La Natività nella storia dell’Occidente
di Mario Vitali
In Occidente, dalla nascita dell’era cristiana e fino al XIV° secolo lo schema narrativo delle opere artistiche riguardanti la Natività del Signore rimane sostanzialmente inalterato, ne avevamo parlato nel commento alla Natività rappresentata nelle catacombe di Priscilla Le Catacombe di Priscilla e il sarcofago di Stilicone . Questo schema verrà gradualmente abbandonato dalla Chiesa d’Occidente mentre quella d’Oriente rimane fedele ancora oggi allo schema originario.
Tra le opere più rappresentative del periodo antico e medievale troviamo tre capolavori molto diversi tra loro ma tutti fedeli al modello iconografico originario dove la semplicità e la profondità spirituale che le caratterizza troveranno eco anche nei secoli successivi.
La prima di queste opere venne realizzata nel secolo VI su lastra in avorio che decora la Cattedra del vescovo Massimiano oggi custodita nel Museo Arcivescovile di Ravenna.
L’opera, di autore sconosciuto, presenta l’essenziale, oltre a Maria, distesa e affaticata come qualsiasi donna cha ha partorito, il Bambino, avvolto in fasce e deposto in un culla che sembra un sepolcro e, in posizione defilata, San Giuseppe e quindi ancora il bue e l’asino.
In primo piano (Fig.1), assieme a Maria è rappresentata una figura femminile che comparirà spesso anche in altre opere fino a tutto il medioevo.
Questa figura è in primo piano, segno di grande importanza nello schema narrativo. Chi è questa donna che tocca la mano di Maria? La risposta la troviamo nei vangeli apocrifi in particolare in quelli dello Pseudo Matteo e il Protovangelo di Giacomo che raccontano di Giuseppe alla ricerca una ostetrica che assista Maria durante il parto. Trovata l’ostetrica Giuseppe la conduce alla grotta ma il Bimbo al suo arrivo era già nato, l’ostetrica gioisce per la nascita prodigiosa. Nella “Leggenda Aurea” Jacopo da Varagine (1230-1298) racconta che nella grotta sopraggiunge una seconda ostetrica, chiamata Salomè, che dubita dell’evento prodigioso e vuole verificarlo ma, toccando Maria, la sua mano si inaridì.
Nella figura 2 possiamo ammirare la rappresentazione della Natività che si trova presso l’oratorio di San Pellegrino a Bominaco (AQ).
Possiamo osservare la Madonna distesa e affaticata dove l’artista vuole significare che il Dio fatto uomo è veramente uomo e che viene al mondo come tutti gli uomini, e che la Madre è affaticata come tutte le madri che mettono al mondo un figlio. Al suo fianco il Bambino fasciato come lo erano tutti i neonati.
Sul lato destro è raffigurato San Giuseppe, è solo e pare pensoso, è il dramma dell’uomo di fronte al mistero, la sua presenza è molto discreta e l’artista vuole così comunicare che egli era consapevole della paternità divina del Bambino affidato alle sue cure e della sua estraneità al concepimento nella carne.
Nella messa in scena il Bambino è rappresentato una seconda volta mentre viene lavato e curato dalle levatrici, infatti i vangeli apocrifi riferiscono di due levatrici mentre l’artista ne rappresenta tre e tre sono pure gli angeli in adorazione. Il numero tre sembra alludere ai giorni trascorsi dal Signore nel sepolcro prima della Resurrezione.
La presenza delle levatrici è molto frequente nei secoli del medioevo, ma non hanno come fonte i Vangeli canonici bensì quelli apocrifi, come del resto è così anche per la presenza del bue e dell’asino. Gli artisti, che sono i comunicatori tramite immagini, non intendono semplicemente raccontare un fatto, essi intendono stimolare una riflessione più profonda. La prima levatrice, chiamata Zelomi, si meraviglia subito della prodigiosa nascita di Gesù mentre la seconda, Salomè, non crede e pretende di verificare. Dopo avere toccato Maria la sua mano inaridisce. Salomè si pente e prendendo tra le sue braccia Gesù la sua mano guarìsce.
Nelle iconografie più antiche le levatrici testimoniano la propria inutilità a causa della straordinarietà del parto. Accudiscono invece il piccolo Gesù e, anche se non ne avrebbe avuto bisogno, lo sottopongono al bagnetto che accoglie tutti i neonati, a dimostrarne la vera umanità.
L’immagine della levatrice incredula che dopo avere dubitato, pentendosi, guarisce è proposta dai grandi artisti soprattutto del medioevo, tra i più importanti vanno segnalati, Masolino da Panicale (1383-1447), Lorenzo Lotto (1480-1556), ma anche, in epoca successiva da Pietro Paolo Rubens (1577-1640).
L’ultima immagine della levatrice nella storia dell’arte è stata realizzata proprio da Pietro Paolo Rubens nel 1608 dipingendo la sua opera “l’adorazione dei pastori”.
Nella scena è rappresentata la storia della levatrice Salomé e del miracolo operato sulle sue mani dal bambino Gesù. (Fig. 4)
L’opera, di notevoli dimensioni, rappresenta il Bambino dal quale emana un intenso fascio di luce che irradia il quadro, in primo piano la Vergine, di frante a Lei un imponente pastore vestito di rosso che, inginocchiato, indica con la mano sinistra Gesù e con il volto sembra rivolgersi ad un altro pastore che si copre gli occhi abbagliato dalla luce accecante, sembra chiedere come sia possibile che Dio si incarni in un bambino così umile e fragile. Al suo fianco una vecchia donna, la levatrice Salomè, che volge lo sguardo alla Madonna mostrando le mani rattrappite a che sembra chiedere la grazia della guarigione.
La raffigurazione del bagno del Bambino è un gesto ordinario e diffuso che, però, viene molto frequentemente rappresentato. Probabilmente nel bagno ritorna il tema della morte incontrato nella mangiatoia-tomba, l’atto di essere immersi nell’acqua e del risalirne simboleggia la discesa agli inferi e l’uscita da quella dimora insieme a Cristo.
Sabato, 28 febbraio 2026




