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«La libertà religiosa. Storia e problemi di un principio della dottrina sociale della Chiesa». Piacenza, 27 settembre 2025

25 Ottobre 2025 by Tommaso Parolini

Tommaso Parolini, Cristianità n. 435 (2025)

Il 27 settembre 2025, a Piacenza, nella Sala Conferenze della Banca di Piacenza intitolata a Corrado Sforza Fogliani (1938-2022), ha avuto luogo il convegno organizzato da Alleanza Cattolica su La libertà religiosa. Storia e problemi di un principio della dottrina sociale della Chiesa. Nell’occasione è stata presentata la raccolta di testi di Giovanni Cantoni (1938-2020), fondatore di Alleanza Cattolica, Scritti sulla libertà e sulla religione (1).

A introdurre l’argomento e a presentare gli ospiti è stato Lorenzo Cantoni, professore presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano e militante di Alleanza Cattolica, che ha ricordato la definizione della virtù di religione come giustizia nei confronti del Creatore. Il principio di giustizia, unicuique suum tribuere, esige la proclamazione aperta della verità, anche e soprattutto quando scomoda o controcorrente.

Il primo intervento è stato quello di Marco Invernizzi, reggente nazionale di Alleanza Cattolica, che ha parlato del percorso intellettuale di Giovanni Cantoni in materia di libertà religiosa. L’interesse del fondatore per questo tema era scaturito dalla necessità di offrire una corretta interpretazione del documento conciliare Dignitatis humanae, del 1965, negli anni seguenti contestato dall’area tradizionalista lefebvriana perché accusato di promuovere l’indifferentismo religioso. Invernizzi ha ripercorso i passaggi storici che a seguito della Pace di Augusta, nel 1555, con la nascita degli Stati confessionali, hanno portato la cristianità occidentale a un vizioso legame fra potere temporale e potere spirituale, riassunto nel principio cuius regio eius religio. Da qui sono scaturiti, da un lato, la reazione laicistica e razionalistica dell’Illuminismo e, dall’altro, i particolarismi religiosi che tuttora costituiscono un ostacolo agli sforzi ecumenici da parte di Roma. Infine, Invernizzi ha indicato la nuova evangelizzazione come soluzione a questo problema, prospettata dal Magistero fin dai tempi di Leone XIII (1878-1903) e rilanciata da Papa san Giovanni Paolo II (1978-2005): rievangelizzazione che, come sottolineato da Cantoni, richiede quale condizione necessaria l’assenza di costrizioni delineata nella Dignitatis humanae.

Ha quindi preso la parola Claudia Navarini, docente di Filosofia Morale all’Università Europea di Roma e militante di Alleanza Cattolica, che ha offerto una lettura antropologica della questione. Dopo aver messo in guardia non solo dal rischio di una religione «troppo pubblica», vale a dire imposta forzatamente, ma anche da quello opposto di una fede «troppo privata», Claudia Navarini ha sottolineato tre caratteristiche fondamentali della natura umana: in primis, la dimensione trascendente, che l’uomo sperimenta quotidianamente nell’esercitare il proprio intelletto e da cui è portato ad aspirare a un infinito che è «altro da sé» e che tuttavia lo richiama intimamente. In secondo luogo, la libertà del­l’uomo, che non è solo la «libertà da», propugnata dal liberalismo, ma anche e soprattutto «libertà per», ossia la facoltà dell’uomo di perseguire il bene. Infine, la libertà religiosa come diritto umano, incentrato sulla dignità dell’uomo e pertanto esigente rispetto, purché non pregiudichi il bene comune. Questo diritto, è bene puntualizzarlo, non necessita che lo Stato si dichiari religiosamente neutrale, ma consiste semplicemente nell’immunità del cittadino da ogni coazione politica e sociale in materia di religione.

Il contributo del Magistero cattolico alla libertà religiosa è stato il tema dell’intervento di Geraldina Boni, professoressa di Diritto Canonico, Diritto Ecclesiastico e Storia del Diritto Canonico all’Università di Bologna e presidente della Commissione per le Intese con le Confessioni Religiose e per la Libertà Religiosa. La Boni ha dapprima fatto chiarezza su certe forti espressioni di Gregorio XVI (1846-1878) e del beato Pio IX (1846-1878), spesso presentate come condanne magisteriali alla libertà religiosa, contestualizzandole piuttosto come reazioni al relativismo illuministico dell’epoca, che negava l’esistenza di una verità assoluta. Con il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) il Magistero sposta l’at­tenzione dal piano morale a quello giuridico, riconoscendo che, perché l’uomo possa ottemperare al proprio dovere di ricercare la verità, è necessario che sia giuridicamente salvaguardato da qualunque coercizione in materia religiosa. Questo diritto è logicamente precedente alla fede stessa, in quanto «se la libertà venisse tutta dalla fede, con quale libertà l’uomo potrebbe credere?» (2). La Boni ha poi passato in rassegna le implicazioni canoniche del concetto di libertà religiosa, mostrando come il diritto canonico proibisce qualunque violazione di tale libertà nel convertire o nel battezzare nuovi fedeli, segnalando tuttavia un punto critico: l’ammissibilità del battesimo di bambini moribondi invisis parentibus.

Alla ripresa pomeridiana è intervenuto Alberto Barzanò, già docente di Storia della Storiografia Antica e di Epigrafia Romana presso l’Uni­versità Cattolica del Sacro Cuore, che ha trattato del concetto romano di libertà religiosa. Barzanò ha esordito con il «cosiddetto Editto di Milano» dell’imperatore Costantino (274-337), che, ha spiegato, probabilmente non è mai esistito, essendoci pervenuto soltanto sotto forma di un rescritto dell’imperatore Licinio (263-325). Esso, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non era volto a tutelare un diritto individuale di libertà religiosa ante litteram, bensì ad assicurare il favore della «somma divinità» verso l’intera comunità. Ciò, lungi dal costituire un’innovazione costantiniana, è pienamente in linea con la concezione romana della religione come insieme di regole a cui gli uomini devono attenersi per preservare collettivamente la pax deorum. Il culto, ha continuato Barzanò, per un romano antico denotava non tanto la manifestazione pratica di una profonda convinzione interiore, quanto piuttosto una forma di ossequio al mos maiorum e una professione di lealtà nei confronti dell’impero, il che fa comprendere la gravità dell’accusa di ateismo rivolta ai cristiani quando si rifiutavano di adorare l’imperatore. Costantino, ha concluso il relatore, non è un pioniere di ciò che oggi intendiamo con libertà religiosa, ma il suo contributo è consistito piuttosto nell’aver separato la sfera religiosa da quella politica e nell’avere ufficialmente riconosciuto che esiste un «soprannaturale» i cui diritti superano perfino quelli dello Stato, ponendo limiti all’azione legislativa di quest’ultimo.

La seconda parte del convegno è proseguita con una tavola rotonda, moderata da Ignazio Cantoni, di Alleanza Cattolica, su La libertà religiosa oggi. Minacce e prospettive. Sandra Sarti, presidente dell’Istituto Pontificio dell’Aiuto alla Chiesa che Soffre, già prefetto della Repubblica, ha citato alcuni numeri sulla persecuzione e sulla discriminazione dei cristiani nel mondo — 4476 uccisi nel 2024 per motivi di fede, la cifra più alta da oltre trent’anni — aggiungendo che le persecuzioni, da parte di governi autoritari, estremisti islamici e nazionalisti etno-religiosi, stanno peggiorando a livello globale e soprattutto nel deserto africano del Sahel. La Sarti, sottolineando la necessità di rafforzare la collaborazione fra realtà religiose tramite il rilancio dei valori cristiani e la conoscenza reciproca, ha auspicato una lettura ricontestualizzata della dichiarazione conciliare Nostra aetate, di cui quest’anno ricorre il sessantennio.

Ha fatto seguito l’intervento di Shahid Mobeen, professore di Filosofia presso la Pontificia Università Urbaniana e presidente della Consulta Italiana per la Libertà di Religione. Mobeen ha brevemente presentato la missione della Consulta da lui presieduta, che è quella di sensibilizzare il pubblico sulle violazioni della libertà religiosa nel mondo e di collaborare con le istituzioni per tutelare i diritti delle vittime. Il professore ha poi elencato i luoghi in cui sono a rischio le comunità cristiane, tutt’oggi le più perseguitate al mondo. Questi, oltre al già menzionato Sahel e al Medio Oriente, includono Paesi asiatici come il Pakistan, l’India e la Corea del Nord, nonché, più recentemente, Paesi latinoamericani come il Nicaragua. Mobeen ha infine caldeggiato l’istituzione di un rappresentante europeo e di ulteriori organi di monitoraggio della libertà religiosa nel mondo, e l’organizzazione di missioni annuali e di borse di studio per sostenere i cristiani nei Paesi dove sono più minacciati.

Ha poi preso la parola Adriano Dell’Asta, presidente di Russia Cristiana, che ha trattato della libertà religiosa nell’Europa dell’Est, con particolare riferimento all’ideologia del «Mondo russo» (Russkiy Mir) di Vladimir Putin. Questo progetto, ha spiegato Dell’Asta, pur essendo nato come impeto «laico e centripeto» di riportare in patria coloro che si erano ritrovati dispersi dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, si è gradualmente trasformato in una specie di guerra santa, con il fine di raccogliere in un unico Stato non più solo i russi etnici, ma chiunque sia «metafisicamente» prossimo allo spirito russo. Questa idea, già bollata come eresia da un sinodo panortodosso del 1872 sotto il nome di «filetismo», è chiaramente nemica della libertà religiosa in quanto confonde l’apparte­nenza a una determinata etnia con quella a una determinata chiesa. Del­l’Asta ha concluso richiamando l’importanza di fare memoria delle esperienze di Paesi usciti dalla tragedia del comunismo allo scopo di interrogarsi sui princìpi fondamentali dell’identità europea, riprendendo l’inse­gnamento del filosofo ceco Jan Patočka (1907-1977).

Da ultimo è intervenuta Nunzia Decembrino, medico presso l’unità di terapia intensiva neonatale del Policlinico di Catania, che ha affrontato il problema della libertà religiosa in ambito medico. Dopo aver ricordato l’attualità del tema in Italia, reduce da un tentativo della sinistra di imporre quote di ginecologi pro-aborto alle aziende sanitarie — discriminando in maniera palesemente incostituzionale i medici obiettori di coscienza —, la Decembrino ha delineato le differenze tra la formulazione originale del giuramento di Ippocrate (secolo IV a.C.) e quella moderna, che rimuove ogni concetto di sacralità della professione — declassata per di più da «arte» a mera tecnica — e qualifica l’impegno del medico a curare il paziente con ambigue clausole sulla «dignità di vita» e la «libertà di scelta» del paziente. Molto preoccupante è anche la messa a repentaglio del rapporto fiduciario fra medico e paziente da parte di enti esterni, a cui è sempre più spesso affidata l’ultima parola su decisioni delicate di trattamento. Il nostro apostolato culturale, ha concluso la dottoressa, deve partire dalla difesa della vita come diritto fondamentale da cui procedono tutti gli altri e presentarsi come una battaglia di «ragionevolezza naturale» prima ancora che di fede.

Ha concluso Domenico Airoma, procuratore della Repubblica di Avellino e reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica. Ricordando che «la peggior forma di utopia è la cattiva descrizione del presente», come diceva Giovanni Cantoni, è nostro dovere, ha commentato Airoma, descrivere puntualmente il reale per poi poterlo giudicare, denunciando non solo gli attacchi alla libertà religiosa che avvengono lontano da noi, ma anche quelli che, in forme diverse, si compiono nel nostro Occidente. Sotto la maschera della tolleranza, infatti, l’Occidente nasconde un terrore esistenziale nei confronti della libertà di chiedersi il perché delle cose, in un paradossale «conformismo delle domande», in cui le uniche ammesse sono quelle sul come. L’esaltazione dell’autodeterminazione ha portato a una «barbarie della volontà», per combattere la quale è necessario che riacquisiamo e facciamo riacquisire al nostro prossimo la libertà di prestare ascolto alla coscienza, che ci rammenta di quell’umano senso di limite che oggi si va perdendo sempre di più. Per questo motivo quella della libertà religiosa è una questione antropologica prima che confessionale. Non va tuttavia dimenticato che la verità della nostra fede, seppure non figlia della libertà, le è però strettamente legata: «L’uomo […] è libero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che ama» (3), scriveva il «filosofo contadino» Gustave Thibon (1903-2001). Il nostro compito è quello di far innamorare l’uomo della verità e, così facendo, conquisteremo anche la sua libertà.

Note:
1) Cfr. Giovanni Cantoni, Scritti sulla libertà e sulla religione, prefazione di Marco Invernizzi, premessa e cura di Oscar Sanguinetti, Edizioni di «Cristianità», Voghera (Pavia) 2025.

2) Ibid., p. 167.

3) Gustave Thibon, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, con Prefa­zione di Gabriel Marcel (1889-1973), trad. it., a cura e con Premessa di Marco Respinti, Effedieffe, Milano 1998, p. 248.

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