La questione del «referendum» antiabortista

Alleanza Cattolica 40 anni fa
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Alleanza per la Vita, Cristianità n. 64-65 (1980)

 

Una accurata analisi della drammatica situazione nella quale si trova il mondo cattolico, tragicamente diviso tra un inammissibile sostegno a due proposte referendarie immorali e una mortificante inerzia, frutto della colpevole omissione di chi avrebbe potuto e dovuto promuovere un referendum antiabortista moralmente accettabile. Una relazione, già fatta pervenire a tutti i vescovi e alle associazioni cattoliche italiane, che rimarrà ad indicare la coerenza e l’impegno, fino all’ultimo, di Alleanza Per la Vita perché venissero poste in essere le condizioni per una giusta vittoria del campo cattolico. Una testimonianza, infine, carica di insegnamenti per le battaglie future che la cristianità italiana dovrà ancora combattere, di come non si possa vincere la battaglia contro il male dell’aborto rinunciando alla difesa totale di quella morale, naturale e cristiana, in nome della quale soltanto la battaglia merita di essere combattuta.

 

Purtroppo a futura memoria

La questione del «referendum» antiabortista

 

Il mondo cattolico italiano si vede oggi costretto a combattere quella stessa battaglia antiabortista che, almeno in tutte le sue possibili forme, aveva finora omesso di intraprendere, e che oggi si trova a dover svolgere, ma diviso tra il vicolo cieco di alternative impraticabili e possibili itinerari di soluzione per i quali il tempo è drammaticamente sempre più breve.

Con l’attuale relazione – che viene fatta pervenire ai vescovi italiani, alla Presidenza della Commissione episcopale per la famiglia, alla Presidenza e alla Segreteria della CEI, alla Segreteria del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, alle associazioni e a esponenti del mondo cattolico – vengono riproposte più ampiamente le motivazioni indicate a sostegno di un prospettato itinerario di soluzione e della proposta di un quesito unitario e moralmente indiscutibile, già sottoposti dall’1-8-1980 ad autorevoli esponenti dell’episcopato e del mondo cattolico. Con essa si intende, dunque:

I-II. tracciare gli elementi di un’analisi della drammatica situazione attuale e del vicolo cieco – in cui il mondo cattolico minaccia di essere imprigionato – costituito da alternative impraticabili e moralmente inaccettabili;

III. prospettare un itinerario di soluzione (che può ancora, in extremis, essere percorso) tale da consentire al mondo cattolico di operare unitamente, tempestivamente ed efficacemente. 

Per brevità, è stato tolto dalla relazione ogni apparato di riferimento a testi, memorie, relazioni e documenti che la fondano (provenienti dai diversi gruppi che alla questione della difesa della vita e del referendum antiabortista hanno dedicato in questi anni un’attenzione specifica), e che sono comunque a disposizione per ogni più ampia illustrazione dei singoli passaggi.

I. Una difficile battaglia imposta ai cattolici

La battaglia che il mondo cattolico – gerarchia e laicato – è oggi forzato ad accettare, è la stessa battaglia a difesa della vita che avrebbe potuto e dovuto (lo si osserva senza voler menomare in nulla il rispetto dovuto agli esponenti della gerarchia e del laicato cattolici) essere intrapresa già da tempo e da anni: fin da subito, quando il 22 maggio 1978 venne approvata l’infame legge n. 194, che giunge ad autorizzare, organizzare e sovvenzionare l’omicidio. A indurre al compimento del dovere di intraprenderla prontamente e coraggiosamente, avrebbe potuto e dovuto bastare l’evidenza del male estremo inferto, da tale legge, al bene comune e ai fratelli: ai 200 mila assassinati, ogni anno, a spese pubbliche.

Solo dopo oltre due anni, invece, il mondo cattolico viene scosso, e solo perché costretto da circostanze e da dilemmi imposti da altri; e si trova a dover combattere non solo in difficili condizioni esterne, ma, inoltre, in ancora più difficili condizioni interne di divisione e di disorientamento.

1. La circostanza che costringe il mondo cattolico

La circostanza che oggi costringe il mondo cattolico italiano è il pericolo, ora incombente e realissimo, costituito dal referendum abortista promosso dai radicali, che – se non gli sarà contrapposta un’appropriata e tempestiva iniziativa autenticamente antiabortista – porrà il mondo cattolico italiano, probabilmente nel 1981, di fronte a un inaccettabile dilemma: o sostenere (cosa impensabile) la proposta radicale, o farsi protettore e complice (ma come ritenerlo pensabile?) dell’attuale legge infame, consacrandone la non abrogabilità almeno per 5-7 anni (e dunque, almeno per un ulteriore milione di omicidi-aborto).

Né è ipotizzabile che si possa pensare di organizzare per i cattolici l’assenza dalla battaglia, organizzando la loro astensione che comunque non sarebbe minimamente risolutiva del dramma: sia perché con essa si abbandonerebbe il campo soltanto a due diverse modalità di violenza e di omicidio, sia perché – anche nella difficilmente immaginabile ipotesi di una «vittoriosa» astensione – essa sancirebbe soltanto la «vittoriosa» permanenza della legge attuale, ossia dell’attuale primo propulsore del dilagare dell’omicidio-aborto pubblicamente organizzato, finanziato e tutelato, e, dunque, peserebbe unicamente come scelta favorevole all’attuale legge.

2. Difficili condizioni esterne

Di fronte a tale pericolo, il mondo cattolico italiano si trova costretto a condurre una battaglia antiabortista in difficili condizioni esterne, determinate: 

A. in primo luogo, dall’ineludibile necessità di utilizzare, per la raccolta delle firme prescritte, il solo e sempre più breve – e, soprattutto, meno adatto – periodo di tempo che ci separa dal 30 settembre: oggi, meno di un bimestre.

B. in secondo luogo, dalla ancora più onerosa necessità di cumulare e di sovrapporre l’una all’altra, in tale brevissimo periodo, le diverse fasi della campagna:

1. la fase di allestimento organizzativo: reperimento di cancellieri, notai, giudici conciliatori; predisposizione di reti locali di sostegno;

2. la fase di preparazione di un’efficace assistenza propagandistica;

3. la fase esecutiva, del concreto svolgimento della campagna: raccolta delle firme; loro dotazione delle certificazioni comunali di iscrizione dei firmatari nelle liste elettorali; centralizzazione, revisione, sistemazione e consegna dei fogli di raccolta.

Come conseguenza di tale stato di cose (come anche per l’evidente ragione della coincidenza delle ferie estive), il mese di luglio non è stato sufficiente se non per un iniziale e parziale allestimento organizzativo; il mese di agosto è solo in parte utilizzabile per completare o migliorare l’allestimento organizzativo, e per un esiguo e disuguale inizio della raccolta delle firme.

Rimane il mese di settembre, in cui dovrà prodursi, da parte del mondo cattolico, uno sforzo massimo, concorde, totale: per fare fronte alle difficoltà esterne e per non vedere compromessa non solo una vittoria referendaria futura, ma la stessa raccolta delle firme.

Ma altre e più gravi difficoltà, interne al campo cattolico, si sommano a quelle esterne.

3. Disorientamento e divisione del campo cattolico

Come difficoltà specifica e forse decisiva, alle difficoltà esterne si aggiunge la grave disunione del campo cattolico, il cui disorientamento sembra destinato non a sanarsi, ma ad aggravarsi.

Singoli gruppi del laicato cattolico, infatti, via via che la situazione si faceva più grave, e più concreta diveniva la minaccia del referendum radicale, si sono visti indotti ad agire; ma, inevitabilmente, in modi, tempi e forme diverse, ognuno con esiguo e disuguale sostegno di altri gruppi cattolici, e, talvolta, di alcuni vescovi. Così che il campo cattolico, sempre più disorientato, si è via via venuto a trovare di fronte a ben 5 ipotesi di iniziativa referendaria:

1. L’iniziativa referendaria del veronese CRIV (Comitato Referendum Iniziativa Vita), depositata nel marzo 1979, dopo un periodo di preparazione e di studio del quesito referendario insieme ad Alleanza Cattolica (i due gruppi, pur animati da comuni intenti morali, procederanno poi separatamente, anche a motivo della diversità di talune soluzioni tecniche adottate).

2. L’iniziativa referendaria di Alleanza Cattolica, proposta ai vescovi italiani nel marzo 1979, depositata e divulgata nell’aprile 1979.

3. L’iniziativa – identica a quella di Alleanza Cattolica – depositata e divulgata nel febbraio 1980 da Alleanza Per la Vita, nuovamente proposta ai vescovi italiani con la lettera-appello del 6 aprile 1980, e fatta pervenire alla Segreteria e alla Presidenza della CEI con la lettera-appello del 13 maggio 1980.

4-5. Le due diverse iniziative referendarie depositate da due diversi gruppi anonimi nell’aprile 1980 e rivendicate entrambe pubblicamente dal Movimento per la Vita (MpV) solo il 28 giugno 1980.

Ad aggravare tali divisioni di fatto, si aggiunge la gravità stessa di alcuni dei motivi delle contrapposizioni che sono insorte, e che si manifestano come difficilmente superabili. 

Non si tratta, infatti, di 5 iniziative equivalenti, che, pur essendo tutte ugualmente indiscutibili sotto il profilo sia etico sia giuridico, si diversificherebbero tra loro solo nei particolari ed esprimerebbero opzioni sostanzialmente analoghe: al contrario, le due iniziative rivendicate dal MpV vengono giudicate da una parte crescente del mondo cattolico – via via che sono conosciute nella loro reale natura – come pericolosissime e come entrambe moralmente inaccettabili.

Così che, se non venisse offerta concretamente e tempestivamente una soluzione diversa e accettabile, il mondo cattolico italiano si troverebbe a essere imprigionato nel vicolo cieco di dover scegliere tra il subire nell’inerzia la sconfitta o il «vincere» a prezzo di inammissibili compromessi morali.

II. Il vicolo cieco di due soluzioni inammissibili

Le due proposte offerte dal direttivo del MpV al voto dei cattolici si manifestano: come pericolosissime, perché, proponendo due diverse e contraddittorie possibilità di voto referendario, sono potenzialmente destinate a dividere irreparabilmente l’elettorato cattolico e antiabortista; come moralmente inaccettabili, perché con esse si chiede ai cattolici di causare la vittoria referendaria di norme immorali, che prevedono una larghissima legalizzazione dell’omicidio-aborto e l’estensione ai minorenni della somministrazione di mezzi contraccettivi.

Esse dunque aprono non una via di scampo, ma un vicolo cieco e prospettive di danno e di scandalo incalcolabili.

1. Il problema tecnico-elettorale

A. Una pericolosissima duplicità di proposte

Diversamente dalle iniziative del CRIV, di Alleanza Cattolica e Alleanza Per la Vita, tutte proponenti che, da parte cattolica, all’elettorato fosse richiesto un solo voto e fosse sottoposto un solo quesito (così che apparissero nella loro reale e drammatica semplicità i termini dell’alternativa: se l’aborto volontario e diretto sia o non sia omicidio), il MpV propone invece che all’elettorato – e, di fatto, all’elettorato cattolico – siano sottoposti due diversi quesiti e siano prospettate contemporaneamente due diverse scelte, oggettivamente contrastanti, sulla medesima materia.

Indipendentemente da ogni considerazione di natura morale relativa all’accettabilità o all’inaccettabilità di una o di entrambe le proposte del MpV (anche nel caso, dunque, in cui entrambe fossero moralmente indiscutibili), tale duplicità di proposte si manifesta come in sé stessa pericolosissima. 

È certo, infatti, che l’offerta di due diverse soluzioni a uno stesso campo di votanti (nel nostro caso, il campo dei cattolici), ottiene anzitutto di dividere i loro voti tra le due diverse opzioni, anche se la diversità tra le opzioni è minima. 

Se poi le opzioni sono profondamente contrastanti tra loro, ancora più netta è la divisione del campo dei votanti. Così che, anche se si concedesse di votarle entrambe (nell’ipotesi che ciò sia dichiarato giuridicamente possibile), si avrebbe, come esito ovvio, che la maggior parte dei votanti non si varrebbe di tale possibilità, e opterebbe unicamente per l’una o per l’altra: per l’evidente incoerenza di esprimere il proprio favore a entrambe le soluzioni, tra loro contraddittorie. Potrebbero essere persuasi a tale oggettiva incoerenza soltanto coloro che non fossero in grado di apprezzare la profonda diversità esistente tra le due opzioni, oppure coloro che, pur apprezzandola, venissero ad altro titolo indotti a prescinderne.

Se, infine, il contrasto tra le due soluzioni raggiunge la radicalità di contraddizione che è data nel nostro caso (una delle due soluzioni del MpV prevede il divieto di omicidio-aborto, l’altra ne prevede la legalizzazione), l’ipotesi e la speranza di ottenere che la maggior parte dei votanti del campo cattolico non apprezzi né la diversità tra le due opzioni né l’incoerenza di «preferire» entrambe, e il calcolo di ottenere che coloro che apprezzano sia la diversità sia l’incoerenza si lascino persuadere a prescinderne, si manifestano come speranze, calcoli e ipotesi di altissima labilità, oltre che moralmente scandalosi.

Ma è su tale labilità di ipotesi e di sub-ipotesi (che si manifestano, tutte, quanto meno come gravissimamente incerte, e la cui incertezza si moltiplica a ogni subordinazione di ipotesi) che il MpV fonda la propria duplicità di proposte e l’inutilmente complicato meccanismo che dovrebbe assicurare una vittoria equivalente in entrambi i casi a una sconfitta di fondamentali principi morali.

Ci limitiamo in questa sede a considerare le prime di tali incerte ipotesi e sub-ipotesi.

B. Una incerta ipotesi di voto plurimo e contraddittorio

Secondo la prima della serie di ipotesi su cui si fonda l’iniziativa del MpV, all’elettore cattolico – quello a cui, di fatto, il MpV offre le due soluzioni, e a cui rivolge la sua propaganda – sarebbe possibile non solo votare a favore dell’una o dell’altra delle due soluzioni contrastanti, possibilità ovvia e permanente, ma sarebbe giuridicamente consentito anche di votare, se lo vuole, a favore di entrambe, o anche a favore di tutte le diverse soluzioni che sulla stessa materia fossero proposte.

Ma tale ipotesi è tutt’altro che certa, e sembra, anzi, infondata. La tesi contraria, quella dell’impossibilità di votare a favore di entrambe le due soluzioni diverse e contrastanti sulla medesima materia, è almeno ugualmente e largamente difesa e condivisa.

E mentre l’ipotesi su cui si fonda il MpV sembra urtare almeno contro elementari principi logici, la tesi opposta sembra invece potersi appellare a un pur esiguo sostegno letterale recato dall’art. 35 della legge istitutrice del referendum (legge 25 maggio 1970, n. 352, per tanti aspetti imperfetta e ambigua), che esplicitamente prescrive: «l’elettore vota tracciando sulla scheda con la matita un segno sulla risposta da lui prescelta»; dove si parla della risposta, al singolare, e non delle risposte, al plurale. Anche se si giudicasse insicuro tale esiguo sostegno letterale, dovrebbe in ogni caso essere osservato che il sibillino concetto di «concentrazione» delle richieste di referendum che presentino «uniformità o analogia di materia», posto dall’art. 32 della stessa legge, potrebbe essere invocato, stanti le non poche incertezze create dalla relazione tra l’art. 32 e l’art. 35, proprio per confermare l’impossibilità del voto plurimo. E per confermare, di conseguenza, la necessità per l’elettore, posto di fronte a scelte diverse, ma «concentrate» forse anche su una medesima scheda per l’uniformità e l’analogia della materia, di esprimere una sola scelta con un solo segno tracciato sulla sola risposta da lui preferita.

Quando anche si dissentisse da tale tesi, sarebbe comunque necessario tenere conto del fatto che permangono almeno dubbi gravissimi sulla pratica applicazione che di tali norme sarà prescelta, posto che esse, imprecise e sibilline, non hanno avuto finora occasione d’essere applicate. Né a tali gravissimi dubbi possono essere contrapposte certezze indiscutibili.

È dunque assolutamente imprudente proporre al proprio campo elettorale – in materia tanto confusamente regolata – una simile duplicità contraddittoria di voto nella speranza di evitare il danno evidente della divisione grazie all’incerta ipotesi di un possibile voto plurimo, esponendo così il campo cattolico al rischio enorme di una decisione che, confermando come vana l’ipotesi di un voto plurimo, lascerebbe sopravvivere unicamente il danno: con l’esito ovvio di spezzare in due le forze antiabortiste, e una conseguente prospettiva di sconfitta pressoché certa.

C. L’ipotesi di persuadere i cattolici a votare sia per il divieto di aborto sia per la sua legalizzazione

Secondo la successiva ipotesi, oltre che giuridicamente consentito, sarebbe di fatto possibile e agevole persuadere gli elettori cattolici a votare a favore di entrambe le soluzioni. Ma tale seconda ipotesi è ancora meno certa della prima.

Anche se non urtasse contro nessuna difficoltà tecnico-giuridica, questa seconda ipotesi urterebbe infatti contro insuperabili difficoltà intrinseche, date dall’evidente contraddizione esistente tra le due diverse soluzioni offerte dal MpV, in una materia in cui la radicalità stessa delle persuasioni (l’aborto come delitto o l’aborto come diritto) respinge ogni ipotesi di affermazione contemporanea di entrambi i termini dell’alternativa.

Ma per i cattolici, inoltre, tale evidente contraddizione ha una connotazione non solo logica, ma anche, e soprattutto, etica: per essi l’aborto volontario e diretto è omicidio, in forza della stessa morale naturale.

Non si vede dunque a che titolo si giudichi possibile e agevole ottenere che i cattolici votino compatti a favore sia di una soluzione che vieti l’omicidio, sia di una soluzione che legalizzi l’omicidio (a meno che non si pensi di poter legittimamente ricorrere all’inganno di nascondere ai cattolici la reale natura delle soluzioni che vengono loro raccomandate).

D. L’inevitabile frammentazione del campo cattolico 

Deve invece essere ragionevolmente affermato che la duplice proposta del MpV è destinata a produrre – al contrario di quanto è ipotizzato come agevole – l’ovvia e inevitabile frammentazione del campo elettorale cattolico per le intrinseche ragioni accennate, prima ancora che per una eventuale impossibilità giuridica di un voto plurimo e contraddittorio.

Frammentazione di cui non sono imprevedibili le modalità:

1. Coloro che sono moralmente e cristianamente più consapevoli, e che non potranno essere ingannati circa la natura delle proposte, certamente non voteranno e non firmeranno né a favore dell’iniziativa che contempla la legalizzazione dell’omicidio-aborto né a favore di quella che contempla l’estensione anche ai minorenni della somministrazione consultoriale di contraccettivi.

2. Coloro che sono moralmente e cristianamente solo in parte consapevoli, o che solo in parte potranno essere ingannati, saranno indotti unicamente dal pericolo del referendum radicale, e soltanto in extremis, a firmare o a votare, ma solamente a favore della proposta cosiddetta «massimale» (che contempla l’estensione della somministrazione di contraccettivi) e solamente come ipotesi di «male minore» al quale non certo i promotori delle due iniziative erano costretti (nulla impediva e nulla impedisce la proposta di una soluzione moralmente ineccepibile), ma essi, gli elettori cattolici, potranno infondatamente pensarsi costretti dall’assenza di una soluzione coerente con i principi naturali e cristiani dell’etica e del diritto.

3. Coloro che sono moralmente e cristianamente meno consapevoli, trarranno motivo dalle stesse giustificazioni addotte dal MpV (la maggiore possibilità di «vittoria» della soluzione «minimale», che contempla la legalizzazione dell’omicidio-aborto) per propagandare e far votare almeno a favore della soluzione «minimale», ottenendo così (invece che di guadagnare alla causa della vita almeno parte degli abortisti indecisi) di guadagnare alla causa dell’abortismo parte dei cattolici meno consapevoli, corrompendo dunque il campo cattolico con l’inoculazione di tenaci e gravissimi germi di relativismo etico.

E ottenendo inoltre, ovviamente, secondo ognuna delle modalità accennate, di frantumare l’elettorato antiabortista, con conseguenti prospettive di sconfitta.

E. L’incertezza di ipotesi e sub-ipotesi ulteriori

Si tralascia l’esame delle ipotesi ulteriormente subordinate l’una all’altra, la cui debolezza è crescente e il cui solo enunciato – a cui ci limitiamo – basta a delineare il disorientamento a cui sarebbero indotti i cattolici che volessero seguire l’intrico sempre più sottile e improbabile delle sub-ipotesi incatenate, a cui sembra aggrapparsi la duplice iniziativa del MpV.

1. Dopo la prima ipotesi (che sia giuridicamente consentito un voto duplice e contrastante) e la seconda che vi si subordina (che sia di fatto possibile e agevole ottenerlo dai cattolici), ecco infatti l’ulteriore sub-ipotesi: che entrambe le soluzioni riescano «vincitrici» con oltre il 50 per cento dei voti, pur avendo ottenuto più voti la «minimale» che non la «massimale».

È da notare che il MpV, curiosamente, giudica passibile, e chiede come agevole, che i cattolici siano incoerenti con sé stessi e votino anche a favore della soluzione che contempla la legalizzazione dell’omicidio-aborto. Ma dà invece per scontato che non sia né possibile né agevole ottenere dagli abortisti «moderati» l’incoerenza di votare anche per la soluzione che vieta l’omicidio-aborto; per questo il MpV indica la «minimale» come la soluzione più votata: perché otterrebbe il voto di tutti i cattolici (voto che il MpV raccomanda loro di dare) più il voto degli abortisti «moderati», mentre la «massimale» avrebbe solo il voto dei cattolici.

2. Ulteriore sub-ipotesi: che tra le due soluzioni entrambe vincitrici, gli organi competenti non si limitino a considerare la soluzione più votata, per riconoscerle l’effettiva vittoria referendaria, ma attribuiscano tale vittoria alla «massimale», anche se meno votata, per il principio di consunzione (la proposta di divieto di aborto comprenderebbe e consumerebbe in sé la proposta di limitazione dell’aborto): il quesito più restrittivo, dunque, vincerebbe sul quesito meno restrittivo, anche se quest’ultimo fosse più votato!

D’altra parte, per tenere ferma l’ipotesi della possibile pluralità di voto, si è costretti ad ammettere che tutte le proposte, anche quella dei radicali, possano riuscire contemporaneamente «vincitrici»! Come dunque applicare il principio di consunzione? Impossibile!: «se tutti i referendum (radicale e Movimento per la Vita) risultassero vincenti, prevarrebbe quello con il maggior numero di “si”» (Avvenire, 2-8-1980).

Di ulteriori sub-ipotesi sembra opportuno tralasciare l’enunciato stesso. Si tralascia anche l’indicazione dei sempre più labili motivi che il MpV ipotizza di poter mettere avanti per difendere nelle sedi competenti tali sempre più precarie sub-ipotesi, e soprattutto per giustificare di fronte agli elettori cattolici la scelta di una duplicità di proposte che costringe a contare e a puntare su una catena di eventi ipotetici di altissima e crescente improbabilità.

2. Il problema psicologico-propagandistico

A. Una propaganda incoerente per soluzioni contraddittorie

Oltre che per i motivi finora esposti, la duplicità delle proposte del MpV si manifesta come propagandisticamente e psicologicamente disastrosa per il mondo cattolico: per le contraddizioni e le incoerenze in cui è destinata inevitabilmente a impigliarsi la propaganda di una duplicità di soluzioni sorrette da motivazioni tra loro contrastanti, sia razionalmente che psicologicamente.

Se sarà su tali basi che il campo cattolico si ridurrà a svolgere la sua battaglia, è ovviamente prevedibile che le forze abortiste – con l’aggressiva e capillare propaganda che hanno dimostrato di saper dispiegare – saranno poste nelle migliori condizioni per ulteriormente dividerlo e disorientarlo.

B. Incertezze, cedimenti, dissimulazione

Le forze abortiste potranno, di volta in volta, indicare i cattolici come essi stessi incerti e indecisi su quale sia la strada da percorrere; oppure come disposti al cedimento di giudicarle accettabili entrambe; oppure come furbescamente intesi a carpire la fiducia degli stessi cattolici meno informati, o degli abortisti «moderati».

In ogni caso, come coloro che preferiscono dissimulare la propria verità e la propria identità, invece che proclamarle e difenderle apertamente e pubblicamente.

C. Dialettizzazione del campo cattolico

Dall’altro lato, gli abortisti non esiteranno certo a rinfacciare ai cattolici di accettare la legalizzazione dell’aborto terapeutico (con la soluzione «minimale») e l’estensione della legalizzazione dei contraccettivi (con la soluzione «massimale»), operando per insinuare cunei dialettici tra l’opinione dei cattolici e il magistero della Chiesa. E l’evidenza dei quesiti del MpV sarà addotta a sostegno delle tesi avversarie.

D. Controcatechesi abortista e demoralizzazione

Ancora, le forze abortiste – che certo non temono di contraddirsi – saranno nelle condizioni migliori per costringere i cattolici a una propaganda difensiva assolutamente nefasta e a una vera e propria (e «cattolica») controcatechesi relativista e abortista.

Accusando i cattolici di essere animati da irragionevole estremismo e da cieco rifiuto di ogni soluzione equilibrata e «moderna» in relazione ai problemi della sessualità e ai casi-limite di gravidanze pericolose, esse verosimilmente otterranno che i cattolici, a «giustificazione» propria e a difesa delle «loro» due proposte referendarie, invochino nuovamente l’evidenza dei quesiti, rispondendo che, contrariamente alle «insinuazioni» abortiste, le soluzioni «ragionevoli» vi sono invece contemplate!, e come perfettamente legali!: contraccettivi anche ai minorenni, e aborto larghissimamente terapeutico!

Come esito generale, si otterrà di affrontare la battaglia nelle peggiori condizioni di demoralizzazione: la stessa che già ora rende estranei, ostili e sfiduciati non pochi gruppi cattolici; la stessa che è destinata inevitabilmente ad aggravarsi, via via che si manifesterà impossibile nascondere le cause oggettive del disorientamento e della divisione, e, soprattutto, i gravi rilievi di ordine morale che le due proposte del MpV suscitano.

Sono, infatti, considerazioni di natura anzitutto morale quelle che indicano – anche se, per assurdo, nessuna delle ragioni finora addotte avesse peso – a ritenere le due iniziative del MpV come inaccettabili.

A tali considerazioni è dunque opportuno riservare qualche cenno specifico.

3. Il problema morale

A. Due iniziative moralmente inaccettabili

1. Diversamente dalle iniziative proposte dal CRIV, da Alleanza Cattolica e Alleanza Per la Vita, non può non constatarsi che, delle due soluzioni del MpV, l’una «salva» il principio della legalizzazione dell’omicidio-aborto larghissimamente terapeutico, l’altra «salva» l’estensione anche ai minorenni della legalizzazione dei contraccettivi in senso lato e della loro somministrazione consultoriale. 

Così che cresce il numero di coloro che si chiedono se sia su tali basi che vada ricercata l’unità dei cattolici.

Ad aggravare lo scandalo e a rendere di giorno in giorno più laceranti le divisioni, è il favore che a tali due iniziative del MpV manifestano alcuni redattori e collaboratori del quotidiano ufficiosamente cattolico Avvenire, così che potrebbe essere creduto che a quelle stesse iniziative vada il favore della Gerarchia. 

2. Le due iniziative del MpV sono giudicate come entrambe moralmente inaccettabili (e in quanto tali come gravissimi fattori di disorientamento e di divisione del campo cattolico) perché moralmente inaccettabili sono le due nuove leggi recanti norme che legalizzano l’omicidio-aborto terapeutico e che estendono ai minori la somministrazione di contraccettivi, leggi che, con la «vittoria» delle iniziative del MpV, verrebbero a essere causate direttamente dal voto referendario dei cattolici.

3. A difesa di tale doppia iniziativa del MpV, gli stessi promotori hanno affermato e affermano ripetutamente che essa deve essere giudicata «non per ciò che lascia sopravvivere della legge 194, ma per ciò che intende cancellare» (Avvenire, 29-6-1980). «Non deve essere giudicata tanto per ciò che nella legge rimarrebbe, ma per ciò che riesce a togliere» (Avvenire, 18-7-1980). «Non conta quello che resta in piedi della legge […], ma quello che […] si riesce a buttar giù» (Avvenire, 22-7-1980).

L’asserzione deve essere rovesciata, e il sofisma deve essere respinto.

Le iniziative referendarie, infatti, devono essere giudicate anzitutto e soprattutto non per ciò che tolgono, ma per ciò che lasciano e propriamente pongono in vigore, e in genere – anche nel caso di abrogazione totale di una legge – per ciò che all’abrogazione consegue, e viene a innovare l’ordinamento giuridico nel suo complesso. Ciò è soprattutto evidente nel caso di abrogazione parziale di una legge.

Così, l’iniziativa referendaria dei radicali deve anzitutto e soprattutto essere giudicata per la nuova legge 194, enormemente peggiore dell’attuale legge 194, che verrebbe posta in vigore da una loro vittoria referendaria. Analogamente, le due iniziative del MpV devono essere giudicate anzitutto e soprattutto per le due nuove leggi – una «massimale», l’altra «minimale» – che verrebbero poste in vigore da una vittoria dei due quesiti, di cui sono l’esito e il termine.

4. Un esame particolareggiato del significato giuridico dell’istituto referendario (così come è previsto dalla Costituzione italiana e disciplinato dalla legge 25 maggio 1970, n. 352), è estraneo agli scopi dell’attuale relazione, ed è rigore superfluo, essendo sufficiente accertare ciò che dall’una o dall’altra proposta di intervento referendario è causato, per consentire una valutazione morale della liceità di causare deliberatamente l’uno o l’altro esito.

È dunque sufficiente osservare che, con l’istituto del referendum abrogativo, la volontà popolare viene eccezionalmente a esprimersi direttamente e immediatamente (superando, cioè, l’ordinaria mediazione parlamentare), pur con le rilevanti limitazioni: a. di non poter intervenire in materia costituzionalmente esclusa; b. di doversi valere della tecnica abrogativa, applicata a leggi vigenti.

Con l’applicazione di un determinato quesito parzialmente abrogativo a una determinata legge, viene ricavata una nuova legge, le cui norme, anche se la loro materialità è parzialmente riconoscibile nella legge da cui sono tratte, sono nuove e mutate per la loro nuova formalità di espressione diretta e immediata della volontà popolare posta come sovrana, che le causa.

Solo la tecnica dell’intervento referendario è dunque abrogativa e, per così dire, negativa. Ma il termine di tale intervento e, insieme, il suo esito giuridico, sono positivi: è ciò che con l’intervento abrogativo è positivamente causato. A causare le nuove leggi e le nuove norme generate dalla vittoria di un determinato quesito referendario è intervenuta l’immediata espressione della volontà popolare, così che esse a tale nuovo titolo sono propriamente poste in essere e positivamente introdotte nell’ordinamento.

5. Ma anche prescindendo, come si è detto, da una lettura specificamente giuridica del significato dell’istituto referendario, ciò che è certamente evidente è che con la tecnica abrogativa si pone in essere e si causa un risultato determinato e nuovo, che deve essere valutato nel suo contenuto morale. E se ciò che viene posto in essere è immorale, esso non può essere deliberatamente causato, ma deve, anzi, essere respinto.

Ora, nel caso delle due iniziative referendarie del MpV, si chiede ai cattolici italiani di intervenire a causare direttamente e a porre in essere due nuove leggi – ricavate, con la tecnica abrogativa referendaria, dall’attuale 194 – recanti norme che introducono: a. la legalizzazione dell’omicidio-aborto «terapeutico»; b. l’estensione anche ai minorenni della somministrazione, a spese pubbliche, di mezzi contraccettivi.

Si chiede cioè ai cattolici di intervenire essi stessi e direttamente a causare il male specifico costituito dalla legalizzazione, promozione, tutela e finanziamento di determinati e gravissimi mali, e di assumerne la responsabilità: aggiungendo e sostituendo – nelle nuove leggi poste in essere – la propria volontà a quella delle forze parlamentari che mali analoghi avevano legalizzato con l’attuale legge 194, con il pretesto secondo cui in tale modo i cattolici toglierebbero ad altri la possibilità di fare e di legalizzare mali anche maggiori.

Ma ciò si manifesta come moralmente illecito: non è lecito fare il male perché ne vengano beni: non è lecito uccidere, o far uccidere, o legalizzare l’uccisione di dieci persone innocenti, con il pretesto secondo cui i dieci omicidi da noi compiuti o legalizzati consentirebbero di impedire che qualcuno, più malizioso di noi, uccida o faccia uccidere o legalizzi l’uccisione di venti persone innocenti.

Non è lecito intervenire a porre in essere, ratificare e fare propria una legge che legalizza l’omicidio, ne dispone il finanziamento pubblico, ne organizza l’esecuzione negli enti ospedalieri, da delitto lo fa diventare diritto: ma è ciò che fa – tra l’altro – la legge «minimale» che il MpV chiede ai cattolici di causare e di porre in vigore votando a favore della sua proposta «minimale».

Non è lecito legalizzare la corruzione e la sua estensione «anche ai minori», disporne il finanziamento pubblico, organizzarne la diffusione capillare «nelle strutture sanitarie e nei consultori», porla sotto la protezione dello Stato: ma è ciò che fa – tra alcune cose buone che tuttavia non possono legittimare quelle malvagie – la legge «massimale» che il MpV chiede ai cattolici di porre in vigore votando a favore della sua proposta «massimale».

Tale è, infatti, il contenuto delle due iniziative del MpV, che meritano dunque a questo titolo di essere attentamente valutate.

B. La proposta «massimale» del MpV

Con la proposta «massimale» del MpV si chiede alle popolazioni cattoliche, da un lato, la cosa ovvia, buona e necessaria (come già la chiedevano le precedenti proposte referendarie del CRIV, di Alleanza Cattolica e Alleanza Per la Vita, delle cui iniziative, specialmente di quelle di Alleanza Cattolica e Alleanza Per la Vita, il MpV ripete sostanzialmente l’impianto, per tutto ciò che vi è, nella sua «massimale», di moralmente accettabile) costituita dall’introduzione di una norma che faccia divieto di aborto, ricavandola, con tecnica abrogativa, dall’art. 19 della attuale legge 194.

Ma, insieme, e diversamente dalle richieste del CRIV, di Alleanza Cattolica e di Alleanza Per la Vita, si chiede ai cattolici di confermare essi stessi e direttamente, e di causare la vittoria referendaria di norme che introducono:

1. Estensione anche ai minorenni della somministrazione di mezzi contraccettivi

Tale estensione è disposta dall’art. 2, comma 3, perché sia attuata «nei consultori» e «nelle strutture sanitarie» (quelle esistenti, e quelle – ancora più labili e più capillarmente adatte a propagare corruzione sotto pretesto di educazione sessuale o di socializzazione di un «diritto alla procreazione responsabile» – che potranno essere istituite).

Ora, i mezzi contraccettivi non solo non rappresentano un’alternativa all’aborto, ma, anzi la loro liberalizzazione e la loro diffusione sono sempre le premesse, psicologiche e morali, della diffusione dell’aborto.

Deve inoltre essere osservato che la dizione estremamente equivoca della legge, che fumosamente parla di somministrazione «dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile», consente di estendere anche ai minorenni la somministrazione pubblica non solo di contraccettivi in senso proprio, ma anche di quei diversi mezzi e tecniche che sono impropriamente e falsamente riuniti – nella comune pratica di tanti consultori e nel linguaggio usuale – sotto il nome di contraccettivi, ma che in realtà sono veri e propri abortivi precoci (nessuno ignora che mezzi quali le cosiddette «pillole del giorno dopo», o i diversi tipi di spirale, o la cosiddetta «estrazione mestruale» propagandata a questo scopo, non sono mezzi contraccettivi, ma mezzi abortivi in senso proprio).

Ecco il testo della norma della legge «massimale», che è il termine della proposta «massimale» del MpV.

Art. 2, comma 3:

«La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori».

Con tale norma, inoltre, si fa chiaro il significato di quell’inciso dell’art. 1 in cui è detto che lo Stato «garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile»: diritto che è dunque da intendersi – alla luce della norma citata – almeno come diritto alla somministrazione di contraccettivi e abortivi precoci (ed è per questo che nelle proposte referendarie del CRIV, di Alleanza Cattolica e Alleanza Per la Vita tale inciso viene giustamente soppresso).

Appare infine chiaramente la coerenza delle ragioni per cui il direttivo del MpV, che ha tenacemente rifiutato di sopprimere il comma citato, ha anche rifiutato di sopprimere l’inciso di cui è questione: perché sopravvivesse, in sede di formulazione dei principi (all’art. 1), ciò che poi veniva specificato in sede di concreta prescrizione (all’art. 2, comma 3: dove è manifesto che la «procreazione responsabile» a cui sono ordinati mezzi contraccettivi e abortivi precoci non è certamente quella di cui parlano i documenti della Chiesa).

2. Finanziamento pubblico per tale estensione

Oltre a tale estensione (che diventa un compito ulteriore dei consultori), i cattolici, con la soluzione «massimale» del MpV, sono invitati ad assicurare la vittoria referendaria anche della norma che ne decreta il finanziamento pubblico:

Art. 3, comma 1:

«Anche per l’adempimento dei compiti ulteriori assegnati dalla presente legge ai consultori familiari, il fondo di cui all’art. 5 della legge 29 luglio 1975, n. 405, è aumentato con uno stanziamento di L. 50.000.000.000 annui, da ripartirsi fra le regioni in base agli stessi criteri stabiliti dal suddetto articolo».

Dunque, 50 miliardi annui che, invece di essere riservati unicamente a proteggere la vita e ad aiutare le madri e le famiglie in difficoltà, verrebbero utilizzati anche a tale scopo, ma anche sperperati in contraccettivi.

Tali sono i dati e le norme incontestabili della nuova legge «massimale» – vera e propria soluzione contraccettista – che i cattolici dovrebbero fare propria, causandone la vittoria,

È da notare che la proposta «massimale» del MpV, per confessione degli stessi promotori, «indica l’obiettivo ultimo dell’azione del Movimento» (Il sabato, 5-7-1980, p. 6). «In questo primo referendum, ovviamente, il Movimento si riconosce integralmente» (Avvenire, 18-7-1980).

Non si vede, dunque, come la Gerarchia possa impegnarsi, anche solo indirettamente, a favore di norme come queste, o anche unicamente avallarle con un silenzio ambiguo; norme che sarebbe stato semplicissimo, oltre che doveroso, espungere (come al direttivo del MpV da molte parti era stato insistentemente e vanamente chiesto di fare) per non introdurre, in una proposta referendaria che poteva attendersi la vittoria solo dal voto dei cattolici, tale scandalosa e immorale estensione.

Non si vede, inoltre, come la Gerarchia possa esimersi dall’esprimere la propria condanna per tali norme, o possa nascondere ai fedeli la loro natura e la loro incondizionata inaccettabilità morale. Sembra infatti inammissibile che la Gerarchia italiana possa tacere, e lasciare che, anche grazie a tale silenzio, i fedeli possano essere tratti in inganno e possano essere indotti a presumere, per tali norme, un consenso della Gerarchia italiana e un favore dell’episcopato italiano, che sarebbe scandaloso ipotizzare.

Ma appare già da ora come evidentemente scandaloso che taluni redattori del quotidiano ufficiosamente cattolico Avvenire accreditino la soluzione «massimale», che ha il proprio termine in tali norme, con giudizi così espressi: «Il referendum più rigoroso o “massimale” lascia in piedi […] quegli articoli che riconoscono […] i consultori nelle loro funzioni positive» (Avvenire, 29-6-1980). La soluzione «massimale» «lascia in piedi nella legge 194 solo gli articoli che si riferiscono a quanto di positivo hanno i consultori familiari […]. Questo referendum è quello proposto in via prioritaria dal Movimento che […] è doverosamente sensibile alle aspettative dei cattolici, che si riconoscono pienamente nella proposta» (Avvenire, 6-7-1980). Il «massimale» opera «lasciando nella legge solo le poche disposizioni a favore della maternità» (Avvenire, 2-8-1980). Dei due referendum, «Il primo, quello così detto “massimale” perché punta al massimo risultato», interviene «mantenendo in piedi quelle poche parti della legge n. 194 che possono essere utilizzate come aiuto e sostegno della donna in difficoltà: […] gli aspetti positivi dei consultori, il finanziamento dei consultori stessi» (Avvenire, 3-8-1980).

La proposta «massimale» del MpV, dunque, per le norme immorali di cui chiede ai cattolici di causare la vittoria referendaria, appare come moralmente inaccettabile, così che il cristiano non possa né sottoscriverla, né votare a suo favore, né omettere di levare la sua voce per dissipare ogni equivoco ed ogni inganno, per fare luce su ciò che è realmente in gioco, per indicare la giusta e retta soluzione a cui, da parte cattolica, è ancora possibile volgersi.

C. La proposta «minimale» del MpV

Ancora più evidentemente inaccettabile è la proposta «minimale» del MpV, con cui si chiede ai cattolici di causare essi stessi e direttamente la vittoria di norme che – oltre alle particolari «funzioni positive» dei consultori, di cui si è già detto – introducono:

1. la legalizzazione dell’omicidio-aborto larghissimamente terapeutico per tutti i 9 mesi della gravidanza;

2. l’organizzazione e il finanziamento di Stato per l’esecuzione degli omicidi-aborto;

3. l’obbligo, per gli enti ospedalieri, di eseguire «in ogni caso» gli omicidi-aborto richiesti.

Tali sono infatti le norme (che riproduciamo) contenute nella nuova legge «minimale».

1. Legalizzazione dell’omicidio-aborto larghissimamente terapeutico per tutti i 9 mesi della gravidanza

a. Si osservi che tale legalizzazione sarebbe motivata non solo dal pericolo «per la vita», ma anche solo dal pericolo «per la salute» della madre.

Di tale «grave pericolo per la salute fisica» della madre, d’altra parte, sappiamo ciò che non è e non deve essere, ma ci è ignoto ciò che è e può essere. Intatti, la lettera b dell’art. 6, che ne introduce l’enunciato, ha un grave limite nella lettera a dello stesso articolo, dove si indica ciò che tale «grave pericolo per la salute fisica» non può essere.

Esso non può e non deve identificarsi, dunque, in un grave pericolo per la salute tale da sfociare o da poter sfociare in un pericolo «per la vita» della donna, perché quest’ultimo è già autonomamente previsto nella lettera a.

Né possiamo definire il «grave pericolo per la salute» ricavandolo dal concetto di «salute», che non è definito. Se infatti si pensa che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come «pieno benessere fisico e psichico», il «grave pericolo per la salute fisica» dovrebbe essere indicato come «grave pericolo per il pieno benessere fisico», in cui agevolmente potrà farsi rientrare il «grave pericolo per il pieno benessere psichico», potendosi sempre almeno ipotizzare la somatizzazione di un grave malessere psichico.

b. Si osservi, inoltre, che la proposta «minimale» del MpV – dovendo, secondo la logica adottata, sopprimere la determinazione del tempo successivo al terzo mese della gravidanza – determina inevitabilmente una norma per cui la legalizzazione dell’omicidio-aborto è prevista, senza alcuna indicazione di limiti di tempo, per tutto il periodo dei nove mesi di gravidanza.

In sintesi, sarebbero questa volta non i parlamentari abortisti, ma i cattolici stessi a introdurre, ricavandola dall’attuale 194, una nuova normativa che dispone una larghissima legalizzazione dell’omicidio-aborto con l’ipocrisia dell’indicazione terapeutica.

c. Si osservi, inoltre, che, benché sia cancellato il riferimento indiretto dell’omicidio-aborto eugenetico, è noto che già oggi, con la legge attuale, esso viene praticato non in quanto tale, ma con la medesima ipocrisia di motivazioni terapeutiche e con il pretesto di una indiretta minaccia «per la salute fisica o psichica» della madre. Stante la radicale ambiguità, come si è visto, del concetto di «pericolo per la salute fisica», anche con la nuova legge «minimale» del MpV l’omicidio-aborto eugenetico potrà dunque continuare a essere, con la medesima ipocrisia, pacificamente praticato.

d. A questo si aggiunga l’irrisorietà dei controlli burocratici destinati a garantire che la sussistenza delle latissime indicazioni terapeutiche sia almeno plausibilmente asseribile: sarà nella pratica lo stesso medico abortista a rilasciare a sé stesso l’autorizzazione a uccidere, certificando, con giudizio praticamente insindacabile, la sussistenza di motivi adeguati per l’omicidio.

Ecco il testo delle norme:

Art. 6:

«L’interruzione volontaria della gravidanza può essere praticata:

«a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;

«b) quando siano accertati processi patologici che determinino un grave pericolo per la salute fisica della donna».

Art. 7, commi 1 e 2:

«I processi patologici che configurano i casi previsti dall’articolo precedente vengono accertati da un medico del servizio ostetrico-ginecologico dell’ente ospedaliero in cui deve praticarsi l’intervento, che ne certifica l’esistenza. Il medico può avvalersi della collaborazione di specialisti. Il medico è tenuto a fornire la documentazione sul caso e a comunicare la sua certificazione al direttore sanitario dell’ospedale per l’intervento da praticarsi immediatamente.

«Qualora l’interruzione della gravidanza si renda necessaria per imminente pericolo per la vita della donna, l’intervento può essere praticato anche senza lo svolgimento delle procedure previste dal comma precedente e al di fuori delle sedi […]. In questi casi, il medico è tenuto a darne comunicazione al medico provinciale».

Art. 11, comma 1:

«L’ente ospedaliero, la casa di cura o il poliambulatorio nei quali l’intervento è stato effettuato sono tenuti ad inviare al medico provinciale competente per territorio una dichiarazione con la quale il medico che lo ha eseguito dà notizia dell’intervento stesso e della documentazione sulla base del quale è avvenuto, senza fare menzione dell’identità della donna».

2. Organizzazione, assistenza e finanziamento di Stato per l’esecuzione degli omicidi-aborto 

a. Sarebbe ancora il voto diretto dei cattolici a causare il vigore giuridico della nuova legge recante norme che, inoltre, introducono il finanziamento pubblico e l’assistenza sanitaria pubblica (o la garanzia e il controllo pubblico per tale assistenza) per l’esecuzione degli omicidi-aborto:

Art. 10, commi 1 e 3:

«L’accertamento, l’intervento, la cura e l’eventuale degenza relativi alla interruzione della gravidanza nelle circostanze previste dagli artt. […] 6, ed attuati nelle istituzioni sanitarie […], rientrano fra le prestazioni ospedaliere trasferite alle regioni dalla legge 17 agosto 1974, n. 386.

Le prestazioni sanitarie e farmaceutiche non previste dai precedenti commi e gli accertamenti effettuati secondo quanto previsto […] dal primo comma dell’art. 7 da medici dipendenti pubblici o che esercitino la loro attività nell’ambito di strutture pubbliche o convenzionate dalla regione, sono a carico degli enti mutualistici, sino a che non sarà istituito il servizio sanitario nazionale».

b. A tutto ciò deve essere aggiunta una ulteriore e grave considerazione, relativa alle sedi in cui saranno eseguiti gli omicidi-aborto legalizzati, assistiti e finanziati pubblicamente. 

L’indicazione di tali sedi, nelle diverse norme della nuova legge «minimale», è molteplice: vi si parla degli accertamenti da effettuarsi da parte di un medico del servizio ostetrico-ginecologico «dell’ente ospedaliero in cui deve praticarsi l’intervento», e della certificazione da comunicarsi al direttore sanitario «dell’ospedale per l’intervento da praticarsi immediatamente» (art. 7, comma 1).

D’altro lato, è disciplinata l’esenzione da tali procedure per il personale che sollevi obiezioni di coscienza e sia «dipendente dall’ospedale o dalla casa di cura» (art. 9, comma 1).

Vi si parla, inoltre, dell’espletamento delle procedure e dell’effettuazione degli omicidi-aborto presso «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate» (art. 9, comma 4), e, ancora, degli accertamenti effettuati da medici dipendenti pubblici o che esercitino la loro attività «nell’ambito di strutture pubbliche o convenzionate con la regione» (art. 10, comma 3).

Sono infine indicati «l’ente ospedaliero, la casa di cura o il poliambulatorio nei quali l’intervento è stato effettuato» (art. 11, comma 1).

A questo riguardo devono essere rilevati almeno la grave imperfezione tecnico-giuridica del quesito «minimale» del MpV e almeno il grave scoordinamento per cui, mentre, da un lato, viene soppresso l’art. 8 dell’attuale legge 194, in cui tali sedi sono rispettivamente indicate, ma con il limite, per le case di cura e i poliambulatori, di poter effettuare gli omicidi-aborto solo entro i primi tre mesi della gravidanza, dall’altro lato, nella nuova legge «minimale» del MpV, vengono lasciate presenti le diverse specificazioni citate, relative alle sedi in cui gli omicidi-aborto vengono eseguiti: enti ospedalieri, ospedali, case di cura autorizzate, strutture pubbliche o convenzionate con la regione, poliambulatori.

Tale grave imperfezione potrebbe consentire di invocare le dizioni citate come indicative delle sedi in cui realmente potranno e dovranno essere eseguiti gli omicidi-aborto.

Se tale interpretazione potesse prevalere (si tenga conto delle crescenti pressioni esercitate dalle forze abortiste perché il servizio pubblico di omicidio-aborto sia capillarmente decentrato e socializzato presso «strutture» via via più labili e praticamente sottratte a ogni controllo, o, che è lo stesso, affidate al controllo di personale unicamente abortista), si avrebbe come esito che la nuova legge porrebbe in essere l’estensione del campo d’azione delle case di cura private, che potrebbero anch’esse eseguire omicidi-aborto lungo tutti i nove mesi della gravidanza: per la soppressione del comma 3 dell’art. 8 della legge attuale, dove il loro campo d’azione è limitato ai primi tre mesi della gravidanza.

c. Analogamente, la soppressione dei primi due commi dell’art. 8 potrebbe essere utilizzata per ricavarne l’estensione, a tutti i nove mesi della gravidanza, della facoltà di certificazione della sussistenza di motivi adeguati per l’omicidio-aborto anche da parte di medici in servizio presso case di cura private, mentre invece, nell’attuale 194, è disposto che, oltre i primi tre mesi della gravidanza, tale sussistenza sia certificata da un medico in servizio presso istituti ospedalieri pubblici.

d. Sulla base di tale possibile lettura della nuova legge «minimale» del MpV, si pensi anche soltanto alla terribile arma propagandistica che verrebbe posta nelle mani degli avversari: essi certo non esiterebbero a indicare i cattolici come coloro che intendono dilatare, più ancora di quanto non sia oggi, il campo d’azione e di speculazione dell’industria privata dell’omicidio-aborto.

Infatti, verrebbe meno, in pratica, ogni reale controllo anche solamente burocratico, e sarebbe aperta la strada al sorgere di cliniche specializzate che potrebbero praticare – eventualmente dietro versamento di congrui sovrapprezzi – l’aborto indiscriminato in qualunque mese della gravidanza.

Verrebbe inoltre a favorirsi un minorato controllo anche ai fini della tutela della vita umana quando sussistessero possibilità di vita autonoma del nascituro (art. 7, comma 3): è infatti evidente che, in tale caso, la vita del bambino sarebbe maggiormente tutelata in un istituto pubblico che non in una clinica privata, certo più sensibile a sollecitazioni finanziarie.

e. In sintesi, si potrebbe dunque dire che, con la nuova legge «minimale» del MpV, la normativa oggi vigente in materia di omicidio-aborto oltre il novantesimo giorno viene estesa a tutto il periodo della gravidanza, sopprimendo peraltro i limiti ora previsti per le case di cura autorizzate, così che vi sarebbe evidente motivo di temere che si aggravi l’attacco contro la vita dei bambini che hanno superato il terzo mese della gravidanza.

3. Obbligo, per gli enti ospedalieri, di eseguire «in ogni caso» gli omicidi-aborto richiesti

a. Causata dalla «vittoria» del voto cattolico, la nuova legge «minimale» del MpV decreta, per «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate», l’obbligo di assicurare «in ogni caso» (quali che siano i mesi di gravidanza e la labilità delle indicazioni «certificate» da un medico abortista, e anche se tutto il personale dell’ente fosse composto di obiettori di coscienza) l’esecuzione degli omicidi-aborto che saranno richiesti.

Dell’ottemperanza a tale obbligo, la nuova legge costituirebbe, anch’essa, quale controllore e garante la regione. 

Anche per tale infame obbligo sfugge totalmente il pretesto, sia pure minimo, con cui il direttivo del MpV potrebbe giustificare la propria scelta di volere che fosse contenuto nella sua nuova legge «minimale».

Ecco il testo della norma:

Art. 9, comma 4:

«Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’art. 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli […] 7 […]. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale».

b. Anche in questo caso, sono da aggiungere gravi considerazioni sulla possibilità – a causa almeno della grave imperfezione tecnico-giuridica e dello scoordinamento del quesito del MpV – di invocare la lettera anche di tali norme per interpretare l’obbligo di esecuzione degli omicidi-aborto come esteso a tutti indistintamente gli enti che esercitano attività ospedaliera, pubblici e non pubblici. 

Sono note, oltretutto, le gravi pressioni esercitate dalle forze abortiste perché anche le cliniche e gli enti cattolici che esercitano attività ospedaliera siano già oggi obbligati a eseguire gli omicidi-aborto.

Ora, con la soppressione delle norme – contenute nell’art. 8 – in qualche modo garantistiche per gli enti non pubblici, tra cui quelli retti da organismi cattolici, perché non fossero costretti alla pratica dell’omicidio-aborto, il comma 4 dell’art. 9 della nuova legge «minimale» potrebbe essere utilizzato per considerare tale obbligo come esteso anche agli enti cattolici.

c. Tali sono i dati oggettivi e incontestabili della soluzione «minimale» del MpV – vera e propria soluzione abortista – proposta al voto e al favore dei cattolici.

Se tale favore si desse, sarebbero non più la volontà e il voto delle forze parlamentari abortiste, ma direttamente la volontà e il voto dei cattolici a sostenere il vigore giuridico e a causare la vittoria di una legge le cui norme, in sintesi, introducono, oltre alla somministrazione sovvenzionata di contraccettivi ai minorenni, l’omicidio-aborto libero, gratuito, assistito.

Non si vede, nuovamente, come la Gerarchia e il mondo cattolico italiani possano accettare di essere associati, anche solo indirettamente, a tale proposta, o anche unicamente accettare di avallarla con un ambiguo silenzio. 

Non si vede, anzi, come la Gerarchia possa esimersi dall’esprimere la propria condanna anche e almeno per tale soluzione, o come possa consentire che se ne nasconda ai fedeli l’incondizionata inaccettabilità morale, o che i fedeli non siano messi in guardia nei confronti della pericolosissima trappola che essa rappresenta.

Anche e soprattutto in relazione a questa seconda proposta del MpV, non può non essere giudicato come scandaloso che taluni collaboratori del quotidiano ufficiosamente cattolico Avvenire indichino ai cattolici l’adesione anche a tale proposta come opzione libera, lecita, opportuna e raccomandabile; e difendano l’aggiunta di questa seconda opzione «minimale» come prova di senso di responsabilità e di realismo, e come frutto di larghezza di vedute, di sensibilità democratica, di spirito pluralistico.

Secondo tali collaboratori di Avvenire, infatti, la soluzione «minimale» è «motivata […] dalla considerazione realistica della mentalità corrente. […] Il referendum meno rigoroso o «minimale» ha […] un’impostazione, se così si può dire, di maggior larghezza di vedute, o, nel senso attribuito comunemente al termine, più “laica”» (Avvenire, 29-6-1980).

Le due proposte del MpV «mirano ad abrogare della 194 le parti peggiori con un tipo di proposta accettabile da persone […] di qualsiasi fede politica e religiosa» (Avvenire, 1-7-19 80).

Secondo il quotidiano ufficiosamente cattolico, le differenze fra le due proposte del MpV e le proposte di chi, come il CRIV (e come Alleanza Cattolica e Alleanza Per la Vita), esclude ogni ipotesi di legalizzazione dell’aborto e di somministrazione di contraccettivi ai minorenni, sono diversità più di «metodologia» che di «sostanza»: il criterio su cui si fondano tali proposte (per es. quella del CRIV) diverse da quelle del MpV «è solo quello rigoroso della morale cattolica e difatti esclude ogni possibile allargamento dell’area dei consensi al mondo laico. Per esempio non vi è alcuna possibilità di far sopravvivere l’aborto terapeutico secondo lo spirito della sentenza del ‘75 della Corte Costituzionale e si esclude totalmente la somministrazione di contraccettivi nei consultori anche ai fini della “procreazione responsabile”. Si tratta di impostazioni entrambe lecite e diversificate più nella metodologia che nella sostanza, rispondenti a criteri differenti di opportunità e, in definitiva, di pluralismo» (Avvenire, 1-7-1980).

Alla soluzione «massimale», quella «minimale» è aggiunta «a ulteriore garanzia di pluralismo» e per una «realistica» considerazione: «siccome la seconda proposta può ricevere il consenso anche dei cittadini perplessi sul divieto completo di aborto, si è ritenuto di tenere aperta anche questa strada. Ciò conferma il senso di responsabilità del Movimento» (Avvenire, 6-7-1980).

Ci si chiede a che titolo sia consentito al quotidiano ufficiosamente cattolico Avvenire di accreditare in tali termini l’adesione e il voto favorevole a una proposta che prevede l’amplissima legalizzazione dell’omicidio-aborto, il suo finanziamento pubblico, l’obbligo di eseguirlo.

Anche e soprattutto la proposta abortista «minimale» del MpV, dunque, per le norme immorali di cui chiede ai cattolici di causare la vittoria referendaria, appare come moralmente inaccettabile, così che il cristiano non possa né sottoscriverla, né votare a suo favore, né omettere di levare la sua voce per dissipare equivoci e inganni e per impedire il male e il danno incalcolabili che ne verrebbero al mondo cattolico e alla causa dell’autentica difesa della vita.

D. Sofismi e pretesti

A difesa delle due inaccettabili proposte – e soprattutto a difesa dell’aggiunta della proposta «minimale» a quella «massimale» – vengono avanzati sofismi e pretesti. 

A quelli più frequentemente ripetuti, non è inopportuno riservare qualche cenno.

1. Una eventuale futura sentenza della Corte Costituzionale

La soluzione «minimale» sarebbe stata affiancata a quella «massimale» perché capace di impedire che una eventuale futura sentenza della Corte Costituzionale, vanificando e annullando il divieto di aborto introdotto con la soluzione «massimale», privi i cattolici della vittoria lasciandoli senza nulla.

Nell’eventualità di tale sentenza, la presenza della soluzione «minimale» – che è conforme alla sentenza 27/75 della Corte Costituzionale, e che dunque non potrebbe essere dichiarata incostituzionale né essere vanificata o annullata – consentirebbe ai cattolici di ottenere almeno una «vittoria subordinata»: la «minimale» interverrebbe a sostituire la «massimale» vanificata o annullata dalla Corte Costituzionale.

La soluzione «minimale» rappresenterebbe dunque una vantaggiosa precauzione e una opportuna difesa contro l’eventualità di tale sentenza (cfr. Avvenire, 18 e 22-7-1980; 3-8-1980).

Si risponde:

a. Anzitutto. Una nuova e ingiusta sentenza della Corte Costituzionale, che ripeta l’ingiustizia della sua sentenza 27/75, può non intervenire; e verosimilmente non interverrebbe a pronunciarsi in senso contrario a quello espresso da una netta vittoria referendaria univocamente antiabortista.

b. Inoltre. Se tale sentenza intervenisse, interverrebbe verosimilmente dopo anni, consentendo dunque, intanto e fino ad allora, di salvare dall’assassinio legalizzato tutti coloro che una legge abortista – come anche la legge abortista «minimale» del MpV – permetterebbe di continuare ogni anno a uccidere.

c. Inoltre. Nel caso di vittoria del quesito «massimale» e di conseguente entrata in vigore della legge «massimale», se la Corte Costituzionale intervenisse su tale legge vigente a pronunciare sentenza di incostituzionalità dell’una o dell’altra delle sue norme, non vi sarebbe comunque nessuna possibilità, per la Corte, di passare quindi a prendere in esame – per pronunciarvi sentenza – il testo di una non-legge, per esempio, il testo dell’ipotetica «minimale» (che, nella particolare ipotesi prospettata dal MpV, non giungerebbe a essere l’effettiva vincitrice, e dunque, propriamente, non sorgerebbe mai come legge), o qualsiasi altro testo di non-legge; e, soprattutto, nessuna possibilità di valersi di tale testo qualsiasi di non-legge per sostituirlo a una legge, o a una norma, dichiarate in qualche loro parte incostituzionali.

La Corte infatti esprime il suo giudizio e pronuncia la sua sentenza su leggi e norme vigenti, per valutarne la conformità o la difformità del testo costituzionale.

Non alla «minimale», dunque, spetterebbe colmare il vuoto causato da un’eventuale futura sentenza di incostituzionalità, ma al legislatore ordinario, il parlamento, cui il problema verrebbe restituito.

d. Inoltre. L’aver affiancato alla «massimale» la «minimale», non solo non precostituisce una possibilità di «vittoria subordinata», ma anzi, indicando ciò a cui i promotori del referendum sarebbero già ora disposti a rassegnarsi, ottiene unicamente di indebolire la soluzione «massimale» di fronte alla Corte Costituzionale, e di snervare ogni capacità di pressione sulla Corte a difesa di una soluzione coerentemente antiabortista.

Senza dubbio, infatti, la Corte Costituzionale esiterebbe a dichiarare incostituzionale una legge sostenuta e causata – come si è detto – da una vittoriosa, compatta e inequivocabile volontà popolare antiabortista.

Ma certo esiterebbe molto meno di fronte a «vincitori» che hanno già prima indicato la sconfitta subordinata a cui sono pronti.

Posta tra le pressioni aggressive e settarie delle forze abortiste e le timide velleità di pressione di abortisti «minimali», la Corte Costituzionale non potrebbe, verosimilmente, che disporsi a confermare o anche ad aggravare l’ingiustizia della sua precedente sentenza.

La soluzione «minimale», dunque, non solo non difende da tale sentenza, ma chiama tale sentenza.

e. Inoltre. Non si vede quale vantaggio rechi la soluzione «minimale» che, contemplando una larghissima legalizzazione dell’omicidio-aborto, chiede ai cattolici di organizzare ora e direttamente il danno e il male che si afferma di temere come organizzati da altri in futuro.

La soluzione «minimale» non verrebbe se non ad anticipare oggi – proponendo e raccomandando che si voti a favore del quesito che la genera, e ottenendo forse di farla riuscire, cosa che non si può escludere, come sola vincitrice – una legge ingiusta, modellata su una sentenza che si afferma di respingere, adducendo a motivo il timore che tale sentenza intervenga domani.

Tale soluzione, dunque, non solo non protegge da un male, ma lo chiede e lo compie. 

f. Infine. Vale anzitutto una considerazione di ordine morale.

La sentenza 27/75 della Corte Costituzionale è gravissimamente ingiusta e immorale.

Ora, una legge che ne ripeta in sé stessa l’ingiustizia e l’immoralità, non può essere lecitamente né voluta né causata.

Ma con la proposta «minimale» del MpV è esattamente questo che si chiede ai cattolici: di volere e di causare la vittoria referendaria di una legge che ripete in sé stessa e aggrava l’ingiustizia e l’immoralità di tale sentenza.

2. Pressioni sulla Corte Costituzionale perché accolga le eccezioni di incostituzionalità sollevate contro l’attuale legge abortista

Secondo i promotori, la soluzione «minimale», a motivo delle sue migliori possibilità di successo, avrebbe ragione di essere più temuta dagli avversari come vincitrice.

In quanto antagonista più temuta, essa è la più adatta a esercitare pressioni sulla Corte Costituzionale perché renda una sentenza accettabile in relazione alle eccezioni di incostituzionalità sollevate contro l’attuale legge 194.

Si risponde:

Deve essere affermato, al contrario, che l’aver avanzato la proposta «minimale» snerva gravissimamente le pressioni esercitate sulla Corte Costituzionale dalle eccezioni di incostituzionalità sollevate contro l’attuale 194.

Da un lato, infatti, la legge «minimale» del MpV (così come la genera il quesito «minimale»), aggrava l’ingiustizia della sentenza 27/75 della Corte Costituzionale (aggiungendo più larghe indicazioni terapeutiche, assistenza e finanziamento pubblici, obbligo di esecuzione per gli omicidi-aborto: elementi che certamente non sono ricavabili da tale sentenza).

Dall’altro, e conseguentemente, contro la «minimale» potrebbero essere sollevate eccezioni di incostituzionalità non meno rilevanti di quelle che sono sollevate contro l’attuale 194 e non diverse.

Anzi è anche contro la legge «minimale» del MpV che potrebbe essere invocato un intervento della Corte Costituzionale, per ridurne l’iniquità almeno entro i limiti della precedente sentenza della Corte. Non si vede dunque a quale pressione moralizzatrice sarebbe sottoposta la Corte dalla «minimale» del MpV. Non si vede, in altre parole, perché la Corte Costituzionale dovrebbe accogliere più eccezioni di incostituzionalità di quante non si siano dimostrati disposti ad accoglierne i cattolici.

3. Maggiori possibilità di successo

La scelta di affiancare alla «massimale» anche una soluzione «minimale» è giustificata dai promotori anche per le maggiori possibilità di successo che essa avrebbe, e anche a tale titolo essa è difesa: il realismo la imporrebbe (cfr. Avvenire, 1, 6, 18-7-1980 e 3-8-1980).

Si risponde:

a. Anzitutto. L’affermazione delle maggiori possibilità di successo della soluzione «minimale», fatta dai promotori, si manifesta essere non tanto una constatazione di fatto, quanto piuttosto un esito: esito a cui sembrano essere oggettivamente ordinate – prescindendo ovviamente dal problema dei fini soggettivi e della buona fede dei promotori – l’azione e la propaganda dei promotori stessi.

Non una constatazione, si è detto: sfuggono infatti gli elementi che potrebbero fondarla, in contrasto con la reattività antiabortista dovunque e ancora largamente constatabile presso le popolazioni cattoliche.

In ogni caso, gli elementi che la fonderebbero, messi avanti nebulosamente dai promotori (sondaggi Doxa, indagini di istituti demoscopici, rilevazioni diverse, ecc.), non sono mai stati documentati da quegli stessi che con la loro esibizione potrebbero mettere a tacere chi dubita di tale supposta constatazione di fatto.

D’altra parte, il MpV accredita tra i cattolici tale «maggiore possibilità di successo» di una soluzione abortista «minimale» e chiede ai cattolici di votare anche a favore di tale soluzione. Da un lato, dunque, una propaganda «descrittiva» che accredita la forza di una soluzione abortista «minimale», dall’altro una propaganda di voto che conferisce realmente forza a tale soluzione.

L’esito di tale azione e di tale propaganda è prevedibile: mentre si chiede a tutti di votare almeno a favore della soluzione abortista «minimale» e si chiede ai cattolici di votare anche a favore della stessa, si ottiene di determinare la forza che si dichiarava di «descrivere» soltanto, e di accrescere i consensi la cui prevalenza si dichiarava di «constatare».

L’abortismo «moderato» della soluzione «minimale» avrà, così, sempre maggiori possibilità di successo; e sempre meglio esse potranno essere «constatate» e «descritte»: accreditate, raccomandate, rafforzate, determinate.

Si può dunque affermare: a. anche se tali maggiori possibilità di successo non fossero già date, esse sarebbero certamente determinate da una propaganda descrittiva e di voto, quale quella svolta finora dal MpV; b. se poi fossero date, esse verrebbero certamente rafforzate da tale propaganda.

In sintesi: le possibilità di successo della soluzione abortista «minimale» sono e saranno tanto maggiori quanto maggiore è e sarà il successo, tra i cattolici, dell’azione e della propaganda del MpV.

b. Infine. Vale soprattutto una considerazione di ordine morale. Anche se tali maggiori possibilità fossero schiaccianti e indipendenti da ogni apporto cattolico, deve essere osservato che il successo non è criterio di liceità. Nessuna «considerazione realistica» può rendere moralmente lecita la scelta di causare deliberatamente un male, anche se esso avesse le maggiori possibilità di successo.

4. La legalizzazione dell’aborto «soltanto» terapeutico ridurrebbe comunque gli omicidi-aborto a una percentuale minima di quelli oggi praticati e salverebbe innumerevoli vite

Tale affermazione viene talvolta espressa con sconcertante «concretezza» sia nella sua forma positiva (le vite salvate), sia nella sua forma negativa (gli omicidi-aborto ridotti).

Nella sua forma positiva: «È statisticamente dimostrato che ove prevalesse questo secondo referendum verrebbe salvato il 98 per cento dei bambini minacciati, giacché nei trascorsi due anni solo il 2 per cento degli aborti è stato praticato con queste motivazioni» (Avvenire, 22-7-1980).

Nella sua forma negativa: la soluzione dell’aborto «soltanto» terapeutico «ove riuscisse, magari con l’aiuto di “laici” di buona volontà, potrebbe almeno ridurre (secondo gli ultimi dati […]) gli aborti legali del numero di 200.000 a meno di 1000 l’anno» (Avvenire, 22-7-1980).

Si risponde:

a. Anzitutto. Il sofisma trae la sua parvenza di verità solo dall’esistenza, nell’attuale legge 194, di indicazioni e pretesti a cui è molto più semplice ricorrere, per motivare l’omicidio-aborto: «circostanze per le quali la gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito» (art. 4).

Con la nuova legge abortista «minimale» che verrebbe posta in essere dalla vittoria della proposta «minimale» del MpV, legge che consente larghissime indicazioni terapeutiche, cesserebbero non gli omicidi-aborto non terapeutici, ma unicamente, cesserebbero di essere invocati i pretesti non terapeutici.

L’omicidio-aborto, dovunque, passa attraverso le indicazioni che gli vengono aperte, come mostra l’esperienza di ogni paese abortista. Con una soluzione abortista terapeutica ogni tipo di aborto passerà attraverso indicazioni terapeutiche: «per la già sperimentata e del resto prevedibile facilità, ed uso un eufemismo, con cui i medici abortisti sono e saranno pronti in ogni circostanza a dichiarare che la gravidanza minaccia la salute della donna. […] la norma non ha praticamente limiti» (Avvenire, 9-2-1980).

Dunque, né riduzione degli omicidi-aborto «dal numero di 200.000 a meno di 1000», né salvezza dall’omicidio- aborto per «il 98 per cento dei bambini minacciati»; ma unicamente questo: il «2 per cento» e i «meno di 1000» bambini oggi uccisi con motivazioni terapeutiche continuerebbero ad essere uccisi con le medesime motivazioni, insieme agli altri 199.000: per i quali verrà addotta una motivazione terapeutica da sostituire alle motivazioni addotte oggi. 

b. Infine. Deve essere osservato che l’insistenza con cui il MpV diffonde una così falsa opinione circa la restrittività e i benefici di una soluzione abortista «soltanto» terapeutica, costituisce un ulteriore elemento oggettivamente ordinato a menomare la reattività dei cattolici nei confronti di una (e di ogni) legge abortista, e ad attenuare il vigore della loro difesa dell’inviolabilità del diritto alla vita.

E. Prospettive di danno, di scandalo, di divisione, di sconfitta

Alle considerazioni svolte, devono essere aggiunte quelle relative ai prevedibili esiti di scandalo, di danno, di divisione, di demoralizzazione e di sconfitta, dei quali è sufficiente una sommaria indicazione.

1. Grave compromissione, per anni, della possibilità di una autentica battaglia per la difesa della vita e per il risanamento morale

Per anni e anni, sarà di difficoltà estrema combattere contro una legge abortista «minimale» causata da una vittoria referendaria cattolica, e contro una prassi contraccettista sostenuta da una legalizzazione «massimale» estesa ai minorenni da un voto dei cattolici.

2. Danno incalcolabile inferto alla battaglia per la vita negli altri paesi d’Europa e del mondo

A chi in altri paesi combatte per la difesa della vita, verrà opposto ciò che in Italia, sede del Pontificato, è stato accettato dai cattolici: aborto larghissimamente terapeutico e contraccettivi ai minorenni.

3. Lo scandalo di un mondo cattolico associato a iniziative moralmente inaccettabili

Allo scandalo del dover constatare un’adesione, anche solo indiretta, a proposte inaccettabili, si aggiungeranno i dubbi inquietanti sulla permanenza di una dottrina macroscopicamente contraddetta nei fatti; e ad ogni premessa di disorientamento e di dubbio seguiranno esiti di demoralizzazione, di debolezza, di frantumazione e di sconfitta del campo cattolico.

Invece dell’attesa e giusta ricomposizione cattolica intorno alla verità e al bene, si aprirà dunque la strada solo a una ricomposizione fittizia, inquinata e sterile, che vedrà i cattolici non uniti nella giustizia, ma complici nel sovvertirla.

F. Impossibilità dì cooperare alla vittoria di due soluzioni moralmente inaccettabili

Con la vittoria referendaria dell’una o dell’altra delle due soluzioni proposte dal direttivo del MpV, sarebbero le norme palesemente e gravemente immorali contenute nelle due correlative nuove leggi ad esprimere «lo spirito, l’intenzione […] del legislatore: il popolo che ha votato l’abrogazione» (Avvenire, 10-8-1980).

Nel nostro caso: lo spirito e l’intenzione dei cattolici che avranno votato a favore delle due soluzioni abrogative, «massimale» e «minimale», del MpV.

Ma se è quale è stata descritta la natura delle norme di cui è chiesto ai cattolici di causare la vittoria, appare chiaro che non è possibile né oggi sottoscrivere né domani votare a favore delle iniziative da cui tali norme sono generate; nella certezza che non sia mai lecito causare deliberatamente il male.

Nella certezza, inoltre, che, se anche ormai non vi fossero più alternative oltre a quelle di compiere il male o di patire una sconfitta, sia preferibile per il mondo cattolico scegliere di patire una sconfitta, piuttosto che farsi complice di male.

Ci si risolleva più facilmente da una sconfitta che non da un tradimento.

III. Un itinerario di soluzione

Ma vi è ancora la possibilità di volgersi a una alternativa retta e di intraprendere un itinerario di soluzione che permetta al mondo cattolico – benché sia sempre più breve il tempo che ancora resta per farlo – di uscire dal vicolo cieco in cui oggi si dibatte e di disporsi a una battaglia referendaria coerente e moralmente indiscutibile, tale che – rimosso ogni motivo di disorientamento, di divisione e di scandalo – possa finalmente cooperarvi il mondo cattolico in concorde unità.

Tale itinerario di soluzione, ordinato a fronteggiare la minaccia del referendum radicale e – anche indipendentemente da essa – a contendere il diritto di esistere a una legge che pretende di autorizzare l’omicidio, non può che prevedere l’abbandono delle due iniziative inaccettabili, e l’utilizzazione del breve tempo che ancora rimane per l’adozione, da parte cattolica, di un solo quesito referendario, moralmente indiscutibile e tale che a suo sostegno possa mobilitarsi l’unità delle forze cattoliche.

Tutto ciò è ancora possibile, a condizione che chi ancora può lo voglia. Poche settimane ci separano dal momento in cui anche il breve tempo che ancora rimane dovrà dirsi veramente trascorso. Ma pochi giorni bastano a fare ciò che è necessario.

È a tale scopo che viene insistentemente rinnovata la richiesta di un tempestivo e autorevole intervento episcopale, che sciolga il silenzio sui gravi problemi morali che oggi dividono il mondo cattolico; che rimuova le cause di disorientamento e di scandalo; che determini e indichi una retta soluzione di quesito unitario moralmente indiscutibile; che impegni l’insieme delle forze ufficialmente e ufficiosamente cattoliche nello sforzo massimo e nell’azione intensa che la brevità del tempo ancora disponibile impone.

1. Il breve tempo necessario vi è ancora

È stato spesso ripetuto che un mese di opera intensa e concorde del campo cattolico sarebbe largamente sufficiente a raccogliere ben più delle 500 mila firme necessarie.

Tale mese vi è ancora: è il mese di settembre.

E se il mese di agosto è stato ed è largamente inutilizzabile – come si è detto – per una consistente raccolta di firme, quanto ne resta è certamente utilizzabile per collocarvi: 

a. da un lato, la valutazione, la determinazione e l’indicazione, da parte dell’episcopato, della soluzione di un quesito moralmente indiscutibile da sostituirsi ai due che si manifestano come inaccettabili; gli adempimenti diversi, necessari a far sorgere l’alternativa retta: deposito del quesito, stampa dei fogli di raccolta, loro vidimazione, loro distribuzione e consegna alle singole diocesi (essi possono ancora, senza scandalo, o limitando per quanto è possibile lo scandalo, essere sostituiti ai fogli di raccolta che in luoghi diversi sono stati diffusi);

b. dall’altro, la prosecuzione, fino alla sua completezza, dell’allestimento organizzativo, che in nulla verrebbe compromesso o ostacolato dall’intervenuta adozione dell’alternativa retta che sarebbe prescelta;

c. infine, la mobilitazione piena e reale, da parte dell’episcopato (mobilitazione non necessariamente clamorosa), delle associazioni e dei gruppi cattolici e dell’insieme delle forze cattoliche.

Dal momento in cui intervenisse la determinazione e l’indicazione del quesito fino al momento in cui i nuovi fogli di raccolta giungerebbero nelle singole diocesi, non più di pochi giorni potrebbero essere trascorsi: il tempo, dunque, per consentire di utilizzare, a partire dagli ultimissimi giorni di agosto, i 30 giorni in cui ben più delle 500 mila firme necessarie potranno essere raccolte (e non si dica che mancano i giorni, ad esempio, per la stampa dei fogli di raccolta, a un mondo cattolico il cui quotidiano ufficioso si stampa ogni giorno in poche ore).

Il tempo è certamente breve; e ciò che oggi è ancora possibile disporre solo con grande difficoltà, con difficoltà indubbiamente minore avrebbe potuto essere disposto in precedenza, e solo con difficoltà estrema potrebbe essere disposto quando, dopo una prima, anche una seconda decade del mese di agosto fosse trascorsa vanamente e vanamente si lasciassero via via trascorrere l’uno dopo l’altro i giorni della terza. Ma solo al termine del mese attuale dovrà dirsi che ogni alternativa alla sconfitta o alla complicità è stata irreparabilmente lasciata cadere.

Fino ad allora, vi sarà ancora tempo.

2. Un quesito moralmente indiscutibile

La valutazione, la determinazione e l’indicazione di un quesito unitario moralmente ineccepibile è ancora possibile: un quesito che, utilizzando quanto di accettabile è contenuto in quelli finora depositato dal CRIV, da Alleanza Cattolica e Alleanza Per la Vita e dal MpV (e nello stesso tempo espungendo ciò che di moralmente inaccettabile è riconosciuto presente nelle due iniziative del MpV), consenta al mondo cattolico di contrapporre alle gravi difficoltà esterne almeno le migliori condizioni di compattezza interna, e ottenga che la doverosa battaglia possa essere condotta alla luce di principi chiari e di una scelta netta.

A. Un contributo per un quesito unitario

Quale contributo a tale scopo, esponenti dei gruppi cattolici già promotori delle precedenti e separate iniziative referendarie antiabortiste (CRIV, Alleanza Cattolica, Alleanza Per la Vita, organismi provinciali del MpV che si sono dissociati dalla due iniziative del direttivo del MpV), insieme a esponenti di gruppi cattolici diversi, specialmente sensibili al problema della difesa della vita pur non essendo costituiti a tale scopo, sono giunti, valendosi dei rispettivi esperti giuridici, alla redazione di una proposta unitaria di quesito referendario, completata il 31 luglio 1980 e sottoposta – come già si è detto – ad autorevoli esponenti dell’episcopato e del mondo cattolico dal giorno 1 agosto 1980.

Di tale redazione si indica qui la versione speculare e simmetrica: indicando la nuova legge che dalla vittoria di tale quesito sarebbe generata e posta in vigore.

Come anche a un primo sguardo può notarsi, ogni elemento criticabile è stato, per quanto la tecnica abrogativa lo consente, cancellato dal testo dell’attuale legge, traendo ragioni, a questo scopo, dai testi predisposti e dai suggerimenti avanzati da ognuno dei gruppi che hanno contribuito allo studio e alla redazione di tale proposta di quesito unitario.

Sono state cancellate le norme relative alla somministrazione di mezzi contraccettivi ai minorenni e quelle che presumevano di autorizzare l’omicidio-aborto. Sono state lasciate in vigore le norme in qualche modo ordinate – pur lacunosamente – al sostegno, all’aiuto e alla tutela della famiglia e della maternità; i finanziamenti, disposti all’art. 3, vengono dunque a essere riservati unicamente a tale compito. Sono infine lasciate in vigore, tra le norme penali, quelle che consentono di riaffermare il carattere criminoso dell’omicidio-aborto, così che esso ritorna a essere sempre e in ogni caso un reato, sia pure insufficientemente penalizzato. La soluzione che in taluni dei punti controversi è stata raggiunta (in relazione, per esempio, all’art. 19) sembra essere tra le migliori consentite dalla tecnica abrogativa imposta dall’istituto referendario: recependo le giuste critiche sollevate circa l’irrisorietà di una pena pecuniaria per la donna che ricorre all’omicidio-aborto, e insieme tenendo fermo il criterio di una previsione specifica di pena, per la determinazione di quest’ultima è stato fatto intervenire non il comma 2 dell’art. 19 dell’attuale legge, ma il suo comma 4, che prescrive una pena non più pecuniaria, ma detentiva (sia pure tenuissima).

A tale proposta di quesito unitario, vanno moltiplicandosi le adesioni di esponenti di gruppi cattolici e di singole personalità del mondo culturale e professionale cattolico delle diverse regioni italiane.

B. La legge risultante dal quesito unitario proposto

Legge 22 maggio 1978, n. 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Art. 1

Lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

Art. 2

I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405 assistono la donna in stato di gravidanza: 

a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali. concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;

b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;

c) attuando direttamente o proponendo all’ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);

d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.

I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.

Art. 3

Per l’adempimento dei compiti ulteriori assegnati dalla presente legge ai consultori familiari, il fondo di cui all’articolo 5 della legge 29 luglio 1975, n. 405, è aumentato con uno stanziamento di L. 50.000.000.000 annui, da ripartirsi fra le regioni in base agli stessi criteri stabiliti dal suddetto articolo.

Alla copertura dell’onere di lire 50 miliardi relativo all’esercizio finanziario 1978 si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto nel capitolo 9001 dello stato di previsione della spesa del Ministero del tesoro per il medesimo esercizio. Il Ministero del tesoro è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le necessarie variazioni di bilancio.

Art. 10

Sono a carico della regione tutte le spese per eventuali accertamenti, cure o degenze necessari per il compimento della gravidanza nonché per il parto, riguardanti le donne che non hanno diritto all’assistenza mutualistica.

Le prestazioni sanitarie e farmaceutiche non previste dai precedenti commi sono a carico degli enti mutualistici, sino a che non sarà istituito il servizio sanitario nazionale.

Art. 17

Chiunque cagiona ad una donna per colpa l’interruzione della gravidanza è punito con la reclusione da tre mesi a due anni.

Chiunque cagiona ad una donna per colpa un parto prematuro è punito con la pena prevista dal comma precedente, diminuita fino alla metà.

Nei casi previsti dai commi precedenti, se il fatto è commesso con la violazione delle norme poste a tutela del lavoro la pena è aumentata.

Art. 18

Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia ovvero carpito con l’inganno.

La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna.

Detta pena è diminuita fino alla metà se da tali lesioni deriva l’acceleramento del parto.

Se dai fatti previsti dal primo e dal secondo comma deriva la morte della donna si applica la reclusione da otto a sedici anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da sei a dodici anni; se la lesione personale è grave quest’ultima pena è diminuita. 

Le pene stabilite dai commi precedenti sono aumentate se la donna è minore degli anni diciotto.

Art. 19

Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza è punito con la reclusione sino a tre anni.

La donna è punita con la reclusione fino a sei mesi. 

Quando l’interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o interdetta, chi la cagiona è punito con le pene aumentate fino alla metà.

Se dai fatti previsti dai commi precedenti deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre a sette anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a cinque anni; se la lesione personale è grave quest’ultima pena è diminuita.

Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna derivano dai fatti previsti dal quinto comma [ora terzo comma].

Art. 22

Il titolo X del libro II del codice penale è abrogato.

Sono altresì abrogati il n. 3) del primo comma e il n. 5) del secondo comma dell’art. 583 del codice penale.

3. Una concorde mobilitazione delle forze cattoliche

Una mobilitazione concorde, piena ed efficace delle forze cattoliche è possibile.

E se oggi ad ostacolarla è ancora presente una duplicità di proposte che si manifestano quali fattori di disimpegno, di disorientamento e di divisioni, può invece intervenire, a favorirla, una iniziativa referendaria coerente con i principi naturali e cristiani dell’etica e del diritto.

Come contributo in vista della determinazione quanto più possibile pronta di tale iniziativa, la proposta di quesito unitario fatta propria anche da Alleanza Per la Vita è offerta alle associazioni cattoliche.

4. L’indispensabile intervento dell’episcopato

Ma è anzitutto e soprattutto all’episcopato italiano che sembra doveroso e necessario sottoporre ognuna delle considerazioni finora svolte.

Il disorientamento e le divisioni del campo cattolico non possono essere sanati e rimossi se non da un intervento autorevole e risolutore dell’episcopato. Solo l’episcopato può trarre la cristianità italiana dal vicolo cieco in cui è imprigionata, risparmiarle il danno e lo scandalo che la minacciano, impegnarla in una doverosa e coerente battaglia a difesa della vita.

Non ci sembra ingiusto che – di fronte a un così grave stato di cose e a così gravi problemi di ordine morale che toccano i fondamenti stessi dei diritti naturali dei singoli, delle famiglie e della nazione – i fedeli si attendano che i pastori autorevolmente giudichino, parlino, operino. Infatti, «la Conferenza Episcopale deve procedere in modo sempre più organico e sicuro all’assunzione delle proprie responsabilità»; «i Vescovi sono una rappresentanza legittima e qualificata del popolo italiano, sono una forza sociale, che ha una responsabilità nella vita dell’intera nazione. […] i Vescovi devono rendersi presenti, a tutti i livelli, nel contesto della vita italiana, essere effettivamente gli animatori attivi e coscienti delle forze che rappresentano, formarne il centro di coesione, il vessillo di identità, il punto di riferimento» e la Chiesa, nei suoi vescovi, «non può esimersi, di fronte ai fedeli e a tutta la società, dall’esprimere, quand’è necessario, la propria valutazione su problemi di natura etica, che incidono sul senso della vita personale e comunitaria» (S.S. Giovanni Paolo II, Discorso alla XVII assemblea generale dei vescovi italiani, del 29-5-1980).

All’episcopato italiano si volge dunque l’attesa.

Un itinerario di soluzione può ancora essere percorso. Il mondo cattolico può ancora esservi avviato. Il tempo vanamente trascorso può ancora essere riscattato. Ma è ormai soltanto all’episcopato italiano la risposta, il giudizio autorevole, la sollecita decisione.

Anche e soprattutto ai vescovi italiani è dunque offerta, quale contributo in vista di una soluzione che è ancora per breve tempo possibile, la proposta di un quesito unitario e appropriato.

Nessun desiderio di protagonismo ci muove. Desideriamo unicamente contribuire tra le altre forze cattoliche alla battaglia doverosa per la difesa della vita dei fratelli.

Se invece, malauguratamente, anche il breve tempo che ancora resta sarà lasciato trascorrere sterilmente, e le estreme possibilità di volgersi a una alternativa retta verranno lasciate cadere, le considerazioni svolte non potranno che rimanere a fondare, da un lato, l’impossibilità di cooperare alla vittoria di due soluzioni moralmente inaccettabili, e, dall’altra, a consentirci di respingere da noi la responsabilità di non avere fatto fino all’ultimo – dopo averlo fatto tanto a lungo – ciò che era in nostro potere e dovere: chiedere, opportune et importune, che i soli che ancora potessero riunire e porre in essere le condizioni per la buona battaglia, i pastori, volessero riunirle e porre almeno in extremis le premesse di una giusta vittoria del campo cattolico là dove erano state predisposte, finora, tante premesse di danno, di disorientamento, di scandalo, di sconfitta.

Il Consiglio Direttivo di ALLEANZA PER LA VITA

Roma, 10 agosto 1980

 

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