L’aborto «democristiano»

Giovanni Cantoni 40 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 64-65 (1980)

 

Una “tragedia degli inganni” e degli equivoci

L’aborto «democristiano»

 

L’aborto – meglio sarebbe: il preteso «diritto d’aborto», dal momento che di questo propriamente si tratta – si situa come una pietra miliare sulla via dolorosa, autentica via crucis, che si apre larga tra la civiltà cristiana, fondata sul decalogo e animata e sostenuta dalla fede, e la «civiltà moderna», promossa dalla empietà e tesa alla realizzazione anche sociale dell’antidecalogo.

L’aborto è ferita, lesione del quinto comandamento, «non ammazzare», ed è lesione nel suo genere esemplare, cioè esemplarmente negativa, in quanto non solo ingiusta uccisione, cioè uccisione di innocente, ma uccisione, in specie, di un essere non soltanto non aggressore, ma assolutamente indifeso; quindi, omicidio cui si pretende di essere «autorizzati», di poter perpetrare sub tegmine legis, e che, d’altro canto, qualcuno pensa di poter «autorizzare».

L’aborto, ancora, in quanto ferita diretta a un comandamento del decalogo – cioè della legge naturale divina, rivelata di necessità morale – nel processo di transizione dalla civiltà cristiana alla «civiltà moderna» non costituisce solo un mezzo di degradazione, ma uno dei fini stessi di tale degradazione, in quanto, nella offesa alla volontà di Dio espressa nella sua legge, intende portare offesa a Dio stesso.

L’aborto è entrato nell’ordinamento giuridico italiano con la «legge» 22 maggio 1978 n. 194. La ferita inferta a quanto rimaneva di naturale e di cristiano nel corpo sociale della nazione italiana – dopo divorzio e riforma del diritto di famiglia, per citare soltanto episodi ampiamente collegati a quello in questione – non ha mancato di provocare reazioni, sia nell’ordine delle prese di posizione e delle dichiarazioni – cioè delle parole -, che in quello delle azioni, della organizzazione dell’accoglienza alla vita e della lotta per il ristabilimento della sua protezione giuridica, in conformità con la sua natura di bene anche pubblico.

Nel difficile passaggio dell’antiabortismo dalle parole ai fatti, prendendo in considerazione esclusivamente il tempo post legem, sono trascorsi più di due anni, segnati principalmente da più di 400 mila omicidi-aborto, ma anche da una lotta difficile – e talora dolorosa – contro difficoltà naturali e artificiali, nonché contro gravi incomprensioni. E questi due anni sono pure stati caratterizzati dallo sforzo prodotto da alcuni perché non si venisse ai fatti, ma si restasse alle parole, con speciose motivazioni a sostegno dell’attesa, di volta in volta espresse, sottintese e insinuate.

Quando, poi, la maturazione e la crescita del movimento antiabortista potevano e parevano sfociare, oltre le divergenze operative, in una realtà unitaria e unitariamente operante al fine di promuovere concretamente la instaurazione di «norme totalmente rispettose del diritto alla vita» (1), uno degli organismi che più si era distinto in parole piuttosto che in opere – dico, almeno sul terreno dell’azione giuridica – è sceso in campo con due proposte referendarie e si è svelato per quello che sostanzialmente era lecito sospettare fosse, cioè, di volta in volta e a seconda delle necessità, un movimento [democristiano] per la vita oppure un movimento per la vita [della Democrazia Cristiana].

Le ragioni dell’intervento referendario del Movimento per la Vita rispondono, senza ombra di dubbio, alla necessità sempre più urgente – e quindi, a un dato momento, letteralmente imprescindibile e improcrastinabile – di evitare la crescita e la maturazione autonoma del movimento antiabortista e, infine, di vanificare o almeno di depistare la sua azione unitaria a sostegno di una proposta referendaria tesa inequivocabilmente alla instaurazione di «norme totalmente rispettose del diritto alla vita».

Quali, dunque, le ragioni di tale necessità? Escludendo l’ipotesi di un radicale e malizioso cripto-abortismo, esse risiedono verosimilmente nella volontà di evitare le conseguenze politiche e sociali della lotta antiabortista aperta e apertamente condotta: in primo luogo, la creazione di una atmosfera politica poco «compromissoria» e conciliante, ma piuttosto fortemente polarizzata nel dilemma e nella alternativa «sì o no all’aborto»; in secondo luogo, la gestione dell’area cattolica, in ordine al problema dell’aborto, da parte di uomini non obbligatoriamente legati all’establishment partitico, con accentuazione immediata del distacco tra Democrazia Cristiana e mondo cattolico, danno forse irreparabile per la falsa «ricomposizione» attorno alla Democrazia Cristiana stessa e con prospettive oscure all’orizzonte politico. Come non è difficile notare, si tratta di eventi capaci, se svolti fino alla esplicitazione di tutte le loro potenzialità, di ridurre ancora di più, e al limite di vanificare, l’egemonia democristiana sull’area cattolica, quindi il progetto compromissorio, sia nella sua versione pragmatica e a medio termine (solidarietà nazionale e governabilità), che in quella ideale e a lungo termine (società solidale cattolico-comunista).

Se queste sono le ragioni principali dall’intervento referendario del Movimento per la Vita, cioè della Democrazia Cristiana, la modalità di tale intervento verifica e riproduce la tipicità in specie di ogni eresia e in genere di ogni errore, almeno nel loro tradursi in realtà socialmente rilevanti.

Così, all’abortismo esposto al rischio serio e imminente di essere affrontato in campo aperto da un movimento antiabortista autenticamente e radicalmente tale, vengono artatamente contrapposti un cripto-abortismo – o almeno intenzionalmente tale – e un proto-abortismo. Di fatto queste paiono definizioni sostanzialmente corrette, dal momento che abortista è la proposta detta «minimale» sostenuta dal Movimento per la Vita, che dà spazio all’aborto larghissimamente terapeutico, mentre proto-abortista è quella detta «massimale», che autorizza la gratuita distribuzione ai minori di contraccettivi, tra i quali abortivi precoci (2).

Stando così le cose, con l’intento di perpetuare sul mondo cattolico l’egemonia di un partito – egemonia sempre più soggettivamente periclitante – e nella prospettiva di una finale trasmutazione e palingenesi cattolico-comunista, all’antiabortismo culturale e sociale, civile e politico, vengono sostituiti un cripto-abortismo e un proto-abortismo partitici, favorendo contemporaneamente la penetrazione nel corpo della nazione italiana di una ulteriore dose di tossine degradanti e corruttrici, premesse di una ulteriore degradazione e corruzione.

L’operazione di sostituzione, e quindi di egemonizzazione, può avvenire principalmente per due ragioni. In primo luogo essa è oggettivamente favorita – oltre le intenzioni insindacate – dal disimpegno operativo praticato, in ordine al problema dell’aborto, dalla dirigenza dell’episcopato italiano, che, stando a quanto si vede a occhio nudo e si giudica dal senso comune, dà l’impressione di confondere l’autonomia del laicato – ideale cui il laicato stesso deve essere educato, dopo lunghi tempi di clericalizzazione – con l’abbandono del laicato al suo destino, nonostante la sua reale, storica e verificabile gracilità – se è in crescita – o la sua reale, storica e verificabile fatiscenza – se è in declino -; quindi facile preda di chiunque si possa avvalere di ogni e qualsiasi mezzo di pressione, e soprattutto dei mass media detti «cattolici». In secondo luogo, infatti, tale egemonizzazione di ritorno è sostenuta dagli uomini della setta democristiana installati e infiltrati in Avvenire. 

Così, sul movimento antiabortista cattolico – nato spontaneamente dal corpo sociale in seguito alla delusione per il comportamento tenuto dalla Democrazia Cristiana prima della approvazione della «legge» 22 maggio 1978 n. 194; e per quello del Movimento per la Vita prima e dopo tale luttuoso evento (3) – si può reinserire la dirigenza democristiana, oggettivamente favorita, in tale suo reinserimento, dal silenzio dei vertici dell’episcopato italiano, preoccupati di non «fare politica». E l’operazione equivoca che fa seguito a questo reinserimento – cioè la raccolta delle firme a sostegno della duplice inaccettabile iniziativa referendaria promossa dal Movimento per la Vita – trova la collaborazione operosa di quella parte dell’episcopato – di cui solitamente Avvenire non parla o della quale accenna fuori tempo e obtorto collo – che, sentendosi meritoriamente urgere dello zelo di fare qualcosa contro l’aborto, si dà a fare qualcosa, anche se qualcosa, duole dirlo, pur che sia e in modo non sufficientemente meditato e critico.

Così, dunque, la parte dell’episcopato che rompe la consegna del disimpegno – comunque culturalmente fondata – e il laicato che trova finalmente operosa collaborazione nel suo clero – secondo modalità certo anteriori alla «cultura dell’autonomia», ma non prive di una verificabile efficacia – si lanciano a tutto vapore a portare acqua al mulino del cripto-abortismo e del proto-abortismo democristiani!

Di fronte a questa «tragedia degli inganni» e degli equivoci – che non è assolutamente occasionale e che ho parzialmente cercato di dipanare e di chiarire -, quale il futuro, a breve, a medio e a lungo termine?

Se le firme vengono raccolte, almeno per un certo lasso di tempo – cioè fino alla raggiunta consapevolezza, in misura socialmente rilevante, della natura delle due proposte referendarie del Movimento per la Vita – si riconferma l’egemonia della setta democristiana sul mondo cattolico, ulteriormente demoralizzato da questa esperienza di lotta formalmente vittoriosa, ma sostanzialmente tarata, e quindi nuovamente lavorato con una mossa da «compromesso culturale», in vista di quello «storico».

Se le firme non vengono raccolte, o la sceneggiata «antiabortista» basta alla Democrazia Cristiana per ottenere ugualmente il risultato descritto, oppure si apre la possibilità di conseguire tale risultato in un secondo tempo, magari l’anno prossimo, con una battaglia referendaria «di civiltà», combattuta in difesa della «legge» n. 194 a fianco dei comunisti e dei socialisti e contro la «barbarie» radicale!

Se noi si pensa che i cattolici potrebbero essere spinti sulla via aspra, e discutibilissima, dell’astensione – una sorta di nuovo non expedit, questa volta di fatto -, il loro sottrarsi salutare alla egemonia democristiana si può difficilmente concepire come indolore, ma piuttosto come caratterizzato da una frontale opposizione a quella setta, religiosa e politica e culturale, cui si possono imputare le più recenti sciagure della Cristianità italiana, dal momento che sia divorzio che aborto, per esempio, possono essere detti «democristiani», e «democristiana» è, verosimilmente, anche la riconferma dell’aborto verso la quale siamo avviati! (4). Quanto alla maturazione dell’autonomia del laicato, si può immaginare, in questa condizione, quasi esclusivamente come intrisa di amarezza per il disimpegno forzato, e quindi caratterizzata da un rapporto con la gerarchia ecclesiastica non propriamente ideale e idilliaco, dal momento che sarebbe difficile non ricordare il fatto che, sia pure nelle persone di suoi esponenti diversi, e quindi non nella sua totalità, non ha a suo tempo aiutato a fare il bene possibile e ha collaborato a perseguire fini oggettivamente inaccettabili.

Per la nazione italiana, infine, non resta che temere sempre più una punizione divina, dal momento che non cessa di caricarsi socialmente di sangue innocente in una ecatombe le cui motivazioni non sono neppure falsamente pie, ma dettate direttamente da un amore a sé stessi che giunge fino al disprezzo di Dio e della sua legge che al dire di sant’Agostino, genera la città del demonio (5). E il comunismo – comunque vada al potere – non è forse l’inferno delle nazioni?

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Istruzione pastorale La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente, dell’8-12-1978, in CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Evangelizzazione, sacramenti, promozione umana. Le scelte pastorali della Chiesa in Italia, A.V.E., Roma 1979, p. 610.

(2) Sul rapporto tra aborto e contraccezione cfr. EPISCOPATO IRLANDESE, Lettera pastorale La vita umana è sacra dell’l-5-1975, trad. it., Elle Di Ci, Leumann (Torino) s.d., e MURILLO M. GALLIEZ, Contraccezione, aborto ed eutanasia, in Cristianità, anno V, n. 24, aprile 1977. Recentemente il Santo Padre Giovanni Paolo II ha ricordato che «la generalizzazione della pratica contraccettiva attraverso metodi artificiali porta anche all’aborto, perché entrambi si situano, certamente a livelli diversi, sulla stessa linea della paura del bambino, del rifiuto della vita, della mancanza di rispetto per l’atto o per il frutto dell’unione come è voluta tra l’uomo e la donna dal Creatore della natura» (Discorso ai membri del Centre de Liaison des Equipes de Recherches e ai membri del consiglio di amministrazione della Fédération Internationale d’Action Familiale, del 3-11-1979. in L’Osservatore Romano, 4-11-1979).

(3) Per un quadro d’insieme, per quanto sommario, rimando al mio I falsi «avvocati» della vita, in Cristianità, anno VII, n. 49, maggio 1979.

(4) Se è il vincitore a dare il nome alla vittoria, chi ha vinto con l’aborto? Se la Democrazia Cristiana, da che parte è schierata?

(5) Cfr. SANT’AGOSTINO, La città di Dio, trad. it., 3ª ed., Edizioni Paoline, Roma 1963, libro XIV, cap. XXVIII, pp. 717-718.

 

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