La Rivoluzione francese

Alleanza Cattolica 9 anni fa
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Estanislao Cantero Núñez

 

 

Duecento anni fa, il 14 luglio 1789, venne “presa” la Bastiglia (1). Questa data, assunta come commemorativa della Rivoluzione francese, ma nella quale non si è verificato altro che un episodio minore in una storia iniziata molto tempo prima e che giunge ai nostri giorni, costituisce un simbolo in quanto rappresenta il colpo di piccone con cui si abbatteva un mondo e si proclamava un “nuovo ordine” che non voleva saper nulla del precedente (2).

Le idee più diffuse sulla Rivoluzione francese, o l’idea più semplificata e più corrente di essa, sono semplicemente un’idea che non corrisponde quasi in nulla alla realtà. Nonostante sia l’avvenimento storico su cui sicuramente si è scritto di più, continua anche a essere, probabilmente, il peggio conosciuto dal pubblico. E non solo a causa della posizione ufficiale, chiaramente parziale, dei governi della Repubblica Francese; oppure della parzialità degli avversari e, soprattutto, dei suoi partigiani; ma principalmente per il fatto che, anche fra gli stessi storici, molti si sono avvicinati a essa con un apriorismo ideologico (3), che ha causato interminabili e continue polemiche (4), mentre li ha portati a prescindere da fonti o a scartare piste di ricerca aperte da altri storici o a rinunciare allo studio di determinati problemi, che potevano aprire brecce nelle loro interpretazioni (5).

In generale, per i nostri contemporanei la Rivoluzione francese è stata un avvenimento che ha liberato gli uomini dalla tirannia di qualche re assoluto o dispotico e da un sistema sociale che costringeva gli stessi uomini come una camicia di forza, impedendo il libero sviluppo delle loro potenzialità, dei loro diritti e del progresso. E queste idee sono state formate e fomentate dai governi della Repubblica francese e da una storiografia sempre francese — soprattutto quella nata dalla cattedra di Rivoluzione francese della Sorbona (6) — dominante fino a pochi anni fa. Sia l’interpretazione liberale che quella socialista o quella marxista (7), convergono tutte nel presentare quella visione della Rivoluzione in cui essa si è conclusa in un avvenimento benefico per la Francia e per l’umanità e, perciò, necessario.

Ma questa presentazione, creata da una qualsiasi di tali interpretazioni, è falsa. È soltanto il frutto di concezioni influenzate dalle ideologie e, nella misura in cui si è data tale influenza, non storiche, della Rivoluzione. A nulla sono servite le interpretazioni dette conservatrici o contro-rivoluzionarie, che venivano rifiutate a causa di questa qualificazione per mancanza di rigore e per il loro partito preso, ma che risultavano essere molto più obbiettive e vicine alla realtà. Sembrerebbe che un Edmund Burke (8), un Joseph de Maistre (9), un Hppolyte Taine (10) o un Augustin Cochin (11) non siano esistiti. E neppure una pleiade di eruditi e di storici come un Jean-François Chiappe (12) o un Jean Dumont (13), che non occupavano le “cattedre ufficiali”. Per molti anni, passati praticamente sotto silenzio o rifiutate le loro interpretazioni fondamentali, sembrava che si fosse legittimati a fare la storia della Rivoluzione francese solo dalla sinistra (14). Tuttavia, le cose sono cambiate da quando nel dibattito accademico universitario si iniziarono a prospettare certe tesi che, contro quella sorboniana corrente, rimettevano in discussione certe “verità stabilite per sempre” relativamente alla Rivoluzione francese. Se “tutto cominciò con Cobban”, come ha scritto il marxista Claude Mazauric (15), che nel 1955, nel suo The Myth of the French Revolution (16), aveva messo in discussione che la Rivoluzione significasse la distruzione dell’ordine feudale e la sua sostituzione con un ordine borghese capitalistico, il dibattito si era fatto intenso a partire dalla comparsa nel 1965 de La Révolution française di François Furet e di Richet (17), dalla creazione in ambito universitario, nel 1975, della Scuola di Studi Superiori di Scienze Sociali e con gli studi di François Furet, raccolti nel 1978 in Penser la Révolution française (18); ma la fioritura si produce nell’ultimo decennio, in coincidenza con il bicentenario (19), con la proliferazione degli studi di professori universitari (20), che sottopongono a un’ampia revisione le grandi idee “immutabili” che avevano ricevuto, e con la comparsa di opere di altri autori consacrati come Jean Tulard (21) o Pierre Chaunu (22). Si tratta di studi che tendono a confermare buona parte delle tesi sostenute dalla precedentemente squalificata interpretazione conservatrice o contro-rivoluzionaria, e di storici che potrebbero essere tacciati di apriorismi ideologici contro-rivoluzionari o conservatori solo mancando alla più elementare giustizia, anche se spice ad autori come Olivier Bétourné, Aglaia Hartig (23) o Max Gallo (24).

 

In generale, la tesi di Pierre Gaxotte (25), senza cadere in una descrizione idilliaca dell’Antico Regime, continua a essere valida. Negli anni precedenti la Rivoluzione, la Francia era più prospera che mai; il commercio e l’industria si trovavano in una situazione fino ad allora sconosciuta e con prospettive di sviluppo; durante il secolo XVIII la crescita economica e demografica, l’accesso alla proprietà da parte dei contadini che possedevano circa il 50% della terra — quindi una percentuale più elevata quanto alla terra coltivabile —, un’aristocrazia non riluttante agli affari, una borghesia sempre più prospera…, insomma una situazione che, in apparenza, in nulla faceva presagire quanto si sarebbe poi verificato. Un problema di deficit nel bilancio preventivo — che oggi ci farebbe sorridere — e una crisi economica non troppo grave negli anni immediatamente precedenti il 1789, sono all’origine, dopo la convocazione dell’Assemblea dei Notabili del 1787, di quella degli Stati Generali. Il loro compito principale consisteva nel cercare una soluzione al problema del deficit — generato in gran parte dall’indebitamento prodotto dal sostegno alla Guerra d’Indipendenza americana — attraverso una riforma tributaria. Ne nacque un uragano che mutò il volto della Francia e di buona parte dell’Europa. A partire da allora gli avvenimenti si succedono in un crescendo di barbarie che raggiunge il suo vertica all’epoca del Terrore.

Tuttavia la Rivoluzione francese non e stata un avvenimento improvviso, ordito e realizzato in un momento di esplosione di “violenza popolare”. I suoi precedenti immediati di lungo termine sono stati il filosofismo e l’enciclopedismo del tenebroso secolo dei lumi, la cui illuminazione, con le torce dei suoi filosofi, si è trasformata nelle fiamme di un colossale incendio che ha raso al suolo quasi tutto al suo passaggio e le cui conseguenze durano ancor oggi.

La Rivoluzione francese non è stata il trionfo della libertà sulla tirannia, non è stata “l’avvento della Legge, la risurrezione del Diritto, la reazione della Giustizia”, come l’ha definta Jules Michelet (26), né è stata il popolo che in modo spontaneo si è trasformato in costruttore di sé stesso (27) — come ha preteso una storiografia soprattutto debitrice dello stesso Jueles Michelet —, e neppure le masse, ma è stata preceduta e preparata — e quindi, ne è stata in gran parte il risultato — da un secolo di odio verso la religione cattolica, perché il secolo XVIII, come ha scritto Paul Hazard, “volle abbattere la croce; volle cancellare l’idea di una comunicazione di Dio con l’uomo, di una rivelazione; volle distruggere una concezione religiosa della vita” (28). Fra i suoi più importanti progenitori si trovano Voltaire e Rousseau, morti entrambi nel 1778, il che non impedisce a Jules Michelet di affermare che, nel momento in cui morirono “la rivoluzione era già compiuta nell’alta regione degli spiriti” (29).

Effettivamente, “la colpa è di Voltaire, la colpa è di Rousseau”, la colpa è di un secolo che “si dedicò a filosofare”, come ha scritto Louis Madelin (30); un secolo nel quale la parola “filosofi”, a giudizio di Walpole (31), comprendeva quasi tutti; il secolo della repubblica delle lettere, dei salotti, del pensiero politico astratto, dell’enciclopedismo (32) e, soprattutto, delle società di pensiero; un secolo di massoneria (33) e d’incredulità serpeggiante, in cui il deismo aprì la strada all’ateismo, e nel quale il “filosofare”, già secondo l’espressione di madame de Lambert, “è scuotere il giogo dell’autorità” (34); un secolo in cui l’unità dei filosofi pare si trovi, secondo l’opinione di Edmund Burke (35), nel loro odio verso la religione e nel fine della sua distruzione, e nel quale essi avevano come obbiettivo, secondo Walpole (36), la demolizione di ogni religione; un secolo in cui “l’enciclopedismo francese — come avrebbe messo in risalto Ernst Cassirer — si scaglia in guerra aperta contro la religione, contro la sua validità, contro la sua pretesa verità” (37). Come riconoscerà Albert Mathiez, “assai prima di tradursi in avvenimenti, la Rivoluzione era compiuta negli spiriti”, ed essa “poteva venire solo dall’alto” (38).

Non ignoriamo le condizioni sociali e economiche, l’atteggiamento della monarchia, il ruolo della nobiltà e della borghesia, la necessità di riforme… ma, come ha ricordato non molto tempo fa Massimo Introvigne, basandosi in gran parte sulla magnifica interpretazione fornita da Jean Dumont (39), nel fenomeno rivoluzionario che sostiene e sviluppa la Rivoluzione francese, “l’odio anticristiano e antireligioso è il principale movente dei protagonisti più consapevoli, e l’asse in torno al quale ruotano gli avvenimenti e le idee” (40). E questa è anche la sua eredità più duratura e più nefasta.

Gli uomini del secolo XVIII, in primo luogo i “filosofi”, la loro cerchia e poi gli illuministi, vollero la felicità immediata sulla terra, una felicità terrena, attraverso la quale “il cielo verebbe trasferito sulla terra”, una felicità che si tradurrebbe in un diritto la cui idea sostituirebbe quella del dovere, come ha messo in evidenza Paul Hazard (41). Allo scopo erano sufficienti i lumi della ragione; di una ragione che basta a sé stessa, che segue il cammino della verità e non erra mai; ma bisognava attaccare alle radici il male principale che si opponeva a una prospettiva così meravigliosa, il cristianesimo, la religione rivelata, perché esistono soltanto verità naturali, come ha spiegato Paul Hazard in un’opera che conserva il suo interesse (42).

Questo è stata opera dei “filosofi” i quali, come osservò Augustin Cochin, credevano nella ragione al punto da trasformala in oggetto di culto, dal momento che si chiedeva di credere piuttosto che di servire la ragione, e “nulla danneggiò maggiormente il progresso della ragione che il suo culto: uno non si serve mai di quanto adora” (43).

La combizione con la “scoperta” della “natura”, di una natura immaginata e perciò irreale, aprì quindi la strada al totalitarismo imposto attraverso la mitica volontà generale; fino ad allora i mali erano derivati dal non aver seguito la “vera” natura dell’uomo; scopertala, doveva a ogni costo essere instaurata, e la conseguenza fu l’imposizione di un modello sociale in cui tutta la realtà cade sotto la cappa del politico: era nato il totalitarismo ed era stato messo in pratica, specialmente grazie alle società di pensiero, fondamentali per comprendere la Rivoluzione e nelle quali, come ha spiegato Augustin Cochin (44), si istaurano il discorso ugualitario, l’imperio dell’opinione che sostituisce la verità, l’utopia che prescinde dalla realtà, la rottura con questa e con il passato; un metodo da cui nasce la dottrina e una sociabilità politica che origina la dinamica rivoluzionaria, una meccanica della rivoluzione nella quale i suoi membri risultano essere le sue stesse vittime. E questo, insieme al suo anticristianesimo, è il volto più autentico della Rivoluzione francese. Da allora, ormai, alcuni possono ottenere per sé ogni potere per instaurare una società omogenea, per obbligare a loro nome i popoli e gli uomini a “essere liberi”, dal momento che è necessario distruggere quanto si opponga a questo progetto che deve essere realizzato a qualsiasi prezzo. Il sequestro della volontà popolare effettuato in nome del popolo (45), cioè la soppressione del popolo per mezzo della volontà generale di cui essi diventano artefici, tipico della Rivoluzione francese e specialmente del giacobinismo, ha generatio una mentalità che dura ancora oggi (46).

La persecuzione della Chiesa, l’odio alla religione, la soppressione dei corpi intermedi, la proibizione del diritto di associazione, il giacobinismo, il Comitato di Salute Pubblica, il Tribunale rivoluzionario, il Terrore, l’uniformità nazionale, l’insegnamento statale e laico, la volontà generale, il totalitarismo — cioè la democrazia totalitaria, la caduta dell’Antico Regime… —, tutto questo è la Rivoluzione francese; non vi sono episodi o reazioni non voluti, imposti dalle circostanze, come, seguendo Jules Michelet, soprattutto Aulard ha tentato, infruttuosamente, di dimostrare (47) e, dopo di lui, Albert Mathiez, Georges Lefebvre o Albert Soboul (48); tantomeno deviazioni che la trascinarono all’estremismo (49).

 

Il bilancio della Rivoluzione francese risulta veramente terrificante. René Sedillot ha recentemente riassunto questo bilancio (50) — fra il 1789 e il 1815 — che non risulta assolutamente favorevole alla Rivoluzione.

Dal punto di vista demografico le cifre sono implacabili: 600.000 morti nelle guerre interne, dei quali 117.000 — cifra per nulla esagerata fornita dal recente studio di Reynald Secher (51) — nella Vandea militare — corrispondente a una estensione di 10.000 chilometri quadrati — e 40.000 giustiziati (52), dei quali il 28% contadini, il 31% artigiani e operai, il 20% commercianti, dall’8 al 9% nobili e dal 6 al 7% appartenenti al clero; 400.000 morti nelle guerre esterne fino al 1800, un milione di morti nelle guerre napoleoniche; più di 100.000 emigrati (53) e un calo del tasso di natalità. Il commercio recuperò il livello di attività del 1789 solo a partire dal 1825; la produzione industriale recupera il suo livello del 1789 nel 1809; la produzione agricola ristagna fra il 1789 e il 1815; si perse la stabilità monetaria che era esisita dal 1725 al 1789; in 7 anni si moltiplicò per 20 il volume della massa monetaria; la carta moneta — i famosi assegnati — si svalutò al punto da non valere praticamente nulla — in un solo anno, nella proporzione del 90% (54) —; si produsse la bancarotta dello Stato; il deficit si aggravò moltiplicandosi; si aumentarono le imposte per poter sostenere la guerra, nella quale ci si imbarcò coscientemente e volontariamente, e le spese della nuova amministrazione.

Il frenetico vandalismo (55) distrusse gran parte del patrimonio culturale francese, specialmente i monumenti dell’arte e della cultura cristiane; si produsse un regresso culturale ben espresso dal presidente del Tribunale rivoluzionario nel rispondere a Antoine-Laurent de Lavoisier che “la Rivoluzione non ha bisogno di scienziati” (56); decrebbe l’alfabetizzazione, dal momento che quelli capaci di firmare o di scrivere passarono dal 37 al 32%.

 

Non è stata la rivoluzione della libertà, né la rivoluzione dell’uguaglianza, né quella dei diritti umani, come pretende un’ampia storiografia ben rappresentata da Albert Soboul (56), a meno di non spogliare queste parole di ogni senso positivo e di ogni valore. Né si possono sostenere le interpretazioni di Jules Michelet, François-Victor-Alphonse Aulard, Jean Jaurés (57), Albert Mathiez, Georges Lefebvre (58), Albert Soboul (59) o Michel Vovelle (60); neppure qualcuna della spiegazioni in termini di lotta di classe, né di azione delle masse, contadine o urbane, salvo quella contro-rivoluzionaria della Vandea militare e della chouannerie di Bretagna (61); né quella della rivoluzione borghese (62) che distrusse il feudalesimo sostituendolo con un regime borghese capitalistico; insomma, nulla da “catechismo rivoluzionario”, quindi si spiegano le grida di Claude Mazauric (63), di Albert Soboul (64) o di Michel Vovelle (65) contro François Furet quando si “ribella” contro la vulgata leninista-populista o contro quella mazaurico-sobouliana (66). Ma non è neppure sostenibile l’interpretazione edulcorata relativamente all’atteggiamento della Rivoluzione francese verso la Chiesa, interpretazione elaborata, fra altri, da fratelli nella fede dei perseguitati, da storici democristiani come Dansette o Henri Daniel-Rops (67). Come ha messo in risalto Jean Dumont, l’avversario, più che la nobiltà o la monarchia in quanto tali, era il cristianesimo (68), e ha evidenziato il mito del carattere popolare della Rivoluzione francese (69) e del popolo in armi che difende con entusiasmo la patria rivoluzionaria in pericolo (70). Ma non è neppure sostenibile la tesi della libertà e dei diritti dell’uomo come benefica eredità della Rivoluzione francese dopo esser stata depurata dai suoi “disdicevoli eccessi”.

Libertà? Gli anni della Rivoluzione francese testimoniano ampiamente come tale parola passò a indicare i più atroci crimini che l’uomo possa immaginare: dalle migliaia di ghigliottinati e di assassinati senza nessun processo ai massacri di Nantes — che hanno dato triste fama di macellaio a Jean-Baptiste Carrier (71) e i cui “affogamenti in massa — secondo Jules Michelet — erano mezzi per abbreviare la morte e i sacrifici umani” (72) —, o dalla politica di sterminio e di terra bruciata in Vandea alle guerre rivoluzionarie o a quelle napoleoniche. E oggi la libertà viene intesa come dipendente dalla volontà generale, interpretata dai “rappresentanti del popolo”.

Diritti dell’uomo? Esistono soltanto per quanti hanno goduto di posizioni di favore durante la Rivoluzione. Quali sono? Ce lo dice Georges Lefebvre: “La Dichiarazione proclama i diritti dell’uomo, ma lascia alla legge, che può variare con le circostanze, il compito di determinare in che misura, ugualmente variabile con le circostanze, possano esercitarsi questi diritti, purché la legge sia l’espressione della volontà generale, cioè della maggioranza della comunità” (73). Perciò non deve meravigliare che oggi, nel regno dei diritti dell’uomo, possano imporsi leggi come quella che permette l’aborto; per questo Papa Giovanni Paolo II parla di “monstra legum” (74) e si sforza di dare un contenuto radicalmente diversoo ai diritti umani rispetto a quello che ha dato a essi la Rivoluzione francese che è quello che oggi gode di maggiore fortuna.

Libertà, uguaglianza, fraternità. Mai queste parole hanno significato meno e sono state messe meno in pratica che durante la Rivoluzione francese. Le libertà individuali furono limitate e conculcate quando non apertamente violate e disprezzate; le libertà locali, corporative e religiose furono soppresse. E se l’epoca del Terrore fu certamente la peggiore, esse non vennero recuperate al suo concludersi. Si arricchirono i ricchi e si impoverirono i poveri; l’assistenza sociale, trasformata in beneficenza pubblica, si rivelò incapace di realizzare la missione che aveva assunto in piena utopia, come ha evidenziato Alan Forrest (75). Il genocidio della Vandea a opera delle colonne infernali, le repressioni di Nantes, di Lione o di Arras, il Tribunale rivoluzionario (76), la legge dei sospetti (77), la guerra esterna, portata a termine per relegare in secondo piano le difficoltà interne, insomma, la storia della Rivoluzione testimonia la falsità di questa simbologia.

Estanislao Cantero Núñez

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