La «leggenda» del Volto Santo di Lucca

Giulio Dante Guerra 10 mesi fa
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Giulio Dante Guerra, Cristianità n. 88-89 (1982)

 

Un Crocifisso ligneo con le sembianze di Nostro Signore, la cui esecuzione è dalla tradizione attribuita in parte a Nicodemo e in parte a un intervento angelico. La storia di questa venerata immagine del Redentore fino al suo ritrovamento e al suo arrivo in Italia, nel secolo VIII.

 

Nel XII centenario della prodigiosa traslazione in Italia

La «leggenda» del Volto Santo di Lucca

 

«In quei secoli, ai quali la moderna civiltà regala il nome di barbari, ma cui meglio converrebbe il nome di secoli della Fede; in quei secoli nei quali s’iniziò il progresso delle scienze e delle arti, che in uno colla religione e sotto la guida di lei sono gli elementi che costituiscono la vera civiltà; in quei secoli che ci diedero la Somma di s. Tommaso, la Divina Commedia dell’Alighieri, le più ammirate Cattedrali d’Italia; in quei secoli era in gran fama un venerando Simulacro di Gesù Crocifisso, celebre pe’ suoi prodigii in tutta la Chiesa cattolica. Questo augusto Simulacro, a cui i divoti pellegrini accorrevano da ogni regione d’Europa, è quello che si custodisce e si onora nel magnifico nostro Tempio metropolitano col titolo di Volto Santo, ed agli estranei è noto col titolo di Volto Santo di Lucca» (1).

Dell’arrivo a Lucca di tale simulacro si è compiuto quest’anno il XII centenario: sono dodici secoli di venerazione ininterrotta, che dura ancora oggi nonostante il forte calo, anche in una città «bianca» come Lucca, della pratica religiosa, e la ostilità di non poco clero verso le forme tradizionali di devozione, che vengono liquidate sbrigativamente come «folklore», mentre si fa di tutto per renderle «superstizioni», cioè sopravvivenze, togliendo loro ogni significato religioso e non sostenendole con una catechesi adeguata, che ne ricordi le ragioni originarie.

Il Volto Santo è un crocifisso ligneo, scolpito a tutto tondo a grandezza superiore al naturale, rivestito di un’ampia tunica manicata lunga fino alle caviglie, scolpita anch’essa nel legno. Gli occhi aperti del Cristo sembrano fissare il fedele dall’alto della croce; il volto maestoso, di aspetto tipicamente semitico, ispira a un tempo riverenza e misericordia. Il suo autore, secondo una tradizione «complurium saeculorum possessione firmatam» (2), altri non sarebbe che Nicodemo, il discepolo «occulto» di Gesù: e, se così fosse, il Volto Santo sarebbe il più antico simulacro del Crocifisso venerato in tutto il mondo.

Il nucleo più antico della tradizione è contenuto in una Legenda, redatta dal diacono Leboino, o Leobino, in epoca sicuramente non posteriore al secolo XI (3), di cui rimangono parecchi codici, conservati in biblioteche italiane e straniere, in una duplice redazione, Legenda maior e Legenda minor, delle quali la prima, più ricca di particolari, è l’unica contenuta nei codici lucchesi (4). Altri particolari, taciuti dalla Legenda, sono dovuti alla tradizione popolare raccolta, in tempi diversi, dagli storici lucchesi del Volto Santo.

Nicodemo autore del Volto Santo

Di Nicodemo, autore, secondo la tradizione, del Volto Santo, sappiamo ben poco di certo, ossia ciò che ne scrive il Vangelo: che era fariseo, uno dei capi dei giudei, maestro in Israele, e che si recò di notte a parlare con Gesù (5); che prese le difese di Gesù nel sinedrio (6); che provvide, con Giuseppe d’Arimatea, alla sepoltura del corpo del Salvatore (7). Questo è tutto: e un uomo dello stesso nome di cui parla il Talmud «è ben difficile che designi la stessa persona di qui» (8).

Ma la tradizione popolare sa sempre molto di più di quanto registrino gli scrittori, anche ispirati. E così per i cristiani di cultura greca egli è Nikódèmos, il «vincitore del popolo», ossia dell’ostinato rifiuto dei suoi connazionali a riconoscere in Gesù il Messia promesso; per quelli di cultura ebraico-biblica, o comunque semitica, egli è Niqàh-dàm, colui che «fu puro del sangue» di Cristo, invocato dai sacerdoti e dal popolo di Gerusalemme su sé e sui propri figli. E la tradizione ce lo presenta perseguitato a causa della sua fede in Cristo, cacciato dal sinedrio e ridotto in miseria, battuto con verghe e salvato da morte solo per intercessione di Gamaliele, suo amico e maestro. Il quale Gamaliele, per sottrarre Nicodemo alle persecuzioni del sinedrio, lo ricoverò in una sua villa di Ramla, dove scolpì il Volto Santo, e dopo pochi anni morì. Il suo corpo fu sepolto da Gamaliele accanto a quello del protomartire santo Stefano, nel sepolcro in cui fu poi sepolto lo stesso Gamaliele.

I loro corpi, esumati al tempo di sant’Agostino, divennero subito oggetto di grande venerazione. Al tempo della prima crociata i pisani ottennero in dono dal patriarca Daimberto, già arcivescovo di Pisa, e da Goffredo di Buglione, il corpo di san Nicodemo, insieme a quelli dei santi Gamaliele e Abibone, e li portarono a Pisa, dove sono a tutt’oggi venerati in un altare della chiesa primaziale (8).

Torniamo alla tradizione, che ci mostra Nicodemo nel suo rifugio di Ramla, intento al difficile compito di scolpire nel legno l’immagine del Crocifisso. Egli aveva ben impresso dentro di sé il ricordo del Redentore, e, secondo uno scrittore inglese del secolo XII-XIII, avrebbe avuto addirittura presso di sé la Santa Sindone recante le impronte del corpo di Cristo (10); ma nonostante ciò non riusciva, per la propria imperizia, a rendere nel legno i tratti del volto di Cristo, dopo avere già scolpito tutto il resto del simulacro. Ricorso alla preghiera, fu colto da un placido sonno. Al suo risveglio, trovò la scultura del capo, che aveva lasciata allo stato di abbozzo, completata da mano angelica. Dopo avere ammirato l’immagine così miracolosamente completata, Nicodemo la venerò e la conservò decorosamente in un luogo segreto della casa in cui abitava, esponendola di quando in quando alla venerazione degli amici più fidati fra i cristiani del luogo e, secondo una tradizione di Terra Santa riportata da Bonifacio da Ragusa, della stessa vergine Maria (11). Sentendosi poi Nicodemo vicino a morire, affidò il crocifisso a un suo amico di nome Isacar, che lo custodì con grande venerazione nel luogo più segreto della sua casa, dove fu tramandato di generazione in generazione.

Il ritrovamento e la prodigiosa traslazione

Era l’ultimo ventennio del secolo VIII. Nella Cristianità occidentale le vittorie di Carlo Magno stavano preparando la renovatio imperii della notte di Natale dell’anno 800. In quella orientale, invece, imperversava l’eresia iconoclasta che, sostenuta dagli imperatori bizantini, provocava feroci persecuzioni contro i veneratori delle immagini sacre e distruzioni di icone antiche e onorate. In Palestina dominavano da più di un secolo i mussulmani, che limitavano fortemente i cristiani nella loro libertà di culto, anche se non vietavano ancora i pellegrinaggi ai luoghi santi. 

Era pellegrino in Terra Santa un vescovo subalpino, di nome Gualfredo, che, costretto a prolungare oltre il previsto il suo soggiorno a causa di malattie che a Gerusalemme avevano colpito molti dei suoi compagni, si mise a visitare quei luoghi della Palestina che serbavano memorie della vita di Cristo. Una notte, trovandosi ‘a pernottare in Ramla, in una casa contigua a quella in cui aveva abitato Nicodemo, ebbe in sogno la visione di un angelo. Questi gli rivelò la storia del Volto Santo, e gli comandò di andarlo a cercare nella casa attigua, abitata da Seleuco, uomo cristianissimo, che lo custodiva in una grotta. Svegliatosi, il vescovo ne informò i suoi compagni e insieme si recarono a casa di Seleuco dove, dopo qualche diniego iniziale, alla fine riuscirono a farsi consegnare il simulacro, in cambio di un buon quantitativo di monete d’oro.

Ottenuta l’immagine, occorreva sottrarla al pericolo della distruzione da parte degli infedeli o degli iconoclasti. Dopo molte preghiere, il vescovo e i suoi compagni decisero di caricarla su una nave, affidandola al governo della divina provvidenza: e, giunti al porto di Ioppe, trovarono una robusta nave, che ritennero inviata dal Cielo allo scopo. Vi caricarono sopra il crocifisso, la sigillarono con bitume, e la sciolsero dagli ormeggi, pregando affinché giungesse in un luogo dove la preziosa immagine fosse convenientemente onorata. La nave si allontanò dal porto da sola e, senza alcun pilota, dopo lunga e tortuosa via andò a fermarsi al largo delle coste di Luni, non lontano dalla foce della Magra.

Nel secolo VIII Luni era un porto fiorente per traffici marittimi; ma non di rado le merci sbarcate sui suoi moli erano frutto di pirateria, piuttosto che di onesto commercio. Così, quando i lunensi videro al largo quella bellissima nave priva di ogni sorveglianza, decisero di predarla. Calarono in mare le barche per raggiungerla, ma inutilmente, perché la nave riprendeva il largo allontanandosi da loro; analogo tentativo, ripetuto con maggiore copia di mezzi il giorno seguente, si rivelò ugualmente infruttuoso. 

Mentre i lunensi si sforzavano invano di catturare la nave, un angelo appariva in sogno al vescovo di Lucca Giovanni di Teuperto, uomo pio e già celebre per santità di vita, che dopo la morte fu venerato dalla Chiesa lucchese come il beato Giovanni I. L’angelo parlò al vescovo del Volto Santo e del suo arrivo a Luni, comandandogli di muoversi col clero e i maggiori del popolo per andarlo a prendere e portarlo a Lucca.

Il vescovo obbedì e, giunto col suo seguito a Luni, vide i lunensi che di nuovo tentavano con remi e vele di raggiungere la nave miracolosa, e questa che si allontanava sottraendosi ai loro arpioni. Allora il santo vescovo fece cenno ai marinai di arrestarsi ed esortò tutti a chiedere l’aiuto di Dio; e mentre col suo seguito si dirigeva al porto cantando inni e preghiere, la nave spontaneamente si diresse verso di lui senza più opporre resistenza. Così il beato Giovanni poté facilmente aprire i boccaporti ed entrare con i suoi nella nave, dove, alla vista del simulacro, scoppiarono in lacrime di gioia ed intonarono il Gloria in excelsis.

Il Volto Santo, portato a terra, fu subito esposto alla venerazione di tutti i presenti. Ma, poco dopo, nacque una disputa fra i lunensi e i lucchesi su quale delle due città avesse maggiore diritto a custodire il crocifisso. I primi adducevano a loro favore il fatto che la nave era giunta al largo delle loro coste, i secondi obiettavano che, dopo essere sfuggita agli assalti degli esperti marinai del luogo, si era spontaneamente consegnata al vescovo di Lucca. Allora il beato Giovanni, ispirato da Dio, estrasse dall’interno del Volto Santo una parte delle reliquie ivi contenute, fra cui una delle due ampolle del sangue di Cristo postevi da Nicodemo, e le consegnò al vescovo di Luni, allo scopo di avere in cambio riconosciuto il diritto a portare con sé il crocifisso. Ma, non essendo ancora i lunensi disposti a rinunciarvi, si ricorse al «giudizio di Dio». Il Volto Santo fu issato su un carro riccamente addobbato, a cui furono attaccati due torelli non ancora aggiogati. Lasciati liberi di andare, gli animali si diressero subito verso Lucca. Allora il vescovo Giovanni salì sul carro, e tutto intorno il clero e il popolo facevano scorta al Volto Santo che si recava trionfalmente a Lucca. Verso sera il corteo entrava in città per la porta di San Frediano, accolto dal canto di Benedictus qui venit in nomine Domini ed Ecce Agnus Dei. Era il 12 aprile dell’anno 782, secondo del regno di Carlo Magno e di Pipino II (12), il venerdì dopo Pasqua, giorno da allora detto a Lucca «Venerdì dello scontro della Croce».

Il Volto Santo fu collocato con gran pompa nella vicina basilica di San Frediano, là dove poi sorse la cappella di Santa Croce, che agli inizi del secolo XVI fu decorata dall’Aspertino con affreschi raffiguranti l’arrivo del Volto Santo a Lucca. La mattina dopo, al levare del sole, i lucchesi accorsero in gran folla a San Frediano per rinnovare la loro venerazione alla santa effigie; ma entrati nella chiesa, videro con meraviglia e dolore che era scomparsa. Mentre contemplavano addolorati la parete nuda, giunse loro la notizia che il Volto Santo era stato ritrovato in un orticello incolto presso la cattedrale di San Martino. Subito accorsero tutti là e si prostrarono davanti al simulacro. In seguito a ciò, il vescovo Giovanni fece edificare sul luogo del ritrovamento una chiesa, cui diede il titolo Domini et Salvatoris, «chiesa del Signore e Salvatore»; questa chiesa ospitò il Volto Santo fino agli inizi del secolo X, quando fu distrutta, e il Volto Santo trasferito in San Martino, dove si trova ancora oggi.

Basi storiche della «leggenda»

Questa è la «leggenda» del Volto Santo: ma quanto vi è, in essa, di verità storica? Prescindendo dai particolari miracolosi, che niente ci obbliga ad accettare tutti incondizionatamente, ma neppure a rifiutare in blocco per partito preso, sicuramente vi è più di quello che possa sembrare alle scettiche orecchie di un ascoltatore moderno.

Nella Legenda maior Leboino si presenta come un contemporaneo ai fatti narrati, compagno di pellegrinaggio del vescovo Gualfredo (13): sebbene quest’ultimo non sia noto da altre fonti (14) e la critica moderna tenda, come si è detto, a posticipare al secolo XI la redazione della Legenda, si può però affermare con una certa sicurezza che il nucleo dei fatti risalga al secolo VIII, come indicano vari particolari in essa contenuti. Innanzi tutto la segretezza del culto del Volto Santo in Palestina, che ci riporta all’epoca della persecuzione iconoclasta; come pure al secolo VIII ci rimanda un passo della Legenda, che parla di monaci siri che custodivano il Santo Sepolcro (15); ancora, il Gloria in excelsis, intonato dal beato Giovanni I e dal suo seguito alla vista del Volto Santo invece del Te Deum, il cui uso come inno di ringraziamento non si diffuse prima del secolo IX (16); ma, soprattutto, il modo in cui la Legenda descrive i rapporti fra Lucca e Luni. In essa non vi è traccia delle misere condizioni in cui Luni fu ridotta in seguito alle scorrerie saracene nel corso dei secoli IX e X, e che portarono di lì a poco al suo totale abbandono; non si dice che il Volto Santo sia stato portato a Lucca per sottrarlo alle minacce degli infedeli; se di pirateria si parla, è pirateria esercitata dai lunensi a danno di altri popoli del Mediterraneo, non viceversa. «Leobino […] ci offre una tradizione che sta in rapporto con reali condizioni storiche e che deve essere sorta quando Lucca era la città longobarda per eccellenza e longobardi aveva tutti i suoi vescovi senza eccezione e Luni era ancora la città marittima sotto l’influenza, se non sotto il dominio, imperiale. È questo il più valido argomento in favore della tradizione» (17).

Quanto alle origini del Volto Santo, se oggi nessuno oserebbe più sostenere l’attribuzione a Nicodemo, è tuttavia innegabile in esso il modello orientale del crocifisso tunicato e la sua riconducibilità a una tradizione iconografica indipendente da quella che ha dato origine ai crocifissi dipinti posteriori al Mille. Questi ultimi – con l’eccezione, significativa, di quelli della scuola lucchese dei Berlinghieri – presentano tutti la cosiddetta «curva bizantina» del «Cristo zoppo»: su queste immagini, a causa di una errata interpretazione della Sindone che servì da modello agli antichi artisti, il crocifisso è rappresentato con una gamba più corta dell’altra (18). Il Volto Santo, invece, non ha traccia di «curva bizantina»; e questo nonostante che il viso abbia una certa somiglianza non solo col volto della Sindone, ma anche con tutti gli acheròpita – cioè tutte le immagini «non costruite da mano d’uomo» – del viso di Nostro Signore, quali le «immagini edessane», il Sancta Sanctorum e la Veronica (19). Ossia, il Volto Santo è simile, ma indipendente da quelle immagini che in qualche modo riconducono alla Sacra Sindone, come se derivasse da una tradizione iconografica che abbia avuto per modello Gesù stesso (20). Insomma, Nicodemo a parte, è forse più attendibile la tradizione che le ipotesi di chi, per volere seguire il parere di alcuni critici d’arte che ritengono «immagine, di origine spagnola, dell’XI sec.» (21) un crocifisso sicuramente a Lucca dalla fine dell’VIII, deve supporre sostituzioni in nessun modo documentabili (22).

Delle due reliquie del Preziosissimo Sangue – quella di Luni, oggi a Sarzana, e l’altra venerata a Lucca -, la cui storia ricorda la «leggenda» del crocifisso di Berito (23), non starò a cercare prove per affermare o negare l’autenticità. Mi limiterò a notare che, se da un lato l’affermazione dell’apocrifo Vangelo di Nicodemo, secondo cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe lavato le piaghe di Cristo, è contraddetta dall’unica reliquia sicura della Passione, la Santa Sindone, dall’altro la Sindone stessa, mostrando chiaramente la traccia di una ulteriore fuoriuscita di sangue dal costato durante la deposizione e il trasporto (24), rende la esistenza di simili reliquie almeno possibile.

Quello che è innegabile è, in ogni caso, la venerazione tributata al Volto Santo attraverso i secoli.

Giulio Dante Guerra

 

Note:

(1) MONS. ALMERICO GUERRA,  Storia del Volto Santo di Lucca, Tip. Arciv. S. Paolino, Lucca 1881, p. III.

(2) LUDOVICO ANTONIO MURATORI, De superstitione vitanda, cap. XIV, cit. in MONS. A. GUERRA, op. cit. p. 14.

(3) Cfr. MONS. PIETRO LAZZARINI, Il Volto Santo di Lucca. Origine, memorie e culto del taumaturgo crocifisso, 2ª ed., Eurograf, Lucca 1980, p. 35.

(4) La Legenda maior, arricchita di un’appendice dedicata ai miracoli del Volto Santo, entrò anche a fare parte della ufficiatura liturgica, fino alla riforma del breviario. Per un’analisi critica delle fonti della Legenda, cfr. FRANCESCO PAOLO LUISO, La leggenda del Volto Santo. Storia di un cimelio, Benedetti e Nicolai, Pescia 1928. Qui si riporta la versione integrale, arricchita degli apporti della tradizione popolare, come è narrata in MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 12-56.

(5) Cfr. Gv. 3, 1-21.

(6) Cfr. ibid. 7, 50-52. 

(7) Cfr. ibid. 19, 39.

(8) ABATE GIUSEPPE RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 5ª ed., Mondadori, Milano 1974, p. 313. Cfr. MONS. P. LAZZARINI, op. cit., p. 79. Per la opinione contraria, di identità fra i due, cfr. MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 5-11.

(9) Cfr. MONS. A. GUERRA, op. cit., pp. 10-12. Sulle antiche tradizioni cristiane riguardanti Nicodemo e Gamaliele, e il cristianesimo di quest’ultimo, cfr. anche JOSE-LUIS CARREÑO ETXEANDÍA S.D.B., La Sindone ultimo reporter, tr. it., 3ª ed., Edizioni Paoline, Roma 1978, p. 90.

(10) Cfr. GERVASIO DA TILBURY, Otia imperalia, seu de miraculis orbis terrae, III, 21. Gervasio dice anche che Nicodemo depose all’interno del Volto Santo, insieme con altre reliquie, la Sindone stessa. Se così fosse, bisognerebbe però ammettere che ne sia stata tolta molto tempo prima dell’arrivo a Lucca del simulacro.

(11) Cfr. Liber de perenni cultu Terrae Sanctae et de fructuosa eius peregrinatione, auctore Fr. Bonifacio Stephano Ragusino, Praedicatore Apostolico et Stagni Episcopo, Venetiis ex Typographia Guerrae, an. MDLXXII, lib. II, pp. 85-86.

(12) Veramente la Legenda dice testualmente «anno ab incarnatione Domini nostri Jesu Christi septingentesimo quadragesimo secundo, tempore Caroli et Pipini serenissimorum regum, anno regni eorum secundo» (in MONS. A. GUERRA, op. cit., p. 305); ma la data ab incarnatione ivi riportata è chiaramente errata, e dovuta all’errore di un copista, o più verosimilmente alla interpolazione di un tardo compilatore. L’anno 742 era il secondo di Carlomanno e Pipino il Breve, maggiordomi del Regno franco, che non regnarono mai in Italia, e non era vescovo di Lucca il beato Giovanni I, che resse la diocesi dal 781 all’800.

(13) Cfr. il testo della Legenda, in MONS. A. GUERRA, op. cit., p. 306.

(14) Cfr. MONS. P. LAZZARINI, op. cit., p. 36.

(15) Cfr. MONS. A. GUERRA, op. cit., p. 322.

(16) Cfr. ibid., p. 318; e MONS. P. LAZZARINI, op. cit., p. 40.

(17) AUGUSTO MANCINI, Storia di Lucca, Sansoni, Firenze 1950, pp. 39-40.

(18) Sull’origine sindonica della iconografia del «Cristo zoppo» cfr. J.-L. CARREÑO ETXEANDÍA, op. cit., pp. 119-121; e PIERLUIGI BAIMA BOLLONE e PIER PAOLO BENEDETTO, Alla ricerca dell’Uomo della Sindone, Mondadori, Milano 1978, pp. 83-86.

(19) Cfr. MONS. P. LAZZARINI, op. cit., pp. 37 e 85. Sul Sancta Sanctorum del Laterano esiste anche una «leggenda» che lo vuole buttato in mare – più o meno come il Volto Santo – dal patriarca di Costantinopoli per sottrarlo alla persecuzione iconoclasta e giunto miracolosamente a Roma. Su questi acheròpita come possibili «copie autentiche» della Sindone, cfr. LUIGI FOSSATI S.D.B., L’immagine di Edessa era la Sindone?, in Studi Cattolici, anno XXVI, n. 251, gennaio 1982, p. 7.

(20) Sulle tradizioni riguardanti immagini di Gesù eseguite da artisti a lui contemporanei, cfr. MONS. P. LAZZARINI, op. cit., pp. 80-81.

(21) A. MANCINI, op. cit., p. 39. Probabilmente tale giudizio è dovuto al fatto che la figura del Crocifisso tunicato è frequente nell’arte medioevale spagnola. Ma la Spagna del Medioevo, ancora in grande parte soggetta agli arabi, era culturalmente più vicina alle cristianità siriache che al resto dell’Europa: la tradizione del Volto Santo ne è, caso mai, avvalorata. 

(22) Cfr. ibid, pp. 40-41. MONS. P. LAZZARINI (op. cit., pp. 41-42) definisce «una questione insolubile» quella se il Volto Santo venerato a Lucca sia l’originale o una copia più recente. In teoria, la prova del carbonio 14 su una scheggia prelevata dall’interno del simulacro potrebbe dire se sia al massimo del secolo XI, oppure anteriore all’VIII. Ma avrebbe ben poco senso: il valore del Volto Santo non sta nell’essere l’originale o una copia, ma nella fede in Cristo da esso suscitata per tanti secoli nei fedeli.

(23) Sul Crocifisso di Berito, oggi Beirut, ritenuto anch’esso opera di Nicodemo, che nel 750 sprizzò sangue dopo essere stato trafitto per spregio da alcuni giudei, cfr. JACOPO DA VARAZZE, Leggenda Aurea, in MONS. P. LAZZARINI, op. cit., p. 24. Se il miracolo del Crocifisso di Berito è storicamente documentato, trovandosi riferito negli atti del II Concilio di Nicea, del 787, non così l’attribuzione a Nicodemo, che è una tarda tradizione, forse derivante da quella del Volto Santo di Lucca. 

(24) Cfr. J.-L. CARREÑO ETXEANDÍA, op. cit., pp. 70-71; e P. BAIMA BOLLONE e P. P. BENEDETTO, op. cit., pp. 179- 180.

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 Giulio Dante Guerra

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