La leggenda templare massonica e la realtà storica

Marco Tangheroni 5 mesi fa
Prima pagina  /  Archivio  /  La leggenda templare massonica e la realtà storica

Nota dell’11 febbraio 2020.
Nel sedicesimo anniversario della morte del grande storico medievalista Marco Tangheroni (1946-2004), socio fondatore di Alleanza Cattolica, riproponiamo un suo scritto del 1994. Pubblicato originariamente dal CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni come “capitolo” del libro di più autori “Massoneria e Religioni” (Elle Di Ci, Leumann [TO] 1994), è stato ripubblicato “postumo” su Cristianità nel 2013. L’argomento è sempre attuale, dato che la “leggenda massonica” ricompare spesso, in versioni più o meno fantasiose, in romanzi, film e fiction televisive.

 

Marco Tangheroni, Cristianità n. 370 (2013)

 

La leggenda templare massonica e la realtà storica

 

  1. Templarismo, massoneria e “leggenda templare”

I cavalieri templari, a differenza dei cavalieri ospedalieri, che a un certo momento cercarono di far risalire le proprie origini a san Giovanni, non tentarono mai di ricostruire una loro “leggenda”. Nonostante ciò, a secoli di distanza, nacque, progressivamente arricchendosi, una leggenda templare. Ciò non finisce di meravigliare gli storici più seri dell’Ordine, come Régine Pernoud (1909-1998), che pubblicò anni or sono una validissima sintesi nella collezione tascabile Que sais-je?, ora finalmente tradotta in italiano (1), e Alain Demurger, professore a Parigi, autore dello studio più aggiornato e documentato, pure tradotto (2). Ascoltiamoli un attimo.

Con il consueto impeto la Pernoud scrive: “Per lo storico lo scarto tra le fantasie a cui si sono abbandonati senza alcun ritegno gli scrittori di storia di tutte le opinioni e, d’altra parte, i documenti autentici, i materiali sicuri che gli archivi e le biblioteche custodiscono in abbondanza, è tale che non vi si crederebbe, se questo contrasto non si manifestasse nel modo più visibile e più evidente. Succede per i templari quanto è accaduto, per esempio, per Giovanna d’Arco [1412-1431], a proposito della quale, accanto a un’abbondante letteratura agiografica e a ipotesi numerose, totalmente gratuite ed uniformemente sciocche […]i documenti, da parte loro, si impongono con il rigore più totale. Anche per i templari si fa fatica a credere al confronto in tesi fra la letteratura che hanno suscitato — non più agiografica, ma, in qualche caso, completamente demenziale — e, d’altra parte, i documenti così semplici, così probanti, così tranquillamente irrefutabili, che costituiscono la storia vera” (3).

Più tranquillo, ma non meno deciso, Demurger osserva: “Insieme ai catari e a Giovanna d’Arco, il Tempio alimenta uno degli inesauribili filoni di quella pseudo-storia che ha l’unico scopo di offrire ad avidi lettori la loro razione di misteri e segreti” (4).

Per quanto una storia globale del “templarismo” sia ancora da scrivere, noi oggi sappiamo bene che la leggenda templare nacque all’interno della massoneria settecentesca, in rapporto a tensioni fra correnti spiritualistiche e correnti razionalistiche, anche se questi furono in fondo due volti, spesso ambiguamente intrecciati, di un’unica realtà (5). Si cominciò allora a dire e a scrivere che l’ordine era una società segreta e che l’ultimo maestro noto, Jacques de Molay (1243-1314), avrebbe avuto il tempo di trasmettere i segreti templari a un cavaliere di nome John Mark Larmenius; da allora la catena dei gran maestri non si sarebbe più interrotta (6).

Veri e propri avventurieri riuscirono allora ad arricchirsi promettendo rivelazioni su questi presunti segreti, specie in ordine alla possibilità di arricchirsi per vie occulte. Tuttavia, certe operazioni assunsero un significato simbolico-politico di grande interesse. Come la solenne cerimonia di assoluzione e di riabilitazione di Jacques de Molay che Napoleone Bonaparte (1769-1821) — circondato in famiglia e nel suo entourage da altissimi dignitari massonici — fece fare dal “suo” clero a Parigi nel 1803. E non è senza interesse costatare che la Rivista Massonica degli ultimi decenni del secolo XIX, pure espressione della massoneria italiana più laicistica e razionalistica, rilanciò una campagna templarista, definendo, fra l’altro, i garibaldini come “i nuovi templari”(7).

D’altra parte anche alcuni autori “reazionari” accolsero questa tesi, come padre Augustin Barruel S.J. (1741-1820), tanto meritorio per certi aspetti, che credette all’esistenza di un vendicativo complotto massonico-templare, con radici pre- e anti-cristiane.

Va pure ricordato che una buona parte della storiografia francese si è a lungo impegnata nella ripresa dei più infondati elementi anti-templari, spinta dal desiderio di difendere a oltranza un re di Francia, Filippo IV detto il Bello (1268-1314), che s’impegnò vittoriosamente in un conflitto con la Chiesa, nelle circostanze assai debole, montando l’affare templare per cupidigia, volontà politica assolutistica e altre ragioni di ordine interno e internazionale.

La leggenda doveva poi trovare accoglimento, anche nel secolo XX, in correnti esoteriche interne ed esterne alla massoneria, sempre nel più elementare disprezzo, spesso teorizzato, nei confronti della verità storica pur di non difficile accertamento.

Indubbiamente, come ricorda Demurger, la storia di questa leggenda è anch’essa territorio dello storico; ma non di quello medioevale, bensì di quello della storia contemporanea.

Qui, molto semplicemente, come contributo alla dissipazione di eventuali nebbie che ancora persistono, voglio, invece, parlare del Medio Evo e della storia dell’Ordine del Tempio così come è nota dai documenti. Con inevitabile eccessiva rapidità, ma con il desiderio di offrire un panorama sufficientemente articolato e, a grandi linee, completo (8).

 

  1. Le origini dell’ordine templare

Nei manuali di storia, normalmente, i capitoli sulle crociate, dopo aver trattato un po’ diffusamente della prima crociata e della riconquista cristiana di Gerusalemme, avvenuta nel 1099, si soffermano soltanto sulle crociate, per così dire, canonizzate e numerate, guidate per lo più da sovrani o imperatori.

Ora, se è vero che in determinati momenti, come risposta a particolari situazioni di emergenza o di pericolo per gli Stati latini in Terrasanta e nel Vicino Oriente, erano organizzate spedizioni militari unitarie, consistenti e complesse — per esempio la terza crociata, guidata da Federico Barbarossa (1122-1190), che vi trovò la morte, per reagire alla riconquista islamica di Gerusalemme — è anche vero che un flusso continuo di milites cristiani ebbe inizio subito dopo la prima crociata. Apparve infatti immediatamente evidente che la difesa del regno di Gerusalemme e degli altri Stati “franchi” nati con essa poneva dei problemi che le esigue forze superstiti non potevano assolutamente assicurare (9).

Lasciamo da parte, in questa sede, la funzione, pur fondamentale, svolta dalle città marinare italiane, Venezia, Pisa e Genova, le cui flotte e i cui mercanti assicurarono, in cambio di privilegi commerciali, i fondamentali collegamenti marittimi, pur se va almeno ricordato che esse interferivano anche nella vita dei nuovi Stati: non a caso il primo patriarca di Gerusalemme fu l’arcivescovo di Pisa Daiberto (1050 ca.-1105), giunto con una flotta pisana di centoventi navi. Infatti, ai fini del nostro tema, è più importante concentrare la nostra attenzione sull’afflusso di cavalieri, pressoché continuo, dalle varie aree della Cristianità occidentale, soprattutto dalla Francia — peraltro parzialmente soggetta al re d’Inghilterra, in questi secoli — e dall’Impero.

In particolare, va ricordato che la riconquista di Gerusalemme aveva contribuito soltanto in parte a rendere sicuro il viaggio dei pellegrini verso la Città Santa, continuamente minacciato da bande di briganti e di ladroni, oltre che, di tanto in tanto, da più consistenti e organizzate offensive musulmane, che permettevano alle poche forze cristiane di mantenere soltanto il controllo delle città murate. Anche il viaggio più raccomandabile — giungere per via di mare a Jaffa e da qui percorrere il non lungo cammino alla Città Santa — era insicuro se non compiuto sotto scorta armata.

Del resto, i pellegrini non desideravano limitare a Gerusalemme il proprio pellegrinaggio: essi erano almeno attirati anche, verso sud, dalla vicina Betlemme e, poco oltre, da Hebron, ove si veneravano le tombe dei patriarchi, e, verso nord, dalle località della Galilea, come Nazaret o il lago di Tiberiade, dove tanta parte della vita di Gesù si era svolta. E queste strade erano molto insicure: le fonti riportano una gran quantità di episodi concreti, che testimoniano la gravità della situazione e la fondatezza delle preoccupazioni.

Nella risposta a questi problemi bisogna trovare la motivazione immediata della nascita del nostro ordine, pur se essa non può essere completamente compresa — come vedremo tra poco — se non inquadrandola anche nella storia della cavalleria e, più in generale, della spiritualità del Medio Evo. Ma vediamo, prima, qualche data e qualche fatto essenziali, pur senza pretendere, com’è ovvio, di fare qui un riassunto dettagliato delle vicende e delle imprese del nuovo ordine, di questo “novum militiae genus” (10), per riprendere l’espressione di san Bernardo (1090-1153).

Nel 1118, o 1119, dunque, un piccolo gruppo di cavalieri — destinato ad accrescersi molto rapidamente — si riunisce attorno a Ugo di Payens (ca. 1074-1136), con lo scopo dichiarato di consacrare, con un voto pronunciato di fronte al patriarca, la propria vita alla difesa armata dei pellegrini e delle strade che recavano a Gerusalemme. Fra i baroni di alto rango che si uniscono a questo gruppo, subito o negli anni immediatamente successivi, vale la pena di ricordare lo zio di san Bernardo, André de Montbard (ca. 1103-1156), Folco di Angers (1113-1151) e lo stesso conte di Champagne, Ugo (1074-1126).

Essi s’installano in una sala del palazzo reale sull’antica spianata del Tempio; quando poi il re trasferisce la propria sede nella torre di David, tutto il palazzo reale — l’antica moschea di Al-Aksa — viene ceduto al nuovo ordine: così i “poveri cavalieri di Cristo” diventano i cavalieri del Tempio, i Templari. Il sigillo dell’ordine è stato a lungo considerato come recante l’immagine del Tempio di Salomone, ma più recenti studi fanno pensare che si trattasse piuttosto della Rotonda, l’Anastasis, del Santo Sepolcro. Sull’altro lato figuravano due cavalieri che montavano uno stesso cavallo: la spiegazione più probabile è che il riferimento simbolico fosse alla buona intesa, alla disciplina e all’armonia che dovevano regnare nell’ordine.

Nel 1127 Ugo, accompagnato da cinque suoi compagni, rientra in Europa per incontrare il Pontefice e ottenere l’approvazione della regola. Un concilio, su richiesta del Papa Onorio II (1124-1130), viene riunito a Troyes, nella Champagne, per iniziativa di san Bernardo, e presieduto da un legato pontificio: il concilio approva la regola, con alcune modificazioni. Essa resta la base della vita dei Templari per i quasi due secoli successivi di esistenza dell’ordine, pur con aggiunte e variazioni introdotte secondo le circostanze in epoche successive.

Nel 1139 un altro Papa, Innocenzo II (1130-1143), con la bolla Omne datum optimum, concede ai cavalieri del Tempio una serie di privilegi di grande portata, come l’esenzione dalla giurisdizione episcopale, l’autorizzazione ad avere propri preti e cappellani, il diritto di costruire oratori con possibilità di farvisi seppellire, l’esenzione dalle decime. Ciò non mancherà, naturalmente, di suscitare qualche opposizione in una parte della Chiesa. Intanto, anche nella Cristianità occidentale, le donazioni crescevano con una progressione impressionante.

 

  1. Il De laude novae militiae

Al grande e universale successo dell’ordine contribuisce certamente questo scritto di san Bernardo — composto fra il 1130 e il 1136 —, che era allora il grande padre spirituale della Cristianità (11), proprio per incoraggiare Ugo e i suoi compagni, amareggiati e incerti per le critiche mosse al nuovo ordine, toccati, anche, da qualche dubbio sulla validità teologica delle loro scelte.

Era lecita la guerra per un cristiano, si domandava Ugo? E non era questa scelta un impedimento a raggiungere superiori traguardi spirituali? Come inserirsi nelle strutture ecclesiali? San Bernardo vede nel nuovo ordine un salto di qualità della cavalleria, che nella difesa dei deboli pellegrini e nel passaggio ad uno status insieme militare e monastico, realizzava pienamente quel matrimonio fra la spada e la croce che aveva già caratterizzato, nei secoli precedenti, lo sforzo della Chiesa per la cristianizzazione dell’attività militare e della confraternita fra combattenti a cavallo che aveva dato origine alla cavalleria quale noi conosciamo.

L’abate di Clairvaux contrapponeva i Templari alla cavalleria che egli aveva sott’occhio, da lui considerata troppo mondana, oscurata dalla vanagloria e dalla cupidigia: insomma, “non militia, sed malitia”. Nello scritto di san Bernardo è netta la contrapposizione fra la “militia Dei”, impegnata nella guerra giusta per eccellenza, la difesa contro gli infedeli, e la “militia speculi”. Egli vedeva nella vita di preghiera e di disciplina dei cavalieri del Tempio una sorta di garanzia contro cedimenti mondani; in quanto monaci essi rientravano nello stato che egli considerava di perfezione, quello monastico: “Monachi mansuetudo… militis fortitudo”.

San Bernardo dà dunque una spinta decisiva verso la creazione, originale e nuova, di un ordine monastico-militare, composto da cavalieri che fossero insieme — con riferimento alla tradizionale tripartizione della società — “bellatores” e “oratores”, guerrieri e contemplativi.

Ma il santo, nel suo Liber, si sofferma anche sul significato spirituale e simbolico della loro sede, il Tempio, in cui gli antichi splendori di Salomone sono stati sostituiti dalle armi, dagli scudi appesi alle pareti, dalle redini, dalle selle e dalle lance. Lo zelo dei cavalieri è analogo a quello che animò il Signore nel cacciare dal vecchio Tempio i mercanti, presidiando […] con i cavalli e le armi la sacra dimora, respingendo da essa e dagli altri santi luoghi gli immondi infedeli, la loro rabbia, la loro prepotenza” (12).

E sgorga, splendido, un inno a Gerusalemme, che tanto più ci è caro riportare in questi momenti politicamente difficili per questa città e la Terrasanta: “Salve dunque, o Santa Città che l’Altissimo ha santificato facendone il Suo tabernacolo, affinché in te e per te tanti siano salvati! Salve, o città del gran Re, da sempre feconda di nuovi e consolanti miracoli! Salve, o signora delle genti, principessa delle province, retaggio dei patriarchi, madre dei profeti e degli apostoli, origine della fede, gloria del popolo cristiano; te, che fin dall’inizio dei tempi Dio ha sempre sopportato fossi assediata affinché tu divenissi occasione di valore e di salvezza per i forti!” (13).

Al ricordo di Gerusalemme, seguono quelli di Betlemme, “”casa del pane” a ristoro delle anime sante” (14), di Nazaret, “là dov’è cresciuto quel Dio fanciullo ch’era nato in Betlemme così come il frutto si forma nel fiore”(15), del Monte degli olivi e della Valle di Giosafat, del Giordano “che si gloria di essere stato consacrato dal Battesimo del Cristo” (16), del Calvario dove Cristo “salì sulla croce […] per strapparci dall’eterna dannazione e restituirci alla gloria” (17), del Sepolcro, di Betfage, di Betania. Il trattato termina con una citazione tratta dai Salmi (143, 1): “Sia benedetto in tutte le cose Colui che addestra le vostre mani alla battaglia, le vostre dita alla guerra” (18).

 

  1. Il modo di vita templare (19)

I Templari costituivano — come si è detto — un ordine monastico-militare. Per dirla con la Pernoud, “le sue strutture sono nettamente gerarchizzate, ma i poteri esercitati non sono “totalitari”” (20). A capo di esso vi era il “maestro del Tempio” — non il “gran maestro”, parola che non figura mai in nessuna redazione della Regola o negli Statuti successivamente compilati, fino a qualche rara apparizione in testi del secolo XIV —, con gli stessi poteri di un abate monastico. Egli era assistito da un consiglio di “fratelli saggi” e, per le decisioni più importanti, dal capitolo di tutta la congregazione.

I soli cavalieri che avevano pronunciato i voti potevano portare i caratteristici mantelli bianchi, ma era possibile che a essi si unissero, oltre ai sergenti, fratelli non cavalieri, anche cavalieri e sergenti per un periodo di tempo limitato. Il mantello bianco era, secondo l’articolo 17 della regola, simbolo di castità e di riconciliazione con Dio; ma era anche, per i tessuti poveri con cui era fatto, segno di umiltà e di povertà. Si noti che i colori erano gli stessi dei cistercensi, bianco per i monaci e bruno per i conversi, in questo caso i “sergenti”. Nel 1147 il papa Eugenio III (1145-1153) concede il diritto di portare in permanenza sul mantello la ben nota croce rossa, riconoscendo così anche esteriormente il fatto che i Templari sono crociati in permanenza.

Verso il 1170 l’Ordine era suddiviso in diverse province. In Terrasanta: Gerusalemme, Tripoli e Antiochia; in Occidente: Francia, Inghilterra, Poitou, Provenza, Aragona, Portogallo, Puglia e Ungheria. Esse erano variamente divise in modo ulteriore.

La vita di preghiera ha un ruolo centrale nella Regola, anche perché ogni cavaliere fosse pronto a ricevere la corona del martirio. Normalmente i Templari dovevano recitare insieme la liturgia delle ore di Mattutino, Vespri e Compieta, anche se, in caso di emergenza, essi potevano sostituirli con un certo numero di Pater noster. L’ascesi era presente, ma moderata, giacché i pasti — durante i quali erano letti brani della Scrittura — dovevano essere tali da consentire il miglior rendimento fisico in battaglia.

Era fortemente raccomandato il silenzio, proibita la caccia — tipico divertimento cavalleresco, ma non adatto allo stato religioso — con l’eccezione di quella, considerata difensiva, al leone. L’obbedienza era esaltata, giacché chi aveva pronunciato i voti aveva rinunciato a sé stesso e perché questa virtù era la più cara a Gesù Cristo. Trattandosi di un ordine militare era esclusa la possibilità di accogliere in esso dei ragazzi. Ogni “magione” aveva una “sala grande” dove si tenevano con regolarità e frequenza i “capitoli”, nei quali era praticata anche la confessione pubblica: la riservatezza che era legata allo svolgimento dei capitolo fu poi utilizzata per alimentare le false accuse del processo.

Le chiese templari, anche in Occidente, erano sovente rotonde od ottagonali in ricordo della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme o piuttosto, forse, della cupola del Tempio. In Oriente e nella Penisola Iberica, inoltre, furono costruiti numerosi castelli, spesso eroici isolotti di resistenza contro le ondate musulmane, sempre nettamente superiori per numero di armati.

Allorché i cavalieri templari erano in viaggio — il che accadeva spesso a questi cavalieri, erranti, anche se non a caso — dovevano sforzarsi di osservare la Regola nei limiti del possibile e dovevano, comunque, “dare esempio di buone opere e di saggezza”.

 

  1. L’epopea templare in Terrasanta

Per quanto in diverse occasioni ci fossero dei contrasti con gli altri ordini consimili, come gli Ospedalieri di San Giovanni o i Cavalieri Teutonici, oppure con il re di Gerusalemme, o con i baroni franchi, o con i Crociati appena arrivati dall’Occidente — i quali magari mal comprendevano una certa quale “orientalizzazione” dei modi di vita, uno strano miscuglio di guerra spietata, ma anche di una componente di tolleranza che consentiva ai musulmani di pregare nella moschea della spianata del Tempio —, e per quanto talora alcuni comportamenti abbiano incontrato giudizi negativi da parte di storici contemporanei, è doveroso riconoscere che il bilancio complessivo della presenza militare dei Templari in Terrasanta debba essere considerato altamente positivo per la difesa delle posizioni cristiane e spesso impreziosito da gesta autenticamente eroiche.

Farne qui un elenco è impossibile; bisognerebbe, infatti, rievocare l’intera storia di due secoli di presenza cristiana in Oriente.

Ricorderemo la valorosa e sfortunata difesa della città di Teqoa, la città del profeta Amos (sec. VIII a.C.), nel 1138; l’appoggio alla crociata guidata da Luigi VII (1120-1180) nel 1148, che fu seguito, fra gli altri, anche da centotrenta Templari riunitisi per l’occasione a Parigi, pur se va ricordata la sconfitta delle gole di Pisidia, dovuta alla scarsa esperienza dell’avanguardia delle truppe reali, anche se il valore del sovrano impedì un completo disastro; il tentativo di impadronirsi, da soli, di Ascalona, nel 1153, dapprima riuscito, ma concluso con il massacro dei quaranta Templari che erano riusciti a penetrarvi; le lotte accanto al giovane re di Gerusalemme Baldovino IV (1161-1185), l’eroico “re lebbroso”, e l’apporto dato alla miracolosa vittoria contro Ṣalāḥ al-Dīn al-Ayyūbi (1138-1193), sultano di Egitto, Siria e Hijaz, noto in Occidente come il Saladino, nel 1177; il sangue versato nella decisiva, per la caduta di Gerusalemme, battaglia di Hattin e nei massacri immediatamente successivi. I Templari fatti prigionieri vengono tutti fatti uccidere dal Saladino ed è risparmiato il solo maestro Gérard de Ridefort (1140 ca.-1189), il cui comportamento, con appelli alla resa di varie piazzeforti, fu, e appare anche oggi, fortemente sospetto.

Ancora, dopo la caduta di Gerusalemme, è decisivo il contributo dei Templari al mantenimento, per più di un secolo, della presenza cristiana in Oriente. Essi sono molto attivi al fianco del re Riccardo d’Inghilterra (1157-1199), noto come il “Cuor di leone”, che rientrò in Europa abbigliato da templare. San Giovanni d’Acri — l’odierna Akko, al confine settentrionale d’Israele con il Libano — diventa la base delle operazioni, talora puramente difensive, spesso anche arditamente offensive, come nel caso della spedizione guidata dal re nominale di Gerusalemme, Giovanni di Brienne (ca. 1155-1237), contro l’Egitto.

Intanto, il panorama si complica, da un lato per l’irrompere sulla scena dei mongoli di Gengis Khan (1162-1227), dall’altro per la politica dell’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250), volta a trovare un’intesa diplomatica che consentisse il controllo cristiano dei Luoghi Santi, ma sulla base di fragili promesse, ben presto violate. I Templari si oppongono decisamente alla politica di compromessi dell’imperatore che, del resto, viene scomunicato dalla Chiesa.

Un poco più tardi lo stesso maestro dell’ordine, Armand de Périgord (1178-1245), rimane ucciso, presso Gaza, combattendo contro i turchi; i Templari perdono ben 312 cavalieri su 348. Solo l’intervento del re di Francia san Luigi IX (1214-1270), che capeggia una crociata contro l’Egitto, salva ciò che restava delle posizioni cristiane; i Templari danno ancora una volta un importante contributo, anche se non vengono ascoltati nei loro consigli di prudenza, sì che la giornata si conclude con una nuova sconfitta. Soltanto il valore personale del re evita un disastro completo, ma egli stesso viene catturato presso Damietta in circostanze non chiarite, ma nelle quali ha forse peso anche un tradimento. Quanto al nuovo maestro del Tempio, Guillaume de Sonnac (?-1250), perde la vita in questo oscuro episodio.

L’ultimo episodio di combattimento eroico e a oltranza che vorremmo ricordare è la partecipazione dei Templari alla difesa di San Giovanni d’Acri. Per rompere l’assedio il maestro del Tempio, Guillaume de Beaujeu (?-1291), tenta invano una sortita. Qualche giorno dopo, avendo i turchi scatenato l’attacco decisivo, egli viene ferito a morte e trasportato nella magione del Tempio, ove spira dopo poco. Proprio la casa del Tempio è l’ultimo baluardo di Acri a cedere alla marea islamica; il sultano tenta di ricorrere ad astuzie sleali, attirando il maresciallo Pierre de Sevry (?-1291) con false promesse di una resa onorevole nella sua tenda e facendolo poi decapitare. Ma per un mese e mezzo i Templari oppongono ancora una disperata resistenza. Il 28 maggio 1291 nel crollo della torre rimangono sepolti, con gli ultimi combattenti templari, anche gli assalitori. Lo storico francese René Grousset (1885-1952) ricorda che il Tempio di Gerusalemme ebbe per i suoi funerali duemila cadaveri turchi.

 

  1. I Templari in Occidente

I pur rapidi accenni fatti dimostrano che, fino a quando una presenza cristiana in Oriente si mantenne, i cavalieri templari continuarono a mantener fede al loro scopo originario, battendosi — salvo qualche rara eccezione — con coraggio, spesso con eroismo. Non si può dunque parlare di un abbandono della loro missione nel corso del secolo XIII.

È vero, però, che il successo del nuovo ordine in Occidente con le numerose e spesso ingenti donazioni di sovrani, nobili, grandi e piccoli proprietari, nonché la necessità di mantenere i collegamenti e di disporre di basi logistiche, lo spingono a organizzare la propria presenza europea e ad assumere, collateralmente, anche altre funzioni. Ma questo processo si era delineato sin dai primi decenni della storia dell’ordine. Insomma: è arbitrario distinguere una prima fase, buona e orientale, da una successiva fase, cattiva e occidentale.

Le donazioni avevano creato un vasto patrimonio che, a causa della sua stessa origine, era naturalmente incoerente e geograficamente disperso. Di qui la necessità di una gestione razionale, anche attraverso acquisti, vendite, permute. Uno studio attento di questa linea si trova nella citata opera di Demurger: se ne ricava il quadro di una conduzione agricola molto saggia, volta a produrre in ciascuna regione i prodotti di miglior resa. “Essi — afferma lo storico francese — hanno favorito l’estendersi delle terre coltivate e sviluppato procedure e tecniche di sfruttamento e di gestione veramente innovatrici” (21).

Si può ben dire, in questo senso, che l’ordine dei Templari era ricco, anche se nei cronisti contemporanei ostili tale ricchezza era volutamente esagerata. D’altra parte dovevano inviare rifornimenti in Terrasanta: grano, cavalli, carne, pellami. E vendere una parte dei prodotti per acquistare ferro, legno e armi. Si può comprendere che la difesa accanita del proprio patrimonio e la ricerca della più razionale gestione di esso abbiano favorito l’accusa di avarizia che sarà, fra le molte rivolte dagli ambienti ostili, la più diffusa. Numerose erano anche le conseguenti vertenze giudiziarie.

Le commende occidentali non furono, però, soltanto delle aziende, ma anche delle case di preghiera, secondo la Regola. E in terra iberica, dove i cavalieri erano impegnati nelle guerre di Reconquista — il primo fatto d’arme che li riguarda a noi noto è la partecipazione nel 1131 a un combattimento in Portogallo —, sono anche delle fortezze. I Templari si trovarono a svolgere anche, in Occidente, attività finanziarie, non diversamente, pur se in dimensioni maggiori, dagli altri ordini monastico-militari e dagli stessi ordini religiosi tradizionali. Le loro caserme-monasteri offrivano un riparo sicuro non soltanto alle persone ma anche ai beni mobili, al denaro e agli oggetti preziosi. Essi prestavano anche, a interessi leciti, sia grosse somme — per esempio nel 1216 mille marchi d’argento all’abbazia di Cluny —, sia piccole somme ai contadini in difficoltà svolgendo l’attività di piccole casse rurali. D’altra parte, è certo che sarebbe difficile spiegare l’economia dell’Oriente latino, specie per il secolo XIII, senza dare l’adeguata importanza al trasferimento di grosse somme di denaro da parte dei Templari.

Naturalmente è anche comprensibile che questa ricchezza destasse particolari desideri d’impadronirsene; nella seconda metà del secolo XIII un re d’Inghilterra, a mano armata, s’impadronì dei tesori privati depositati presso il Tempio di Londra. Al tempo stesso risultava difficile essere estranei non solo agl’intrighi della politica orientale, ma anche ai grandi scontri che si delineavano in Occidente. Alcuni Templari, come molti religiosi del tempo, furono anche impiegati dai sovrani come funzionari regi; questi stessi sovrani, del resto, esercitarono grosse pressioni sui Templari d’Occidente per costringerli a battersi in difesa dei loro regni. Accanto all’avarizia non mancavano accuse di superbia, fierezza eccessiva e arroganza. Queste accuse erano d’altra parte rivolte anche agli altri ordini monastico-militari. Nelle discussioni, spesso inconcludenti, che si svolgevano in Occidente per progettare nuove crociate e nuovi interventi in difesa della Terrasanta vennero avanzate più volte, per esempio dal re Carlo d’Angiò (1226-1285) o da Ramon Lull (1233-1316), progetti di una fusione di tutti questi ordini. Ma una tale fusione era di fatto temuta dai sovrani delle “monarchie nazionali” allora in piena fase di formazione e affermazione.

Espressioni come “non fidatevi del bacio di un templare” o “bere come un templare”, diffusesi allora in Occidente, testimoniano della diffusione delle critiche ai cavalieri dell’ordine, accusati anche di essere avari nelle elemosine. Ma queste critiche, spesso provenienti da cronisti o poeti legati ad ambienti ostili, come quello di Federico II, continuavano a essere controbilanciate da posizioni favorevoli.

 

  1. La caduta del Tempio

Persa San Giovanni d’Acri, l’ordine del Tempio trasferisce la propria sede a Cipro, dove viene eletto maestro, nel 1295, Jacques de Molay, un cavaliere della contea di Borgogna. Nel 1300 vengono anche compiuti tentativi di controffensiva contro l’Egitto, condotti insieme agli Ospedalieri; ma il tentativo fallisce per l’insufficienza delle forze navali a disposizione. È questa l’ultima azione militare dei Templari, mentre gli Ospedalieri mantengono alto il loro prestigio con la riconquista di Rodi.

De Molay cercava invece, allora, di spingere il Papa Clemente V (1305-1314) e il re di Francia Filippo il Bello, suo grande elettore, a organizzare una crociata generale. Ma proprio in quegli anni una diffusa campagna di accuse all’Ordine stava mettendosi in moto in Francia, tanto che lo stesso maestro chiede a Clemente V di aprire un’inchiesta. La proposta viene accolta dal Pontefice, che pure si era in precedenza rifiutato di prestar fede alle accuse.

Ma proprio questa decisione papale dà il pretesto al re di Francia per far scattare nell’ottobre 1307 una generale improvvisa retata, con l’arresto, in tutto il regno, dei Templari, accusati di essere “lupi nascosti da agnelli”, di “rinnegare Cristo, di sputare sulla croce”, di legare l’investitura ad atti omosessuali. L’operazione, ben organizzata, grazie all’effetto-sorpresa, riesce quasi perfettamente: solo una dozzina può fuggire, mentre circa 550 sono gli arrestati.

Filippo il Bello tenta di spingere gli altri sovrani a iniziative analoghe, ma tanto il re d’Inghilterra Edoardo II (1284-1327) quanto il re d’Aragona Giacomo II (1267-1327) rifiutano di credere alle accuse e, addirittura, il secondo difende decisamente l’Ordine. Violenta è anche la reazione del Papa, il quale in concistoro afferma che la decisione del sovrano è “un insulto contro di noi e contro la Chiesa romana” (22).

Ma il re si procura le prove mediante confessioni — poche — estorte con la tortura, qualche isolato cedimento o tradimento di Templari opportunisti, come Esquieu de Floryan (?-1322) — “una canaglia”, secondo Demurger —, o usciti in precedenza dall’ordine anche per reazione ad abusi e corruzione manifestatisi in alcune case, nonché su testimonianze basate sul “sentito dire”: le accuse erano generalmente d’islamizzazione e d’idolatria.

Clemente V, un Papa debole e malato, tentando di riprendere l’iniziativa nella questione, ordina l’arresto dei Templari in tutta la Cristianità: i re si adeguano, anche se quelli di Castiglia e di Portogallo si piegano solo dopo una seconda bolla pontificia. Anche in Italia l’esecuzione è tanto lenta che la maggior parte dei cavalieri riesce a fuggire. L’arcivescovo di Ravenna, il milanese beato Rinaldo da Concorezzo (1250 ca.-1321), per esempio, emana una sentenza del tutto assolutoria.

Gli atti dei vari processi, compresi quelli francesi, ormai ampiamente studiati e pubblicati, dimostrano che la stessa accusa trovava molta difficoltà nel portare avanti, per la scarsità di prove, il processo inquisitorio. Questo spinse Filippo il Bello a superare ogni procedura giuridica, a portare a termine un autentico “processo politico” e a far ardere i roghi in tutto il suo regno. Un cronista del tempo, raccontando le prime esecuzioni, quelle di Parigi, scrisse: “Nessuno di loro — senza eccezioni — riconobbe i crimini che venivano loro imputati, anzi rimasero irremovibili nel loro diniego, ripetendo continuamente che erano condannati a morte senza motivo e ingiustamente, fatto che molti poterono constatare con grande ammirazione ed immensa sorpresa”(23).

Marco Tangheroni

 

Note:

(1) Cfr. Régine Pernoud, I Templari, trad. it., Effedieffe, Milano 1993; l’originale, con il titolo Les Templiers, era uscito a Parigi in prima edizione per le Presses Universitaires de France, nel 1974, ma la traduzione è stata condotta sulla quinta edizione, del 1992.

(2) Cfr. Alain Demurger, Vita e morte dell’ordine dei Templari, trad. it., Garzanti, Milano 1988, raccomandabile anche per la bibliografia ragionata che contiene.

(3) R. Pernoud, op. cit., p. 11.

(4) A. Demurger, op. cit., p. 8.

(5) Sui due volti della modernità cfr. Massimo Introvigne, Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo, SugarCo, Milano 1990.

(6) Cfr., per un primo approccio, la seconda parte del libro di Peter Partner, The Murdered Magicians. The Templars and Their Myth, Oxford University Press, Oxford 1982.

(7) Cfr. Aldo A[lessandro]. Mola, Il templarismo nella massoneria tra Otto e Novecento, in I Templari: mito e storia, Riccucci, Sinalunga (Siena) 1989, pp. 259-278.

(8) Per non moltiplicare le note, mi limito a indicare che, salvo indicazione contraria, questo panorama sintetico è basato sulle opere, eccellenti, della Pernoud e di Demurger, citate alle note 2 e 3.

(9) La bibliografia sulle crociate è sterminata. Il lettore può giovarsi, per un orientamento, dei saggi raccolti in Franco Cardini, Studi sulla storia e sull’idea di crociata, Jouvence, Roma 1993.

(10) Fra le varie traduzioni del Liber ad milites Templi de laude novae militiae [Bernardus abbas Clarae Vallensis, De laude novae militiae. Ad milites templi liber, in Jacques-Paul Migne [1800-1875] (a cura di), Patrologiae cursus completus. Series Latina, Jacques-Paul Migne, Lutetiae Parisiorum [Parigi] 1854, vol. 182, coll. 921-925] consiglio quella di Cardini: cfr. Bernardo di Clairvaux, Ai cavalieri del Tempio in lode della nuova milizia, traduzione e introduzione di F. Cardini, Volpe, Roma 1977 [ult. ed., Bernardo di Clairvaux, Il libro della nuova cavalleria. De laude novae militiae, traduzione e cura di F. Cardini, Biblioteca di via Senato, Milano 2004].

(11) Anche su san Bernardo la bibliografia è immensa. Il lettore desideroso di approfondimenti potrebbe partire da Georges Duby (1919-1996), San Bernardo e l’arte cistercense, trad. it., Einaudi, Torino 1982. Sul punto specifico, cfr. Jean Leclercq O.S.B. (1911-1993), Saint Bernard’s Attitude toward War, in John R. Sommerfeldt (a cura di), Studies in Medieval Cistercian History. 2, collana Cistercian Studies, vol. 24, Cistercian publications, Kalamazoo (Michigan) 1976.

(12) B. di Clairvaux, Il libro della nuova cavalleria. De laude novae militiae, cit., p. 175.

(13) Ibid., p. 179.

(14) Ibid., p. 181.

(15) Ibid., p. 183.

(16) Ibid., p. 191.

(17) Ibid., p. 193.

(18) Ibid., p. 223.

(19) Per questo paragrafo cfr. anche Georges Bordonove (1920-2007), La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo, trad. it., Rizzoli, Milano 1989.

(20) R. Pernoud, opcit., p. 13.

(21) A. Demurger, opcit., p. 149.

(22) Ibid, p. 243.

(23) Ibid, p. 257.

 

Categorie:
  Archivio, Cristianità
Autore

 Marco Tangheroni

  (64 Articoli)