Il contributo di una santa mistica rivolto alla contemplazione della bellezza nell’arte: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tua labbra è diffusa la grazia, Tu sei bello e maestoso” Salmo 54(3)
di Mario Vitali

Niccolò di Tommaso, artista toscano attivo fra il 1340 e il 1376, realizzò intorno al 1373 il dipinto conosciuto come “S. Brigida di Svezia e la visione della Natività” realizzato a tempera e oro su tavola, oggi custodito presso la Pinacoteca Vaticana.
L’opera è famosa in quanto realizzata secondo le rivelazioni che la Vergine fece a Santa Brigida (1303-1373) durante il suo pellegrinaggio a Betlemme avvenuto nel 1372 e riguardanti proprio la sua divina maternità. Brigida, sposata e madre di otto figli, era terziaria francescana e, rimasta vedova, abbracciò la vita religiosa fondando l’Ordine del Santissimo Salvatore.
Santa Brigida così descrive il momento della nascita di Gesù: “..la Vergine si inginocchiò con grande venerazione in atteggiamento di preghiera, con la schiena rivolta verso la mangiatoia. E mentre lei stava così in preghiera, vidi il bambino nel suo grembo muoversi e improvvisamente in un momento diede alla luce suo figlio, dal quale irradiava una luce e uno splendore così ineffabili, che il sole non era paragonabile ad esso…Vidi il bambino glorioso steso a terra nudo e splendente. Il suo corpo era puro da ogni tipo di terreno e impurità. Poi ho sentito anche il canto degli angeli, che era di miracolosa dolcezza e di grande bellezza…” (Rivelationes Coelestes: Libro 7, Capitolo 21).
Il dipinto colloca la scena all’interno di una grotta. Il fondo è molto scuro a significare non solo l’oscurità del luogo ma anche l’oscurità del peccato che avvolge il mondo.
Il dipinto mostra l’atto immediatamente successivo all’istante della nascita. Niccolò muta lo schema iconografico dei primi dodici secoli precedenti che orientava la riflessione sul Bambino nell’intento di affermare che Egli era vero bambino simile a tutti gli altri e che la Madre era vera madre simile alle altre madri. Il vecchio schema era la rappresentazione del senso di quello che era accaduto.
Se nell’antico schema l’arte evidenziava ciò che accomuna il Figlio incarnato a tutti gli altri bambini e la Madre alle altre madri ora Niccolò presenta ciò che li differenzia. Osservando la scena vediamo in basso sulla destra Santa Brigida inginocchiata in adorazione. Maria si è tolta i sandali, stende i panni per accogliere il Figlio che sta per nascere. In un istante il Bambino viene alla luce senza che la Madre senta alcun dolore, il Bambino è pulito, non ha bisogno del bagno come, invece, avveniva nelle precedenti rappresentazioni. Maria non è più distesa per la fatica del parto, è inginocchiata e prega il Bambino. La Natività così presentata mette in evidenza l’atto di adorazione. L’oro avvolge il Figlio e la Madre ed è segno di luce e splendore che emanano dalle figure dei protagonisti.
Seguendo il racconto di Santa Brigida compaiono per la prima volte altre figure senza che le precedenti lascino la scena. Ci sono san Giuseppe, il bue e l’asino, ma si aggiungono i molti angeli e l’immagine del Padre in cima a tutta la rappresentazione e, naturalmente, Santa Brigida.
Nasce così un modello che si avvicina gradualmente a quello del nostro presepe.

Il nuovo schema verrà poi ripreso da molti altri maestri, per citarne solo alcuni: Giovanni Gerolamo Savoldo (1480-1548), Sandro Botticelli (1445-1510), Piero della Francesca (1412 ca. – 1492), quest’ultimo, nella sua Natività, presenta Maria inginocchiata e in preghiera subito dopo la nascita del Figlio che è disteso sul lembo del suo mantello. In questa raffigurazione desta stupore il volto di Maria che ha una espressione e uno sguardo che non richiamano la gioia della maternità. La scena rappresentata da Piero vuole cogliere l’attimo di questa nascita prodigiosa, il momento esatto in cui suo Figlio diviene visibile al mondo e la Madre non può che adorare, solo qualche istante più tardi potrà esprimere i suoi sentimenti materni.
La luce è un elemento brillantemente rappresentato dai due artisti. Benedetto XVI affermava che “la luce, nelle opere d’arte, è un riflesso della “vera luce” che è Cristo, guidando lo spettatore verso la sorgente di ogni splendore”, essa non è solo un fenomeno fisico, ma la manifestazione stessa della verità.
Nel buio della notte di Betlemme si accese realmente una grande luce: il Creatore dell’universo si è incarnato unendosi indissolubilmente alla natura umana, sì da essere realmente “Dio da Dio, luce da luce” e al tempo stesso uomo, vero uomo. Benedetto XVI – Udienza generale 17 Dicembre 2008.
Sabato, 2 maggio 2026
