La presenza islamica in Italia

Alleanza Cattolica 9 anni fa
Prima pagina  /  Articoli  /  La presenza islamica in Italia

Il testo costituisce l’elaborazione aggiornata al marzo 2001 della relazione svolta in occasione del convegno a cura del Gruppo di Alleanza Nazionale della Camera dei Deputati Vivere con l’Islam. Integrazione, coabitazione o conflitto? (Roma, 22 novembre 2000) e riprende, in forma riassunta e parzialmente integrata, parti successivamente pubblicate in CESNUR. Centro Studi sulle Nuove Religioni, Enciclopedia delle religioni in Italia, a cura di Massimo Introvigne, PierLuigi Zoccatelli, Nelly Ippolito Macrina e Verónica Roldán, Elledici, Leumann (Torino) 2001

 

 

Aspetti statistici della presenza islamica in Italia

“Il progressivo costituirsi in Italia di una popolazione musulmana è strettamente collegato al fenomeno delle migrazioni internazionali, che hanno interessato in modo crescente il nostro paese negli ultimi quindici anni, provocandone il coinvolgimento in tutta una serie di problematiche sociali e culturali già in corso nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea” (Andrea Pacini, “I musulmani in Italia. Dinamiche organizzative e processi di interazione con la società e le istituzioni italiane”, in Silvio Ferrari [a cura di], Musulmani in Italia. La condizione giuridica delle comunità islamiche, il Mulino, Bologna 2000, pp. 21-52 [p. 21]), che ospitano complessivamente circa dieci milioni di musulmani – del quasi miliardo di aderenti a livello mondiale –, con presenze ufficiali superiori al milione di cittadini in Germania (3.000.000), Francia (2.700.000) e Regno Unito (1.600.000).

Fissata la popolazione italiana in 57.440.000 cittadini, possiamo quantificare la presenza di minoranze religiose in circa 1.100.000 unità, ossia l’1,92% della popolazione. Peraltro, se consideriamo i residenti sul territorio – valutati fra i cinquantanove e i sessanta milioni, cifra comunque più incerta per la difficoltà di precisare il dato dell’immigrazione clandestina – la percentuale di appartenenti a minoranze religiose sale intorno al 3,5%. La stima dei musulmani cittadini italiani indica questa presenza in circa 10.000 unità; si tratta di una cifra comunque soggetta a rapide variazioni future nel caso di più rapido accesso alla cittadinanza di musulmani immigrati: oggi appare ragionevole, forse persino generosa, sia perché i musulmani “etnici” che hanno acquisito la cittadinanza non sono molti (pure dovendosi tenere conto di musulmani venuti da ex-colonie italiane già in anni lontani), sia perché il dato dei convertiti è normalmente sovrastimato.

 

Tav. 1 – Minoranze religiose fra i cittadini italiani

Cattolici “di frangia” e dissidenti

20.000

Ortodossi

20.000

Protestanti

363.000

Ebrei

35.000

Testimoni di Geova (e assimilati)

400.000

Altri gruppi di origine cristiana

24.000

Musulmani

10.000

Bahá’í e altri gruppi di matrice islamica

3.000

Induisti e neo-induisti

15.000

Buddhisti

74.000

Gruppi di Osho e derivati

4.000

Sikh, radhasoami e derivazioni

1.500

Altri gruppi di origine orientale

800

Nuove religioni giapponesi

2.500

Area esoterica e della “antica sapienza”

13.500

Movimenti del potenziale umano

100.000

Movimenti organizzati New Age e Next Age

20.000

Altri

4.000

Totale

1.110.300

Molto più incerte – e fonte di dibattiti senza fine, politicamente condizionati – sono le statistiche sulle minoranze religiose presenti sul territorio se si considerano anche gli immigrati non cittadini e non solo i cittadini italiani. Il dato presupporrebbe infatti la possibilità di avere dati certi sull’immigrazione clandestina, il che è notoriamente assai difficile. Negli ultimi anni sono emersi come punto di riferimento del dibattito i dati della Fondazione Migrantes e della Caritas di Roma, basati sui permessi di soggiorno maggiorati del diciannove per cento per includervi i minori e i nuovi permessi in corso di registrazione (dunque non i clandestini, a loro volta valutati da fonti diverse fra i 180.000 e il mezzo milione), oggi proposti dall’annuale Dossier Statistico Immigrazione. Si tratta di dati certamente interessanti, ma fondati sull’ipotesi di partenza che gli stranieri presenti in Italia abbiano la medesima ripartizione religiosa dei paesi di origine.

 

Tav. 2 – Appartenenza religiosa degli immigrati (stima Caritas – 2000)

Cattolici

407.596

27,4%

Altri cristiani

328.859

22,1%

Musulmani

543.849

36,5%

Ebrei

c. 5.000

0,3%

Religioni orientali

96.314

6,5%

Rel. Tradizionali

c. 22.000

1,4%

Altri

86.256

5,8%

Totale

1.489.873

100%

Su una base di calcolo diversa – che parte anzitutto dal contatto diretto e dalla rilevazione delle forme organizzate della religione degli immigrati (e che peraltro tiene conto dell’esistenza di una miriade di piccole realtà), riteniamo di potere ipotizzare uno schema alternativo (cattolici esclusi) che identifica in circa 580.000 (e non circa 540.000, ovvero quasi il 40% degli immigrati in luogo del 36,5% citato dalla Caritas) i musulmani presenti in Italia, clandestini esclusi.

 

Tav. 3 – Principali minoranze religiose di immigrati in Italia

Musulmani

580.000

Ortodossi

140.000

Protestanti

50.000

Buddhisti

25.000

Induisti

10.000

Sikh e radhasoami

6.000

Altri di origine orientale

10.000

Ebrei

4.000

Testimoni di Geova

2.000

Altri

10.000

Peraltro, la presenza musulmana in Italia è stimata in maniera più cospicua da altre fonti: per esempio, essa è indicata in 600.000 unità dagli studi forniti dal professor Andrea Pacini della Fondazione Agnelli, e in almeno 650.000 aderenti dalla Direzione Generale degli Affari dei Culti del Ministero dell’Interno (nota del 17 novembre 2000 all’autore). Comunque sia, la presenza musulmana in Italia si è progressivamente costituita in termini significativi dalla metà degli anni 1980, raggiungendo le 304.200 unità nel 1992 e 436.254 unità nel 1999, passando così a rappresentare in termini percentuali dal 29% al 35% – e oggi, come abbiamo visto, al 40% – del totale della popolazione immigrata residente regolarmente in Italia.

Relativamente ai paesi di immigrazione musulmana in Italia maggiormente qualificati, il Marocco è a tutt’oggi il paese da cui proviene la componente musulmana più numerosa, con una stima fornita dalla Caritas di 174.324 unità (pari all’11,7% della totale immigrazione del 2000, stimata in 1.489.873 persone, e al 30% dell’immigrazione musulmana), cui segue l’Albania, con i suoi 137.748 immigrati (pari al 9,2% della totale immigrazione), e oltre la Tunisia, il Senegal, l’Egitto, l’Algeria, il Pakistan, il Bangladesh, la Somalia, l’Iran, la Turchia, la Nigeria, la Iugoslavia, la Bosnia, l’Iraq, la Macedonia, la Croazia, l’India.

 

Presenze organizzate dell’Islam in Italia

L’Islam in Italia è stato una realtà modesta fino alla fine degli anni 1960. In questo decennio comincia a organizzarsi una presenza di qualche centinaio di studenti (soprattutto siriani, giordani e palestinesi) che si aggiungono ai pochi uomini d’affari e al personale delle ambasciate. Alla fine degli anni 1960 si ha anche la prima presenza musulmana sunnita organizzata in Italia con la formazione della realtà studentesca che porta nel 1971 alla costituzione dell’USMI (Unione degli Studenti Musulmani d’Italia), che si sviluppa nelle città universitarie a partire da Perugia e nel decennio 1970-1980 apre una dozzina di luoghi di preghiera. Nel frattempo a Roma si organizza il Centro Islamico Culturale d’Italia, il cui consiglio di amministrazione è composto prevalentemente da ambasciatori di paesi sunniti presso l’Italia o la Santa Sede; i progetti per una grande moschea a Roma sono avviati nel 1974, ma l’inaugurazione ufficiale avviene solo nel 1995. Esiste così, fin dagli anni 1970, una distinzione – notata da diversi studiosi, anche se messa in discussione da altri – fra due forme di organizzazione dell’Islam sunnita italiano: l’”Islam delle moschee” e l’”Islam degli Stati”, distinzione che diventa più importante con l’esplosione dell’immigrazione islamica degli anni 1980 e 1990.

Il problema della rappresentanza dei musulmani sunniti in Italia si intreccia con quello dell’”islamismo”, nome che (sulla scia di espressioni straniere) gli studiosi attribuiscono a un vasto movimento di risveglio che nel corso del XX secolo intende reagire alla occidentalizzazione delle società islamiche, proponendone al contrario una nuova islamizzazione. Nella corrente islamista è possibile però distinguere – sulla scia di Renzo Guolo – una tendenza “radicale”, che si propone la conquista del potere politico e quindi la islamizzazione “dall’alto”, e una “neo-tradizionalista”, che intende piuttosto costituire nella società (in genere attorno alle moschee) spazi integralmente islamizzati, capaci di promuovere una islamizzazione della società “dal basso”. La maggiore organizzazione islamista è quella dei Fratelli Musulmani, fondata in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna (1906-1949), che si è gradualmente diffusa in tutto il mondo sunnita. Nel periodo egemonizzato dall’influenza intellettuale di Sayyid Qutb (1906-1966), tra i Fratelli Musulmani sono emerse tendenze radicali, che sono state però respinte dalla maggioranza del movimento dopo la morte di Qutb, giustiziato in Egitto nel 1966. Dopo Sayyid Qutb, i Fratelli Musulmani emergono come un movimento “neo-tradizionalista”, che in genere dichiara di rifiutare l’uso della violenza, da cui si separano movimenti radicali come al-Jama’a al-Islamiyya e al-Jihad. Nei paesi di emigrazione i Fratelli Musulmani sostituiscono all’ideale di una islamizzazione della società, che perseguono nei paesi a maggioranza islamica, quello della creazione di spazi islamizzati nella società, all’interno dei quali ai musulmani (sunniti) siano riconosciuti “diritti collettivi” e uno statuto comunitario specifico (con riferimento in particolare al diritto di famiglia). A livello internazionale i Fratelli Musulmani hanno avuto rapporti non facili con gli Stati, ma dopo la rivoluzione iraniana e il conseguente pericolo di un risveglio sciita molti osservatori hanno notato una “alleanza” non dichiarata tra i Fratelli Musulmani e l’Arabia Saudita volta a contrastare la penetrazione sciita nel mondo sunnita (e che comprenderebbe l’accordo dei Fratelli Musulmani a svolgere una limitata attività in Arabia Saudita e nei paesi da questa più direttamente influenzati). Anche se nella Guerra del Golfo i Fratelli Musulmani e l’Arabia Saudita si sono collocati su posizioni opposte, la collaborazione è continuata e si esprime oggi anche in Italia nell’alleanza fra l’UCOII e la Lega Musulmana Mondiale (Rabita), realtà fondata alla Mecca nel 1962 e con una presenza in Italia dal 1997, attualmente presieduta da Abdallah bin Salih al Obeid. All’alleanza Fratelli Musulmani – Arabia Saudita fanno ostacolo in Occidente sia gruppi di musulmani sunniti filo-occidentali (rappresentati in Italia dalla CO.RE.IS. e, su scala assai minuscola, dall’AMI), sia paesi come il Marocco e l’Egitto che diffidano sia dei Fratelli Musulmani sia dei sauditi e che vorrebbero perseguire la logica di un “Islam degli Stati” che segue i propri cittadini all’estero anziché delegare la rappresentanza dell’Islam a organizzazioni “di base” sorte nei vari paesi occidentali e normalmente orientate in senso islamistico. Fra le espressioni italiane dell’”Islam degli Stati” si devono citare – oltre al sostegno della Libia all’Unione Islamica in Occidente – la “Moschea di Stato” di Palermo, gestita direttamente dal governo tunisino; l’Istituto Culturale Islamico (I.C.I.), sostenuto dall’Egitto; e la Missione Culturale dell’Ambasciata del Marocco, che sostiene diverse moschee “spontanee” che non aderiscono ad associazioni o federazioni.

L’intesa con lo Stato italiano costituisce da anni un’aspirazione dei musulmani che vivono in Italia. Per lo Stato, uno dei problemi è stata l’identificazione di realtà islamiche effettivamente rappresentative; i contrasti fra l’”Islam delle moschee” e l’”Islam degli Stati” non hanno reso più facile la questione. Allo scopo dichiarato di risolvere questi problemi, il 15 aprile 2000 è stata formalizzata la costituzione del Consiglio Islamico d’Italia, con lo scopo precipuo di dar vita a un organismo unitario di rappresentanza dell’Islam al fine di stipulare un’Intesa con lo Stato italiano e – una volta che tale intesa sarà raggiunta – di curarne la esecuzione e le eventuali modifiche. Soci fondatori del Consiglio sono l’UCOII (che rappresenta l’”Islam delle moschee”), la sezione italiana della Lega Musulmana Mondiale e – dopo vari contrasti con la sua componente marocchina, non favorevole all’accordo – il Centro Islamico Culturale d’Italia, che rappresenta l’”Islam degli Stati”. L’accordo fra l’UCOII e la Lega Musulmana Mondiale è stato, come si è accennato, letto da vari osservatori come trasposizione sul piano italiano dell’alleanza tra i Fratelli Musulmani e l’Arabia Saudita. Presidente dell’organismo – prima delle sue dimissioni dall’ente, in data 13 marzo 2001, assieme ad altri due membri del consiglio direttivo – era l’ex ambasciatore italiano presso l’Arabia Saudita Mario Scialoja, della Lega Musulmana Mondiale; vice-presidente è Dachan Mohamed Nour, dell’UCOII, cittadino italiano e già esponente di rilievo dei Fratelli Musulmani siriani. Il consiglio direttivo era composto da quattordici membri, sette in rappresentanza dell’UCOII, tre in rappresentanza del Centro Islamico Culturale d’Italia, tre in rappresentanza della Lega Musulmana Mondiale – Italia, e un membro in rappresentanza di comune accordo fra il Centro e la Lega. L’accordo crea un nuovo soggetto per la rappresentanza del mondo islamico (sunnita) italiano, ed è stato interpretato come la saldatura – nonostante il dissenso marocchino, e i recenti dissensi interni che rendono incerto il futuro del Consiglio Islamico d’Italia – fra l’”Islam delle moschee” e quella parte dell’”Islam degli Stati” che è egemonizzata o almeno orientata dall’Arabia Saudita.

Anche l’UCOII (Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia) costituisce un soggetto che ha chiesto di stipulare un’Intesa con la Repubblica Italiana. Nata sulla scia dell’USMI, per iniziativa di membri del Centro culturale islamico di Milano e Lombardia (nato a sua volta nel solco dell’USMI e attivo anche su scala nazionale e con una sua richiesta di Intesa allo Stato italiano), l’UCOII è costituita ad Ancona nel 1990. Dopo avere “ereditato” le strutture dell’USMI, emerge come la realtà musulmana italiana più diffusa e radicata sul territorio, con una forte influenza islamista in genere. All’UCOII fanno capo una trentina di centri islamici e un’ottantina di moschee dove si svolgono pratiche rituali e una più ridotta attività di carattere culturale; vi sono inoltre quasi trecento luoghi di preghiera che non hanno ancora lo status di moschea e talora sono ubicati in appartamenti privati. Fra le moschee che fanno capo all’UCOII, alcuni studiosi hanno notato che “numerose sono quelle i cui dirigenti in qualche modo si ispirano all’ideologia dei Fratelli Musulmani” (A. Pacini, op. cit., p. 44); così che – come si è accennato – con la collaborazione fra UCOII e Lega Musulmana Mondiale – Italia “si salda dunque anche a livello italiano l’accordo fra la leadership di ispirazione Fratelli Musulmani (…) e quelle di ispirazione tradizionalista guardate con favore dai sauditi” (Renzo Guolo, “La rappresentanza dell’Islam italiano e la questione delle Intese”, in S. Ferrari [a cura di], op. cit., pp. 67-82 [p. 75]). Alcune organizzazioni dell’Islam sunnita italiano, come il Fondaco dei Mori e la Casa della Cultura Islamica, entrambe a Milano, collaborano regolarmente con l’UCOII.

Oltre al Centro Islamico Culturale d’Italia, al Consiglio Islamico d’Italia, all’UCOII e al Centro culturale islamico di Milano e Lombardia (e, per dire il vero, all’Associazione Musulmani Italiani, che sembra però patire negli ultimi anni un’esistenza effimera), ha chiesto di stipulare un’Intesa con lo Stato Italiano la CO.RE.IS (Comunità Religiosa Islamica), fondata nel 1993 intorno alla figura di ‘Abd al Wahid Pallavicini e precedentemente nota come Associazione Internazionale per l’Informazione sull’Islam (AIII), recentemente ascesa all’onore delle cronache per il progetto di costruzione di una moschea in Via Meda, a Milano. Impegnata in varie attività culturali in Italia e all’estero, e presente nel nostro paese con una decina di filiali, la CO.RE.IS. si presenta come “pienamente compatibile con la società e con l’ordinamento giuridico italiano” e attraverso il “rifiuto – secondo le sue parole – di ogni forma di esclusivismo confessionale, egemonia ideologica di matrice islamista o sudditanza nei confronti di correnti politiche o di Stati esteri”, per quanto abbia recentemente stretto rapporti di collaborazione con l’Unione Islamica in Occidente (UIO) di “influenza” libica, la prima organizzazione islamica a essersi costituita in Italia – nel 1947 –, e che è attualmente presieduta dal cittadino italiano di origine libica Mansur Tantoush. A partire dal 1999, anno dell’accordo fra UIO e CO.RE.IS., quest’ultima è diventata inoltre l’organo di rappresentanza italiana all’interno dell’assemblea dei soci della World Islamic Call Society.

Elencati, per quanto succintamente, gli organismi musulmani italiani che hanno avanzato proposte di Intesa e/o riconoscimento con lo Stato italiano, non va dimenticato un cenno – ancora più breve – alle altre realtà presenti e attive sul territorio. Alla sezione italiana della Lega Musulmana Mondiale (Rabita) va affiancata l’associazione islamica Zaydn ibn Thabit di Napoli, rilevante su scala locale per la sua presenza nel centro storico partenopeo, dove vivono moltissimi musulmani; mentre a Roma va segnalata l’Associazione Islamica Culturale, costituita come ente autonomo nel 1998 e composta prevalentemente da immigrati provenienti dall’Egitto. Un fronte particolarmente vicino al radicalismo islamico più integralista è costituito invece dall’Istituto Culturale Islamico di Viale Jenner – a Milano, con qualche migliaio di frequentatori –, nato nel 1988 da un gruppo che si separa dal Centro culturale islamico di Milano e Lombardia e diretto da una leadership islamista di tipo radicale che sviluppa una decisa critica dell’islamismo neo-tradizionalista dei Fratelli Musulmani, accusati di moderatismo, e dell’UCOII, diventando così punto di riferimento italiano delle correnti islamiste radicali che si dichiarano non interessate a un’Intesa con lo Stato. A rappresentare in forma organizzata l’Islam turco in Italia sono il Suleymancilar (che può essere considerato sia una confraternita derivata dalla Naqshbandiyya sia un movimento tipico dell’islamismo turco), che rifiuta l’azione secolarizzatrice dello Stato turco ed è presente soprattutto nel capoluogo lombardo, dove svolge un’azione tesa a consolidare l’influenza dell’Islam all’interno delle famiglie e nella vita personale; e l’associazione religiosa-culturale Milli Görüs, che condivide con i suleymanci la critica della laicità dello Stato kemalista, ma si differenzia per il meno radicale rifiuto della modernità. Sempre in ambito sunnita, una presenza discreta ma crescente in Italia è esercitata infine dal movimento Jama’a at-Tabligh wa da’wa (“associazione del messaggio” o “gruppo di predicazione”), un movimento missionario avviato in India il quale si proclama apolitico, non violento e alla ricerca di musulmani tiepidi al fine di risvegliarne la fede: un ruolo che rende i Tabligh interlocutori credibili di diversi Stati dell’Europa continentale e ha favorito la loro integrazione in una emigrazione islamica di origine prevalentemente nordafricana non sempre in sintonia con le caratteristiche di origine, tipicamente indo-pakistane, del movimento.

Le origini sufi del movimento Tabligh, come di altre realtà cui abbiamo già dedicato alcuni cenni, spinge ad accennare a un altro tipo di appartenenza organizzata – spesso poco visibile, ma diffusa –: quello delle confraternite, che sembrerebbero distaccarsi dall’Islam ufficiale codificato perché danno maggiore importanza alla dimensione affettiva del rapporto con Dio. Alla coesione spirituale corrisponde anche una forte coesione organizzativa dei membri, che si esprime di solito sul piano religioso mediante l’apertura di proprie sale di preghiera. Perlopiù le confraternite si limitano a fare proposte inerenti la vita religiosa e la pratica della solidarietà fra i propri membri; talvolta però esercitano anche un ruolo politico o di pressione sociale nei paesi musulmani (come nel caso dei suleymanci in Turchia).

Il sistema delle confraternite sufi è particolarmente sviluppato in Senegal, dove gran parte della popolazione musulmana (il 94%) appartiene a tre confraternite, due importate (la Qâdiriyya e la Tijâniyya) e una nata in Senegal, la Murîdiyya. Quest’ultima riunisce circa un terzo dei senegalesi, principalmente di etnia wolof. Poiché questa etnia è maggioritaria nell’emigrazione senegalese in Italia, si stima che circa due terzi degli oltre trentamila senegalesi presenti in Italia appartengano alla Murîdiyya, facendone la maggiore confraternita sufi presente sul territorio italiano. Caratteristica della confraternita muride è il forte accento posto sul lavoro come mezzo per progredire nella vita religiosa e sulla solidarietà economica fra i membri, con il risultato di favorire una forte coesione e controllo reciproco, riducendo al minimo i casi di marginalità e devianza.

Altre confraternite sufi – circa dieci – sono presenti sul territorio nazionale, anche se con un numero di aderenti assai ridotto rispetto alla Murîdiyya. Una peculiarità che va qui sottolineata è l’influsso operato dal pensatore perennialista francese René Guénon (1886-1951) nella “scoperta” del sufismo – e attraverso esso, dell’Islam – da parte di una percentuale cospicua dei convertiti italiani all’Islam, i quali hanno dato vita a filiali autoctone delle confraternite madri (generalmente maghrebine o mediorientali), da esse riconosciute e supportate, com’è il caso della tarîqa Ahmadiyya Idrisîyya Shâdhilîyya, operante a Milano dal 1980 sotto la guida di ‘Abd al-Wahid Pallavicini – già incontrato come ispiratore della CO.RE.IS. –, il quale in effetti ha scelto quale nome islamico (‘Abd al-Wahid) lo stesso che fu di René Guénon.

Infine, per quanto la presenza di origine iraniana in Italia non superi le 10.000 unità, va segnalata anche nel nostro paese una presenza organizzata dell’Islam sciita. Gli sciiti in genere (provenienti in ordine decrescente dall’Iran, dall’Iraq e dal Libano) sono una componente nettamente minoritaria del mondo islamico in Italia, che si esprime attraverso vari centri e organizzazioni, nel cui coordinamento è rilevante il ruolo della sezione culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran presso la Santa Sede. Peraltro, esistono anche gruppi sciiti che non si riconducono a tale coordinamento informale, in genere non per ragioni dottrinali ma a causa di divergenze politiche rispetto al governo iraniano. In cordiali relazioni con numerosi altri ambienti sciiti, l’Associazione Islamica “Ahl-al-Bait” (“Genti della Casa”) ha la peculiarità di nascere da convertiti italiani, mossi da un interesse e da un entusiasmo – originariamente di natura prettamente politica, che si trasforma poi in adesione religiosa – per la rivoluzione islamica del 1979 in Iran e per la figura dell’imâm Ruhollah Musawi Khomeini (1900-1989). Tale associazione, che segue con entusiasmo il movimento libanese sciita Hezbollah, ha recentemente avanzato una richiesta di riconoscimento quale ente religioso allo Stato italiano.

Concludendo, accanto alle organizzazioni che aspirano a rappresentare, con alterne vicende, i musulmani italiani – anche in vista di un’Intesa con lo Stato – vi sono in Italia altre presenze rilevanti: organizzazioni di tipo nazionale o socio-religioso, movimenti missionari, confraternite. E questo senza accennare alla vasta portata della cosiddetta appartenenza individuale all’Islam, laddove l’appartenenza religiosa passa attraverso una scelta e un’adesione individuale la cui espressione presenta un’ampia gamma di differenziazioni: da un’appartenenza puramente culturale – non poco diffusa fra tunisini e algerini – a un forte processo di secolarizzazione che la rende talora assai superficiale, come nel caso degli albanesi. Come si è visto, il panorama dell’Islam in Italia è dunque molto complesso e nello stesso tempo ancora molto fluido. 

PierLuigi Zoccatelli

Categoria:
  Articoli
Autore

 Alleanza Cattolica

  (2699 Articoli)

Alleanza Cattolica è un’associazione di laici cattolici che si propone lo studio e la diffusione della dottrina sociale della Chiesa. Il motto dell’associazione è “Ad maiorem Dei gloriam et socialem”, “Per la maggior gloria di Dio anche sociale”. Lo stemma di Alleanza Cattolica è costituito da un’aquila nera con un cuore rosso sormontato dalla croce. L’aquila è l’animale simbolico dell’apostolo san Giovanni e testimonia la volontà di essere figli di Maria, come l’Apostolo prediletto che ha riposato sul Cuore di Gesù. Circa il cuore, dice Pio XII che “è […] nostro vivissimo desiderio che quanti si gloriano del nome di cristiani e intrepidamente combattono per stabilire il regno di Cristo nel mondo, stimino l’omaggio di devozione al Cuore di Gesù come vessillo di unità, di salvezza e di pace”. Circa la croce sul cuore, cfr. il Cantico dei Cantici (8, 6): “ponimi come sigillo sul tuo cuore”.