posizioni dei retractor riassunte in CLAUDETTE WASSIL-GRIMM,  Diagnosis for Disaster. The Devastating Truth about False Memory Syndrome and Its Impact on Accusers and Families, The Overlook Press, Woodstock (New York) 1995.
(25) E. BASS e L. DAVIS, The Courage to Heal. A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse, 3a ed. riveduta e aggiornata, Harper Perennial, New York 1990. Le pagine 473-534 di questa edizione costituiscono una risposta alle accuse della False Memory Syndrome Foundation.
(26) Così, per esempio, il pastore luterano – insieme teologo liberal e psicologo – Ralph Undenvager e sua moglie Hollida Wakefield – autori peraltro di opere interessanti sulle «false memorie» presso i bambini – nel 1993 hanno rilasciato un’intervista alla rivista olandese Paidika, che propugna la «depenalizzazione» di certe forme di pedofilia, in cui lasciavano intendere di essere favorevoli alle posizioni della rivista (cfr. RALPH UNDERWAGER e HOLLIDA WAKEFIELD, Interview, in Paidika. A Journal of Pedophilia, vol. 3, n. 1, inverno 1993, pp. 2- 12). Successivamente il pastore Ralph Underwager ha dichiarato che «parti dell’intervista possono essere male interpretate lasciando intendere che in certe occasioni egli sia favorevole alla pedofilia, mentre non lo è affatto» (FMS Foundation Newsletter, 2- 7-1993, p. 7); la reazione di altri membri lo ha comunque costretto a dimettersi dal comitato scientifico della False Memory Syndrome Foundation. Come fa rilevare Mark Pendergrast – egli stesso peraltro politicamente schierato su posizioni liberal – il problema consiste, più in profondità, nel «relativismo morale assoluto» di teologi liberal come Ralph Underwager, secondo cui «le persone hanno diversi sistemi etici» e «imporre un sistema ad altri» sarebbe una forma di «imperialismo culturale» (M. PENDERGRAST, op. cit., p. 527).
(27) Riprodotta in M. MACNAMARA, op., cit., pp. 36-37.
(28) Daubert v. Merrell Dow Pharmaceuticals, Inc., 113 S. Ct. 2786.
(29) M. MACNAMARA, op., cit., p. 36.
(30) Sulle posizioni del movimento anti-sette di ispirazione laicista, da non confondersi con quanti criticano i nuovi movimenti religiosi da un punto di vista cristiano, cfr. il mio Il movimento «anti-sette» laico e il movimento «contro le sette» religioso: strani compagni di viaggio o futuri nemici?, in Cristianità, anno XXI, n. 217, maggio 1993, pp. 15-21.
(31) Cfr. R. OFSHE e E. WATTERS, op. cit.
(32) Sui problemi dell’inner healing, cfr. il mio Indagine sul Satanismo. Satanisti e anti-satanisti dal Seicento ai nostri giorni, cit., p. 358.
(33) Paradossalmente lo stesso cardinale Joseph L. Bernardin, vittima di un survivor che ha poi ritrattato, ha dichiarato nel 1994 che – a suo avviso – possono esistere casi, diversi quello in cui è stato coinvolto, dove memorie «represse» di un abuso infantile possono essere effettivamente «ricuperate» (cfr. ERICK KROLL, Bernardin Steers Clear of Bill, in Chicago Tribune, 9-3-1994).
(34) Sul «bambino interiore», inner child, come concetto tipico del New Age, cfr. il mio Storia del New Age. 1962-1992, Cristianità, Piacenza 1994, p. 103.
(35) M. PENDERGRAST, op. cit., p. 488. Più in generale, le terapie che fanno «regredire» i pazienti fino a «ricordare» le loro vite passate sono state inizialmente proposte da terapisti che si dichiaravano spesso agnostici sulla natura reale o fantastica di tali «ricordi» che ritenevano comunque terapeuticamente utili –, e quindi sulla reincarnazione. Nel maggio del 1995, nella sua relazione magistrale al quindicesimo congresso della Association for Past Life Research and Therapies, il dottor BrianWeiss ha dichiarato che la maggioranza dei terapisti considerano ormai i ricordi dei loro pazienti come prova della reincarnazione, soprattutto perché «far regredire i pazienti sotto ipnosi alla ricerca di traumi repressi fa emergere esperienze che non sono state vissute dai pazienti in questa vita». Benché «vi sia un notevole sforzo per depurare questo campo da ogni contenuto religioso», la svolta è stata notata dagli osservatori più attenti della scena religiosa americana, ed è stata salutata con entusiasmo dal mensile di propaganda induista Hinduism Today, in quanto la legittimazione «scientifica» della reincarnazione potrebbe rimuovere uno dei principali ostacoli alla conversione di occidentali all’induismo (cfr. Rebirth Goes Mainstream, in Hinduism Today, vol. 17, n. 8, agosto 1995, p. 30).
(36) M. PENDERGRAST, op. cit., p.132.
(37) E. BASS e L. DAVIS, op. cit., 3a ed., p.278.

 

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