La resistenza in Afghanistan dall’interno

Pierre Faillant de Villemarest 39 anni fa
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«Hadi» e Pierre de Villemarest, Cristianità n. 72 (1981)

 

Un popolo in armi contro il comunismo

La resistenza in Afghanistan dall’interno

 

La guerra d’invasione russa in Afghanistan conosce, dall’estate del 1980, una nuova, cruenta fase. La sempre più evidente mancanza di appoggio del popolo afgano agli invasori spinge i sovietici all’uso di tecniche di guerra più disumane. La guerra chimica come mezzo privilegiato per stroncare la resistenza popolare anticomunista. L’urgente necessità di moderni armamenti e, soprattutto, di istruttori militari che meglio organizzino la reazione popolare, anche ovviando alla frammentazione della resistenza che, – purtroppo non priva di rivalità di uomini e di tendenze -, si presta particolarmente ai tentativi d’infiltrazione da parte dell’avversario e alle strumentalizzazioni delle forze politiche occidentali.

Certe fotografie parlano da sole. Eccone alcune prese appena prima della caduta della neve, che, in Afghanistan, è così improvvisa che, da un quarto d’ora all’altro, in inverno, si passa dalla roccia e dalla terra secca a uno spessore ovattato di qualche decina di centimetri. Ecco uomini, armi, veicoli da ricognizione sovietici, distrutti tra la fine dell’estate e l’inverno in corso. Si tratta di fotografie che il nostro amico «Hadi» ha potuto scattare perché non era né un mercenario, né un giornalista in cerca soltanto del sensazionale, ma uno straniero adottato da afgani che vive in ambiente afgano, condividendo preoccupazioni, vittorie, disfatte, angosce di una resistenza che non è sempre ciò che se ne dice in Europa o in America.

L’apprendistato dei resistenti moderni

Le forze sovietico-afgane contano da una parte circa 100 mila sovietici, incluse le forze aeree e aerotrasportate che hanno basi principalmente in quattro centri; dall’altra i 20 mila uomini che restano del vecchio esercito afgano, il 70% dei cui effettivi ha disertato; infine, i funzionari, dai 50 mila agli 80 mila, dei quali una buona metà finirà per cadere, al momento opportuno, dalla parte dei resistenti. In altre parole, su circa 16 milioni di abitanti – dei quali 1 milione e 200 mila rifugiati all’estero -, l’URSS non ha assolutamente amici. Tutt’al più ha dei mercenari. Ma ha mezzi materiali che compensano l’assenza di base popolare. E così la guerra condotta in questo paese dall’estate 1980 non ha più nulla a che vedere con quanto è stata tra il momento della invasione armata massiccia, nel dicembre 1979, e il giugno o il luglio 1980.

Elicotteri più maneggevoli, come gli MI-24, hanno sostituito i pesanti elicotteri dell’inizio. I caccia bombardieri appoggiano le operazioni di rastrellamento. I «fieri cavalieri», di cui parlava in altri tempi Joseph Kessel, imparano che una guerra di resistenza moderna non ha più niente in comune con le cariche eroiche. Faticano a trattenersi dal gridare Al Akhbar quando si gettano su un convoglio, sul percorso dell’immenso anello stradale che circonda l’Afghanistan interno, con rare vie trasversali, verso Kabul oppure verso le frontiere dell’URSS, dell’Iran, del Pakistan, e soltanto delle piste affrontabili cinque mesi all’anno nel Wakhan, definitivamente annesso dall’URSS dall’estate 1980, ai confini con la Cina. Come vespe, aerei ed elicotteri sovietici sorvolano e colpiscono improvvisamente, isolati o a gruppi, in questa o in quella valle, frazioni e villaggi. Le loro bombe ad alette e i loro razzi fanno volare talora al suolo, come altrettanti coltelli, queste piccole lame. Altri esplosivi somigliano a granito e si incendiano al momento della esplosione. Non vi sono state solamente zone passate al napalm, così che gli abitanti, in preda al panico, sono fuggiti, ma anche ai gas, talora incolori, che impregnavano i vestiti, ma corrodevano la pelle solo ore più tardi, quando ciascuno si era messo al riparo, al cambio di temperatura; talora giallastri o verdastri.

«Gas che fanno impazzire», hanno detto i mujahidin.

La prova che questa guerra chimica esiste, «Hadi» l’ha trovata: la scatola che si può vedere nella fotografia segnala, schiacciando uno dei bottoni, qualità e dose del gas che i sovietici iniettano in una bomba o in un oggetto-trappola. Accanto vi sono delle fiale e la modalità d’uso.

Se questa guerra chimica non è stata intensamente sviluppata, dipende anche dal fatto che nell’aprile 1980 ne è stato denunciato l’uso in Afghanistan, dopo il suo uso in Cambogia e nel Laos (1).

Mosca non ama che si parli delle sue atrocità. Il silenzio occidentale, dal 1917 all’arrivo di Solgenitsin in Svizzera, ha permesso al totalitarismo di fare quello che voleva. I rari autori d’Europa e d’America che parlavano del Gulag dal 1930, e ancora nel 1939, e ancora tra il 1945 e il 1975, fra i quali l’estensore di queste righe, erano boicottati dai benpensanti della «grande stampa».

Altre trappole, le migliaia di dolci avvelenati, incartati, che elicotteri hanno rovesciato nell’autunno 1980 su piste e zone che l’URSS voleva «neutralizzare». Altri oggetti: scatole di fiammiferi, stilografiche, oppure orologi da polso, esplodono al momento in cui vengono toccati o manipolati, strappando un dito, una mano, un piede…

Bisogno urgente di armamenti moderni

I mujahidin imparano, inoltre, che non vi può essere resistenza efficace nella improvvisazione e senza informazioni tanto precise quanto sicure. Mancano di tecnici delle guerriglie moderne, per le quali il coraggio non basta o tende al suicidio. «Hadi» ha visto delle ragazze precipitarsi a mettere esplosivi sui cingoli di carri armati fermi, ma con detonatori regolati male. Esplosione riuscita, ma accompagnata dalla morte, o da mani strappate…

I resistenti hanno bisogno di razzi e di lancia-razzi, di armi anti-carro, di mezzi di comunicazione, e di istruttori per imparare a servirsene. Sanno copiare un’arma, modificare un’arma, come provano numerose fotografie di armi recuperate; ma servirsene come si deve è un’altra cosa. «Hadi» ha visto imboscate con appoggio di mitragliatrice i cui utilizzatori non sapevano regolare l’alzo. Se alcuni ufficiali disertori dell’esercito afgano sono diventati mujahidin, alcuni – anche passati attraverso corsi di istruzione in scuole militari europee – non hanno assolutamente le qualifiche del loro grado. Quanti le posseggono, sono spesso andati all’estero, in esilio, «come la maggioranza degli amministratori, alti funzionari, quadri, di cui avremmo bisogno sul posto», ripetono numerosi mujahidin, «per creare una reale infrastruttura politica». Rare sono le imprese sul tipo di quelle dell’inizio di gennaio: per otto giorni i mujahidin hanno bloccato l’unica via che collega Mazar-e-Sharif, al nord, a Kabul, tenendo il passo di Salang.

Altri, alla fine di gennaio, hanno distrutto un pesante Antonov-22 adibito al trasporto di truppe e di materiali, sulla pista dell’aeroporto di Kabul. Ma avevano un lanciarazzi e tiratori esperti: carte che si danno attualmente una volta su cento operazioni, mentre ogni settimana una media di mille mujahidin, ripartiti in gruppi di trenta, cinquanta o cento uomini, tentano operazioni di disturbo, imboscate, sabotaggi.

Quelli di Peshawar e quelli dell’interno

La resistenza afgana si presenta all’incirca come quella francese a Londra nel 1941 rispetto a quanto allora accadeva realmente nella Francia occupata: da una parte capi senza truppe o senza contatti reali con i primi resistenti dell’interno: dall’altra, resistenti dell’interno senza contatti con Londra – oggi, per gli afgani, Peshawar -, nella maggior parte dei casi. E poi le rivalità di uomini e di tendenze, sulle quali tentava di giocare l’avversario, attraverso infiltrazioni.

Vi era, fino al gennaio 1980, un’alleanza che pretendeva di raggruppare a Peshawar, secondo un dispaccio di agenzia, «le principali organizzazioni della resistenza afgana». Anche se queste organizzazioni hanno capi coraggiosi, reti o movimenti nel paese, esse rappresentano in realtà solamente dal 10 al 15% dell’insieme della resistenza afgana. Infatti, dall’85 al 90% dei mujahidin non hanno alcuna rappresentanza, né ancora diritto di cittadinanza in Pakistan, dove si è rigorosamente musulmani, sul piano religioso, mentre in Afghanistan esistono «modernisti».

L’alleanza tentata nel marzo 1980 a Peshawar doveva fatalmente esplodere. Essa inglobava da una parte musulmani panislamici, legati a quelli del Pakistan e di altri paesi dell’Oriente arabo; dall’altra parte, musulmani moderati, sia monarchici, sia modernisti, che sono lungi dal partecipare del fanatismo e dell’opportunismo dei primi. In testa al gruppo panislamico Golbodin «Ekmatiar», detto «l’ingeniere», con un certo radicamento in numerose province e due o tre grandi città, tra le quali Kabul. Si tratta dello Hezbi-e-Islami, nato nel 1964, antimonarchico da allora, il cui capo è pronto a fare tutto il necessario per dominare tutti.

Legato a lui, ma con rivalità personali lo Hezbi-e-Islami di Mawlawi Khales, radicato soprattutto a Nangarhar e a Paktia, e lo Jamiat-e-Islami di B. Rabbani, attivo nel nord dell’Afghanistan, nel nord est del Badakhshan e soprattutto nella valle del Panchir, dove il suo responsabile controlla il commercio delle pietre preziose, più qualche cellula fra i tagichi e all’altro capo del paese, nella provincia di Farah, confinante con l’Iran.

«Scissionisti» dell’alleanza, nel gennaio 1981: lo Harakat-e-Islami di Mohamad Nabi, che si irraggia a partire dalla provincia di Bamian, così come a Logar, Paktia, Kandahar, ecc.; il Fronte Nazionale per la Liberazione, di S. Modjadidi, che si è radicato in una decina delle ventotto province del paese; e infine il Fronte Nazionale Islamico di Said Ahmed Galiani, che è monarchico di principio, e possiede solidi nuclei in sette o otto province, fra cui quelle di Zabul, Ghazni, Wardak, Kandahar, Parwan, e a Kabul, Herat, ecc.

Questi tre ultimi organismi hanno stretto accordi con un importante movimento di resistenza che, dalla primavera del 1980, si è organizzato nel centro dell’Afghanistan, attorno a Said Ali Behechti, unendo attorno a lui una decina di tribù delle province situate fra quella del Parwan, o nord di Kabul, quella la cui capitale è Ghor, a metà strada tra Kabul e Herat, e a sud di quella di Uruzgan fino alla via da Zabul a Ghazni.

Non si devono dimenticare altri movimenti ancora autonomi, come quello del Nuristan, al seguito di Anwar Amin Khan, già governatore passato alla resistenza dal 1978, che è riuscito a inglobare anche diversi gruppuscoli ex maoisti, il che fa credere che sia «di sinistra». 

In realtà, Anwar Amin e la maggioranza dei capi delle etnie e delle tribù dell’Afghanistan sono tanto desiderosi di rimanere padroni delle loro zone o province, quanto pronti, dopo secoli, a dimenticare le loro rivalità, dal momento in cui un avversario minaccia la indipendenza dei loro vicini.

È quanto non si deve dimenticare, mentre numerose organizzazioni di sostegno, montate in Europa e in America da un anno, tentano già di recuperare verso ideologie precise la fierezza dei resistenti e il loro coraggio. Certi esiliati si prestano a questo gioco per trarre vantaggio dai portavoce loro offerti da diversi partiti politici interessati, così come da diversi giornali orientati molto precisamente. Si potrà presto constatare che la resistenza afgana, per varia che sia, rifiuta che lo straniero imponga a essa le sue concezioni, con il pretesto di aiutarla. Essa chiede armamenti moderni e di potersi battere per la sua terra, la sua concezione della vita, i suoi principi. Essa ripudierà apertamente, appena avrà la possibilità di esprimersi, quei suoi pretesi capi che, per ambizione, avranno a essa attribuiti i loro legami oppure i loro compromessi.

«Hadi» e Pierre de Villemarest

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