La spedizione dei Mille e l’aggressione al regno delle Due Sicilie

Francesco Pappalardo 37 anni fa
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Francesco Pappalardo, Cristianità n. 94 (1983)

 

Mentre la Rivoluzione italiana si impadronisce del Meridione dopo averne ampiamente infiltrata la classe dirigente, le popolazioni manifestano la loro avversione ai propositi sovversivi, anche se, purtroppo, la resistenza non dà gli esiti sperati per mancanza di adeguata guida.

 

Un significativo episodio di sopraffazione rivoluzionaria

La spedizione dei Mille e l’aggressione al regno delle Due Sicilie

 

Il 1982 è stato l’anno di Giuseppe Garibaldi.

La figura e l’opera del «padre della patria» sono state al centro di studi, di dibattiti e di congressi, che hanno visto scendere in campo esperti, giornalisti e politici, impegnati in una vasta campagna promozionale e nel discutibile sforzo di rivendicarne la eredità.

Nessuno di essi, naturalmente, si è premurato di sollevare, almeno parzialmente, quel velo di mistificazioni che ricopre le gesta di quanti, al servizio della sopraffazione e della empietà, hanno collaborato al cosiddetto «risorgimento» nazionale. Tra questi, Giuseppe Garibaldi resta un esempio particolare di «dedizione» alla causa rivoluzionaria, di cui è stato attivo propugnatore e ardito condottiero, in America e in Europa, per circa mezzo secolo (1).

L’episodio più noto della sua avventurosa vita è certamente la spedizione dei Mille, che, svaniti gli altri falsi miti, resta oggi il più saldo cemento della nostra unità, essendo legata a essa la leggenda di una pretesa, massiccia partecipazione popolare alle vicende risorgimentali (2).

Resta così nascosto il carattere rivoluzionario di quella impresa, determinante al fine della forzata unificazione della penisola, a sua volta mezzo principale per realizzare il «pravo disegno di distruggere […] le istituzioni tutte della Chiesa, annientare l’autorità della Santa Sede, abbattere il supremo potere del vicario di Gesù Cristo» (3).

Si impone quindi una rilettura di questo capitolo di storia patria, che possa contribuire a smentire la natura «liberatrice» e «civilizzatrice» della spedizione garibaldina, non trascurando di rendere giustizia ai vinti, da troppo tempo denigrati e irrisi: il re Francesco II, il suo esercito, i suoi sudditi, che presero le armi per difendersi dai garibaldini e dall’esercito sardo, che pretendevano di agire per la libertà e per il benessere del Meridione (4).

 

Il Mezzogiorno d’Italia da Carlo di Borbone a Francesco II

Nel 1860, l’Italia meridionale è un regno indipendente, retto dalla dinastia borbonica, che lo ha acquistato nel 1734 grazie alla vittoria del giovane don Carlos, figlio di re Filippo V di Spagna, sugli austriaci (5).

Il nuovo sovrano ha un ruolo di primo piano nello sviluppo economico, sociale e anche artistico del regno ma, irretito dalle idee «illuminate» che si diffondono in Europa, dà inizio a una politica di accentramento e di secolarizzazione, da un lato provocando il graduale dissolvimento della fitta rete di corpi intermedi posti da secoli a garanzia delle concrete libertà dei singoli (6), dall’altro favorendo la indebita ingerenza dello Stato nei poteri e nei beni ecclesiastici (7).

Il figlio Ferdinando IV prosegue sulla stessa strada, cercando di conciliare, con una politica di lente e misurate trasformazioni, le spinte rivoluzionarie, che vengono dalla borghesia in ascesa e dal mondo della cultura, con il desiderio di non infrangere tradizionali equilibri. I sanguinosi avvenimenti della Rivoluzione francese e la scoperta nel regno di congiure di stampo massonico-giacobino (8) gli fanno tuttavia comprendere come quel «riformismo» attenti, di fatto, ai poteri della regalità, mettendone in discussione il fondamento divino, e abbia quale meta finale il ribaltamento delle legittime istituzioni. Il re fa bruscamente marcia indietro, rinsaldando i vincoli con il Papa e con il clero e invitando i prìncipi italiani a fare lega contro la Rivoluzione, ormai dilagante in Europa grazie alle baionette dell’esercito francese.

Pochi «illuminati» la accolgono con entusiasmo a Napoli e in Italia, rendendosi presto conto di essere una sparuta minoranza, avulsa dalla realtà del paese, mentre il popolo reagisce vigorosamente contro l’aggressione militare e ideologica. 

I «lazzari» napoletani e i contadini delle province si rivelano ben lungi dall’essere una massa amorfa, avvezza a passare con facile rassegnazione da un padrone all’altro, e le loro gesta vanno a costituire la splendida epopea della Santa Fede, «che ebbe nell’eroico cardinale Fabrizio Ruffo il suo condottiero e in Sant’Alfonso Maria de’ Liguori il suo preparatore remoto ma profondo, nello stesso senso in cui san Luigi Maria Grignion de Montfort preparò la Vandea» (9).

I Borboni restaurati non sanno corrispondere con altrettanta generosità all’attaccamento mostrato dalla popolazione e proseguono nella loro politica assolutistica, giungendo allo scioglimento delle ultime rappresentanze cittadine, i Sedili e la Piazza del Popolo (10).

La scontentezza è generale, ma quando i francesi tornano, nel 1806, la opposizione armata rimane viva nelle province, assumendo i caratteri della guerriglia; tale valoroso comportamento sarà però bollato come «brigantaggio» da una mendace storiografia.

Restaurato nuovamente nel 1815, Ferdinando IV – ora Ferdinando I delle Due Sicilie – perde l’occasione per operare una efficace e completa restaurazione, accontentandosi di quella politica di «conciliazione», cioè di compromesso con i vecchi rivoluzionari, favorita in Europa dal principe di Metternich. A nulla valgono gli accorti giudizi e le lungimiranti indicazioni del principe di Canosa, il quale tenta invano di mettere in guardia il sovrano contro l’operato delle forze sovversive, che continuano a cospirare nell’ombra; per ben due volte, infatti, egli verrà sacrificato sull’altare del cedimento e del compromesso (11). Né hanno fortuna i suoi tentativi di influenzare la politica del regno con Ferdinando II, salito al trono nel 1830, dopo il breve governo del padre Francesco I.

Il giovane re aspira a ricostituire un tessuto sociale profondamente lacerato e a ravvicinare le antiche classi politiche tra loro, ma non nutre alcuna fiducia in una classe dirigente ideologicamente preparata e in un popolo messo in guardia dalla penetrazione settaria.

Se nel 1848 egli è in grado di domare con le sole sue forze la rivoluzione scoppiata in Europa secondo un piano preordinato, successivamente non saprà difendersi dalla propaganda delle sette, che lentamente inquinava la corte e la nazione.

Il centralismo, inoltre, assume con lui forme patologiche, provocando l’isterilimento della classe dirigente napoletana, l’invecchiamento dei quadri della burocrazia e dell’esercito, la fine di ogni spirito di iniziativa, con conseguenze che si avvertiranno nella loro gravità solo in seguito (12).

La Rivoluzione, infatti, dopo alcuni anni di tregua, necessari per riordinare le fila e porsi sotto la protezione della monarchia in Francia e nel regno sardo, aveva ricominciato l’opera forzatamente interrotta nel 1849, prendendo di mira soprattutto lo Stato Pontificio e il regno delle Due Sicilie. 

Il Congresso di Parigi, che dissolveva definitivamente il fronte della Santa Alleanza (13), e l’attentato contro Ferdinando II nel 1856 (14), sono gli atti principali di uno scenario accuratamente preparato. Nel 1859, il re Ferdinando muore lasciando al figlio Francesco II un regno pullulante di vecchi e nuovi settari, pericolosamente esposto all’azione rivoluzionaria.

 

Giuseppe Garibaldi, uomo-guida della Rivoluzione in Italia

L’aggressione franco-sarda all’impero asburgico, meticolosamente pianificata da Cavour, porta, in quello stesso anno, all’assorbimento, nel regno sardo, delle antiche dinastie di Parma, Modena e Firenze, nonché all’annessione della Lombardia austriaca e della Romagna pontificia.

Umiliata l’Austria, guadagnate alla propria causa la Francia e l’Inghilterra, la setta si sente abbastanza forte per agire contro quel reame e quella monarchia che avevano saputo fiaccarne le forze nel 1848.

Giuseppe Garibaldi, l’ex avventuriero ora generale dell’esercito sardo, la cui fama era stata accuratamente fabbricata nel corso degli anni (15), il repubblicano convertitosi alla necessità di una guerra regia (16), appare come l’uomo adatto per guidare una spedizione che offra al regno sardo la occasione e l’alibi per intervenire nella Italia meridionale.

La Sicilia, punto debole del regno borbonico, viene scelta come obiettivo della progettata spedizione. Alle secolari velleità autonomistiche dell’isola, infatti, si aggiungono l’orientamento liberaleggiante dell’aristocrazia, che ne aveva attenuato la fedeltà verso la monarchia, e la endemica turbolenza dei contadini i quali, influenzati da questo atteggiamento e interessati alla risoluzione del problema delle terre, respingevano in buona parte le sollecitazioni religiose e legittimistiche cui si mostravano invece sensibili i ceti rurali delle altre zone della penisola (17).

I preparativi dell’operazione militare sono a cura della Società Nazionale, emanazione del governo sardo, costituita anni addietro per il coordinamento di azioni di tale genere. Essa mette a disposizione armi e denaro, facilitando anche il reclutamento dei volontari; gli arsenali Ansaldo forniscono le munizioni; Nino Bixio si accorda con la società Rubattino per il noleggio di due bastimenti; Rosolino Pilo parte alla volta della Sicilia per aprire la strada ai garibaldini.

La flotta sarda, guidata dall’ammiraglio Persano (18), protegge con discrezione il viaggio dei volontari, così come farà con le successive spedizioni, che nei tre mesi seguenti portano in Sicilia circa ventiduemila uomini, in buona parte soldati dell’esercito sardo congedati apposta o fatti disertare (19).

Lo stesso sbarco dei Mille (20) a Marsala, l’11 maggio 1860, viene facilitato dalla presenza nel porto di navi da guerra britanniche, il cui comandante, ammiraglio Mundy, ingiunge alle unità napoletane prontamente accorse di non aprire il fuoco fino all’avvenuto reimbarco dei suoi marinai, provocando un irreparabile ritardo nella entrata in azione dei partenopei (21).

Appena sbarcato, Garibaldi assume la dittatura dell’isola «in nome di Vittorio Emanuele II», e marcia verso l’interno, protetto dalla generale «omertà», in quel caso celebrata e glorificata come virtù.

A Calatafimi si verifica il primo scontro, che fornisce il «modello» alle successive battaglie: i soldati borbonici si battono con valore e destrezza contro un nemico numericamente inferiore (22), ma i loro capi, la cui carriera si doveva all’anzianità più che al merito, privi di reale esperienza bellica e troppo vecchi per quel compito, non sanno quasi mai essere all’altezza delle situazioni. «La vittoria di Calatafimi, benché di poca importanza per ciò che riguarda gli acquisti, avendo noi conquistato un cannone, pochi fucili e pochi prigionieri – scrive Garibaldi – fu d’un risultato immenso per l’effetto morale, incoraggiando le popolazioni e demoralizzando l’esercito nemico» (23), nonché favorendo la diffusione di quei sospetti che avrebbero accompagnato il regno sino alla fine.

Non mancano certamente comandanti audaci, ma la loro intraprendenza finisce con l’essere bloccata dalla eccessiva prudenza dei superiori. Sintomatico è il comportamento del generale Lanza, inviato in Sicilia con i poteri di alter ego del sovrano, che durante la battaglia per Palermo si affretta a chiedere una tregua a «Sua Eccellenza» Garibaldi, prima che le proprie posizioni siano seriamente intaccate; e quando il maggiore Bosco e il colonnello svizzero von Mechel, due valorosi ufficiali, precedentemente tratti in inganno dalla nota «diversione di Corleone», piombano sul capoluogo seminando il panico tra le sgomente schiere garibaldine, egli non esita a fermarli in nome di un armistizio non concluso, perdendo così l’occasione di schiacciare gli invasori (24).

La resa di Palermo, seguita logicamente a quell’episodio, desta stupore e sensazione nel mondo intero, e genera una ondata di sfiducia che si aggiunge alle insistenti voci di tradimento, accresce la fama d’invincibilità di cui gode Garibaldi, disarma la volontà di resistenza della sgomenta corte napoletana.

Anche a Milazzo, il 20 luglio, l’impetuoso beneventano Del Bosco si trova davanti a superiori troppo remissivi, nel caso concreto il generale Clary, che preferisce non muoversi dalla sicura posizione di Messina; Bosco, ora colonnello, impegna severamente il nemico (25), ma deve poi ripiegare, cannoneggiato per giunta da una nave borbonica passata nel campo avverso (26). La Sicilia è persa; ne viene concordata la evacuazione, salvo alcuni forti, uno dei quali, la cittadella di Messina, resisterà per quasi otto mesi.

 

Emerge la vera natura della impresa dei Mille

Il 17 giugno, in omaggio al carattere rivoluzionario della sua impresa, Garibaldi emana i primi decreti contro gli ordini religiosi, disponendo in particolare l’incameramento dei beni dei gesuiti e dei redentoristi, considerati «gagliardi sostegni del dispotismo, durante lo sventurato periodo della borbonica occupazione» (27), e, quindi, la loro espulsione.

Alle perquisizioni, ai maltrattamenti, alle carcerazioni nei confronti degli ecclesiastici che non plaudono ai «liberatori», segue una massiccia diffusione della corruzione e della empietà: «I Garibaldeschi versavano a piene mani la miscredenza e la depravazione nel popolo. Giornalucci da un soldo movean le passioni, schizzavano idee sovversive, celebravano l’anarchia e la scostumatezza […]. Vedevi preti in grottesco, papi e cardinali, re e regine in isconci atti, i misteri, i dogmi, significati con emblemi oltraggiosi […]. Stillavano veleno nei cuori, sofismi nei pensieri, voluttà nei sensi; ma l’appellavano rigenerazione» (28).

Il 10 agosto viene ricostituito il Grande Oriente di Palermo e Garibaldi, iniziato alla massoneria sino dal 1844, viene elevato a «maestro»; meno di due anni dopo sarà eletto alla guida del Supremo Consiglio scozzesista palermitano (29). 

Quanto alla questione demaniale, il dittatore ordina la distribuzione delle terre ai contadini, particolarmente a chi ha appoggiato la sua impresa (30).

Il provvedimento ha carattere esclusivamente tattico, avendo egli bisogno dell’aiuto della popolazione; quando la questione sociale si sovrappone a quella politica e i contadini cominciano ad attaccare la borghesia agraria nei suoi organismi di potere locali, le municipalità, i garibaldini devono reprimere quei moti, perché la loro rivoluzione è politica e non contempla rivolgimenti d’altro genere (31).

L’assenza nell’isola di un «partito» borbonico che possa sfruttare la delusione dei siciliani e organizzare a fini positivi la loro reazione, fa sì che essi piombino presto in una cupa rassegnazione, con un fondo di ostilità che si traduce nel fallimento della coscrizione obbligatoria introdotta da Garibaldi.

Ciò tuttavia avviene quando l’isola è stata praticamente conquistata e non causa eccessive preoccupazioni al dittatore.

Con la caduta di Palermo comincia a profilarsi il crollo della monarchia borbonica; gli stessi cortigiani del re, ritenuti fino ad allora i più fedeli all’Ancien Régime, chiedono una costituzione, nella illusione che essa sia rimedio a mali maggiori. Francesco II, pressato dagli «inviti» di Napoleone III in tale senso, cede con riluttanza e richiama in vigore, con l’Atto Sovrano del 25 giugno, lo statuto del 1848, sospeso e mai abrogato, facendolo seguire dalla concessione di una amnistia per tutti i reati politici (32).

Aprire le finestre a correnti di aria rivoluzionarie mentre la Sicilia è in fiamme, richiamare gli oppositori dall’esilio, permettere la costituzione di una guardia nazionale in antitesi alla polizia e all’esercito, significa affrettare lo sfacelo. Confinati per tanti anni in un ruolo passivo, gli uomini della vecchia generazione non trovano stimoli per fronteggiare gli avvenimenti: i diplomatici, privi di una precisa direttiva, si agitano confusamente; gli alti ufficiali si scaricano vicendevolmente le responsabilità; i funzionari si trincerano dietro la scossa data alla impalcatura statale dall’Atto Sovrano di giugno per giustificare la loro inettitudine; il ministero costituzionale non può fare altro che sfaldare l’antico regime senza sostituire a esso qualcosa di più efficiente. 

I vecchi borbonici, ormai indifesi ed esposti alla vendetta degli avversari, cominciano a lasciare il paese.

A Napoli, una parvenza di ordine viene instaurata dal nuovo ministro di polizia, Liborio Romano (33), che recluta i suoi uomini tra i camorristi, assegnando ai loro capi, appena usciti di galera, i posti-chiave nell’amministrazione cittadina.

Tale compromesso con i magnati della corruzione procura a Romano una popolarità ignota ai suoi predecessori, ma consegna la città ai delinquenti, favorendo il dilagare dell’anarchia, delle vendette private, delle estorsioni, del contrabbando, del lotto clandestino (34).

L’adesione di quei «guappi» alla causa rivoluzionaria, sia pure per motivi di convenienza, favorisce la saldatura tra l’elemento liberale e quello popolare, privando la monarchia del suo tradizionale punto d’appoggio, il popolino della capitale.

 

Dissoluzione dello Stato borbonico. Partenza di Francesco II per Gaeta

Ai primi di agosto, il regno borbonico appare perduto.

La diplomazia europea, corrotta o timorosa, non ha mosso un dito in sua difesa; comitati insurrezionali si formano nelle province continentali; il panico invade coloro che appaiono maggiormente legati alla monarchia.

Di fronte a questa situazione, Cavour autorizza Garibaldi a marciare su Napoli, diffidandolo pero dal proseguire su Roma, per evitare complicazioni diplomatiche che potrebbero compromettere la sua delicata opera (35).

Il 19 agosto, l’esercito garibaldino, che raccoglie decine di migliaia di «volontari», sbarca in Calabria, favorito dalla quasi totale inattività della marina napoletana (36).

I «galantuomini» e i ricchi proprietari terrieri, di fronte alla impotenza delle autorità borboniche, armano i propri uomini e danno il via alla insurrezione, spianando la strada all’armata garibaldina, nella prospettiva della conservazione o dell’accrescimento della loro vantaggiosa posizione.

Al favore di quella classe, all’inerzia dei dirigenti, al disfacimento dell’apparato statale, si aggiunge in alcune zone, nei ceti contadini, la diffusa aspettativa, manifestamente infondata, di un rivolgimento sociale.

Circondati da un ambiente ostile, affascinati e insieme intimoriti dalla fama di Garibaldi, sconcertati oltretutto dalla sua tattica poco ortodossa, gli ufficiali borbonici finiscono col capitolare senza opporre resistenza. I soldati, dispersi dalla viltà dei comandanti (37), rifiutano di aderire alla causa garibaldina e, sbandati o a gruppi, marciano prima su Napoli e poi su Gaeta, per rispondere all’appello del re.

Francesco II aveva inizialmente maturato l’idea di porsi alla testa dell’esercito e affrontare gli invasori in una battaglia decisiva nella piana del Sele. Successivamente, su pressione dei suoi consiglieri, si rassegna ad abbandonare la capitale, per evitare a essa gli orrori della guerra, e a ritirarsi oltre il Volturno, dove le popolazioni gli sono ostinatamente fedeli e dove può appoggiarsi alle piazzeforti di Capua e di Gaeta, con le spalle protette dalla frontiera pontificia.

Il 6 settembre, mentre le truppe sono già in movimento, il re rivolge un proclama di commiato «al popolo di questa Metropoli, da cui debbo ora allontanarmi con dolore»; in esso, dopo avere ricordato che «fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni», e che egli intende «compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti Monarchi», denuncia la «guerra ingiusta e contro la ragione delle genti» che ha invaso i suoi Stati, «nonostante che io fossi in pace con tutte le potenze europee»; protesta contro quelle «inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l’età presente e la futura», ed annuncia la sua partenza per recarsi «là dove la difesa dei miei diritti mi chiama […]. Discendente da una Dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade continentali […] i miei affetti sono qui. Io sono Napoletano – ribadisce polemicamente – né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti […]. Quello che imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici» (38).

La sera di quello stesso giorno, il sovrano, la regina Maria Sofia e il loro seguito si imbarcano per Gaeta (39), mentre a Salerno Garibaldi riceve l’invito, rivoltogli da Liborio Romano, a fare il suo ingresso nella capitale.

La presenza in città di seimila soldati bene armati non causa imbarazzo al nemico, perché i castelli e le fortificazioni vengono ceduti senza combattere; anche in questo caso le truppe, lasciate libere, vogliono raggiungere il re sul Volturno (40).

Il 7 settembre, Giuseppe Garibaldi entra in Napoli, dove «don» Liborio ha mobilitato i suoi uomini, cioè i capicamorra, per rendere «oceanica» l’adunata di popolo alla stazione e lungo il tragitto (41).

Il dittatore, diplomaticamente, va a rendere omaggio alle reliquie di san Gennaro (42); rifiutandosi i sacerdoti di dire messa, e il garibaldino fra’ Pantaleo a celebrare nel duomo un Te Deum non molto ortodosso, concludendo con uno sconclusionato discorso sul ruolo del «novello Cristo», cioè di Garibaldi.

 

Mirabile resistenza della popolazione contro l’aggressione rivoluzionaria

Garibaldi prende alloggio a palazzo d’Angri, da dove emana i primi decreti, che sanciscono l’annessione della flotta napoletana a quella sarda e la confisca dei beni della famiglia reale (43).

L’11 settembre viene abolito l’ordine dei gesuiti, le cui proprietà mobiliari e immobiliari divengono beni nazionali; con decreto avente efficacia retroattiva si annullano tutti i contratti da essi stipulati dopo lo sbarco di Marsala (44).

Dieci giorni dopo vengono nazionalizzati i beni delle mense episcopali, lasciando duemila ducati a ciascun vescovo; parte delle sostanze confiscate viene distribuita tra il basso clero, per tentarlo alla causa rivoluzionaria.

Sei milioni di ducati, appartenenti alla casa reale, sono stanziati in favore di «patrioti» danneggiati dalla politica borbonica; una pensione di 30 ducati mensili e una dote di 3 mila ducati sono assegnate rispettivamente alla madre e a ciascuna delle sorelle di Agesilao Milano, vittima del «tiranno» (45); il lussuoso palazzo del Chiatamone viene concesso al romanziere Alessandro Dumas, nominato «direttore degli scavi e dei musei» (46).

Il 23 settembre, un ennesimo decreto, che commina dure pene a quegli ecclesiastici che avessero manifestato anche a parole l’avversione verso il nuovo regime, dà inizio alla persecuzione del clero. Numerosi vescovi sono incarcerati, altri esiliati; tutti devono subire spoliazioni, perquisizioni, insulti. Il cardinale Sforza, che aveva rifiutato di piegarsi alle imposizioni degli occupanti, viene esiliato a Marsiglia.

I decreti del 18, 22 e 23 ottobre sanciscono l’abolizione dei privilegi e delle immunità a favore degli ecclesiastici, e sottraggono al clero l’amministrazione dei luoghi pii laicali e degli stabilimenti di beneficenza.

1 protestanti inglesi, tenaci protettori di Garibaldi, ottengono il permesso e la concessione gratuita del suolo per la costruzione di una cappella pubblica, mentre il dittatore, nella sua smania di favorire i non cattolici, si rende ridicolo decretando il libero culto per i greco-albanesi, i quali, in quanto cattolici, non abbisognavano di alcun permesso.

La proclamata libertà di coscienza, la diffusione di giornali empi e osceni, le «prediche» dei «frati» garibaldini (47) non riscuoteranno il consenso della opinione pubblica napoletana e il popolo si guadagnerà la fama di immaturo, ignorante e avverso alla libertà a causa della «barbarie» nella quale era stato per lungo tempo immerso. Da quel giorno, compito dei «liberatori» è quello di «incivilirlo», ed essi non risparmiano illegalità ed efferatezze a questo scopo.

La popolazione, allora, corre alle armi, in difesa delle proprie tradizioni, del re e della religione, dando inizio a una lotta senza quartiere, ennesimo esempio della duratura avversione degli italiani alla Rivoluzione, anche quando questa si presenta ammantata da una luce libertaria e nazionalistica.

Quasi ovunque i contadini, armati di falci e di marre, rialzano i gigli abbattuti, bruciano i ritratti di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, inneggiano a Francesco II. Questi moti, inizialmente circoscritti e privi di collegamento, hanno uno spiccato indirizzo legittimistico e antiunitario, e se ne inizia presto il coordinamento da parte del governo borbonico. 

Il 15 settembre, i gendarmi, i soldati sbandati, le bande di pastori e di contadini vengono inquadrati in una brigata di volontari, al comando del barone tedesco Teodoro Klitsche de La Grange, nominato colonnello il giorno prima, affiancata da reparti regolari del generale Scotti Dounglas (48).

Le due colonne penetrano nella Marsica e nel Molise, appoggiando la sollevazione popolare verso Rieti e minacciando L’Aquila. Una colonna borbonica raggiunge Isernia, importante nodo stradale, in appoggio al «movimento fatto da quella popolazione per rimettere il legale e legittimo governo» (49). Un battaglione di «volontari» guidato dal governatore di Campobasso, che aveva rioccupato Isernia, è costretto a ritirarsi di fronte ai regolari fiancheggiati da migliaia di contadini armati. Una colonna garibaldina agli ordini di Francesco Nullo tenta la riconquista della città, ma è annientata da reparti borbonici affiancati da grandi masse di insorti (50).

Nelle settimane successive si susseguono rivolte e repressioni, in una spietata guerra che insanguinerà per anni il Mezzogiorno.

 

La spedizione garibaldina offre il pretesto per colpire la Chiesa

La reazione popolare non poteva averla vinta sulle forze della Rivoluzione, incarnata in quel frangente dalle divisioni dell’esercito sardo.

Era giunto il momento di portare a compimento l’opera da lungo tempo progettata e avviata. L’11 settembre, dopo la presentazione di una lettera-ultimatum di Cavour al cardinale Antonelli, con la quale si ingiungeva lo scioglimento delle truppe «mercenarie», i soldati sardi invadono i territori pontifici «in nome dei diritti dell’umanità».

Le ardite ed eterogenee unità papaline del generale Lamoricière, costituite da migliaia di giovani accorsi dall’Europa cattolica in difesa del Papa, vengono sopraffatte a Castelfidardo dalle preponderanti forze del generale Cialdini (51).

Ancona capitola il giorno 29, dopo un violento bombardamento navale, proseguito anche dopo la resa (52).

Nell’allocuzione concistoriale del 28 settembre, il Pontefice denuncia i «nuovi e finora inauditi ardimenti commessi dal Governo Subalpino contro di Noi e contro l’Apostolica Sede e la Chiesa Cattolica»; difende il proprio diritto di arruolare «tutti quei Cattolici che mossi da zelo di religione abbiano volontà di militare nelle Truppe Pontificie e di concorrere alla difesa della Chiesa […] senza emolumento veruno»; piange «quanti valorosi militi, ed in particolare giovani sceltissimi, son caduti estinti in questa invasione ingiusta e crudele», e condanna «coloro che intimando già da gran tempo fierissima guerra alla Chiesa Cattolica, ed ai Ministri, ed alle cose che le appartengono, e disprezzando leggi ecclesiastiche e Censure, osarono gettare in carcere e ragguardevolissimi Cardinali di Santa Romana Chiesa, e Vescovi, e specchiatissimi personaggi dell’uno e dell’altro Clero, e cacciare dai propri Cenobi Religiose famiglie, rapinare i beni della Chiesa, e devastare il principato civile di questa santa Sede […]. Costoro […] fondano pubbliche scuole di qualunque falsa dottrina, ed anche case meretrici, e […] per mezzo di scritti abbominevoli, e teatrali spettacoli si sforzano di offendere ed eliminare il pudore, la pudicizia, l’onestà, la virtù, e di schernire e vilipendere i sacrosanti misteri, i precetti, i riti, le cerimonie della nostra divina Religione, di togliere di mezzo ogni ragione di giustizia, e di scrollare e distruggere i fondamenti sì della Religione che della società civile!» (53).

L’appello di Pio IX alle potenze europee (54) non ha seguito e, mentre i montanari imbracciano il fucile contro i nemici della Chiesa, questi, il 12 ottobre, invadono il regno delle Due Sicilie, giustificando l’aggressione con fragilissimi argomenti giuridici, imperniati sulla tesi di una abdicazione «di fatto» di Francesco II, conseguente all’abbandono della capitale. Attaccato alle spalle e stretto tra due eserciti, il re deve ritirarsi su Capua e poi su Gaeta, dopo avere invano tentato di forzare le linee garibaldine sul Volturno.

Il 21 ottobre, si tiene a Napoli e nel regno il plebiscito per l’annessione al regno sardo. L’unanimità dei consensi è assicurata dalla pubblicità del voto e dall’incubo delle mazze dei camorristi (55).

Garibaldini e «galantuomini» si divertono, andando a votare più volte (56); «in compenso» buona parte della popolazione non si reca alle urne e la reazione prende vigore in tutto il regno.

Il giorno 26, Garibaldi «cede» l’Italia meridionale a Vittorio Emanuele II e si ritira a Caprera, pago di avere compiuto nel migliore dei modi la sua parte nella Rivoluzione italiana.

 

Il fulgido esempio di Gaeta

Con l’arrivo dell’esercito sardo a Napoli la spoliazione economica si aggiunge alla persecuzione religiosa e politica. 

L’enorme prelievo di beni statali e religiosi, e l’incameramento di circa 80 milioni di ducati provenienti dalle finanze dello Stato, contribuiscono alle ingenti spese sostenute dal regno sardo per le sue guerre, mentre oltre la metà del debito pubblico del paese viene caricata sulle popolazioni meridionali.

La introduzione della tariffa doganale sarda toglie ogni protezione alle industrie meridionali, che perdevano anche l’ausilio degli appalti statali, assegnati ora nella lontana Torino. 

Francesco II, da Gaeta dove è assediato, l’8 dicembre 1860, in occasione della festa della Immacolata Concezione, indirizza un nobile proclama ai suoi sudditi «in preda a tutti i mali della dominazione straniera, […] portanti il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone». «Erede di un’antica dinastia che ha regnato in queste belle contrade per lunghi anni ricostituendone l’indipendenza e l’autonomia, non vengo dopo avere spogliato del loro patrimonio gli orfani, dei suoi beni la Chiesa ad impadronirmi con forza straniera della più deliziosa parte d’Italia […]. Vedete lo stato che presenta il paese. Le Finanze un tempo così floride sono completamente rovinate; l’Amministrazione è un caos; la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni son piene di sospetti: invece della libertà lo stato d’assedio regna nelle province, ed un Generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi, che non s’inchinano alla bandiera di Sardegna. L’assassinio è ricompensato; il regicidio merita un’apoteosi; il rispetto al culto santo dei nostri Padri è chiamato fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori del proprio paese ricevono pensioni, che paga il pacifico contribuente. […] le Due Sicilie sono state dichiarate province d’un Regno lontano». Francesco II, tuttavia, non chiede vendetta, ma il pietoso oblio che risparmi la memoria di chi tradì, e la concordia necessaria per ricostruire: «Vi è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi intorno al trono dei vostri padri. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare» (57).

Il proclama destava grande sensazione nel paese e la sollevazione popolare viene ad assumere proporzioni sempre più vaste.

Nonostante le dure repressioni (58), la guerriglia continua per tutto l’inverno lungo la frontiera pontificia, mentre nelle altre regioni le rivolte si fanno sempre più frequenti e violente. Ancora qualche mese, poi, nella primavera-estate 1861 scoppierà la insurrezione generale e migliaia di uomini si scateneranno contro gli oppressori, in una lunga, furiosa e disperata lotta (59).

Anche la lotta alla Chiesa si intensifica. In novembre il regio luogotenente, Farini, decreta che si aggiudichino al fisco i residui beni di quei vescovi assenti dalle loro diocesi «senza motivo canonico»; gli interessati sono 37, costretti alla fuga dai garibaldini.

La Santa Sede reagisce con disposizioni che vietano il canto del Te Deum, la celebrazione della festa dello Statuto, l’appartenenza alla guardia nazionale, l’amministrazione dei sacramenti e la sepoltura ecclesiastica a chi abbia aderito e attivamente cooperato allo stabilimento del nuovo governo.

Il 17 febbraio 1861 sono estesi al Mezzogiorno il codice penale e l’ordinamento giudiziario del regno sardo; si dichiara cessata la efficacia del Concordato del 1818 e della convenzione del 1836 tra le Due Sicilie e la Santa Sede; viene introdotta la legge sarda del 1855 che sopprime gli ordini religiosi, tranne alcune eccezioni.

Questi provvedimenti causano altri turbamenti: alle proteste del foro napoletano, che vede cancellate di un colpo le sue gloriose tradizioni, si aggiungono i tumulti del popolino, che, specie nei piccoli centri, perde le principali fonti di beneficienza, di assistenza e di istruzione.

Il cardinale Sforza, da poco rientrato dall’esilio decretatogli dai garibaldini, protesta con molta energia e viene nuovamente cacciato.

Garibaldi, da Caprera, scrive a fra’ Pantaleo: «Noi siamo della religione di Cristo, e non della religione del Papa e dei cardinali […]. Combatteteli a tutto potere […] dovete attaccare il mostro che divora la nostra disgraziata madre» (60).

Francesco II resiste ancora, confortato dal Pontefice, che lo esorta a «non cedere ad esigenze ingiuste, sostenendo fino agli estremi la santità dei propri diritti, giacché nel caso presente il cederli sarebbe lo stesso che cooperare al male» e partecipare «alle bestemmie, ai saccheggi, ai sacrilegi che si commettono dagli energumeni che liberamente sferrano la loro rabbia infernale contro la Chiesa di Gesù Cristo e contro la gran parte pacifica della società» (61).

La guarnigione borbonica, colpita da una epidemia di tifo e sottoposta a un micidiale e continuo bombardamento, non vacilla, incoraggiata anche dall’eroico comportamento della regina Maria Sofia, che si presta fino al limite delle forze, animando i combattenti sugli spalti, sprezzante del pericolo, attivissima e pietosa nei servizi di infermiera.

Il 19 gennaio 1861, Napoleone III, che aveva già cercato di indurre il re di Napoli e deporre le armi (62), richiama la flotta, che protegge Gaeta dal mare.

Con il sopraggiungere del blocco navale ogni resistenza diventa impossibile e il sovrano accetta la ennesima offerta di capitolazione, che viene firmata il 13 febbraio; quindi si imbarca per l’esilio definitivo, non senza rivolgere commosse parole di addio ai suoi soldati (63).

La cittadella di Messina si arrende il 12 marzo; otto giorni dopo è la volta di Civitella del Tronto, ultima roccaforte borbonica.

Il 17 marzo, viene proclamato a Torino il regno d’Italia. 

Il giorno seguente, con l’allocuzione concistoriale Jamdudum cernimus, Pio IX ricorda ancora una volta che «il combattere che si fa contro il Pontificato romano, non tende solamente a privare questa S. Sede ed il Romano Pontefice di ogni suo civile principato, ma cerca ancora di indebolire, e se fosse possibile, di togliere affatto di mezzo ogni salutare efficacia della religione cattolica»; di fronte a quella diabolica cospirazione, che produce i suoi frutti insanguinati anche in Italia, il Pontefice prega il Signore di volere «restituire alla società perturbata l’ordine e la tranquillità, e concedere la desideratissima pace, con quel trionfo della giustizia, che da lui solo aspettiamo. Imperocché in tanta trepidazione dell’Europa e di tutto l’Orbe, e di coloro altresì che esercitano l’arduo uffizio di reggere le sorti dei popoli, Dio solo è che con noi e per noi possa combattere: Giudica noi, o Iddio, e discerni la nostra causa dalla gente non santa; concedi pace ai nostri giorni, giacchè non è altri che combatta per noi, se non tu solo, Dio nostro» (64).

Francesco Pappalardo

 

Note:

(1) Sulla vita di Garibaldi, strettamente legata agli eventi della Rivoluzione mondiale, cfr. il mio Giuseppe Garibaldi: una spada contro la Chiesa e la civiltà cristiana, in Cristianità, anno XI, n. 93, gennaio 1983.

(2) È convinzione comune ai più che a Garibaldi «si deve la più autentica partecipazione di popolo alla costruzione dell’unità nazionale», e che, «se nel nostro Risorgimento Cavour fu l’intelligenza, Mazzini il pensiero, Garibaldi fu l’anima popolare» (messaggio del capo dello Stato alle camere per il centenario della morte di Giuseppe Garibaldi, in Corriere della Sera, 3-6-82).

(3) PIO IX, Allocuzione concistoriale, del 12-3-1877, cit. in PIETRO BALAN, Continuazione della storia universale della Chiesa cattolica dell’abate Rohrbacher, Marietti, Torino 1884-1886, vol. III, p. 868.

(4) «Singolare ed imbarazzante paradosso, contro il quale ha sbattuto più volte la faccia sia la storiografia liberal-progressista, sia la storiografia marxista, cui venivano meno gli abituali schemi interpretativi» (MARCO TANGHERONI, prefazione a FRANCESCO MARIO AGNOLI, Andreas Hofer, eroe cristiano, Res, Milano 1979, p. 8).

(5) A parte il breve dominio austriaco, il Meridione esce da due secoli di dominazione spagnola in condizioni non idilliache, ma lontane da quella immagine di miseria e di degradazione che ci viene comunemente offerta. «Tale giudizio merita di essere attenuato non poco», ha scritto Ruggero Moscati (I Borboni d’Italia, E.S.I., Napoli 1970, p. 74). Fondamentale per la conoscenza della Napoli spagnola è l’opera di FRANCISCO ELIAS DE TEJADA, Nápoles Hispánico, 5 voll., Montejurra, Madrid e Siviglia 1958-1964.

(6) Fino ad allora «Stato, ripartendo il suo imperium in autorità molteplici, proprie a gruppi sufficientemente autonomi, feudali, comunali, corporativi, accademici, ecclesiastici, aveva ben fornito all’individuo possibilità di espressione concreta e diretta» (SILVIO VITALE, Il Principe di Canosa e l’epistola contro Pietro Colletta, Berisio, Napoli 1969, p. 16).

(7) L’anima di questa politica è il ministro Bernardo Tanucci, che si adopera per l’adozione di provvedimenti quali la limitazione del numero degli ecclesiastici, lo scioglimento e le conversioni delle manomorte, la istituzione del matrimonio civile e, successivamente, la espulsione dei gesuiti.

(8) La massoneria si era diffusa a Napoli, nonostante la bolla di condanna di Benedetto XIV e la messa al bando da parte di Carlo di Borbone, specialmente tra gli «intellettuali», che con i loro scritti si adoperavano nel minare la unità spirituale del regno.

(9) GIOVANNI CANTONI, L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3ª ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, p. 13.

(10) L’atto «più rivoluzionario compiuto dal dispotismo illuminato borbonico» nel giudizio di WALTER MATURI, Il Principe di Canosa, Le Monnier, Firenze 1944, p. 317.

(11) «Fu sì la fallace politica dei Borboni […]: quel sempre accarezzare i nemici e sconoscere gli amici. E dico fallace, perché se talvolta guadagni qualche settario, mai non guadagni la setta; questa infatti per governativi favori s’era ingrossata di nascosto: e venuto il tempo, nessuno dei fedeli si mosse, e il campo restò libero ai tristi» (GIACINTO DE SIVO, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Berisio, Napoli 1964, vol. II, p. 171).

(12) «Nel regno molto si fece per restaurare le cose, poco per le idee […]. Ferdinando crede bastargli il fatto; poco lavorò alla vittoria della reazione morale, quella che non con arme di ferro ma con la face della verità si consegue […]. Pago d’aver vinto, godente incontrastata potestà, plaudito da’ sudditi, suppose quello stato non poter mancare, non pensò all’avvenire […]. Temuti gli uomini di testa, s’andò cercando la mediocrità perché più mogia; non si volle e non si seppe cercare i migliori e porli ai primi seggi […] e per non fidarsi in nessuno, e non aver bisogno d’intelletti, fu ridotta a macchina l’amministrazione e il governo […]. La nave dello Stato non provveduta di piloti andò in tempo di calma più anni barcollando; poi al primo buffo, non trovandosi mano esperta al timone, senza guida affondò» (ibid., vol. I, p. 375).

(13) «II sacrilego paradosso di un esercito cristiano – scrive un autore filoborbonico – che, alleatosi al Turco infedele, marciava contro un altro esercito cristiano per sostenere la causa dell’imperialismo islamico, divenne imprevedibilmente la più scandalosa e disilludente delle realtà per quel Re devotissimo […]; ed allora, di certo, l’erede del regno cattolico di Ruggero il Normanno e del regno crociato di Gerusalemme dovette avvertire, bruciante ma chiara, la sensazione dell’imminente definitivo tramonto di quell’ideale ecumenismo teocratico, romano e cristiano, di cui il suo trono rimaneva ancora ultimo e indifendibile baluardo nel mondo» (ROBERTO MASCIA, Ferdinando II e la crisi socio-economica della Calabria nel 1848, Regina, Napoli 1973, pp. 130-131).

(14) Tale avvenimento è l’atto terminale di una cospirazione ispirata dal murattismo, movimento che aveva come scopo quello di portare sul trono di Napoli Luciano Murat, cugino di Napoleone III e Gran Maestro del Grande Oriente di Francia (cfr. MICHELANGELO MENDELLA, Agesilao Milano e la cospirazione antiborbonica del 1856, in Rassegna storica del Risorgimento, 1974, fasc. I – II). «Col Murat – osserva Giuseppe Montanelli, oppositore borbonico – verrebbe un Re Grand’Oriente dei framassoni e una regina protestante: rivoluzione di costumi da non disprezzare nella metropoli della superstizione italiana» (G. LA FARINA, Epistolario, Treves, Milano, vol. I, p. 565).

(15) Già il 30 luglio 1850, in accordo con la propaganda orchestrata dalla stampa anglo-americana, il New York Tribune acclamava Garibaldi come «l’uomo di fama mondiale, l’Eroe di Montevideo e difensore di Roma».

(16) Ciò nella prospettiva della unità di tutte le forze rivoluzionarie per raggiungere al più presto l’obiettivo fissato. Il 26 febbraio 1854, Garibaldi scriveva a Mazzini: «Le masse che ponno fare una rivoluzione non servono alla formazione d’un esercito per sostenerla, non avendo con noi massime i contadini […]. Appoggiarci al governo piemontese è un po’ duro, io lo capisco, ma lo credo il migliore partito, ed amalgamare a quel centro tutti i differenti colori che ci dividono; comunque avvenga, a qualunque costo» (Epistolario, vol. III (1850-58), Roma 1981, p. 62).

(17) Non erano estranei a questa particolare situazione «gli scandalosi intrighi degli inglesi, che fomentavano […] i disordini ed il malcontento […] per promuovervi un’esplosione, come quella del 1848, tendente alla separazione dell’isola dal Reame di Napoli, nel che riuscendo manovrerebbero in modo da farla cadere sotto il protettorato o almeno sotto l’esclusiva loro influenza» (lettera di G. Filangieri a Francesco II, dell’1 ottobre 1859, in RUGGERO MOSCATI, La fine del Regno di Napoli, Napoli 1960, p. 121).

(18) Dalla lettura del diario dell’ammiraglio (CARLO PELLION DI PERSANO, Diario privato, politico, militare, Torino 1889), traspare, nonostante il riserbo dell’autore, la eventualità di un intervento attivo della sua squadra nella campagna di Sicilia in caso di pericolo per i garibaldini.

(19) Questi ultimi vengono naturalmente amnistiati da Vittorio Emanuele II il 29 settembre di quell’anno. «Più che dai contingenti isolani – ammette Garibaldi – i Mille furono aumentati da varie spedizioni posteriori, partite dal continente» (G. GARIBALDI, I Mille, Camilla e Bertolero, Torino 1874, p. 107). 1 viaggi sono spesso compiuti sotto la bandiera americana, procurata con abili trucchi legali. Ciò ha reso assai difficili le intercettazioni sotto il profilo del diritto internazionale, che il regno borbonico continuava a rispettare.

(20) Tra essi non vi erano contadini, che pure costituivano la stragrande maggioranza della popolazione italiana. «Questa classe robusta e laboriosa non appartiene a noi, ma al prete, col vincolo dell’ignoranza – lamentava Garibaldi, da sempre alle prese con la ostilità delle campagne -. E non v’è esempio di averne veduto uno tra i volontari» (ibid., p. 4, nota 1).

(21) «La presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro; […] io fui per la centesima volta il loro protetto» (G. GARIBALDI, Memorie, Rizzoli, Milano 1982, pp. 252-253).

(22) L’esercito napoletano «tenne fermo e difese le sue posizioni […] con molta intrepidezza al punto che molti cacciatori nemici, avendo terminato le munizioni, ci scaraventarono delle pietre» (ibid., pp. 256-257).

(23) Ibidem.

(24) Un giornale umoristico francese, il Charivari, pubblicava in quei giorni una vignetta che raffigurava un soldato, un ufficiale e un generale dell’esercito borbonico: il primo aveva la testa di un leone, il secondo quella di un asino, il terzo era privo di testa (cfr. PIER GIUSTO JAEGER, Francesco II di Borbone. L’ultimo Re di Napoli, Mondadori, Milano 1982, p. 25).

(25) «Il trionfo di Milazzo fu comprato a ben caro prezzo. Il numero de’ morti e feriti nostri fu immensamente superiore a quello dei nemici […] Quella giornata, se non fu delle più brillanti, fu certo delle più micidiali. I borbonici vi combatterono e sostennero le loro posizioni bravamente per più ore» (G. GARIBALDI, Memorie, cit., p. 276).

(26) È il Veloce, consegnato dal capitano di fregata Anguissola all’ammiraglio Persano e da questi «girato» a Garibaldi, che lo ribattezzò Tüköry. Dei 144 uomini che componevano il suo Stato Maggiore e il suo equipaggio, soltanto 41 aderirono alla causa garibaldina (cfr. LAMBERTO RADOGNA, Storia della Marina Militare delle Due Sicilie (1734-1860), Mursia, Milano 1978, p. 153).

(27) Cit. in G. DE SIVO, op. cit., vol. II, p. 88. L’autore si meraviglia non poco nel sentire parlare di «occupazione» a proposito di un regno durato ben 126 anni.

(28) Ibid., vol. II, p. 134.

(29) Cfr. ALDO ALESSANDRO MOLA, Garibaldi vivo. Antologia critica degli scritti con documenti inediti, Mazzotta, Milano 1982, p. 219.

(30) Il problema dei demani si trascinava dal 1806, quando Giuseppe Bonaparte aveva emanato le leggi eversive delia feudalità, sottraendo ingenti quantità di terre a quegli usi civici che da tempo immemorabile soddisfacevano ai bisogni delle popolazioni rurali. Con il passare degli anni, la piccola borghesia agraria, detentrice delle cariche comunali, si era impadronita delle terre indivise, frammentandole e usurpandone la proprietà. Ferdinando II, che aveva cercato di reintegrare quei terreni nei demani statali, ottenne unicamente di fare passare alla opposizione un rilevante gruppo di famiglie della borghesia terriera, soprattutto in Calabria. Per un approfondimento, cfr. R. MASCIA, op. cit.

(31) L’episodio più noto è il massacro di Bronte, operato dagli uomini di Bixio, il cui intervento era stato richiesto dagli inglesi, trattandosi della «ducea» dell’ammiraglio Nelson. Analoghi provvedimenti furono presi a Biancavilla, Alcara Li Fusi, Randazzo, Castiglione e in altri borghi minori.

(32) La grande maggioranza dei sudditi rimaneva stupefatta, se non sbigottita, dalla concessione della costituzione. Il cardinale Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, si faceva portavoce della loro inquietudine, denunciando al re i gravi pericoli derivanti dalla libertà di stampa e dalla istituzione della guardia nazionale, composta da elementi liberali. L’esercito, da parte sua, non gradiva la sostituzione della bandiera gigliata con il tricolore rivoluzionario e provocherà diverse rivolte (cfr. CAMILLO BENSO conte di CAVOUR, La liberazione del Mezzogiorno, Bologna 1949, vol. I, p. 410). A Gaeta, la guarnigione si rifiutava di applaudire lo statuto. A Napoli, reparti della guardia reale assalivano i posti della guardia nazionale per obbligare i militi a gridare: «Viva il Re! Abbasso la Costituzione!» (ibid., vol. I, p. 357).

(33) Massone d’alto grado secondo il Bollettino del Grande Oriente del 1867, II, p. 190 (cfr. ALESSANDRO LUZIO, La Massoneria e il Risorgimento italiano, Forni, Bologna 1925, vol. II, p. 3).

(34) Cfr. RAFFAELE DE CESARE, La fine di un Regno, Newton Compton, Roma 1975, vol. II, p. 273.

(35) Vani sono gli sforzi di Cavour per fomentare una rivolta nella capitale, che ne sancisse l’annessione al Piemonte prima dell’arrivo di Garibaldi. A tale scopo invia armi e denaro all’ammiraglio Persano, raccomandandogli di «aiutare la rivoluzione, ma far si che al cospetto d’Europa appaia come spontanea» (C. P. PERSANO, op. cit., p. 82). I napoletani non insorgono, desiderando nulla più che ammirare Garibaldi, l’Invincibile.

(36) «Circostanza ben favorevole alla causa nazionale fu il tacito consenso della marina militare borbonica, che avrebbe potuto, se intieramente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso la capitale. E veramente i nostri piroscafi trasportavano i corpi dell’esercito meridionale lungo tutto il litorale napoletano, senza ostacoli» (G. GARIBALDI, Memorie, cit., pp. 283-284). Dopo l’allontanamento da Napoli, per aperti sentimenti liberali, del comandante generale della Real Marina Luigi di Borbone, conte de L’Aquila, il 14 agosto, la marina borbonica, già minata dal contrasto tra ufficiali ed equipaggi, entra in piena disgregazione. I primi assistono al precipitare degli eventi senza prendervi parte, mentre la bassa forza, legata alla monarchia, esprime la propria disapprovazione per. tale comportamento, tumultuando più volte apertamente (cfr. L. RADOGNA, op. cit., pp. 158-159).

(37) La reazione della truppa, come era già accaduto con i marinai, si manifesta con proteste e tumulti, giungendo perfino al linciaggio di comandanti imbelli, come nel caso del generale Briganti. Sull’episodio, cfr. R. DE CESARE, op. cit., vol. II, p. 407.

(38) Il testo completo del proclama e nella Gazzetta di Gaeta del 14-9-1860, ristampa anastatica a cura del Centro Editoriale Internazionale, Roma 1972.

(39) I comandanti della flotta avevano sabotato le proprie navi, perché non seguissero il re, così come avrebbero voluto gli equipaggi; nessuno degli alti gradi della marina napoletana aderirà, tuttavia, alla causa unitaria (cfr. L. RADOGNA, op. cit., p. 162).

(40) «Al tramonto – scrive l’ammiraglio Mundy, presente alla scena – le truppe reali lasciarono la città e si misero in marcia verso Capua. Fu data loro ogni opportunità per disertare i ranghi e passare nelle file della rivoluzione, ma pochi se ne avvalsero. C’era un’ostinata e sprezzante determinazione negli sguardi e nel contegno di quegli uomini che non costituiva certo prova di simpatia per la causa del Dittatore Garibaldi» (GEORGE RODENEY MUNDY, La fine delle Due Sicilie e la Marina britannica, Berisio, Napoli 1966, p. 201).

(41) «V’era d’ambiziosi che volevano torbido, dei falliti che risperavano fortuna, di illusi vagheggianti elisi, di famelici al fiuto del banchetto» (G. DE SIVO, op. cit., vol. II, p. 199). «Centinaia delle più belle giovani che s’erano potute riunire – racconta Mundy -, molte delle quali appartenevano a distinte famiglie mentre altre che non erano forse così riservate, abbigliate coi costumi dei tempi antichi, quando non v’era certo bisogno di eccessiva quantità di stoffa, erano esposte in voluttuosi quadri viventi […]. Al loro seguito c’era la feccia della popolazione, che imprecava con orribili urla» (G. R. MUNDY, op. cit., pp. 201-202).

(42) Anni dopo, libero di esprimersi con minore tatto, definirà «umiliante composizione chimica» quello che «gli impostori vi spacciano come sangue di S. Gennaro», e inviterà a «frangere per sempre quell’ampolla contenente il veleno!» (G. GARIBALDI, Messaggio all’anticoncilio di Napoli, dell’11 ottobre 1896, in IDEM, Memorie, cit., p. 368).

(43) Francesco II aveva portato con sé solo una esigua parte delle sue proprietà: la ricca collezione di vasellame, i quadri e i mobili rimangono a Napoli, né verranno ritirati gli undici milioni di ducati depositati nelle banche (cfr. HAROLD ACTON, Gli ultimi Borboni di Napoli, Martello, Milano 1973, p. 556).

(44) Il 24 ottobre, il generale della Compagnia, Beckx, che in un anno aveva assistito alla chiusura di 54 case e collegi nella penisola, scriverà a Vittorio Emanuele II, lamentando che «i membri della medesima [Compagnia di Gesù], in numero di un migliaio e mezzo circa, furono scacciati dalle case e dalla città, furono tradotti come malfattori a mano armata di paese in paese, detenuti nelle pubbliche carceri, maltrattati ed oltraggiati atrocemente», senza «riguardo alla canizia degli anni, allo stremo dell’infermità e dell’impotenza. Tutti questi atti si sono consumati senza apporre a coloro che ne furono vittima, nessun atto colpevole innanzi alla legge, senza alcuna forma di giudizio, senza lasciar modo di giustificarsi; insomma si è proceduto dispoticamente alla maniera selvaggia» (P. BALAN, op. cit., vol. II, pp. 289-290).

(45) Ibid., p. 308.

(46) Dumas si renderà subito impopolare, dilapidando il denaro pubblico in cacce e banchetti, nonché aprendo al pubblico le sale dei musei in cui erano riposte le statue oscene. Il popolino si recherà più volte a protestare sotto la sua abitazione, finché egli «deluso dall’ingratitudine», lascerà Napoli (cfr. H. ACTON, op. cit., pp. 571-573).

(47) Padre Gavazzi, al mercato, «preso a dir male della Vergine, ebbe fischi e sassi, e pe’ suoi camorristi che gli fecero spalla potè fuggire. E lo stesso in altre piazze» (G. DE SIVO, op. cit., vol. II, p. 211).

(48) Intanto a Roccaromana e a Caiazzo i contadini cooperano spontaneamente con le truppe borboniche nelle operazioni contro i garibaldini: «[…] tutti i naturali di questo comune di Rocca Romana, fedeli al Nostro Augusto Sovrano (D. G.), si son cooperati non poco in aiuto della scarsa Truppa, armandosi di ronche, scuri, tridenti ed altro, e correndo all’attacco» (Gazzetta di Gaeta, 30-9-1860).

(49) Ibid., 8-10-1860.

(50) Garibaldi, avutone notizia, scrive velenose righe su quei «fanciulli, donne e preti coperti di stole» che, «portando il Santissimo – come lo chiamano gli impostori», imploravano, «lordi-di sacrilegio, il concorso dell’Onnipotente all’esterminio degli eretici, nemici del re e della santa religione (la pancia di quei mostri)» (G. GARIBALDI, I Mille, cit., p. 329). Sull’episodio di Isernia e sulle insurrezioni negli Abruzzi, nel Sannio, in Terra di Lavoro, cfr. GIORGIO CUCENTRENTOLI DI MONTELORO, La difesa della Fedelissima Civitella del Tronto. 1860-1861, 2ª ed., Pucci Cipriani, Firenze 1978. 

(51) Cialdini si era presentato con il seguente proclama: «Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete di oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattenti, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per vostra mano sentano l’ira di un popolo che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza» (P. G. JAEGER, op. cit., p. 102). «I pontifici-dipinti così cupamente opposero una resistenza che non si credeva […]. Parecchi di quei crociati, di nobili famiglie legittimiste, seppero combattere e morire con coraggio» (RAFFAELE DE CESARE, Roma e lo Stato del Papa, dal ritorno di Pio IX al XX settembre, Forzani e C., Roma 1907, vol. II, pp. 74-85).

(52) Il conte Thaon de Revel osservò «un fatto che pareva uno scherzo», ma che non doveva essere tale per gli sfortunati abitanti: «Ad ogni nostro colpo, si vedeva rispondere dalla piazza con l’innalzare un gran drappo bianco» (P.G. JAEGER, op. cit., p. 113).

(53) L’intero testo si trova nella Gazzetta di Gaeta, 8-10-1860.

(54) Nella medesima allocuzione il Papa aveva deplorato «il funesto e pernicioso principio che chiamano del non intervento proclamato […] da certi Governi e tollerato da altri, ed osservato anche allora che si tratti d’ingiusta aggressione […], sicchè sembri di sancirsi contro le leggi divine ed umane una certa può dirsi impunità e licenza di avventarsi e rapinare i diritti, le proprietà e gli stessi dominii altrui».

(55) Le modalità del voto scandalizzeranno gli osservatori stranieri: «Temo che chi avesse voluto dichiararsi apertamente ostile alla sacra parola d’ordine “Italia Una”, avrebbe avuto bisogno di molto coraggio morale», osservava l’ammiraglio Mundy. «Secondo me, un plebiscito a suffragio universale regolato da tali formalità non può essere ritenuto veridica manifestazione dei reali sentimenti d’un paese» (G. R. MUNDY, op. cit., p. 217). «I risultati delle votazioni in Sicilia e Napoli – scriveva l’ambasciatore inglese Elliot – rappresentano appena i diciannove tra cento votanti designati; e ciò ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate» (G. CUCENTRENTOLI, op. cit., p. 37). «Le urne – commentava Luciano Murat – stavano tra la corruzione e la violenza» (P. G: JAEGER, op. cit., p. 156).

(56) L’ufficiale garibaldino Rüstow ha scritto che nel suo reparto di Caserta si ebbero 167 voti su 51 aventi diritto (G. RÜSTOW, La guerra d’Italia del 1860 descritta politicamente e militarmente, Venezia 1861, vol. II, p. 114).

(57) Gazzetta di Gaeta, 9-12-1860.

(58) Il ministro borbonico Casella dedica una nota diplomatica ai metodi di Cialdini, sottoponendoli al «severo giudizio dell’Europa civile» e commentando: «La sola esistenza di queste schiere di Regi volontari pubblicamente confessata dal nemico e che ha già raggiunto una importanza abbastanza considerevole, dimostra quanto sia sincera la pretesa unanimità del voto popolare di un cangiamento di Governo» (Gazzetta di Gaeta, 1-11-1860).

(59) Secondo la stampa estera del tempo, dal gennaio all’ottobre del 1861, si contano nell’ex regno 9.860 fucilati, 10.604 feriti, 918 case arse, 6 paesi bruciati, 12 chiese predate, 13.629 imprigionati, 1.428 comuni sorti in armi (cfr. CARLO ALIANELLO, La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale, Rusconi, Milano 1912, p. 133).

(59) Cit. in P. BALAN, op. cit., p. 380. Con un messaggio dell’1 ottobre 1861, Garibaldi raccomandava alla guardia nazionale di fare scomparire da quelle contrade le vesti ecclesiastiche «simbolo per l’Italia delle miserie e delle vergogne di diciotto secoli» (P. BALAN, Storia d’Italia, Paolo Toschi, Modena 1898, vol. X, p. 347).

(60) 

(61) Ibid., p. 307.

(62) Francesco II aveva così risposto: «Sire, V.M. lo sa, i Re che partono ritornano difficilmente sul trono, se un raggio di gloria non abbia indorato la loro sventura e la loro caduta […]. V’ha almeno un punto che non ammette discussioni, ed è che combattendo pel mio diritto, soccombendo con coraggio e cadendo con onore io sarò degno del nome che porto e lascerò un esempio ai Principi futuri. E s’egli è vero che non v’abbia più speranza per la mia resistenza, mi resta ancora da provare al mondo che io son forse superiore alla mia fortuna» (P. G. JAEGER, op. cit., pp. 221-222).

(63) «Grazie a voi è salvo l’onore dell’Armata delle Due Sicilie; grazie a voi può alzare la testa con orgoglio il vostro Sovrano; e sulla terra d’esilio, in che aspetterà la giustizia del Cielo, la memoria dell’eroica lotta dei suoi Soldati, sarà la più dolce consolazione delle sue sventure […]. Non vi dico addio, ma a rivederci. Conservatemi intatta la vostra lealtà, come vi conserverà eternamente la sua gratitudine e la sua affezione il vostro Re Francesco» (ibid., pp. 276-277).

(64) Cit. in P. BALAN, Continuazione della storia universale della Chiesa cattolica, cit., vol. II, pp. 338-345.

 

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 Francesco Pappalardo

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