La «pulizia etnica» nel conflitto balcanico

Marco Invernizzi 21 anni fa
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Marco Invernizzi, Cristianità n. 289 (1999)

 

La «pulizia etnica» nel conflitto balcanico

 

1. Le guerre nella ex Jugoslavia

Le guerre scoppiate sul territorio della ex Jugoslavia dopo il 1989, cioè dopo la caduta del Muro di Berlino, sono state tutte contrassegnate dalla pratica della cosiddetta «pulizia etnica», verificatasi sia nel corso del conflitto croato-serbo del 1991-1992, sia nella guerra di Bosnia del 1992-1995, che in quella del Kosovo.

Per «pulizia etnica» s’intende, secondo Tadeusz Mazowiecki, expremier polacco, incaricato nel 1992 dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, di presiedere una speciale commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani nella ex Jugoslavia, tutto quanto «[…] ha lo scopo di indurre le popolazioni all’esodo da quei territori che si vogliono rendere etnicamente omogenei» (1). La «pulizia etnica», sempre secondo l’uomo politico polacco, sarebbe il vero scopo della guerra nella ex Jugoslavia e non soltanto una delle conseguenze.

Il termine «[…] (in inglese ethnic cleaning, in serbo etnicko ciscenje) comincia ad apparire nella stampa francese (nella traduzione non del tutto esatta di purification ethnique) nel corso dell’estate 1992 e manifesta l’orrore dei testimoni e di intellettuali e uomini politici di fronte alle pratiche dei serbo-bosniaci (massacri a est e a nord della Bosnia, deportazione in massa della popolazione “musulmana”» (2). In realtà, non soltanto i serbo-bosniaci, ma soprattutto loro, si caricano della responsabilità di tali massacri; gli osservatori, fra i quali anche il ricordato commissario incaricato dall’ONU Mazowiecki, riconoscono colpe simili anche ai croato-bosniaci dell’HVO, Hrvatsko Vijeâe Obrane, il Consiglio di Difesa Croato, e in genere rilevano come tutte e tre le popolazioni — serba, croata e musulmana — vivessero esposte al rischio di subire la «pulizia etnica».

È però indispensabile ribadire che tale pratica non è stata — e non la è in Kosovo — la conseguenza dello stress della guerra o la pratica delle vendette private, tanto frequente nelle guerre civili, ma l’obiettivo della guerra stessa, coerentemente con la volontà di sostituire a uno Stato multinazionale diversi Stati nazionali fondati sull’omogeneità etnica.

Al termine della guerra in Bosnia-Erzegovina, dopo gli accordi di Dayton, nell’Ohio, del 21 novembre 1995, sanciti dai presidenti di Bosnia, Serbia e Croazia, l’arcivescovo di Sarajevo, card. Vinko Puljič, ha detto: «Non mi aspettavo una soluzione come quella raggiunta a Dayton. Mi aspettavo maggiore giustizia perché con questo accordo si è legalizzata la pulizia etnica e la legge del più forte. Il processo di pace è stato minato dal suo inizio, perché già nelle fasi preparatorie si è cercato il modo di giustificare l’aggressore. Lo stesso gruppo di contatto che ha elaborato la divisione sulla base del 49:51% è partito da premesse ingiuste. Inoltre allo stesso tavolo si sono seduti il colpevole e la vittima; questo con l’intenzione di condurre un dialogo alla pari. Di conseguenza si può parlare difficilmente di pace equa, o della garanzia di pace in questi territori. Posso soltanto esprimere il mio desiderio sincero che tutto questo sia l’inizio della ricerca di una pace giusta. La vera pace ci sarà quando ogni cittadino potrà ritornare alla propria casa, e lì vivere in libertà e realizzare la propria identità culturale e nazionale» (3). Parole simili ha ripetuto all’inizio della guerra del Kosovo: «Se non si fosse legittimato il diritto del più forte in Bosnia Erzegovina non si sarebbe arrivati ora a questa tragedia. Da tempo era stata cancellata l’autonomia del Kosovo e della Vojvodina, e cosa si è fatto per tutelare il diritto di ogni uomo e di ogni popolo alla propria identità in queste zone prima degli ultimi sanguinosi eventi?» (4).

 

2. Dopo il crollo degli imperi

Questa logica è conseguenza della fine dello Stato federale jugoslavo socialista, ma la stessa logica si realizza dopo la fine dell’impero austro-ungarico, al termine della prima guerra mondiale (1914- 1918). È la logica del nazionalismo etnico che, nel caso jugoslavo, sostituisce l’ideologia socialcomunista e autogestionaria della Jugoslavia guidata dal maresciallo Josip Broz, detto Tito (1892-1980), che tiene insieme, nel nome della solidarietà ideologica, i diversi partiti comunisti delle nazioni che costituiscono la Jugoslavia (5).

Il 22 gennaio 1990 la delegazione slovena abbandona il congresso della Lega dei Comunisti Jugoslavi, determinando così la crisi irreversibile del partito. È l’inizio del crollo del sistema e dell’esplosione dei diversi nazionalismi. All’ideologia socialista, infatti, non viene a sostituirsi un patrimonio di princìpi fondati sul diritto naturale, che possano accomunare i diversi popoli che costituiscono la Jugoslavia, permettendo loro una convivenza nel rispetto delle diverse esigenze nazionali; al contrario, queste ultime esplodono dopo un breve periodo caratterizzato dalla lotta per la libertà nel segno dell’anticomunismo. Il richiamo al rispetto dei diritti umani richiesto dall’ONU ai contendenti durante la guerra croato-serba e quella di Bosnia appare troppo generico, non fondato su un principio di trascendenza — che, d’altra parte, i contendenti difficilmente prenderebbero seriamente in considerazione — e privo di una forza militare in grado di farlo diventare efficace. Infatti, durante la guerra in Bosnia, soltanto l’inizio delle operazioni militari per bombardare l’esercito serbo-bosniaco che assediava Sarajevo, nel settembre del 1995, aveva posto fine all’assedio della capitale bosniaca e poi allo stesso conflitto. Eppure la pratica del diritto naturale — con una forza militare adeguata per farlo rispettare — sarebbe l’unica chance di convivenza per popolazioni di diverse confessioni religiose e culture, per storia e costumi assai discordanti e per tanti rancori reciproci accumulati nel corso di ormai quasi un secolo, dalla fine della prima guerra mondiale. Forse bisogna prender atto che la catastrofe umana provocata da decenni di socialismo reale ha reso irrealistica questa possibilità.

Se il Novecento è stato per tutti i popoli europei il secolo dell’odio e dei conflitti ideologici che ne sono stati la causa, lo è stato in modo assolutamente particolare per i popoli balcanici, che, oltre alle due guerre mondiali, hanno conosciuto le due guerre balcaniche del 1912, al termine delle quali il Kosovo e la Macedonia entravano a far parte della Serbia.

Se il Novecento ha conosciuto, con la nascita degli Stati nazionali al termine della prima guerra mondiale, in contrapposizione agli imperi, austro-ungarico e ottomano, l’esasperazione dei conflitti provocati dal nazionalismo ideologico, tutto questo è stato acuito nei Balcani dalla contrapposizione religiosa fra islam, cattolicesimo e ortodossia e dalla complessità, dal punto di vista etnico, della storia della penisola.

Inoltre, come tutti i paesi dell’Europa Orientale, la Jugoslavia ha conosciuto l’esperienza del socialismo reale, ma non l’appartenenza al Patto di Varsavia, per la particolare posizione assunta dal paese guidato dal maresciallo Tito.

Quando questi muore, il 4 maggio 1980, lascia in eredità istituzioni notevolmente complesse. Esse comprendono una presidenza collegiale formata da un rappresentante di ognuna delle sei repubbliche — Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina e Macedonia — e delle due provincie autonome — Vojvodina e Kosovo — e il presidente di questa istituzione cambia ogni anno, il 15 maggio; vi è poi la Lega dei Comunisti, anch’essa con una presidenza collegiale organizzata nello stesso modo. Il parlamento federale è composto da tre Camere: la prima può essere paragonata al parlamento tedesco, il Bundestag, la seconda alla Camera dei Länder, il Bundesrat, la terza è la Camera «dell’autogestione», una sorta di consiglio per gli affari economici e sociali. Si tratta di una Costituzione federale all’interno di un sistema totalitario fondato sul partito unico e su un socialismo autogestionario, che cerca di non incorrere nei disagi provocati negli altri paesi socialisti dalla pianificazione e dal collettivismo.

Fino alla morte di Tito il sistema garantisce un certo equilibrio fra le diverse componenti etniche o nazionali del paese, ma dopo il 1980 le tendenze indipendentiste sono frenate solo dal timore dell’ intervento dell’esercito federale, nel quale prevale la componente serba.

 

3. La questione del Kosovo

All’interno di questo quadro istituzionale emerge il problema del Kosovo. Il Kosovo è, dal 1968, una provincia autonoma nell’ambito della Repubblica Serba, popolata da una maggioranza di albanesi, che nel 1993 costituiscono l’87,8% della popolazione. Durante gli anni 1970, il Kosovo gode delle sovvenzioni del fondo federale per le regioni meno sviluppate: fra il 1975 e il 1978, il 70% del bilancio dipende da risorse federali. L’università di Pristina, la capitale del Kosovo, utilizza come lingua ufficiale degli studi l’albanese e albanese è anche la maggioranza dei professori, dopo il 1971, anno della normalizzazione dei rapporti della Jugoslavia con l’Albania.

Gli albanesi del Kosovo sono però insoddisfatti perché privati dello statuto di Repubblica riconosciuto invece al Montenegro, tre volte meno popolato, ma politicamente vicino alla Serbia.

A partire dal 1968, e soprattutto dal 1974, le riforme costituzionali accordano più autonomia al Kosovo. Gli albanesi spingono più di 100.000 serbi ad andarsene dal Kosovo utilizzando il governo locale, nel quale sono maggioritari, per esercitare pressioni amministrative e servendosi del riscatto di terre finanziato con denaro stornato dai fondi federali (6); inoltre il tasso di natalità degli albanesi — doppio rispetto a quello dei serbi — accelera l’albanesizzazione del Kosovo. Il governo serbo teme che il Kosovo si costituisca in Repubblica federativa per poi proclamare la secessione dalla Jugoslavia e l’adesione alla Repubblica d’Albania.

In realtà, la situazione dei kosovari peggiora progressivamente dopo la morte di Tito, perché Slobodan Milošević, diventato primo segretario della Lega dei Comunisti serbi, che nel 1986 cambia nome in Partito Socialista Serbo, gioca immediatamente la carta del nazionalismo e accentua l’importanza storica e simbolica del Kosovo per il popolo serbo. «Dopo avere scacciato (ottobre-novembre 1987) il gruppo dirigente comunista della Serbia, accusato di non proteggere con abbastanza energia i serbi del Kosovo, Milošević intensificò la sua campagna con manifestazioni popolari in Serbia (radunò 1 milione di manifestanti a Belgrado il 19 novembre 1989, secondo le cifre ufficiali) e impose, il 27 marzo del 1989, la modifica della costituzione della Serbia, e di conseguenza quella delle federazioni, per ridurre l’autonomia delle due repubbliche autonome della Serbia, cioè la Voivodina e il Kosovo. Tale riforma provocò dei moti nella popolazione albanese (il 28 marzo 1989, decine di morti, secondo le stime ufficiali; certamente più di 100 morti agli inizi del 1990)» (7).

Così, il 5 luglio 1990, il parlamento serbo assume temporaneamente le funzioni dell’assemblea e del governo del Kosovo, violando formalmente la Costituzione jugoslava del 1974, che appunto prevedeva l’approvazione di tutti e singoli i parlamenti delle sei repubbliche e delle due regioni autonome: «Fu quindi il 5 luglio 1990 che la Jugoslavia morì, non il 26 giugno 1991, data della proclamazione di indipendenza di Slovenia e Croazia e dell’inizio della guerra provocata dai serbi, appoggiati dal governo jugoslavo di Belgrado, prima in Croazia e poi in Bosnia» (8).

 

4. L’opposizione civile dei kosovari e la nascita dell’UÇK

Dal 1990 a oggi si assiste a un crescendo di tensione fra la comunità albanese e il governo della Serbia, che sfocerà nel conflitto. E si assiste anche al progressivo fallimento della politica di resistenza passiva, praticata dalla comunità albanese sotto la guida di Ibrahim Rugova, fondatore nel 1989 della LDK, la Lega Democratica del Kosovo, ed eletto presidente del Kosovo stesso in occasione di consultazioni non ufficiali, nel maggio del 1992. Inizia il genocidio culturale del Kosovo, con l’uso obbligatorio dell’alfabeto cirillico, la chiusura di tutte le stazioni radiotelevisive, dei quotidiani e soprattutto delle scuole in lingua albanese, con il licenziamento di tutti gli insegnanti albanesi e di 60.000 lavoratori, nel 1991, che vanno ad aggiungersi ai 150.000 già senza lavoro. Accanto alla LDK e ad altri partiti di opposizione nasce un’associazione umanitaria — che prende il nome da Madre Teresa (1910-1997), nativa del Kosovo —, diretta dal sacerdote don Lush Gjergji, parroco di Ferizaj, in Kosovo, che riesce a sfamare migliaia di famiglie grazie alla raccolta di fondi presso le comunità di kosovari emigrati (9).

Rugova è poco sostenuto dai governi occidentali e incalzato in Kosovo da quanti vogliono passare alla rivolta armata. Da costoro nascerà l’UÇK, Ushtria Çlirimtare e Kosovës, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, le cui origini rimangono misteriose. Quando si verificano i primi attentati firmati dall’UÇK, all’ inizio degli anni 1990, alcuni kosovari pensano a provocazioni orchestrate dalla polizia serba, l’unica abilitata a introdurre e a portare armi nel Kosovo, ma dopo il massacro di famiglie albanesi avvenuto nei villaggi della regione di Drenica, il 28 febbraio 1998, l’UÇK comincia ad assumere visibilità anche politica (10).

Certamente tutte le tre guerre nella ex Jugoslavia hanno origine dalla fine dei regimi comunisti e dalla esplosione dell’ideologia del nazionalismo etnico. Quest’ultima si avvale di argomentazioni storiche soprattutto nel caso del Kosovo, considerato dalla cultura serba la culla della propria civiltà perché prende nome dal Kosovo Polje, il Campo dei Merli, dove il 15 giugno 1389, il giorno dedicato a san Vito, avviene l’epica battaglia fra il principe serbo Lazar Hrebeljanovic (1329-1389) e l’esercito dell’impero ottomano, nella quale, secondo la tradizione serba, il principe cristiano preferisce il regno celeste a quello terreno e viene così sconfitto e decapitato dai turchi, che iniziano a dominare la penisola balcanica.

Il Kosovo quindi, anche per la presenza dei principali monasteri ortodossi, è sacro per i serbi, per alcuni dei quali, come dirà per esempio Nikola Pašić (1845-1926), presidente del Consiglio serbo, alla Conferenza di Londra del 1912 (11), il Kosovo medioevale era popolato soltanto da serbi. Alcune fonti attestano il contrario, cioè la presenza di albanesi in Kosovo già nel periodo medioevale (12) e, inoltre, gli albanesi ricordano la loro discendenza dagli illiri, evangelizzati già nei primi due secoli dell’era cristiana, e la presenza di due vescovi illirici provenienti dal Kosovo al Concilio di Nicea, nel 325. Padre Simon sostiene che «si può comunque prudentemente affermare che gli albanesi costituirono la maggioranza della popolazione a partire dalla fine del sec. XVII» (13).

Tuttavia, oltre a questi pur importanti aspetti concernenti la verità storica sulle radici del Kosovo, è altrettanto importante non confondere la logica moderna dello Stato-nazione con quella di un impero medioevale, cioè la logica basata sull’affermazione «una nazione, un solo Stato» con quella che ritiene normale che all’interno dell’impero coesistano diversi popoli con storie nazionali, culture e religioni diverse, ognuno dei quali ha diritto a una legislazione particolare — i «famigerati» privilegi —, che rispetta la diversità delle comunità, le quali — da parte loro — s’impegnano a un rapporto di fedeltà verso l’autorità imperiale: «[…] lo Stato serbo medievale, come del resto tutti gli Stati medievali, non era uno Stato-nazione rispondente al modello sorto solo fra il XIX e il XX secolo. Il sovrano, Kralj (da Carolus), vi regnava come un imperatore su una popolazione cristiana composta da popoli diversi in cui i serbi erano dominanti dal punto di vista politico e culturale più che demografico. Il sistema medievale serbo era modellato su quello bizantino: un imperatore, un patriarca, una chiesa autocefala, una lingua amministrativa, molti popoli. La “supremazia amministrativa” non comportava assolutamente un nazionalismo del tipo contemporaneo: le relazioni serbo-albanesi erano buone proprio perché lo Stato-nazione non era ancora stato inventato e una parte dei combattenti di parte “serba” nella battaglia del Kosovo era albanese, il che nessun uomo politico serbo ricorda mai» (14).

 

5. La guerra del Kosovo

Queste brevi riflessioni sulla storia dei Balcani intendono soltanto contribuire a fornire informazioni utili affinché un giudizio sulla guerra in corso fra la NATO, North Atlantic Treaty Organization, l’Organizzazione del Patto Atlantico, e la Repubblica jugoslava — e sulla pulizia etnica in atto all’interno dei confini di quest’ultima contro la popolazione albanese del Kosovo — possa essere un poco più consapevole della complessità della vicenda in corso.

Con il fallimento delle trattative svoltesi a Rambouillet, in Francia, il 19 marzo 1999, fra la delegazione kosovara e quella serba, e il successivo fallimento anche dell’estremo tentativo della diplomazia statunitense presso Milošević, il 24 marzo iniziano i bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia. Gli sfollati albanesi nel Kosovo, dopo l’offensiva serba dell’estate del 1998, sono già 250.000 e 300 i villaggi distrutti (15).

La complessità della guerra in corso appare anche dalle differenze nelle reazioni che ha provocato in Italia, fra le quali merita di essere sottolineata la posizione rigorosamente antiamericana della Lega Nord che, mentre chiede la secessione della «Padania», sostiene il regime di Milošević impegnato nella pulizia etnica contro gli albanesi del Kosovo, che sono il 90% della popolazione, mandando il proprio segretario, on. Umberto Bossi, a Belgrado a conferire con il presidente serbo e servendosi della collaborazione dell’intellettuale francese della «nuova destra», paganeggiante e antiamericana, Alain de Benoist, al proprio quotidiano La Padania (16).

Ma, oltre questa clamorosa contraddizione, la guerra suscita comprensibili perplessità anche nel mondo genericamente orientato a destra e nel mondo cattolico, mentre divide nettamente la sinistra fra quella governativa, schierata su posizioni interventiste — anche se con numerose e crescenti eccezioni —, e quella, all’opposizione, che fa capo al Partito della Rifondazione Comunista, su posizioni antiamericane e pacifiste.

 

6. La posizione della Santa Sede

Senza dubbio, la posizione della Santa Sede, fortemente impegnata a ricercare la pace attraverso la riapertura del rapporto diplomatico fra le due parti in guerra, ha spinto alcune forze politiche, almeno all’inizio del conflitto, a utilizzare gli appelli di Papa Giovanni Paolo II alla cessazione dei bombardamenti da parte della NATO. Non ho nessun titolo per interpretare in modo autentico la politica estera della Santa Sede e desidero la pace anch’io come tutti gli uomini, ancor prima che cattolici, spinto a questo anche dalla considerazione della inaudita pericolosità della guerra moderna e dal fatto che, dal 1981, a Medjugorje, in Erzegovina, sei allora ragazzi del posto dicono di assistere quotidianamente ad apparizioni mariane nel corso delle quali viene loro affidato un messaggio per l’umanità nel quale la pace è un motivo ricorrente (17). E credo non sia da sottovalutare il fatto che la Signora che appare a quei giovani si presenti come Regina della Pace — così come a Fatima si era presentata come Madonna del Rosario e a Lourdes come l’Immacolata Concezione — proprio nel paese dove nel corso degli anni 1990 sono scoppiate tre guerre.

Tuttavia, mi sembra che la preoccupazione della Santa Sede, dopo il doveroso tentativo di fermare la guerra attraverso la riapertura di negoziati, sia anzitutto quella di salvaguardare la possibilità del già difficile dialogo ecumenico con la Chiesa Ortodossa — il Papa ha visitato la Romania dal 7 al 9 maggio 1999, primo viaggio pastorale in un paese a maggioranza ortodossa —, impedendo che il conflitto possa assumere i connotati di una contrapposizione confessionale all’Ortodossia. Inoltre — com’ è stato notato —, «i ripetuti no di Milosevic hanno spostato l’intervento vaticano sempre più verso la richiesta alla Serbia affinché deponga le armi contro i kosovari» (18).

Vi è poi un motivo che appare frequentemente nelle considerazioni a proposito di questa guerra ed è relativo alla funzione che avrebbe dovuto avere l’Unione Europea nel conflitto; vi è anche chi sostiene che l’intervento degli USA abbia voluto impedire all’Europa di assumere un’ iniziativa che l’ avrebbe accreditata sul piano internazionale e che il sostegno degli Stati Uniti d’America al Kosovo andrebbe visto nell’ottica — di cui si parla molto — della sua divisione in una parte settentrionale sotto la Serbia e in una parte meridionale affidata alla popolazione albanese: verrebbe così a costituirsi un piccolo Stato controllato dalla maggioranza islamica, all’interno dell’Europa, con intenzione di favorire ulteriormente l’incremento della presenza islamica nei paesi europei. Quindi, secondo questa ipotesi, utilizzata dall’on. Bossi ma anche da diversi gruppi di «destra», la guerra in corso sarebbe il frutto di un’alleanza fra il governo degli Stati Uniti d’America e alcune forze islamiche contro l’Europa (19). Si tratta di un’ipotesi che ignora soprattutto i caratteri dell’islam balcanico in genere e di quello albanese in specie (20), ma — soprattutto — ci si deve chiedere di quale Europa si stia parlando.

L’Europa non esiste ancora come forza politica e militare e non ha fatto nulla per dare soluzione alla guerra in Bosnia, dove si è dovuto attendere l’intervento risolutivo della NATO per sbloccare l’assedio di Sarajevo da parte delle forze militari serbe. Ha scritto lo specialista di lingue slave ed esperto di storia balcanica Paul Garde, nel 1994, nel pieno della seconda guerra nella ex Jugoslavia: «Che cosa avrebbe potuto fare l’Europa per preservare la pace nei Balcani? Capire le legittime aspirazioni dei popoli all’indipendenza, incoraggiare le forze di pace non con belle parole, ma opponendosi fermamente e con tutti i mezzi alle forze di aggressione. Ha fatto invece tutto il contrario: disprezzo razzista per popoli qualificati come “tribù”, compiacenza verso gli aggressori reali o potenziali, ipocrisia di una politica umanitaria che non impedisce affatto i progressi del male, debolezza e passività. Questa strada condanna i Balcani a restare un focolaio di violenza, che può essere contagioso per qualsiasi parte dell’Europa o del mondo» (21).

Questa guerra, nelle tre fasi in cui va distinta, è per certo un’«appendice calda della guerra fredda» (22), di fronte alla quale vi è anzitutto il dovere morale, da parte di chi possiede la forza militare e politica, di impedire a Milošević — il «creatore della guerra», come lo definisce l’arcivescovo di Sarajevo (23) — di continuare a infierire sui più deboli. Ma questa guerra indica inoltre la presenza di un male che rimarrà anche quando non fossero più in circolazione personaggi come il presidente della Serbia. Questo male, che è troppo riduttivo individuare con il termine «nazionalismo», anche se etnico, suggerisce una nostalgia per quel modo di organizzare la vita in comune delle nazioni precedente la prima guerra mondiale e l’invenzione degli Stati-nazione. Contemporaneamente, indica un pericolo per il futuro del mondo, rappresentato dall’esasperazione del momento etnico come elemento garante dell’identità nazionale, che ha preso il posto della solidarietà ideologica. Accade così di assistere a un dibattere e dividersi fra sostenitori interessati e utopistici della società multietnica e «tifosi» altrettanto interessati e utopistici dell’omogeneità etnica. Purtroppo questa logica sembra aver prevalso nelle guerre balcaniche e potrebbe caratterizzare anche l’epoca successiva, speriamo in tempi brevissimi, al regime nazionalcomunista di Milošević.

Marco Invernizzi

 

Note:

(1) AA. VV., Balcani in fiamme. Quale pace etnica?, a cura di Roberto Papini e Rade Petrovic, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (Firenze) 1995, p. 14.

(2) JOSIP KRULIC, Storia della Jugoslavia dal 1945 ai nostri giorni, trad. it., Bompiani, Milano 1997, p. 171.

(3) Cit. in La questione jugoslava, tratto da AA. VV., Novecento, CESED, Milano 1998, in <http://diesse.org>.

(4) CARD. VINKO PULJIC, arcivescovo di Sarajevo, «Io, cardinale, vi dico: è giusto punire Milosevic», intervista a cura di Andrea Tornielli, in il Giornale, 8-4-1999.

(5) Cfr. il complesso rapporto fra regimi comunisti e nazionalismo, in L’Europa orientale e la rinascita dei nazionalismi, a cura di Francesco Privitera, Guerini e associati, Milano 1994.

(6) Cfr. J. KRULIC, op. cit., pp. 100-106.

(7) Ibid., p. 139.

(8) ARJAN KONOMI, Cosa vogliono i kosovari, in Kosovo. L’Italia in guerra, i «Quaderni Speciali» di «limes. Rivista Italiana di Geopolitica», supplemento al n. 1/1999, pp. 49-58 (pp. 49-50).

(9) Cfr. DON LUSH GJERGJI, Calvario nel Kosovo: albanesi e cattolici in Jugoslavia, intervista a cura di Oscar Sanguinetti e di Andrea Morigi, in Cristianità, anno XIX, n. 193-194, maggio-giugno 1991, pp. 21-24; e IDEM, La questione jugoslava dopo il 15 gennaio 1992, intervista a cura di Marco Invernizzi, ibid., anno XX, n. 203, marzo 1992, pp. 23-24. Cfr. La storia del Kosovo, in MARCO DOGO, Kosovo. Albanesi e Serbi: le radici del conflitto, Marco, Lungro di Cosenza (Cosenza) 1992; M. INVERNIZZI, Kosovo. Una repubblica in esilio, in Historia. Mensile illustrato di Storia, anno XXXVIII, n. 433, Milano marzo 1994, pp. 26-31; e SHKELZEN MALIQI, Kosovo. Alle radici del conflitto, a cura di Fabio Tolleghi, trad. it., Besa, Nardò (Lecce) s.d. ma 1999. Un saggio molto equilibrato, contenente anche numerosi riferimenti alle fonti serbe circa la persecuzione cui sarebbe stata oggetto la presenza della Chiesa ortodossa in Kosovo, in CONSTANTIN SIMON S. J., Kosovo: una realtà complessa, in La Civiltà Cattolica, anno 141, n. 3359, 2-6- 1990, pp. 458-470. Sulla storia dei popoli balcanici, cfr. GEORGES CASTELLAN, Storia dei Balcani XIV-XX secolo, trad. it., Argo, Lecce 1999.

(10) Cfr. A. KONOMI, art. cit., pp. 52-53; cfr. anche SERPICUS, I quattro UÇK e il Kosovo «afghano», in Asia Maior. liMes. Rivista Italiana di Geopolitica, 1/99, pp. 297-302; PETER FINN e R. JEFFREY SMITH, UCK: ribelli con una causa non comune, in Washington Post, 23-4-1999, trad. it. nella mailing list Notizie Est #208 – Jugoslavia/Kosovo, 25-4- 1999, in I Balcani. Notizie a nalisi sulla penisola balcanica, sito internet <http:// www.ecn.org/est/balcani>; La rivalità tra i gruppi ribelli del Kosovo si riflette nella politica albanese (Agenzia d’Informazioni Stratfor, Austin, Texas, 22-4-1999), nella stessa mailing list #213, 29-4-1999, ibid.; e PIERRE FAILLANT DE VILLEMAREST, La guerre du Kosovo. Qu’est-ce que l’UCK?, in Monde et Vie. Bimensuel catholique et national, anno 27°, n. 649, 22-4-1999, pp. 7-8.

(11) Cfr. J. KRULIC, op. cit., p. 101.

(12) Cfr. ibid., p. 103.

(13) C. SIMON S. J., art. cit., p. 462.

(14) J. KRULIC, op. cit., p. 102.

(15) Cfr. ROBERTO MOROZZO DELLA ROCCA, La via verso la guerra, in Kosovo. L’Italia in guerra, i «Quaderni Speciali» di «liMes. Rivista Italiana di Geopolitica», cit., pp. 11- 26 (p. 18).

(16) Cfr. ALAIN DE BENOIST, Kosovo e Kurdistan, due pesi e due misure, in La Padania. Nord unito, 2-4-1999; cfr. il testo integrale Kosovo e Kurdistan, in Diorama letterario. Mensile di attualità culturali e metapolitiche, anno ventesimo, n. 4 (224), Firenze aprile 1999, p. 18; cfr. pure P. FAILLANT DE VILLEMAREST, Les bombardaments mondialistes en Serbie ne régleront aucun problème, in Monde et Vie. Bimensuel catholique et national, anno 27°, n. 648, 1°-4-1999, pp. 6- 7; e IDEM, Les rouges et les bruns a côté de la plaque, ibid., anno 27°, n. 649, cit., p. 6.

(17) Cfr. lo scolopio PADRE LIVIO FANZAGA, Perché credo a Medjugorje, Sugarco, Mila- no 1998; cfr. pure I messaggi mensili di Medjugorje commentati, vol. I, Medjugorje-Torino, Torino 1996; e vol. II, Medjugorje-Torino, Torino 1999.

(18) GIANFRANCO BRUNELLI, La violenza e i diritti, in il regno attualità, anno XLIV, n. 835, 15-4-1999, pp. 234-235 (p. 235); cfr. anche MICHELE SIMONE S. J., L’Italia e la guerra nei Balcani, in La Civiltà Cattolica, anno 150, n. 3572, 17-4-1999, pp. 179-189.

(19) Cfr.ALEXANDRE DEL VALLE, L’islamisme et les États-Unis. Une alliance contre l’Europe, L’Âge d’Homme, Losanna 1997; cfr. le riserve esposte da P. FAILLANT DE VILLEMAREST, in Israël, l’Islamisme et les États-Unis, in la lettre d’information, anno XXVII, n. 1, 16-1-1998, pp. 8-9.

(20) Cfr. R. MOROZZO DELLA ROCCA, Nazione e religione in Albania (1920-1944), il Mulino, Bologna 1990, pp. 23-44.

(21) PAUL GARDE, I Balcani. Un manuale per capire. Un saggio per riflettere, trad. it., il Saggiatore, Milano 1996, p. 109.

(22 ) Cfr. GIOVANNI CANTONI, Kosovo, ex Jugoslavia, marzo 1999: un’appendice «calda» della «guerra fredda», in Cristianità, anno XXVII, n. 287-288, marzo-aprile 1999, pp. 3-4.

(23) CARD. V. PULJIC, intervista cit.

 

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 Marco Invernizzi

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Marco Invernizzi nasce a Milano nel 1952. Nel 1977 si laurea in filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi su Il periodico "Fede e Ragione" nell'ambito della storia del Movimento Cattolico italiano dal 1919 al 1929, relatore il professor Luigi Prosdocimi. Dopo gli studi universitari continua ad approfondire, in modo non puramente intellettualistico - dal 1972 milita in Alleanza Cattolica, della quale è stato responsabile per la Lombardia e per il Veneto fino al 2016-, le vicende del movimento cattolico in Italia. Ha pubblicato, fra l'altro, L'Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici(Cristianità, Piacenza 1993); La Chiesa, la politica, il potere attraverso i secoli (contributo a Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, a cura di Franco Cardini, Piemme, Casale Monferrato 1994); e, con altri, I Papi del nostro secolo, parte prima Da Leone XIII a Pio XII (Italica Libri/Editoriale del Drago, Milano 1991); e Guida introduttiva alla storia della Chiesa cattolica (Mimep-Docete, Pessano [Milano]). Collabora a Cristianità e ad altre riviste e quotidiani. Dal 1989 conduce a Radio Maria la trasmissione settimanale La voce del Magistero. Nella linea di quanto già edito si pone Il movimento cattolico in Italia dalla fondazione dell'Opera dei Congressi all'inizio della seconda guerra mondiale (1874-1939), un'opera di sintesi in cui viene ripercorsa la storia del movimento cattolico, con particolare attenzione alle sue espressioni politiche, dalla Breccia di Porta Pia alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Dal 28 maggio 2016 è Reggente Generale di Alleanza Cattolica. Facebook - Instagram - Cathopedia