La resistenza cristiana libanese, una lotta senza complessi per la libertà e la sicurezza di una nazione cristiana in Oriente

Alleanza Cattolica 28 anni fa
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Cristianità n. 92 (1982)

 

Erano le 14.45 di martedì 14 settembre 1982, festa della Esaltazione della Croce. Il presidente eletto Bashir Gemayel si trovava a Deir el-Salib per assistere alla cerimonia organizzata ogni anno, in quello stesso giorno, dalla direzione del convento. Nelle prime file del pubblico vi erano Sua Eccellenza mons. Carlo Furno, nunzio apostolico in Libano, e Sua Eccellenza mons. Paul Bassim O.C.D., nonché un certo numero di altri vescovi. Per le religiose del convento la cerimonia aveva un significato particolare, perché l’invitato principale era un giovane uomo che avevano avuto occasione di conoscere in diversi periodi della sua vita, ma che ora si trovava in mezzo a loro in veste di presidente della Repubblica libanese. Nessuno sapeva, né poteva immaginare, che quel giorno sarebbe stato il più triste della storia moderna del Libano. Nessuno pensava che il discorso di Deir el-Salib sarebbe stato il testamento di quello che la nazione libanese si era da poco dato come presidente e che era giù, agli occhi del mondo intero, il salvatore di un paese che, da otto anni, non aveva cessato di pagare per tutte le colpe del pianeta. Offrendo ai suoi lettori brani di quel discorso – comparsi sul bollettino edito a Parigi dalla Alliance libanaise-France, La lettre du Liban (nuova serie, n. 23, 1-11-1982), con il titolo «Résister a tous les occupants» -, Cristianità è consapevole della straordinaria importanza che riveste il non ignorare, il non vendere e il non rinnegare una testimonianza di cristiano coraggio secondo una modalità che, in questo crepuscolo del secolo XX, trova sempre più scarsa comprensione e ancora più scarsa pratica. La traduzione e il titolo sono redazionali.

 

Il discorso-testamento del presidente Bashir Gemayel

La resistenza cristiana libanese, una lotta senza complessi per la libertà e la sicurezza di una nazione cristiana in Oriente

 

Quando mia sorella ha deciso di entrare in convento, voleva andare non so dove, molto lontano. La sola condizione posta allora da mio padre e da mia madre per accordare la loro benedizione alla decisione che mia sorella aveva preso era che ella si mettesse al servizio di un istituto maronita in Libano.

Ed è ciò che è avvenuto. Da quel momento, nuove relazioni si sono instaurate tra la nostra famiglia e l’istituto di padre Yaacoub.

Oggi vediamo questa atmosfera calorosa, e abbiamo visto nel corso della crisi ciò di cui le religiose fossero capaci. 

Venivamo qui per la strada di sotto, alla cucina, a prendere decine di migliaia di sandwich, ogni giorno, e i combattenti chiedevano quali sandwich fossero di Deir el-Salib per mangiarli per primi.

Ringraziamo l’istituto di padre Yaacoub, ringraziamo la Madre superiora che ha fondato con padre Yaacoub questo ordine religioso, la ringrazio della sua presenza oggi malgrado i suoi impegni e le sue preoccupazioni. Ringrazio anche la Madre generale della sua presenza in mezzo a noi e dell’invito che mi è stato rivolto per oggi. Ringrazio Saydett el-Bir (1) e la direzione di Saydett el-Bir e la équipe di Saydett el-Bir, che sanno bene quante decisioni, quante ore di lavoro, di riflessione e di meditazione abbiamo passato da loro.

Se me lo permettete, vorrei anche ringraziare le religiose del laboratorio di cucito per le bandiere e gli stendardi che ci hanno confezionato ormai tanto tempo fa. Tutte cose con cui vi abbiamo disturbato, tutte cose che risalgono al tempo in cui eravamo ancora piccoli gruppi in campo, e in cui ciò sembrava ancora forse una cosa infantile. Ma in effetti tutto ciò apriva, tracciava, solcava e pianificava la via nella quale ci troviamo oggi. Queste piccole bandiere, confezionate nel laboratorio di cucito, erano proprio gli stendardi per i quali sono morti da martiri giovani libanesi e giovani cristiani, perché pervenissimo oggi a questa situazione: noi, in quanto cristiani in Libano, a nome di tutti i cristiani di Oriente, possiamo dire: «Il Libano non è un focolare nazionale cristiano, ma è una patria per i cristiani, per quanti, oltre a noi, lo vogliano, ma, sicuramente, è una patria per noi».

Dobbiamo proteggerla, per poter ricostruire le nostre chiese quando e come lo vorremo. Yasser Arafat ha trasformato la chiesa di Damour in un garage: lo perdoniamo e ricostruiremo la chiesa di Damour. Forse, se fossimo stati in Egitto o in Siria, non avremmo avuto il diritto di farlo.

Vogliamo essere sempre presenti in questo Oriente, affinché le campane delle nostre chiese suonino quando lo vorremo, per le gioie o per i dolori. Vogliamo battezzare come ci pare. Vogliamo praticare le nostre tradizioni e i nostri riti, la nostra fede e le nostre convinzioni come ci pare e piace […]. Testimonieremo il nostro cristianesimo in Libano, testimonieremo il nostro cristianesimo in Oriente, testimonieremo il nostro cristianesimo nel mondo, in un’epoca in cui questo mondo ha di cristiano soltanto il nome o qualche simbolo […].

Siamo noi, oggi, a testimoniare per tutti i cristiani del mondo, come i primi cristiani, ai tempi di Roma, che morivano per rendere testimonianza alla religione e alla fede cristiana.

È certo che sono il presidente di tutto il Libano. È certo che sono responsabile di ogni libanese vivente sul suolo di questa patria e dei libanesi che si trovano all’estero. Sono responsabile delle istituzioni dello Stato e del paese. Le istituzioni del paese sono libanesi. Esse non sono né cristiane né musulmane. Ma non dobbiamo dimenticare che io, all’età di 34 anni, esco dalle file della Resistenza libanese, che, a un certo punto, è stata una resistenza esclusivamente cristiana, che è stata una resistenza cristiana per otto anni, e che è riuscita oggi a diventare una resistenza autenticamente libanese.

Oggi si chiede a ciascun libanese di resistere a ogni straniero, di resistere a ogni occupante, di resistere a ogni aggressore, che cerchi, da vicino o da lontano, di falsificare gli aspetti della civiltà, del patrimonio, delle convinzioni sulla terra libanese.

Infatti, il Libano, per essere autenticamente quale lo vogliamo, deve necessariamente restare la patria della libertà e della civiltà […]. In quanto parte cristiana di questo Oriente, abbiamo un paese nel quale possiamo vivere a testa alta, senza che nessuno ci venga a ordinare di «cedere il passo» come al tempo dei turchi, quando ci dicevano «cedete il passo» perché eravamo cristiani, e senza che nessuno ci obblighi a mettere un qualsiasi segno sul corpo o sui nostri abiti perché gli altri sappiano che siamo cristiani.

Ormai ci rifiutiamo di vivere nello stato di dhimmi (2). Non vogliamo più vivere sotto la protezione di nessuno. I nostri martiri ci hanno difeso. I nostri martiri hanno difeso la nostra causa, i nostri martiri hanno difeso la nostra libertà e la nostra presenza in questo Oriente.

Dopo otto anni in cui il mondo intero ci ha rinnegato, in cui il mondo intero ci ha venduto, in cui il mondo intero ci ha ignorato, quando siamo stati vittoriosi tutti sono diventati nostri amici, tutti hanno cercato di riavvicinarsi a noi. Per l’avvenire dobbiamo collaborare con tutti senza complessi di sorta. Nessuno è più intelligente di noi. Nessuno è più coraggioso di noi e nessuno ha difeso il suo paese più di quanto noi abbiamo difeso il nostro […]. Non abbiamo nessun complesso verso nessuno al mondo, né di qua né di là. Non abbiamo nessuna lezione di civiltà, di morale o di cultura da ricevere da nessuno. Siamo fieri di quello che possediamo, siamo fieri delle nostre tradizioni, siamo fieri di tutto il nostro patrimonio.

Auguro a tutti, al libanese autentico e onesto che si è abituato dal 1943 a oggi a essere complessato da tutto ciò che vi è attorno a lui, che è complessato rispetto al suo ambiente, a ciò che lo circonda, che è complessato rispetto ai suoi amici stranieri, il mio augurio, dunque, le mie direttive, la mia azione e la linea nella quale ormai operiamo: che gli altri comincino a vedere ciò che vogliamo, e non che continuiamo a vedere ciò che vogliono gli altri. Siamo un popolo che è stato minacciato e che ha resistito. Siamo un popolo che è stato minacciato nella sua esistenza stessa ancora più che nella sua libertà. Cinquemila nostri giovani sono morti perché il Libano rimanga libero e conservi la testa alta. Spero che il morale, la dignità, la libertà che ci sono state date nel corso di questi otto anni non andranno perdute; che lo Stato libanese potrà continuare su questa via; che l’esercito libanese potrà continuare con noi questo cammino.

Tutte le istituzioni dello Stato possono farlo. La mia aspirazione è che da oggi, in quanto libanese, non abbiamo mai più complessi verso nessuno, e che non abbiamo mai paura di dire la verità a chiunque.

Oggi, solo la verità ci salverà. Solo la verità ci permetterà di continuare e di vivere a testa alta. Il mondo non si è curato di noi perché noi non ci siamo curati del mondo per quarant’anni. II mondo, da parte sua, ci ha mentito, perchè abbiamo mentito al mondo per quarant’anni. Il mondo ci ha trascurati perchè noi stessi ci siamo considerati da poco. Oggi, dopo l’esperienza che abbiamo vissuto, è ora che questo cambi.

Su 27 deputati maroniti del paese, 27 deputati maroniti sono venuti a votare per me. Non uno è stato forzato, non uno è stato «comprato», non uno che sia venuto a votare se non per intima convinzione. Malgrado tutto il boicottaggio che vi è stato, malgrado tutti i problemi che abbiamo dovuto affrontare prima delle elezioni, malgrado tutte le manovre di intimidazione, malgrado tutte le promesse elettorali contrarie, abbiamo mantenuto la nostra scommessa perchè era il risultato inesorabile di otto anni di lotta. E chi ha vinto la sua scommessa durante una battaglia di otto anni, non può perdere all’ultimo minuto, quando viene il tempo di raccoglierne i frutti. Questo ci mostra fino a che punto possiamo avere la meglio, quando ci comportiamo come si deve, da cristiani e soprattutto da maroniti […].

L’esperienza che abbiamo fatto in questi ultimi otto anni, quando gli obici si abbattevano sulle nostre teste, quando non potevamo restare al sicuro nelle nostre case, quando i nostri bambini erano a ogni istante esposti alpeggio, quando tutto il paese era esposto a ogni sorta di pericoli, quando tutti quelli che oggi ci appoggiano si lavavano le mani del sangue del giusto che noi eravamo quando attraversammo le peggiori difficoltà, restammo malgrado tutto ciò in piedi, a testa alta, mantenemmo il sorriso sulle labbra, conservammo una grande speranza nel cuore.

Quando abbiamo preso la decisione di intraprendere questa operazione politica, cioè le elezioni, ci si è sembrato necessario vincerla.

Perché non possiamo più sopportare, come presidente della Repubblica, un debole o uno che non ha la fede, o uno che non si sia mai inginocchiato almeno una volta sulla tomba di un martire.

Come abbiamo vinto le nostre battaglie militari, stiamo oggi per vincere le nostre battaglie politiche. Allo stesso modo, come abbiamo fatto la nostra resistenza, dobbiamo riconquistare tutto il Libano, tutti i suoi 10.452 km². Riconquisteremo tutto questo paese. Questo paese deve essere di tutti i suoi figli, con tutte le confessioni, fedi e sentimenti mescolati. Ma, essenzialmente, questo paese deve essere per la società cristiana di Oriente un rifugio sicuro e tranquillo, poiché non siamo assolutamente disposti a emigrare negli Stati Uniti o in Europa. Non siamo assolutamente disposti a «cedere il passo» né a metterci in ginocchio, né a perdere. Vogliamo vivere qui, a testa alta. Di questo è oggi responsabile lo Stato libanese.

Esso deve soccorrere il popolo, assumere in proprio le istituzioni private, civili e paramilitari: queste ultime sono spuntate come funghi nel corso degli otto anni di guerra. Ma si tratta di una situazione che non è normale, e lo Stato deve oggi difendere la pace e la sicurezza di ogni cittadino libanese.

Siamo cittadini libanesi. Siamo una parte essenziale dei cittadini libanesi. Abbiamo la nostra sicurezza e la nostra libertà in quanto esseri umani, ma abbiamo anche la nostra sicurezza e la nostra libertà in quanto società. Lo Stato libanese e il presidente della Repubblica libanese devono assicurare questa sicurezza e questa libertà, tanto al cittadino che ai gruppi sociali che si trovano in questo paese […].

Sul piano internazionale spero che in avvenire ci sarà una maggiore comprensione politica per il significato della lotta che abbiamo condotto, per il significato della resistenza che abbiamo condotto. Che la realtà della nostra lotta sia stimata nel suo giusto valore, che nelle istanze e istituzioni internazionali vi sia una maggiore comprensione della lotta che conducono i cristiani nel Libano.

Non abbiamo aggredito nessuno. Non abbiamo attaccato nessuno. Yasser Arafat ci ha sfidati a Beirut, e non noi lo abbiamo sfidato in Palestina. Sono i siriani che ci hanno sfidati a Beirut, e non noi ad averli sfidati a Damasco. Ancora oggi ci sfidano nel nord e nella Beqaa. Non siamo noi a sfidarli a casa loro. Bisogna che tutto il mondo cominci a capire. Il Libano non è mai stato l’aggressore. Il Libano è sempre stato aggredito. Ogni volta che siamo stati aggrediti ci siamo difesi. Non credo che Cristo abbia insegnato una cosa diversa: quando qualcuno cerca di liquidarci, o di aggredirci o di cancellarci dall’esistenza, Cristo stesso ci ha chiesto di morire per la causa ed è ciò che è stato fatto in Libano. Spero che questo tutti lo capiscano all’estero.

Non vogliamo più gente che ci faccia della morale e della filosofia, che cerchi di darci danaro e di indicarci quello che avrebbe dovuto essere fatto o no, e come avrebbe o non avrebbe dovuto essere fatto. Noi soli abbiamo saputo ciò che bisognava fare, perché se non avessimo fatto ciò che abbiamo fatto, non saremmo più qui ora, non ci sarebbero più religiose qui oggi, né croce, né sacerdoti.

 

Note:

(1) Il convento di Saydett el-Bir, che significa Madonna del Pozzo, è oggi abitato da una comunità maronita dell’ordine della Croce, al quale appartiene anche Arze, la sorella di cui Bashir Gemayel parla nel suo discorso (ndr).

(2) Parola araba che designa il non musulmano suddito dello Stato islamico: situazione di cittadini senza diritti e male sopportati da parte dei musulmani al potere (ndr).

 

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