La testimonianza molto forte di un libanese sciita, che rifiuta la retorica di Hezbollah e invita, anzi, a guardare alla nuova fraternità che si sta creando tra i libanesi della diaspora. Una fraternità che parla di pacificazione tra le varie comunità religiose del Libano e che desidera la pace anche con Israele, con il quale riconosce di condividere l’umanità e un destino comune in Medio Oriente
di Oussama Amar*, traduzione a cura di Antonio Mondelli
Mi ricordo, come se fosse ieri, della mia prima discussione familiare su Israele. Vengo da una famiglia del Sud del Libano. E in quella famiglia, ovviamente, per molto tempo si è pensato che tutti i problemi del mondo venissero dal nemico, venissero da Israele.
Come poteva essere altrimenti?
Mia nonna è stata uccisa dall’esercito israeliano. Ho perso il conto dei membri della mia famiglia morti, vittime sfortunate sotto le bombe. Mia madre ha visto la sua casa distrutta quattro volte dall’esercito israeliano.
Quattro volte.
L’ultima volta, dopo il 7 ottobre e gli eventi tragici in Israele, l’esercito israeliano ha colpito di nuovo il Libano ed è stata quella la volta che ha fatto perdere a mia madre ogni speranza di tornare un giorno in Libano.
È da lì che parlo. Non da uno studio televisivo, non da un anfiteatro, non con una kefiah comprata su Instagram. Parlo da una famiglia sciita del Sud del Libano, che ha pagato — e che paga ancora.
Ed è proprio per questo che posso scrivere ciò che segue.
Gli dèi sono stati clementi con noi. Mia madre è al sicuro, sono riuscito a farla uscire dal Libano in tempo. Ho aiutato decine di persone a partire, discretamente, ho aiutato tutti quelli che volevano lasciare quel paese a farlo. Ho sostenuto finanziariamente parenti, sconosciuti: tutti che oggi fanno di questa diaspora una forza incredibile.
Il Libano non è un Paese come gli altri. Il Libano è un Paese composto da numerose religioni che faticano a vivere insieme. Storicamente, ognuna di queste religioni è sempre stata strumentalizzata da una potenza straniera, da una forza occupante. E Hezbollah non è che l’ultimo episodio di una lunga tradizione libanese di influenze esterne, perché il Paese non ha i mezzi per essere finanziariamente indipendente.
Eppure, ciò che vedo negli Emirati e altrove – dove è presente la diaspora libanese -, è che non ci sono più sciiti, maroniti, cristiani, protestanti, sunniti, drusi. Ci sono i libanesi. E c’è una cultura comune: il gusto della festa, uno spirito di vita, una resilienza ispiratrice. Sono estremamente fiero di portare queste radici e questi valori.
Il Sud del Libano è una regione complessa che, per molto tempo, è stata povera, a maggioranza sciita, e respinta dal resto del Paese. Hanno trovato in Hezbollah dei liberatori — non solo militarmente, ma anche economicamente. Hezbollah è poco compreso in Francia. È un’organizzazione il cui ruolo è anche economico; non è solo una milizia, è una sorta di Stato nello Stato.
Nel momento più acuto della crisi, quando il Libano non aveva nemmeno più un sistema bancario funzionante, Hezbollah distribuiva banconote da 100 dollari, concedeva prestiti, forniva un sostegno vitale e permetteva a un’intera regione di sopravvivere. Non sono ingenuo: so benissimo che in questo modo l’Iran ha colonizzato il Sud del Libano: non con la forza, ma tramite una vicinanza ideologica e un aiuto materiale che facilitava la vita in una regione povera.
Ma qual è la realtà? La realtà è che questo sostegno, questo aiuto, ha avuto un prezzo per i libanesi. Un prezzo di sangue, di guerra, di distruzione.
Il modello importato dall’Iran è incompatibile con il Libano. Il Libano ha sempre vissuto solo grazie alla sua apertura, al suo commercio, alla sua capacità di far coesistere comunità che altrove si lacerano. Importare un modello islamista monoculturale in questo paese significa rompere il motore che lo ha sempre fatto funzionare.
Non ho deciso io la creazione dello Stato di Israele. Nessun membro della mia famiglia l’ha decisa. Non so se sia stata una buona o una cattiva decisione. Non ero tra quelli che nel 1948hanno preso tale decisione. Ma ciò che vedo è che lo Stato israeliano esiste, ed è lì per restare.
I Paesi arabi hanno fatto la guerra a Israele. Hanno perso. È difficile da accettare, ma le guerre si vincono o si perdono. E nei rapporti di forza, ci sono i forti e i deboli. Oggi, nella regione, il forte è Israele. Questo rende alcuni isterici, altri tristi. Pro-Israele, anti-Israele, sionisti, anti-sionisti… tutto questo non mi interessa. Io vedo che un popolo è installato su una terra e intende restarci.
Dunque noi, popoli semitici della regione, abbiamo due scelte: accettare la loro esistenza e costruire la pace, o fare la guerra finché uno dei due nemici non scompaia. Israele ha dimostrato una capacità di organizzazione, disciplina e difesa che pochi Paesi della regione hanno saputo raggiungere. Forse se i nostri Stati fossero stati meno corrotti, più capaci di usare le loro risorse per svilupparsi, avrebbero costruito una vera forza.
Non serve a nulla riscrivere la storia. La situazione è chiara: Israele è uno stato forte, vuole esistere. E se ciò implica riconoscerlo, allora sono pronto a riconoscerne il diritto a esistere, perché il Libano non ha nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese. Nessun libanese dovrebbe morire per ambizioni imperiali iraniane.
È assurdo che un paese di cui non parliamo la lingua, di cui non condividiamo la cultura, possa imporre la sua volontà a un’intera società con il pretesto che una minoranza condivide una religione con esso. E diciamolo chiaramente: se l’Iran è riuscito a insediarsi nel Sud, è perché nessuna forza libanese è stata in grado di occupare quello spazio. Non ci si lamenta di ciò che riempie un vuoto che non si è stati capaci di colmare.
Sì, sono nato sciita, ho una famiglia sciita. Ed è proprio per questo che posso dirlo senza mezzi termini: la mia comunità ha puntato sull’alleanza iraniana e sul modello dello Stato nello Stato. Questa scommessa è fallita. E il conto, in sangue, lo pagano prima di tutto gli sciiti del Sud.
Non sopporto più questa coalizione anti-Israele: i partigiani, gli ossessionati dalle proprie posizioni politiche, gli accademici scollegati dalla realtà, gli influencer in cerca di immagine, gli islamisti che vedono un nemico metafisico, i diplomatici che vivono del conflitto, le celebrità che firmano dichiarazioni tra un set cinematografico e l’altro.
Hanno tutti un punto in comune: non vivono qui. Non hanno perso nessuno. Non subiranno mai le conseguenze concrete delle loro posizioni. Le loro opinioni non costano nulla. Le nostre, sì.
Israele non è il mio nemico. Israele è un popolo con cui voglio avere legami. Israele è una realtà vicina a noi, culturalmente, socialmente, umanamente. Quando si vede un libanese e un israeliano, senza contesto, a volte è difficile distinguerli.
Perché? Perché condividiamo, in fondo, un destino e una vicinanza.
È il momento di scrivere una storia comune, che non sia dettata dall’esterno, ma che nasca dalla volontà reale di una grande parte del popolo libanese.
Non avrei mai pensato di vedere ciò che ho visto oggi.
Ho letto l’annuncio a colazione. Ho visto delle bandiere sventolare insieme. E ho avuto le lacrime agli occhi. Lacrime di gioia.
Non avrei mai pensato di vedere persone applaudire un cessate il fuoco per strada.
Il vento sta cambiando. E anche nelle profondità del Sud del Libano, sento una stanchezza immensa di fronte alla miseria e alla guerra. Il prezzo del sangue è stato pagato troppo a lungo. È tempo di andare avanti.
Quando ero bambino, due parole di Nelson Mandela mi hanno segnato: dimenticare e perdonare. Non so se oggi ne siamo capaci. Ma spero che un giorno gli abitanti di questa regione riescano a farlo.
Caro Libano, ricostruiamo la nostra casa.
Proviamo a fare la pace. E forse anche molto più di questo.
Martedì, 21 aprile 2026
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